SAPODILLA

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 J G Sapodilla © 

 

                   ROSA E FERDINANDO

Introduzione

La spedizione trionfale di Giuseppe Garibaldi alla conquista del Regno delle Due Sicilie è l’evento che fa nascere l’Italia Unita dopo secoli di divisioni.

Nella versione ufficiale della spedizione si racconta di mille camice rosse, guidate dal condottiero sul cavallo bianco, che sconfiggono l’esercito borbonico, con folle festanti ad acclamare nelle città liberate.

In una differente versione si racconta che l’Impero Britannico, geloso della flotta marinara di Franceschiello Re di Napoli nel Mediterraneo, corrompe gli ufficiali dell’esercito borbonico e spinge il re del Piemonte a mandare Garibaldi alla conquista.

Fonti maliziose aggiungono che le reali casse piemontesi erano piene di debiti e le casse di Franceschiello erano stracolme di ducati d’oro. Pare infine che gli inglesi finanziarono la corruzione dei generali borbonici con un certo carico d’oro derubato all’Impero Ottomano.

Queste sono le versioni degli storici, che noi rispettiamo. Mentre qui vogliamo raccontare come questi grandi eventi cambiarono la vita di Rosa e Ferdinando.    




 

                                             ROSA E FERDINANDO

E chi sarà a quest’ora? Tutti a casa

- E chi sarà mai a quest’ora? È quasi notte, non aspettiamo amici e nemici.-

Una mano decisa ha battuto la maniglia di bronzo sul portone. La madre di Rosa interrompe l’impasto di farina e si fa il segno della croce. Ci sono strane voci in giro. Si affaccia ansiosa alla finestra della cucina che dà sul portone. Guarda dabbasso: ma quello è Ferdinando! Presa da stupore respira di sollievo, grida alla figlia che cuce nella sua stanza di sopra.

- Rosa, Rosina, corri ad aprire, guarda chi è venuto a trovarci.- Rumore di zoccoli, fruscio di una sottana curiosa per i gradini che scendono al portone.

- Ma insomma mamma, si può sapere chi è?-

Rosa socchiude il portone, spalanca gli occhi. È Ferdinando, il suo fidanzato soldato a Napoli. D’istinto lo tira dentro, serra il portone, lo abbraccia.

- Ma come mai? ma che bella sorpresa. Ma perché non porti quella tua bella mantella da soldato? Che ti sei messo addosso? Togliti questo mantello lungo e nero, che pari un brigante, ti voglio vedere con la divisa del re, coi bottoni che luccicano. –

La mano di Ferdinando le solleva i capelli, scoperti i grandi occhi neri le accarezza il volto.

- Rosina, il Re non c’è più. I nostri soldati si sono sbandati, Franceschiello se ne è scappato da Napoli con la regina e tutta la corte appresso. Sono venuto qua da te per prima cosa, non sono neanche stato ancora a casa mia.-

Notizie confuse erano arrivate su fino al paese, ma nessuno si aspettava questo. Rosa pensa a mille cose, ma le tiene per se.

- E che ce ne importa a noi del Re di Napoli? Franceschiello se ne scappi dove vuole. Adesso tu stai qua, al paese tuo, stiamo insieme. Vieni di sopra, tra poco è pronto da mangiare.-

La madre e tutta la famiglia di Rosa aspettano in cima alla corta rampa di gradini che porta alle stanze. Vedono il mantello nero che copre la divisa borbonica di Ferdinando, intuiscono ogni cosa. Sorridono, mentre Rosa e Ferdinando salgono, ma vedono salire con loro i tristi compagni: vendetta, persecuzione, tradimento e brigantaggio. Le mani di tutti si tendono verso Ferdinando.

- Ferdinando, ma questa bella sorpresa ci dovevi fare.-

- E non ci potevi avvisare. Adesso ti dovrai contentare di quello che c’è a cena .-

- Lasciatelo stare, portatelo vicino al fuoco, tiene la testa e le mani gelate, chi sa che fame deve avere.- Sono tutti seduti al camino, solo la madre di Rosa si affanna tra ifornelli e il forno a legna. Mentre i suoi non danno pace al giovane soldato, Rosa guarda quel maledetto mantello nero. Era così orgogliosa del suo soldatino del Re. L’unica nel gruppo delle amiche ad avere un fidanzato soldato a Napoli. Ogni mese Ferdinando andava dallo scrivano che tiene sedia, tavolo penna e calamaio, giusto di fronte alle caserme.

Lo scrivano lo vedeva arrivare e cominciava a pulire il pennino. Allora che dobbiamo scrivere? Cara Rosa….- . E lui serio:

– Una lettera da un foglio pieno da tutte e due le parti per Volturara Irpina, con tanto di busta chiusa e indirizzo.-

E la lettera ogni volta parte, passa di carrozza in calesse, valica alfine il Malepasso e giunge a Rosa. Ogni lettera riletta quattro volte. La prima volta Rosa va da sola dalla maestra di scuola a farsi aiutare nella lettura. Poi la rilegge, aiutandosi con la memoria, davanti al fuoco alla sua famiglia riunita la sera per la cena, in questa occasione salta qualche parola riservata solo a lei. Infine c’è il rito della lettura la domenica mattina al gruppo delle amiche in un angolo della Piazza riscaldato dal sole, preceduta dalla lettura all’amica del cuore il giorno prima.

Da un libro della maestra Rosa aveva strappato di nascosto un caporale coi baffoni, che non somigliava per niente a Ferdinando, ma era tanto per far vedere a tutte l’uniforme a colori della Guardia alla Reggia. Infatti, una volta Ferdinando aveva fatto la guardia d’onore alla Regina Sofia, che mentre passava gli aveva fatto un bel sorriso (diceva Ferdinando), e che chi sa magari un giorno gli avrebbe chiesto da dove veniva e avrebbe fatto un bel regalo di nozze a Rosa. Le amiche sapevano dove pizzicare.

- Rosa, ma se la poi la regina Sofia ti si ruba a Ferdinando, tu che fai, ti metti con Franceschiello?-

- Ci si deve solo provare quella svergognata, che vado a Napoli e l’ammazzo in mezzo alla Reggia.-

Tutto scorreva felice. La regina Sofia e il Re Franceschiello avrebbero di sicuro fatto caporale il suo Ferdinando, e poi chi sa anche sergente. Lei, Rosa, avrebbe attraversato la Piazza al suo braccio ogni domenica mattina prima di mezzogiorno. E invece succede che Garibaldi attraversa la Sicilia, il Re e la Regina scappano, in paese si risentono molte storie di cui Rosa mai aveva saputo. Qualcuno diventa cauto nel parlare, qualche altro minaccioso. Occhi di serpi si affacciano da sotto la pietra che le tiene imprigionate, mentre con le teste velenose cercano di risollevarla. La novella di Rosa e Ferdinando comincia con un esercito che si sbanda, perché il nemico avanza e i soldati si ritrovano senza i comandanti, che si sono venduti. Tutti a casa. Ferdinando se ne torna al paese, a Volturara Irpina, dalla sua Rosa.

Riscaldato dalla fiamma del camino

Riscaldato dalla fiamma del camino, dall’amore di Rosa accanto a lui, dall’affetto dei parenti di Rosa che gli mantengono il bicchiere sempre pieno di vino rosso, Ferdinando si gusta la miglior zuppa di fagioli della sua vita. I fagioli bollenti della sua terra si muovono nel cucchiaio di stagno, gli parlano.

- Sei vivo e sano, tutto è finito bene. Stanotte dormi a casa tua, tua sorella Carmela viene a vedere se dormi bene, se hai bisogno di un’altra coperta. -

E invece tutto deve cominciare, Ferdinando non sa che la fortuna non ha deciso cosa fare di lui. Nel viaggio a piedi e su qualche carretto ha sentito incredulo le notizie che lo vogliono due volte disertore. L’esercito nemico del giorno prima lo cerca, per mandarlo contro i miseri e pochi soldati rimasti a Franceschiello. Ma Ferdinando si sente fuori da quel mondo di guerra. Chi viene a cercarlo quassù in mezzo alle montagne, tra paesani e amici?

- Ferdinando, si fa quasi mezzanotte.- Non è un fagiolo che ha parlato, ma la madre di Rosa, che guarda severa la figlia stretta al suo fidanzato. Rosa vergognosa cerca di confondere le sue guance diventate rosse con le fiamme del camino.

- Ma non ti vogliamo cacciare, Ferdinando.- Continua con dolce sorriso la madre di Rosa.– Adesso ti fumi contento una bella pipa di tabacco e noi intanto mandiamo ad avvisare la tua famiglia di non spaventarsi, di non fare rumore e lasciare il portone un poco aperto per te. Domani torni, anche questa è casa tua.-

Dopo poco Ferdinando è in strada, riconosce ogni muro ogni portone. “ E’ inverno, non incontro anima a quest’ora. Meno male. Non ho proprio voglia di salutare, fermarmi, mettermi a raccontare”. Anime oscure e insonni appaiono e scompaiono.

Scappa Nannì

- Scappa, Nannì, scappa che arrivano le guardie.- È Carmela, la sorella di Ferdinando, che grida con voce soffocata, ansima, ha fatto di corsa i gradini dal portone alla camera del fratello, pochi attimi prima un’ombra amica ha dato due colpi secchi al portone, ha sussurrato un avvertimento, è sparita. Ferdinando si butta giù dal letto e arraffa i vestiti sparsi alla rinfusa sulla cassapanca.

- Madonna mia, ma che gli ho fatto, perché non mi lasciano in pace? Alla guerra non ci voglio tornare, non voglio morire per loro.-

Ferdinando parla da solo a voce alta, ma guarda la sorella, come per cercare di capire cosa succede e giustificarsi allo stesso tempo. Adesso è già sulle scale mezzo nudo. Il freddo gennaio di Volturara lo colpisce come una frustata, ma la paura è tanta e lo spinge fuori. Due Guardie Nazionali stanno risalendo via Campanaro per arrivare alla sua casa. Dai rumori soffocati e dal piccolo trambusto le due guardie capiscono cosa succede, intravedono Ferdinando, che sguscia fuori dal portone con poca voglia di dare spiegazioni. Le grida delle guardie, coi fucili in mano senza sparare, si sprecano: Altolà, altolà. Le guardie vogliono mettere paura a Ferdinando, ma pure annunciarsi. Arriviamo ohé che arriviamo, non sia mai che si arrivasse a uno scontro a fuoco, le finestre possono sparare da sole, senza poi parlare di una vendetta che può arrivare dopo anni. In fondo devono solo convincerlo ad andare al Posto di Guardia a firmare il foglio di partenza per il richiamo alle armi. Ma possono immaginare che, come tanti, non accetti la nuova situazione. Ferdinando è un giovane che da poche settimane è tornato a casa dalla guerra e la sua confusione mentale riescono a capirla, forse provano anche pena, ma il dovere è dovere e non si fermeranno certo a riflettere o ad andare contro gli ordini del Capitano. Non è la prima volta in quei giorni che vedono quella stessa scena. Quasi tutti i giovani, tornati sbandati a casa dal disciolto esercito borbonico e richiamati di nuovo alle armi dai Piemontesi, non hanno la minima voglia di tornare a combattere arruolati in un esercito straniero contro i loro stessi compagni, asserragliati nella fortezza a Gaeta, con il Re Francesco II a difendere le ultime disperate speranze dell’ormai ex- Regno delle Due Sicilie. Correre appresso a quel giovane smilzo e veloce come una lepre è un’impresa impossibile e i due gendarmi desistono quasi subito dall’inseguirlo, se ne tornano in Piazza per avviare una procedura ormai nota. Il Capitano della Seconda Compagnia li aspetta con l’aria di chi già si immagina tutto, d’altronde li aveva tenuti d’occhio dal Tiglio fin da quando avevano svoltato l’angolo per via Campanaro. Con fare sornione, soddisfatto della sua intuizione, si avvia al Posto di Guardia seguito dai due e li fa entrare a preparare il rapporto, mentre lui resta davanti alla porta a osservare soprappensiero l’andirivieni della gente. Una fitta nebbia si alza rendendo la Piazza spettrale, con ombre che si muovono per gli impegni di prima mattina. L’orologio di fronte suona otto colpi gravi e due acuti, il Capitano si rende conto dell’ora contando mentalmente ogni colpo, un sorriso fa capolino sul suo volto, mentre ricostruisce con la fantasia la scena del disertore che ha appena beffato i due suoi gendarmi. Ma il sorriso diventa una maschera dura, quando vede che dall’interno del posto di guardia il sergente Giuseppe Di Meo lo chiama per firmare il verbale della fuga del giovane disertore.

- Questo È il terzo caso di diserzione - tuona rivolto alle guardie. - E deve essere l’ultimo. Non tollereremo d’ora in poi nessun benché minimo ammutinamento. La legge parla chiaro, chi non vuole accettare il richiamo nell’esercito italiano deve essere considerato un disertore e se non si costituisce deve essere abbattuto. Chiamate le guardie di servizio, organizzeremo una battuta a largo raggio fino ai boschi della Faieta, dobbiamo ritrovarlo vivo o morto, per dare una dimostrazione di forza e di concretezza.-

Le guardie si danno subito da fare e nello spazio di mezz’ora, in mezzo alla Piazza, tra la curiosità e un poco di timore dei volturaresi, sono schierati tre plotoni di Guardie Nazionali in assetto di guerra. Qualcuno si chiede il motivo di tutto quel movimento, altri si fanno il segno della croce, capiscono che qualcosa di grave sta accadendo, il parlottio è continuo e si incomincia a vociferare che stanno cercando un ragazzo del Campanaro che non vuole partire per il fronte a Gaeta. A un tratto un silenzio innaturale, scandito dagli ordini degli ufficiali, cala sulla Piazza, si formano tre plotoni che partono in direzioni diverse, per una manovra di accerchiamento destinata a un sicuro successo nelle intenzioni del Capitano. Il primo si dirige al Campanaro destinazione Acquamieroli, passando per la Serra, il secondo si dirige al Cotrazzulo attraversando il Freddano e il Dragone, il terzo sale per il Candraone e passando per il vecchio molino si avvia a monte.

Erano anni che non si vedeva una cosa del genere, qualche vecchio paesano torna con la memoria a inizio secolo, quando arrivarono i francesi e tanti scapparono sulle montagne,

diventando ‘breanti’, briganti, che per sopravvivere rubavano e rapivano i signori, presi e rilasciati in poco tempo, dopo pagamento di riscatti spesso fatti di salsicce, olio, vino, farina e polvere da sparo. Negli anni attorno al 1810 i rastrellamenti feroci dei francesi di Napoleone Bonaparte, liberatori e occupanti, a caccia di disertori con l’aiuto delle guardie urbane, lasciavano quasi sempre sangue nei boschi.

 

Carmela e Rosa

La madre di Rosa si è alzata presto come al solito. Riattizza il fuoco, ci aggiunge legna e ci mette sopra una piccola conca di rame piena d’acqua a bollire. Mette tutto a portata di mano per fare il caffè. Controlla che i biscotti fatti ieri siano ancora in alto nella credenza. Tira dentro dalla finestra il pentolino di latte fresco che le hanno portato pocanzi. La voce della ragazza che glie lo ha munto per il piacere di portarglielo è ancora nell’aria.

- Comare, vi ho portato un poco di latte, scendete.-

- Ma con questo freddo ti metti a venire?-

- E se non lo faccio per voi per chi lo devo fare?-

Si ricorda che deve scendere nel pollaio a prendere le uova fresche, ma sente tre colpi decisi e brevi al portone. E chi può essere a quest’ora? Apre una finestrella e si affaccia a vedere. È Carmela, la sorella di Ferdinando Raimo.

- Carmela che fai qua a quest’ora, che succede?-

Carmela è mezza scarmigliata, si tiene stretti i capelli con uno scialle.

- Comare, aprite, vi prego, presto. Scendete.- Rumore di zoccoli di legno per la scala interna. Scatti metallici di paletti. Il portone si schiude.

- Vieni dentro, fa troppo freddo. Vieni con me in cucina vicino al fuoco. Ma che è stato?-

- Chiamate Rosa, devo parlare a Rosa subito.-

Rosa si è svegliata. Esce dalla sua camera con addosso solo la veste da notte lunga di cotone.

- Carmela, sono qua, che succede? Ferdinando mi deve dire qualcosa?-

- Dovremo piangere più lacrime che quante anime ci sono in purgatorio. Rosinella, cuore mio, Ferdinando è scappato sui monti. Le Guardie Nazionali lo volevano portare soldato coi Piemontesi contro Franceschiello.-

 Ferdinando in fuga

Ferdinando, infilata la salita del Monnezzaro che porta fuori del paese ai boschi, correndo cerca di aggiustarsi addosso i panni, che gli sfuggono dalle mani tremanti di paura e di freddo. Supera la Serra e, attraverso l’Acqua delle Noci, si arrampica fino al bosco dell’Acqua Mieroli. Nella mente cerca di trovare una strada che lo porti lontano e l’unica possibile è quella che conduce nei boschi innevati del monte Terminio. Ma capisce che nella neve seguiranno facilmente le sue tracce e decide di girare a sinistra verso l’Acqua di Zia Maria, una zona che conosce bene e dove crede che non penseranno mai di seguirlo. Il castagno cavo, nel cui tronco giocava da bambino, lo accoglie ansimante e infreddolito, si pone la testa fra le mani, mentre le lacrime cominciano a scendere lungo le guance, a liberarlo da un incubo che non sembra vero, che non gli ha lasciato il tempo di capire. Torna indietro col pensiero. Tre anni di soldato a Napoli passati in un attimo e il ritorno a casa, dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico, che lo aveva fatto rinascere. I propositi di sposarsi e il desiderio di quella vanga che al confronto del fucile gli sembrava tanto leggera e amica.

Poi questo fulmine sulla testa del richiamo alle armi in quell’esercito che gli avevano insegnato a considerare formato da nemici capitali, e l’ordine di indossare quella divisa che nelle esercitazioni di attacco al nemico aveva perforato decine di volte con la baionetta. Un fulmine inatteso del destino che gli ha procurato brutti sogni, paure.

Le voci salgono da lontano nel silenzio e un brivido sale attraverso il suo corpo, facendogli drizzare i capelli, il cuore sembra impazzito e un tremore inarrestabile lo assale. Ritorna nell’albero accucciandosi  in un angolo e chiude gli occhi aspettando il peggio. Non vuole pregare, ne ha viste troppe in tre anni di guerra, attende sperando solo che non lo vedano.

Le tre Guardie Nazionali camminano lentamente, infastidite da un incarico di cui avrebbero fatto volentieri a meno. In un terzetto ce ne è sempre uno che di solito è il più loquace e non smette mai di parlare, la salita gli procura affanno, nonostante gli manchi il fiato martella i compagni. - Ma vi rendete conto che adesso siamo Italiani? non so che significa, ma deve essere sicuramente una cosa buona, se in tanti si sono dati da fare per arrivarci. Pensavo che bastasse essere volturarese per vivere tranquillo, ma se è necessario essere Italiani per stare meglio, sapete che vi dico? Viva l’Italia. Mio padre non si è mai mosso dal paese e ha sempre lavorato la terra, mio nonno la stessa cosa, io voglio fare altrettanto. Se essere Italiani è una cosa buona, ci daranno la terra gratis, se no a che ci serve l’Italia? Garibaldi ci ha portato libertà e mò ci porterà la ricchezza. Quelli che hanno nostalgia dei Borboni non li capisco proprio. Fino all’anno scorso chi comandava faceva legge, i Don ci trattavano come bestie e il Capourbano sembrava Napoleone Bonaparte, nemmeno un bicchiere di vino ti potevi fare senza il suo permesso. Oggi si parla di libertà e di uguaglianza, di terre e di sementi gratis, e allora ben vengano Garibaldi e Vittorio Emanuele. Qui lo si può dire ad alta voce, tanto non ci sente nessuno, giù in paese è pericoloso pure parlare. Il paese come al solito si è diviso in due. I furbi hanno capito che indietro non si torna e sono passati subito coi Piemontesi, mentre i nostalgici guardano indietro e non accettano la novità. Stavolta qualcuno fa una mala fine, ne sono sicuro. Prendete questo giovane che stiamo cercando, da quello che ha detto il nostro Capitano ha le ore contate, lo vogliono vivo o morto per dare l’esempio. Se lo prendono si fa minimo cinque anni di carcere, poveraccio, non vorrei essere nei suoi panni.

Ferdinando sente i loro passi allontanarsi e le loro voci perdersi nel fruscio del bosco, si alza e dal cavo dell’albero guarda intorno per vedere se ci sono altre guardie, poi ritorna a sedersi e aspetta in silenzio senza muoversi. Decide che forse non vale più la pena di costituirsi, sentite le parole di quel cretino. Sa che il circondario pullula di giovani come lui, scappati per non arruolarsi, soprattutto verso Montella e Acerno, e che unendosi a loro può sperare di cavarsela, o almeno di ammazzare un paio di Urbani prima di essere preso. Le ore passano lente, ma solo quando la prima oscurità arriva insieme alla nebbia dal Terminio decide di scendere verso il paese, per prendere il necessario che gli serve a sopravvivere sulle montagne. Scendendo verso valle, si disseta alla piccola sorgente posta all’inizio dell’Acqua di Zia Maria e, guardando l’acqua fredda nel palmo della sua mano, pensa che stare in montagna alla fine non è difficile, che qualcosa da mangiare o da bere la si può sempre trovare.

Le prime case del paese gli appaiono come qualcosa di ostile, come mai avrebbe immaginato nelle lunghe ore di guardia davanti alla caserma a Napoli. Allora sognava Rosa, pensava alle strette di mano dei suoi paesani in Piazza al suo ritorno e a quella domanda ripetuta cento volte senza aspettare una vera risposta:

- Allora, Ferdinando che si dice a Napoli?-

E lui a rispondere cento volte allo stesso modo:

- A Napoli ci sta il re, le navi nel porto, il mare e la regina Carolina. Che volete che si dica a Napoli. A Napoli i signori vanno a teatro in carrozza.-

E tutte le ragazzette e i monelli a corrergli dietro a fargli il verso:

- Allora che si dice a Napoli, Ferdinando? A Napoli ci sta la Regina Carolina?-

E poi tutta la sua famiglia riunita a tavola la sera. Pasta e patate, fagioli, qualche volta un poco di carne e un poco di vino. E ancora Rosa, la sua ragazza, in chiesa la domenica che si gira a guardarlo in mezzo alle amiche. Rosa che è vestita per la messa alla chiesa di San Nicola e il passeggio avanti e indietro in Piazza, con la camicetta  ricamata bianca, la gonna nera, lo scialle trapunto da uno zia suora, le scarpe della festa. Rosa che lo chiamava fuori dalla chiesa in mezzo alle amiche che ridevano.

- Ferdinando, ho preso un mozzicone di sigaro in casa, adesso mi devi far vedere che sei un uomo e te lo devi fumare.-

Lui non sa che fare, dice che non ha fuoco per accendere, se ne vuole scappare, ma le amiche gli mettono in mano i fiammiferi, lo zolfo gli brucia gli occhi e il fumo gli brucia la gola, tossisce, ride come uno scemo.

La voce del sergente napoletano lo caccia da un sogno a un altro. - Oh, cafone di fuori, ridi come uno scemo col fucile in mano, la guardia del re non deve ridere.-

Ma tant’è, ora non può permettersi sentimenti e nostalgie, che possono determinare la sua fine. Scende nel vallone della Serra, nonostante la nebbia si avvia spedito verso casa sua, dalla parte del retro per evitare eventuali brutte sorprese. Giovanni suo fratello se lo vede sbucare dall’oscuro e solo il suo sangue freddo gli impedisce di gridare, con un cenno degli occhi gli fa capire di dirigersi alla stalla che dà sul vallone, si mette contemporaneamente il dito sulla bocca per fargli capire di stare zitto. Ferdinando esegue l’ordine e aspetta in silenzio al buio l’arrivo del fratello.

- Nannì, la situazione è più grave di quanto pensiamo, ti vogliono usare come esempio per gli altri e non te la perdoneranno. Sentivo i discorsi in Piazza e nessuno, dico nessuno, era dalla tua parte. Non ho trovato una parola di conforto nemmeno da un cane. Tutti hanno paura di parlare e di dire quello che pensano. Il paese è stato preso in mano dai soliti, che adesso si vantano di essere Italiani, quando fino a ieri erano più borbonici dei Borboni.

Maledetti loro e la politica, noi fessi paghiamo per situazioni che non capiamo e che non ci interessano affatto. Sono andato da Sindaco, per chiedere perdono, facendogli capire il tuo stato d’animo, ma non ha voluto sentire ragioni. Lui che è sempre disponibile e comprensivo mi ha trattato in modo gelido. Ha cominciato a fare strani discorsi, che non ho capito, sul fatto che, per essere troppo buono con tutti, era stato minacciato di arresto da Avellino. E alla fine mi ha fatto capire che non poteva intervenire a tuo favore, perché il problema era di competenza della Guardia Nazionale e del suo Comandante. Quest’ultimo non ha voluto nemmeno ricevermi, anzi mi ha fatto maltrattare da quell’altro Caino del Capitano, degno figlio del padre, che ha minacciato di arrestarmi solo per il fatto di essere tuo fratello. Siamo rovinati, il paese è circondato dalle Guardie Nazionali, noi di famiglia siamo tenuti sotto continuo controllo negli spostamenti, da stamattina la nostra casa à presidiata dalla parte del Campanaro e non so come tu abbia fatto ad arrivare fin qui senza essere visto, figurati che hanno messo le guardie anche davanti la casa della tua fidanzata Rosa, per toglierti ogni mezzo di sopravvivenza. Non so che fare o che pensare, dimmi tu come dobbiamo comportarci.

Ma Ferdinando sa che il fratello la risposta la conosce.

- Quello che mi dici, purtroppo lo avevo intuito. Ma noi Raimo siamo di pasta dura e non caliamo la testa tanto facilmente. Ormai mi resta solo la montagna e la speranza che, come dicono, Franceschiello è davvero alle porte del Regno per riprendersi il trono dei suoi antenati. Solo se tornano i Borbone a Napoli ho speranza di cavarmela e, giuro, mi vendicherò di tanta cattiveria nei miei confronti. Per adesso ho deciso di andare alla macchia aspettando tempi migliori e sono ritornato apposta per prendere il necessario per sopravvivere. Andrò verso Montella, se non ci vedremo più, ricordami nei tuoi pensieri e sappi che morirò innocente.-

Per la scala interna sale al piano superiore e, preso il vecchio fucile del padre Sebastiano con un coltello e un poco di pane di granturco, indossa la sua vecchia cappottella. Tutta la famiglia gli è intorno in silenzio. Senza parlare abbraccia il padre, sua madre Annarosa, la sorella, sua cognata Carmenella, un bacio ai nipotini e ridisceso nella stalla con il fratello si allontana nel vallone scomparendo nella notte.

I primi giorni gli passano con una strana sensazione di malessere, dovuto allo smarrimento di doversi nascondere senza aver commesso alcun reato, ma l’esigenza di dover provvedere al proprio sostentamento prende il sopravvento, facendo appello a tutte le sue energie decide di andare a stabilirsi sul monte Costa. Si è trovato un riparo addossato a un terrapieno, è un pagliaio fatto a cono tipico di questi boschi, per adesso vi trascorre le notti ben nascosto, coperto di zolle erbose . Come gli animali del bosco impara a nascondersi di giorno e a muoversi di notte. A volte scende fino a valle nelle campagne e qualche gallina ci lascia le penne. I giorni passano lenti e un mormorio popolare sottovoce incomincia a parlare di un’ombra che vaga per sfuggire a una giustizia ingiusta. Capiscono tutti e subito di chi si tratta e non c’è una masseria che di notte non abbia sull’uscio un pezzo di pane o di formaggio, a volte un salame o una bottiglia di vino. Gli sembra facile sopravvivere intorno a Volturara guardandola dall’alto e commuovendosi per la semplicità e la disponibilità della sua gente. Ma nonostante l’omertà, le mezze parole e le piccole allusioni mettono in guardia il Capitano, che nei suoi frequenti giri per il paese alla ricerca di notizie su Ferdinando Raimo non tralascia nessun indizio o informazione. Intuita la situazione, ordina un cordone notturno di Guardie Nazionali in modo da impedire qualsiasi collegamento tra la popolazione e quello che ormai è definito il brigante disertore; nello stesso tempo fa seguire ogni movimento dei suoi familiari ed esercita controlli su chiunque va per legna nei boschi. Costretto in montagna, il disertore si dovrà arrendere per fame. Ferdinando deve limitarsi a farsi dare il cibo dei lavoranti che salgono alla montagna, ma è ben poca cosa. Le sue improvvise apparizioni con il fucile spianato a fermare i poveracci che vanno a cercare legna nei boschi creano terrore e fughe scomposte, alla fine il magro bottino si risolve in un pezzo di pane e qualche volta nemmeno in quello. In compenso si crea un clima di timore tra la popolazione e fa capire il suo raggio d’azione alle Guardie Nazionali. Una situazione nsostenibile e pericolosa, che lo stesso Ferdinando capisce. Decide allora di allontanarsi da Volturara per un po’ di tempo e prese le ultime provviste si dirige verso l’interno, ai monti del Terminio.

Volturara Irpina nell'800

Volturara Irpina è poco più di un villaggio con qualche migliaio d’anime, situato tra le montagne della profonda Irpinia. D’inverno la neve e il gelo possono provocare un isolamento quasi totale dal resto del mondo. Tutto questo dovrebbe fare dei suoi abitanti una tribù compatta, pronta a soccorrersi l’un l’altro o a difendersi unita contro le intrusioni esterne, a perseguire infine un’idea di prosperità e benessere. Ma ahimè, il volturarese ai tempi del nostro racconto cova odio e rancore verso chiunque gli abbia fatto un torto, mancato di rispetto o arrecato danno, sia questo anche il vicino o il consanguineo. E le occasioni non sono mancate. Il volturarese di questo tempo non si sente appartenere al suo villaggio, ma alla sua parte, composta dalla sua famiglia allargata, di alcuni amici e talora di soci in affari o in ruberie, di affiliati a qualche setta o partito politico. La compattezza sociale è scarsa, il piccolo paese è diviso in caste e piccole tribù. Ci risono i notabili, i piccoli possidenti, gli avvocati, il notaro, il farmacista, i medici e poi gli impiegati comunali, le guardie, i mezzadri, infine i braccianti analfabeti. L’odio e il rispetto si mischiano e si alternano, in modo inestricabile e incomprensibile per chi non appartiene a questo piccolo mondo lontano.

Al tempo di Ferdinando Raimo, il protagonista del racconto, il regno dei Borbone nelle Due Sicilie è alla fine. Giuseppe Garibaldi è sbarcato in Sicilia con i Mille, ha traversato la Sicilia da vincitore, quindi passato lo Stretto è arrivato a Napoli. Da Napoli la regina Sofia e Francesco I, detto Franceschiello, se ne scappano in carrozza alla volta delle Fortezza di Gaeta, vicino al Papa amico. Le notizie di questi sconvolgimenti arrivano incerte e in ritardo sulle montagne dell’Irpinia. E poi i volturaresi sono scettici, altre volte i Borbone scacciati sono tornati. A Volturara Irpina si zappa con più fatica che altrove, il clima è aspro, la terra è dura. La terra è la sola attività del contadino che parte soldato. Se torna offeso dal campo di battaglia, può essere un uomo peggio che morto. Vivrà della compassione di parenti e amici, suo compagno il bicchiere di vino.

I soldati borbonici, come il nostro Ferdinando, prima sbandati e poi tornati a casa, non sono gli stessi uomini che sono partiti.

Hanno visto il fratello finire il fratello ferito sul campo per non farlo soffrire, i feriti gravi abbandonati nella ritirata, l’orrore degli ospedali. Hanno assaggiato il piacere proibito del saccheggio, uscire da una casa con le mani piene di ori e senza fatica. Parlando con i migliori degli ufficiali, qualcuno di loro ha imparato che in altri parti del mondo le cose vanno in modo diverso. Qualche altro ha trovato scampo temporaneo in un convento e ha sentito i discorsi di frati maneggioni, ma anche di umili santi, ha sentito predicare l’uguaglianza. Hanno sparato e usato la baionetta, sanno che se tornano in battaglia la prossima volta toccherà a uno di loro finire a terra nel sangue proprio. Il ragazzo contadino di Volturara è il soldato che tutti i comandanti vorrebbero avere. Resiste a ogni marcia con ogni tempo, è abituato a correre a piedi nudi sui sentieri sassosi, porta qualsiasi peso come un somaro. È forte, fiero, senza paura ma disposto alla disciplina, perché abituato alla sottomissione al padrone della terra che zappa. Spesso non ha bisogno di imparare a sparare ed è ottimo tiratore, le cartucce costano e gli animali selvatici non sono mancati al primo colpo da chi ha fame. Se non sa sparare lo si addestra presto al tiro, i suoi riflessi sono rapidi, da ragazzetto va in giro con gli amici negli stagni a catturare rane. Sa prendere una serpe con le mani giusto sotto la testa che porta i denti velenosi, la mostra agli amici e va ad affogarla ridendo. Mangia volentieri tutto quello che trova nel rancio. In battaglia uccide il soldato nemico come una cosa naturale. Nel suo territorio il soldato diventa brigante, se la malasorte fa per lui questa scelta.

Il brigante Cicco Cianco

Un paesaggio irreale e freddissimo, una distesa bianca solcata ogni tanto da orme di animali selvatici. Ferdinando passa il tempo a seguirle sulla neve, mentre gli occhi vagano alla ricerca di un luogo dove potersi fermare a dormire. Ha paura dei lupi che a branchi vagano in cerca di cibo e che di notte diventano pericolosissimi. In alto verso la vetta non può andare, perché la neve è alta quasi un metro, deve mantenersi nelle zone basse e seguire un percorso quasi obbligato, per non cadere in uno dei tanti burroni di cui è pieno il Terminio. Sale all’Acqua delle Logge e attraverso la Valle della Rena scende a Verteglia, luogo dove tutti gli sbandati della zona trovano facile rifugio. Un vecchio capanno sembra essere fatto apposta per ripararlo dal freddo e dalla stanchezza del cammino fatto. Vi entra e chiude l’ingresso con della legna trovata all’interno. Si siede per terra con il fucile tra le mani e aspetta la sera che avanza lentamente. Lunghi ululati in lontananza incominciano a squarciare il silenzio e sembrano accerchiarlo nella sua solitudine. Paure ancestrali salgono dalla punta dei piedi e, attraversando con un fremito il corpo, gli fanno pulsare le tempie e scoppiare la testa. Un turbinio di immagini e voci lo sconvolgono e gli fanno ripercorrere, ancora una volta, gli avvenimenti vissuti. Su tutto le parole di suo padre Sebastiano - Noi Raimo siamo condannati a essere maltrattati da chi comanda a Volturara, ma ci sarà un giorno in cui in un modo o nell’altro dovranno strisciare come vermi ai nostri piedi; ci odiano perché non caliamo la testa come gli altri pecoroni e sappiamo sopravvivere del nostro, senza calare il cappello e gli occhi al loro passaggio. Dimenticano che veniamo da lontano, dimenticano che abbiamo dimostrato di saper morire da uomini e non di vivere da conigli.-

Un ululato appena fuori del capanno gli fa dimenticare ogni angoscia e desiderio di vendetta, pronto col fucile guarda da una fessura tra le tavole di legno che fanno da pareti. E’ una lupa venuta a riprendersi i lupacchiotti curiosi e girovaghi, ne tiene uno con delicatezza tra le zanne e ringhia ai fratellini per spingerli al ritorno nella tana. Finalmente tormentato sonno libera Ferdinando da tanti pensieri, ma dura poco. Alle prime luci dell’alba, infreddolito e preoccupato, si affaccia sull’uscio per rendersi conto del territorio. Si lava la faccia con la neve e perde i suoi occhi in lontananza per decidere sul da farsi. Deve procurarsi da mangiare, ma non è facile in quella immensa distesa bianca. Si sposta verso il basso e con somma sorpresa vede in lontananza una grossa capanna da cui esce un filo di fumo. Non sa che fare, ma deve rischiare, non può restare senza far niente. Il fumo sicuramente indica un rifugio di pastori, non sarà difficile chiedere e avere ospitalità. Sa anche che non deve mettere paura a chi sta dentro, per evitare reazioni sconnesse che possono procurare guai. Decide di dire che è un cacciatore di cinghiali, perso sulla montagna, ma una voce alle sue spalle suona improvvisa e imperiosa. - Ehi ragazzo, che diavolo vuoi, che ci fai qua, chi sei? Se non vuoi morire butta a terra il fucile e voltati lentamente.-

Ferdinando si irrigidisce nella paura e butta il fucile a terra, alzando le mani in alto come per arrendersi, non vuole morire. Si volta e vede che non sono le Guardie Nazionali, come aveva

pensato, ma tre individui sconosciuti dall’aria decisa. Incomincia a balbettare qualcosa, ma come risposta riceve il calcio di un fucile nel fianco e l’ordine di stare zitto e di seguirli. Si avviano lentamente verso la capanna, Ferdinando incomincia a capire diavere a che fare con dei briganti che sicuramente lo uccideranno senza pietà. Decide di aspettare la fine con fermezza, anzi nella sua mente incomincia a farsi strada l’idea che forse è meglio farla finita, piuttosto che continuare a vivere in quel modo. Lo spingono nella baracca e la scena che vede lo lascia interdetto. Un fumo che toglie il respiro, intorno al fuoco sul quale bolle un pentolone pieno di carne ci sono cinque personaggi strani con barbe lunghe sotto cappellacci a falda larga, con pistole alla cintola e pantaloni alla zuava ficcati dentro gli scarponi pieni di chiodi sotto alla suola. Quello che sembra il capo comincia a ridere, battendo tutte e due le mani sulla schiena del suo vicino, prende in giro i nuovi arrivati.

- Imbecilli, io mi aspettavo un cinghiale o una lepre. E voi che mi portate? na’ pagliuchella, una pagliuzza di uomo. Ma dove lo avete preso? invece di ucciderlo me lo portate qua in pompa magna? venticinque volte cretini, abbiamo tanti problemi e voi invece di risolvere, me li aumentate. Fosse almeno uno ricco, ne avremmo ricavato qualcosa, ma da come si presenta questo mi sembra un pezzente e pure fesso.-

- Era armato, Ciccocià, risponde uno dei tre, la neve cancella le tracce, con questa neve non potevamo sapere chi era e dove andava.-

Il cpo brigante ora rivolto a Ferdinando, continua

- Pagliuchè, ora devi dirci tutto, chi sei, da dove vieni e dove stavi andando, se vuoi continuare a campare.-

Il giovane racconta la sua storia con aria grave di uno che ha paura di essere arrivato all’ultima stazione della vita e si aspetta qualche azione feroce da questi briganti. Ma il racconto e l’aria impaurita di Ferdinando hanno messo tutti di buonumore. Le risate sono generali e fragorose. Cicco Cianco seduto su di uno sgabello, alza la mano e provoca il silenzio.

- E bravo lo toralese. Sei coraggioso e scaltro. Puoi restare con noi a combattere le guardie e i carabinieri. Pagliuchè, ti metteremo però alla prova e se non sei buono ti sparerò io stesso alle spalle. Adesso riscaldati al fuoco e mangia con noi. Oggi si può, domani chissà. Ti premetto che i volturaresi mi stanno sulle scatole. perché sono ignoranti e cafoni, ma tu puoi servirci per agire sul tuo territorio che conosciamo poco. Da oggi sei anche tu un brigante, pensi di esserti salvato, ma da oggi riperdi di nuovo la tua vita, perché non farai una brutta ma una bruttissima fine, come tutti noi. La nostra è una via di non ritorno che si concluderà nel sangue, ma prima di distruggerci la dovranno pagare cara. Il territorio ci protegge, da qui a Calabritto abbiamo venti rifugi, e finché c’è guerra da qualche parte ci lasceranno tranquilli, ma se cade Gaeta come si dice in giro e i Piemontesi prendono il potere in mano definitivamente, abbiamo poche speranze di salvarci. La voce nei paesi dice che una flotta inglese, alleata ai Piemontesi, è pronta a sbarcare a Manfredonia e a Gaeta, dobbiamo sperare in un miracolo che forse non si verificherà mai. D’altronde gente come noi è considerata da tutti carne da macello da eliminare, perché costituiamo un pericolo per la tranquillità dei galantuomini e chiunque comanda per prima cosa tenderà a eliminarci. Ma prima che ci eliminino completamente dobbiamo farli tremare di paura e dobbiamo succhiar loro il sangue fino alle ossa. Continueremo a rapire i più ricchi e solo se ci pagheranno li rilasceremo. Il mio sogno è di andare a morire di vecchiaia lontano da qui. Se avremo tanti soldi potremo scegliere: o ci compreremo il potere e ce ne stiamo qua liberi, o scapperemo in qualche altro mondo che sia più ospitale di questo. Si dice che nelle Americhe c’è posto per tutti e libertà di fare tutto quello che uno pensa e vuole, senza che nessuno gli chieda conto del passato, senza ricordi. Se fosse vero sarebbe proprio una bella cosa. Ma basta con le chiacchiere, caro Pagliuchella, benvenuto in mezzo a noi e che Dio te la mandi buona. Per un’altra ventina di giorni pensiamo a mangiare e a divertirci, poi verrà la primavera e penseremo sul da farsi.

Entreremo in guerra con tutti e chi si mette contro di noi vuol dire che avrà vita corta.-

Pagliuchella diventa brigante

Sul pianoro di Verteglia la vita dei briganti si svolge secondo un rituale consolidato. Eseguono pattugliamenti a due o a tre, per controllare il

territorio e impedire che le guardie li sorprendano all’improvviso.

Con l’arrivo di quello che ormai tutti i briganti montellesi chiamano Pagliuchella, i pattugliamenti arrivano a spostarsi fin sotto l’Acqua delle Logge in territorio di Volturara e a volte fin al Cretazzuolo, da dove si vede splendere in basso tutta la bellezza selvaggia del lago Dragone pieno d’acqua e di uccelli di ogni tipo.

Pagliuchella impara in breve tempo l’arte della guerriglia e degli spostamenti nelle montagne. Capelli lunghi su una folta barba nera, cappellino con visiera sulla fronte, camicia aperta sul petto e pantaloni infilati in stivali da soldato borbonico, cappottella corta sempre aperta: nemmeno suo fratello Giovanni lo riconoscerebbe con quel fucile sempre in mano e la pistola alla cintola.

La voglia di rivedere la sua famiglia e la sua fidanzata è come una lama nel cuore che sembra piegarlo, ma la paura che i suoi familiari possano essere maltrattati per la sua fuga come complici lo frena. Ferdinando Raimo è morto, ingiustamente, ma è morto.

Ormai per tutti è Pagliuchella e i volturaresi dovranno imparare a conoscerlo bene a loro spese. L’unica vendetta è uccidere il più possibile di quelli che si sono resi responsabili delle sue sventure, senza essere riconosciuto da testimoni. All’occasione solo due parole prima di sparare ‘Sono Ferdinando Raimo, mi conosci? Chi semina chiodi, dovrà camminare con le scarpe di ferro, pensa, guardando con penosa sofferenza, dalla sommità del Monte Costa la Piazza di Volturara sotto di lui,. in quella fresca mattinata di fine marzo del 1861. Le persone sono piccoli punti che si muovono avanti e indietro nel passeggio abituale, dai movimenti che compiono gli sembra di riconoscerli tutti. È Pasqua, un coro di voci e suoni sale alle sue orecchie come un vento tiepido, procurandogli sensazioni struggenti. Sono le voci e il rumore del popolo che si prepara alla festa e che nelle sue molteplici diverse componenti si unificano, in una armoniosa melodia che si innalza sulla vallata e si disperde nel vento. Pensa a Rosa, ormai persa, che oggi gli avrebbe portato il canestro pieno di taralli, salami e formaggi, secondo l’usanza, e a sua madre che dopo la messa avrebbe preparato il sugo pieno di carne, così saporito, nel quale lui avrebbe calato il pane di nascosto prima di pranzo, sapendo che lei lo avrebbe sgridato benevolmente. Cicco Cianco gli mette la mano sulla spalla distogliendolo dai suoi pensieri, gli parla e parla anche a se stesso.

- Ragazzo, così muori prima del tempo, devi uccidere il tuo cuore, noi lo abbiamo fatto da tempo e stiamo bene. Per tutti siamo bestie animalesche e come tali dobbiamo comportarci. La legge della sopravvivenza ci impone di pensare solo a noi stessi, se no ci fottono. Io non voglio morire per far fare bella figura a chi rappresenta la legge e la legalità, ma poi uccide più di noi. Ho ucciso e non merito pietà, me ne fotto di Garibaldi e di Franceschiello, voglio solo restare vivo e sarei capace di uccidere tutti i tuoi compaesani a uno a uno per restare vivo. Se non capisci questo vattene da noi, so già che ti prenderanno in due ore e vedrai che ti squarteranno se possono.-

Ferdinando è rasserenato, si sente persino di contraddire il capobrigante. Dimostra una conoscenza inattesa della storia.

- Ciccocià, ti sbagli, i volturaresi non sono così cattivi come li dipingi, sono solo mi-faccio-il-mio-interesse. Io sto pagando perché appartengo alla classe dei fessi. Come me hanno già pagato altri e altri ancora a venire saranno sacrificati agli interessi di chi comanda. Per mantenere il potere, i cascettoni della Piazza devono, dimostrare la loro adesione al nuovo governo e se non ammazzano qualche fesso come me nessuno gli crede. Si stanno scannando tra di loro, pur di restare a galla, personaggi che sei mesi fa parteggiavano per i Borboni e che oggi sembrano essere nati Italiani da sempre. Mio padre racconta che cinquanta anni fa era la stessa cosa. Nel 1814, qua sotto la Costa, per conto dei Francesi uccisero e decapitarono uno, che aveva il solo torto di non volere andare a combattere per un esercito che considerava nemico. Un altro aveva vent’anni e non capiva niente di politica, lo costrinsero a diventare preda, cioè brigante, e poi gli tagliarono la testa, insieme a uno di Paternopoli, per dimostrare la loro fedeltà a Napoleone, mentre i loro amici con imbrogli non partirono mai per la guerra. I bussolotti per estrarre di chi doveva andare soldato contenevano sempre gli stessi nomi, oppure leggevano nomi che inventavano al momento, tanto chi di noi sa leggere? Io sognavo la zappa e Rosa, i Borbone mi hanno dato il fucile e con un fucile in mano mi ammazzeranno. Giusto trent’anni fa un altro Ferdinando Raimo, come me, passò lo stesso guaio. Era un lontano parente della mia famiglia e da piccolo sentivo raccontare spesso questa triste storia. Lo fecero partire al posto di un altro, che era parente del Capourbano, del notaio e del Sindaco di allora, parente pure di questo fetente di Capitano che mi sta dando la caccia per farsi bello. Quel Ferdinando Raimo pagava per il padre Giosuè, brigante del primo Ottocento, poi riabilitato. La famiglia fece ricorso al Sindaco, al Sottointendente e all’Intendente della Provincia di Principato Ultra, come si chiamavano allora, ma senza risultato. Dovette partire nel 1831 e morì l’anno dopo nell’Ospedale militare di Napoli.-

Un velo di lacrime solca gli occhi di Ferdinando, mentre parla. Cicco Ciancio ponendogli il braccio intorno alle spalle lo fa voltare, per distoglierlo da quel panorama che gli procura dolore e sofferenza. È commosso da quel ragazzo bravo di cuore che non riesce a dimenticare la sua natura e manda la navicella dei suoi buoni sentimenti a frangersi contro lo scoglio roccioso della realtà. Istintivamente gli vuole bene perché gli ricorda quando, e non è passato troppo tempo, anche lui era di buoni sentimenti e non la belva che le cose della vita e gli uomini hanno creato.

Le buone vicine di Rosa

Sussurri, saluti. Come ogni mattina Rosa è tornata a casa dalla chiesa. Le braccia della madre sono aperte come il suo sorriso.

- Rosa, figlia mia, vieni qua, guarda chi è venuto a trovarci, è comare Ersilia che ti vuole guardare la sorte nei fondi del caffè .–

Rosa a queste cose ci crede e non ci crede, ma non vuole offendere sua madre e la comare, che pur sempre è un’ospite. La predizione del futuro da parte di comare Ersilia è scontata.

- Vedo un bel giovane, col fucile, è vestito con l’uniforme da soldato dei Borbone. Sorride e bussa a questa porta. Vedo una chiesa piena di fiori, una bella carrozza con due sposi che vanno a Napoli.-

La madre di Rosa interrompe comare Ersilia per evitare che la previsione diventi troppo ottimistica.

- Lo vedi Rosa, la sorte tua è buona, ti sposerai presto a Ferdinando. Tuo padre e io ci venderemo le fedi e le lenzuola per mandarti in carrozza a Napoli in viaggio di nozze. Adesso vieni a mangiare qualche cosa. -

Rosa sorride, dice di sì, ma si stringe lo scialle alle spalle e china la testa. Non c’è solo commare Ersilia, le vicine e tutte le donne che la conoscono da bambina hanno fatto un cerchio di protezione attorno a Rosa. Non passa giorno che non ci siano visite

- Figlia mia bella, tu così ti distruggi e ci fai morire anche a noi. Devi avere fiducia, ma per ora ti devi rassegnare. Le cose piano piano vedrai che si aggiustano. Adesso vieni a mangiare qualche cosa di buono, che se Ferdinando ti vede così non ti si piglia più.-

È la madre, sono le zie, sono le vicine di casa che confortano Rosa. Rosa piange, non vuole uscire, vuole stare sola nella sua stanza, non vuole mangiare. Rosa esce solo di casa ogni mattina per andare in chiesa accompagnata da qualche amica. Le guardie e le spie fanno finta di non vederla, e cercano di non farsi vedere. Quando Rosa è fuori in chiesa, sua madre non nasconde la disperazione e l’odio.

- Proprio a questa povera figlia mia bella doveva capitare questa disgrazia, questa infamia. È un fiore e me la vogliono far morire, la devono pagare maledetti.–

 Rosa in chiesa

Anche oggi come sempre Rosa in chiesa col capo coperto dal velo nero singhiozza, guarda la Madonna, implora, minaccia, promette, fa voti. E’ in ginocchio su una panca di legno. Non è sola, ma è come se lo fosse. Le altre donne arrivate prime di lei, coperte di nero e con uno scialle anch’esso nero a coprire il volto, non le badano, ognuna è sola con la sua sofferenza. A quest’ora si viene in chiesa spinte da dolore e disperazione. Si viene a parlare con le anime dei propri cari, si chiede misericordia per loro o li si invoca perché intercedano. Non ci sono preti, è troppo presto. Si parla direttamente col Padreterno. Rosa percepisce una presenza. Ma nessuno l’ha seguita quando è uscita di casa, ne è sicura. D’altra parte chi mai può essere interessato alle sue visite in chiesa di prima mattina? Eppure un’ombra vestita di nero ha seguito Rosa.

- Rosa vieni, andiamo a casa mia. –

Rosa si alza, non fa domande, ha riconosciuto Anna Buonopane la moglie di Vincenzo Maffeo, il manutengolo di Cicco Cianco in paese. Tutti lo sanno, nessuno lo sa. La casa di Vincenzo Maffeo è al Freddano.

- Vieni Rosa siediti, sei tra amici, qua stai sicura. Ti faccio un caffè? Vuoi fare colazione, vuoi mangiare qualche cosa?-

Anna Buonopane cerca di fare il suo meglio nella parte di ospite. Rosa fa cenno di no più volte, non si siede. Da un’altra stanza si apre una porta e si affaccia in silenzio un ragazzo. Anna lo rimprovera con affetto.

– Michele che fai lì, vieni a salutare l’ospite.-

Michele guarda fisso Rosa, ma non si muove.

- È un ragazzo riservato - lo scusa Rosa. E poi a voce bassa

– È Michele, il figlio di Cicco Cianco. –

Il ragazzo stringe le labbra con orgoglio e soddisfazione. Anna riprende il tono normale.

- Michele vai di là a chiamare Vincenzo, digli che si sbrighi, Rosa è qua e non ha tempo da perdere.-

Passa un minuto o due e finalmente arriva Vincenzo Maffeo, invita Rosa ad abbracciarlo, la bacia sulle guance e comincia uno sproloquio.

- Cicco Cianco diventa sempre più forte. Tutti gli vogliono essere amici. Viene presto il tempo che scende in paese con la sua banda, e allora faremo….-

La moglie lo interrompe infastidita.

– Rosa ha poco tempo e tanti pensieri. Il discorso lo fai dopo. –

Rosa non riesce più a starsene in silenzio.

– Come sta Ferdinando, lo vedete?-

Vincenzo sorride, fa gesti nell’aria con la mano destra a significare “altroché se sta bene”. È contento di rispondere a Rosa.

– Ferdinando tuo sta bene, mangia, beve, pensa a te, parla solo di te. È un ragazzo che vale, magari un giorno o l’altro finisce che diventa capo-brigante e si fa la sua banda.-

A sentire che il suo Ferdinando potrebbe diventare capo-brigante, Rosa non si tiene più e comincia a singhiozzare. Anna l’abbraccia e si rivolge minacciosa al marito.

– Ma la vuoi finire si o no? Ferdinando non è un bandito, è un soldato del Re Borbone, che colpa ne ha quel povero ragazzo di come si sono messe le cose. Adesso si sposa la sua ragazza e se ne vanno a stare da qualche parte, fino a quando le acque si sono calmate.-

E Vincenzo finalmente capisce.

– Rosa vieni qua, siediti di fronte a me a questo tavolino. Ti spiego come dobbiamo fare per raggiungere Ferdinando.-

Biscotti all’anice

A Volturara Irpina ogni casa che non sia di povera gente ha una grande cucina con un camino e un forno a legna. Ai sei rintocchi del campanile di San Nicola la madre di Rosa si alzata con lo scuro per infornare i biscotti all’anice. Dopo pochi minuti il profumo dei biscotti all’anice infila lieve e vaporoso la porta della cucina, poi se ne va per ogni stanza. La madre di Rosa si volta come a seguirlo con gli occhi, poi sorride soddisfatta del risultato: i biscottini che ha appena sfornato sono croccanti colorati e profumati come devono essere. Sorride a se stessa, mentre con gli occhi della fantasia si aspetta di vedere la camicina della piccola Rosa spuntare sulla porta della cucina e sempre in silenzio ruotare attorno lo sguardo acuto, ma non ostante la piccola ladra spalanchi a più non posso i begli occhioni neri, non le riesce di vedere i biscotti che sono su un ripiano troppo alto per lei. Rosina si è tirata su dal letto e come sonnambula ha seguito il piffero incantato, il profumo dei biscottini all’anice, che come una brezza soave le ha incorniciato il visetto addormentato, sussurrando –Rosina, Rosinella bella, vieni presto che il sorcetto ti si mangia tutti i biscotti.-

Guidata dal fiuto infallibile del suo nasino, Rosina ha trotterellato verso il vassoio dei biscotti, non li vede, ma sa che devono essere lì. Allunga la manina e non trova niente, silenziosa la madre alle sue spalle ha spostato il vassoio e la prende a canzonare.

- Ah, bene alzata commarella. Il sorcetto ti si è mangiato tutti i biscotti, così impari a non dormire fino a tardi.-

Un odore di bruciato fa svanire la camicina bianca coi fiori rosa e costringe la madre di Rosa a lasciare il sogno.

- Il pane in forno, mi si brucia il pane in forno. Nessuno che venga mai a dare una mano la domenica mattina, con tutto quelloche ho da fare.- Ha gridato in modo che tutti la sentissero e spera che come al solito la figlia Rosa si tiri su dal letto e appaia sullaporta, spinta dai sensi di colpa.

Ma a quanto pare Rosa dorme ancora profondo. Meglio così. Negli ultimi giorni è più serena, mangia con appetito, anzi quasi con voracità, come in preda a richiami di primavera, e ha smesso anche di andare in chiesa tutte le mattine presto. Rosa, bella della mamma, dormi. Rimani a letto che fuori ti prendi un malanno, hai bisogno di riposo. La Madonna li sa i guai tuoi e vedrai che ti aiuta. Lasciamola dormire, deve rifiorire. Ma passa ancora un’ora e Rosa non si sente e non si vede.

- Adesso vado su e la sveglio io. -

Prende il vassoio coi biscotti e bussa alla porta della figlia col piede.

- Rosina, Rosinella, ci vogliamo svegliare?-

Niente.

Muove la maniglia col gomito e si affaccia. Il letto è vuoto e rifatto.

Entra, guarda intorno. Che si sia messa a giocare come quando era piccola, nascosta nell’armadio? Pare impossibile. Posa il vassoio sul letto e apre l’armadio dei suoi pochi vestiti. Vuoto.

 

Turno di guardia

Il figlio di Immacolata, Errico Manganaro detto Sciacquarulo, se ne sta col fucile in mano appostato vicino alla casa di Rosa, la fidanzata di Ferdinando Raimo. La campana della chiesa ha suonato cinque volte, è scuro e fa freddo. Ha ricevuto gli ordini - Tu sei abituato a camminare a piedi scalzi e noi ti diamo anche gli scarponi. Sei abituato a stare in campagna col gelo, sei un contadino. Ti mettiamo al secondo turno di notte. Appena fa chiaro viene il sostituto. Ma stai attento, devi riferire tutto. E se vedi Ferdinando il disertore, prima spara e poi dici altolà.- Questo gli ha detto il superiore.

- Ma che mi voglio sparare,- pensa Errico Manganaro.- Io voglio zappare e farmi i fatti miei. Mi sono fatto arruolare per l’inverno, ma adesso pare che Franceschiello se ne scappa e la guerra è finita. Me ne torno a zappare.-

E figuriamoci poi se si mette a sparare contro la casa di Rosa. Ragazzetto bussava al suo portone, chiamava sua madre.

- Comare, ohi comare, vi ho portato la legna, aprite.-

Invece era Rosina a socchiudere il portone. Indossava una sottanina bianca coi fiori rosa e verdi. Si gingillava con una catenina d’oro, ma sottile sottile.

- Erricuzzo, ma che fai? Sei un somarello che porti le fascine per il fuoco? -

E appena lui faceva per prenderla, lei gli chiudeva il portone in faccia svelta come una leprotta. E rideva, rideva, al riparo dietro il portone.

La madre di Rosa tratteneva le risate.

- Erricuccio ti ringrazio. Tieni qua ci sono i biscotti all’anice e, non dare retta a quella scema di mia figlia Rosina.-

Gli buttava un cartoccio dalla finestra.

- Aspetta non te ne andare, vedo se trovo del trinciato per tuo padre.-

E andava in cerca degli avanzi di pipa e mozziconi di sigaro messi da parte.

Ma Rosa era salita su uno sgabello e aperto uno spioncino del portone lo sbeffeggiava.

- Mamma non glie ne dare. Erricuccio il tabacco se lo fuma lui e dopo gli viene la tosse.-

Fa freddo stanotte, lo scuro non se ne vuole andare, un freddo cattivo allunga la notte. I brividi riscuotono il sodato Erricuccio e fanno svanire la piccola Rosa. Errico Manganaro si sta domandando da dove diavolo ne vengono questi Piemontesi e se è vero che il nuovo Re Vittorio Emanuele gli darà un pezzo di terra e un sacco di sementi.

Mi sto addormentando - pensa.- Il freddo mi congela la testa, ho sognato il portone di Rosa che si apre, Rosa che esce e si porta sulle spalle due fagotti fatti con due coperte arrotolate piene di toppe.

- Rosa, Rosina, ma dove vai, sei uscita pazza?-

Fa per muoversi, ma lei lo respinge al muro.

- Zitto Erricuccio, ti devi stare zitto.-

Rosa e Ferdinando. Addio al paese

Addio alla mia dolce casa. Addio al dolce parlare di niente, riuniti la sera al camino. Verrà con me la mia anima? Quale ali di rondine si muovono per spingere l’aria e ansiose fuggono al nido, rifugio tra i rami spinosi, tale la brezza che punge apre e chiude la nera mantella di Rosa che sale ai monti. Dietro ogni cespuglio si nasconde la spia, dietro ogni nuvola gli artigli dello sparviero sospeso nell’aria.

Il brigante Ferdinando si è fatta la barba e tagliati i capelli da soldato. Ora scende cauto verso Rosa, la vede, mette a terra fucile e cappello. L’America li aspetta. Ferdinando e Rosa hanno parlato tutto il giorno, lei fa cento volte le stesse domande. Ora sono soli col camino rovente nella capanna, lei ricomincia.

- Ferdinando, ma senti una cosa .-

- Che c’è Rosina?-

- Ma in questa America dove ce ne dobbiamo scappare ci stanno le fontane con l’acqua nella Piazza?-

- In America ci stanno i fiumi grandi come il mare a Napoli. Non hai sentito Cicco Cianco, quando lo diceva? Cicco Cianco tiene chi lo informa, quando ha sistemato le cose ci viene pure lui in America. –

- Ferdinando, ma che sono questi fiumi-?

- Quando stiamo in America li vedi.-

- E il mare, com’è il mare?-

- Il mare te lo vedrai dal bastimento. Settimane di mare, solo mare .–

- Ferdinando, ma non possiamo prendere una carrozza per andare in America? Magari ci sta una strada da qualche parte. Se si allunga un poco non fa niente. Che fretta abbiamo di andare in America.–

- Rosina per le strade ci stanno i Piemontesi, prima stiamo sul bastimento e meglio è .-

- Ferdinando, ma tu poi sei sicuro che in America ci stanno i ciucci, i somarelli? Non è che poi dobbiamo andare per tutta l’America a piedi? E la legna per il fuoco e il forno chi ce la porta?-

- Rosina in America ci sta la gente con la faccia rossa che va sempre a cavallo, non hai sentito Cicco Cianco quando lo diceva?-

- E la legna per il fuoco ce la portano loro? Quelli con la faccia rossa?-

- Rosina, in America c’è la terra, tanta terra, tu cominci a zappare, cammini e cammini ma rimani sempre sulla tua proprietà. Adesso riposati che domani mattina ti alzi presto.-

- Non mi voglio riposare, voglio sapere se Sant’Antonio ci protegge anche in America.-

Rosa tira fuori dal seno la medaglietta del santo e la bacia.

- Ma non lo sentivi il parroco, Don Marino, in chiesa? Sant’Antonio sta dappertutto, vede e provvede. Sant’Antonio viene in America con te, basta che non ti perdi la medaglietta.-

- Ma se Sant’Antonio sta qua, come fa a stare anche in America col mare in mezzo? E se invece viene con noi, chi la protegge la famiglia mia? Ho lasciato la casa mia senza dire una parola, mia madre sarà una pietra bagnata di lacrime. –

- Questo dovevi fare. Tua madre capirà che era destino. Quando saremo sul mare, Cicco Cianco farà sapere tutto alla tua famiglia.

A tua madre scriveremo, la faremo venire in America dopo che ci siamo sistemati.-

Rosina non si convince.

- Ma insomma Sant’Antonio dove sta? Rimane qua o viene con noi in America?-

Rosina non è poi tanto una bambina da fare domande così ingenue, ma si diverte a tormentare Ferdinando. Vuole essere rassicurata, vuole sapere. Soprattutto vorrebbe convincere Ferdinando a non andare in America, a stare nascosto in qualche masseria di parenti in campagna. Il tempo passa e la gente si dimentica di Ferdinando brigante.

Ma Ferdinando indietro non può tornare. Si diverte a sua volta a prendere in giro Rosina.

- Sant’Antonio ha un Fratello in America, santo pure lui. Qua la famiglia tua la protegge Sant’Antonio. In America a noi ci protegge questo suo Fratello.-

- E la lettera a mamma mia chi la scrive? Tu sì e no sai fare la firma e i saluti. E come ci arriva qua la lettera dall’America col mare di mezzo?-

- Madonna mia, la lettera la porta a Napoli il bastimento quando torna indietro. E poi da Napoli la portano in carrozza fino a Volturara.-

- Si, ma la lettera a noi chi ce la scrive? Quelli con la faccia rossa?-

- Non ti dare pensiero. Ce la facciamo scrivere dal Fratello di Sant’Antonio. Una bella lettera benedetta. Sei contenta? Adesso attizzo il fuoco e ti metto un’altra coperta addosso. Statti zitta e dormi.–

- Ferdinando, solo un’ultima cosa. –

- Che vuoi?-

- In America li fanno i caciocavalli? -

Una ragazza di Volturara può rinunciare a tutto, ma al formaggio Caciocavallo, aspro e duro, mai.

Silenzio. Passano pochi minuti da sotto tre coperta di lana ruvida e arriva una vocetta addormentata ma decisa, ancora Rosina.

- Ferdinando, io domani in convento non ci vado. Non ci sto in mezzo alle monache. Io rimango qua con te. -

- In convento ci devi stare solo per pochi giorni. Poi ce ne andiamo a Roma per la via di Napoli, da Roma andiamo in America. A Roma ci protegge il Papa, che è amico di Franceschiello. In questo rifugio non ci puoi stare. Possono arrivare le Guardie Nazionali da un momento all’altro e intorno ci sta ancora la neve. Dormi.-

Ma Rosina non vuole dormire.

-Ferdinando fa freddo, attizza il fuoco.-

Lui va e getta legna nel camino, ma quando torna a lei si stende più vicino.

-Ferdinando, non mi devi toccare, è peccato.-

-E chi ci vede?-

Lei mostra ancora la medaglietta sacra.

- Sant’Antonio ci vede e non ci protegge più se facciamo peccato, ci fa pigliare dai Piemontesi.-

-Ma che ne vuoi sapere tu dei Piemontesi? E poi Sant’Antonio è andato a trovare il fratello in America. Poi torna, non ti preoccupare.-

Lei si avvolge stretta nella coperta.

-Rosina, non hai sentito? Sono i lupi qua fuori.-

Lei si getta su Ferdinando, si fa stringere, a se stessa sconosciuta.



 



 

 Rosa va in convento 

Rosa deve rassegnarsi al convento, in attesa che Cicco Cianco trovi i complici che renderanno sicura la fuga. Un convento di monache è da sempre considerato il rifugio più sicuro e discreto. Ma questi sono tempi particolari e il convento vi si deve adattare. Vediamo.

Suor Antonietta e il caporale 

- Ehi, voi, chi siete? Vi manda Delacruà? Fatevi conoscere. –

La figura femminile che ha parlato sottovoce porta un abito nero lungo che la copre completamente. Una ampia mantella scura la protegge dal freddo terribile. I capelli sono raccolti sotto uno scialle, sempre nero, che le copre tutto il viso meno due occhietti neri e sospettosi. Sotto un braccio porta una larga cesta di vimini piena a metà di uova fresche. Le risponde una voce cauta ma decisa, con un accento buffo mai sentito da queste parti.

- Sono il caporalmaggiore Luigi Viglino di Cuneo, aiutante di campo del luogotenente generale Delacroix.-

- Ma che bei baffetti biondi che porta questo caporale. E poi è così alto. L’altezza è mezza bellezza. Peccato che parlano così strano questi piemontesi: sembrano poveri disgraziati che si lamentano sempre.– Questo pensa la donna in nero prima di rivolgersi di nuovo allo sconosciuto.

- Avete niente da dirmi da parte di Delacruà?-

Luigi Viglino si slaccia la mantellina e porta la mano destra alla tasca interna, con la sinistra fa un segno educato alla donna di aspettare e tacere. Una busta di cartoncino pregiato avorio col sigillo di ceralacca e uno stemma passa con delicatezza e circospezione da una mano all’altra e si nasconde infine sotto le uova.

- E voi come vi chiamate, bella madamina? –

- Suor Antonietta da Montemarano.-

- Vorreste venire con me a Cuneo, suor Antonietta?-

- Siete uscito pazzo? E non vi avvicinate. Non lo sapete che se un piemontese mi tocca resto scomunicata?-

- E a parlare con un piemontese non restate scomunicata?-

- Fatevi i fatti vostri, Luigi Viglino, e statemi bene.-

- Sarò qui tutte le mattine di pattuglia a quest’ora per aspettare la risposta. Ora devo tornare alla squadra che ho lasciato.-

I due con molta buona volontà si fanno un reciproco inchino e muovono in direzioni opposte. È ancora scuro, l’aria è umida. Durante la notte si è alzata la nebbia, l’organizzazione del convegno segreto è stata perfetta. Il caporalmaggiore ha condotto la squadra al limite dei campi di granturco dove si trova la masseria convenuta. Da parte sua suor Antonietta se ne è uscita dal convento diretta alla stessa masseria, per raccogliere quante più uova fresche. Col cannocchiale di cui è stato dotato Luigi Viglino osserva i movimenti della suora, disperde i soldati a perlustrare in varie direzioni e da solo muove deciso alla masseria ove ora si è concluso il passaggio di mano di una lettera. Quelli della masseria non hanno visto e sentito: le uova fresche sono state pagate bene.



 

Un passo indietro. Il primo incontro di Eleonora e il generale 

La badessa Eleonora aspetta con ansia assai malcelata il ritorno di suor Antonietta in convento. Eleonora è entrata, per meglio dire è stata spinta tra lacrime e grida, nelle mura di pietra del convento a quindici anni. Da allora di anni ne sono passati venti, senza che un giorno non sognasse di scappare. Eleonora si guarda e si rimira allo specchio, cerca di capire se è bella, se può ancora piacere. Ha incontrato Delacroix per un caso inatteso e fortunato: il generale piemontese cerca una sede per se e il suo comando, ha messo gli occhi su una dipendenza del convento e ha chiesto di affittarla. La badessa gli ha fissato un appuntamento nella dipendenza per trattare le condizioni di affitto, lei si presenta con quattro robuste consorelle, lui con l’aiutante di campo, il nominato Luigi Viglino.

- Emanuele Augusto Delacroix, luogotenente generale del Re Vittorio Emanuele.-

E si inchina.

La badessa sorride e si trattiene dal ridere. Ma che si chiamino tutti Emanuele questi piemontesi?

- Suor Eleonora Frebonia di Montemarano, badessa del convento delle Oblate Sacripantine.

E fa una riverenza.

Delacroix fa per baciarle la mano, ma lei arrossisce e si ritira.

- Ve ne prego, perdonatemi, le regole, le convenienze. Ma stavate guardando dalla finestra, vi piace il giardino?-

Una delle consorelle interrompe brusca l’idillio che sta per sbocciare.

- Perdonate, reverendissima madre, forse si dovrebbe parlare dell’affitto per prima cosa.-

Lei la fa tacere con un brusco cenno della mano.

- Sapete signor generale abbiamo un gelso nel giardino, un gelso coi bachi da seta, chi sa che un giorno non si possa tessere.-

E poi teniamo anche cocuzze, cetrioli e pomodori, pensano le consorelle. Stai attenta a non fare la zoccola madre superiora, che se tornano i Borbone ci murano vive nelle celle.

Il generale sorride, gentile e melanconico.

- È un giardino pieno di sole, un sole caldo che a noi manca in Piemonte. Posso chiedervi di mostrarmi questo famoso albero digelsi coi bachi da seta? Non avrete paura di me? Le badesse hanno fama di donne coraggiose.-

Suor Eleonora ha deciso rapidamente che nella vita la paura è cattiva consigliera e che se non esce oggi nel giardino il sole caldo non lo vede più. Indica Luigi Viglino alle consorelle.

- Tenete compagnia a questo valoroso piemontese, dategli qualcuna delle ciambelline che abbiamo portato, io accetto l’onore di mostrare il giardino al generale Delacroix nostro ospite.-

La coppia esce in giardino.

 L’orologio

Al secondo incontro Delacroix ha fatto un regalo a Eleonora. Si sono ritrovati nel giardino galeotto della dipendenza, col pretesto di definire alcune clausole del contratto di affitto per la residenza del generale.

- Ho qualcosa per voi Eleonora - dice con aria complice Delacroix.

Lei si limita a guardarlo sorridendo maliziosa. Delacroix estrae dal taschino del panciotto un orologio, una grande cipolla con tanto di catenella.

- Ecco Eleonora, tenetelo sempre con voi come pegno della nostra amicizia. È di metallo, ma il coperchio è argentato. Purtroppo non segna sempre l'ora esatta, perché ha preso un colpo in battaglia contro gli austriaci. Vi prego prendetelo. Un giorno forse lo faremo riparare dal nostro orologiaio di fiducia a Porta Nuova a Torino.-

Eleonora vorrebbe saltargli al collo e baciarlo, si contiene. Adesso ha un orologio. Vede già le facce piene di meraviglia e invidia delle consorelle, quando lo mostrerà, ma sarebbe meglio rinunciare alla soddisfazione, quelle sciagurate meno ne sanno e meglio è.

- La regola ci vieta di accettare doni personali, ma sarà un segreto tra noi due.-

Eleonora prende con grande delicatezza il cipollone che Delacroix le porge, sfiorandogli appena la mano. Lo rimira, fa dondolare la catenella, lo rigira e vede una scritta illeggibile sul retro. Ora guarda Delacroix con aria di dolce rimprovero.

- Posso osare chiedervi cosa sono questi segni indecifrabili? Forse la dedica di una dama torinese?-

Delacroix assume l’aria innocente del gentiluomo accusato di colpe infamanti.

- Cosa dite mai, Eleonora. Era una dedica del nostro Re Carlo Felice ai Delacroix per i servigi resi alla patria. Purtroppo le notti piovose degli accampamenti avevano annerito di ruggine le parole fatte incidere da Sua Maestà e la scritta è andata quasi persa nel lucidare l’orologio. -

E così il presunto cipollone di Carlo Felice è ora nelle mani fidate di Eleonora e non corre più pericolo di essere trafitto dalle baionette asburgiche. L’orologio si trova riposto nel primo cassetto dello scrittoio nello studio della badessa Eleonora. Per timore che le consorelle glie lo rubino, ha forato le pagine centrali di un grosso volume rilegato: La Vita e le Opere Pie del Beato Gervaso Farina. Poi ha incassato all’interno del librone il dono prezioso. Ogni quarto d’ora la campana della chiesa nella vallata rintocca le ore e le offre brividi di piacere sottile. Lei tira il cassetto, apre il pio libro e vi trae l’orologio, lo lucida con un panno imbevuto di una soluzione e rimette le pigre lancette all’ora giusta. Dopo tutto alcuni minuti di ritardo non sono un gran cosa in un orologio nel 1861. Quando deve abbandonare loscrittoio, Eleonora se lo infila di nascosto al collo, appeso per la catenella sotto l’abito. Di sera lo porta a letto con sé e lo tiene in mano sotto il cuscino. Ma alle consorelle in un convento nulla sfugge. Esse cercano più volte invano di tentare la sua vanità.

- Reverenda madre, per caso sapete che ore sono adesso?-

Ma Eleonora non si fida, conosce da che pollaio vengono le sue gallinelle.

- È l’ora che vi state zitte e vi fate i fatti vostri.- La replica ogni volta vuol essere definitiva e asciutta.

La scritta cancellata sul retro è stato un suo tormento per settimane. Invano ogni mezzogiorno vi ha riflesso la luce sopra da ogni inclinazione. Alla fine si è arresa con un grande sospiro di delusione rassegnata. Non saprà mai che l’orologio è stato confiscato all’Arciprete Don Domenico di Atripalda, con la scusa che teneva il ritratto di Franceschiello in canonica e l’orologio poteva essere uno strumento atto a facilitare l’attuazione di una sommossa filoborbonica. La scritta sul retro del cipollone diceva “Mariarosa a Ciccillo suo perduto per sempre. Premiata Fabbrica di Martino Capece a Napoli”. L’orologio non funziona bene, perché è andato in terra durante una colluttazione tra il caporalmaggiore Luigi Viglino e l’Arciprete che difendeva strenuamente il ricordo di Mariarosa, la fanciulla di nobile e ricca famiglia che mai un Ciccillo figlio di contadini avrebbe potuto far sua. Ma torniamo a un amore che sembra avere un futuro. Dopo il secondo incontro nel giardino della dipendenza, Eleonora e Delacroix hanno convenuto che sarebbe stato avventato rivedersi ancora. Si è convenuto che il caporalmaggiore Luigi Viglino avrebbe recato e ricevuto messaggi da Suor Antonietta, prima dell’alba e di nascosto in campagna. E ora, come abbiamo visto, una prima lettera di Delacroix è nelle fidate mani di suor Antonietta.

Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

- Reverendissima madre, vi è caduto questo nastrino rosso.

- Eleonora sobbalza.

- Disgraziata, come ti sei permessa di entrare senza bussare, io ti mando a lavare i porci per tre mesi.-

Suor Antonietta non pare spaventarsi, sa di essere indispensabile e di conservare segreti pericolosi per la badessa.

- Reverendissima madre, bussare e fare rumore è pericoloso con tutte queste zoccole di spie filoborboniche che teniamo in convento. Lo vogliamo far saper anche alle novizie che sono uscita e quello che sono andata a fare? -

- Dammi qua quel nastrino rosso, lo voglio mettere a Santa Chiara. Piuttosto che messaggi mi porti? –

Maliziosa e smaliziata suor Antonietta sorride e si gingilla con una tasca del vestito. Ormai sa che può permettersi tutto e vuole approfittare del momento propizio.

- E oltre al nastrino rosso, un campanellino a Santa Chiara non ce lo vogliamo mettere? Messaggi da riferire non ne ho, tanto poi chi lo capiva al piemontese, se teneva un messaggio per voi. Avete sentito come parlano? Monzà, Monzì, Monzù.- E dopo una pausa maliziosa.-

Ma ho una lettera, eccola qua.-

Alla vista della busta sigillata Eleonora palpita, avvampa, si frena a stento dallo strapparla di mano alla consorella. La prende lentamente, lacera la busta e se ne va sotto una finestrella alla luce per leggere. Attimi di silenzio. - Madre superiora, e che dice di bello Delacruà? –

- Dice che Franceschiello è fottuto oggi e per sempre. Dice che Vittorio Emanuele lo Scomunicato ci butta in mezzo a una strada a noi monache e preti.-

- Ma come? spariscono i Borbone? Ma quelli stanno col Papa. E voi credete a questo Delacruà? Ma quello chi sa cosa tiene in testa. Che ne vuole sapere lui dei Borbone. Per me Delacruà vi vuole impressionare. Franceschiello torna e ci fa murare vive a tutte quante ne siamo. –

Eleonora è furibonda.

- Scema, somara, se non lo sa lui che è generale luogotenente piemontese, chi lo deve sapere? Solo tu e i porci che ti mando a lavare non vi siete accorti che i Borbone stanno scappando con tutti i filoborbonici appresso. L’hai più visto monsignore il vescovo che stava qui tutti i giorni a mangiare scamorze e maccheroni?-

- E a farsi baciare la mano dalle novizie.-

- Fatti i fatti tuoi. Statti zitta e fammi leggere.-

Attimi di sospensione.

- Che dice ancora Delacruà, reverenda madre?-

- Dice che lui mi prende sotto la sua protezione, questo dice.-

- E a noi? a noi che non siamo madre superiora chi ci protegge?-

- Il generale protegge me e io proteggo voi. Adesso vai.-

- E non dice più niente Delacruà? Con me vi potete confidare, sono sempre stata dalla vostra parte.-

- Niente, la lettera è finita. Vai.-

- Ma come niente? La lettera è di tre fogli.-

- E sono tre fogli bianchi. Hai acceso le candele a Sant’Antonio?-

- Non ancora.-

-E vai, magari Sant’Antonio tiene una lettera da leggere, vai e fagli lume. -

La lettera del generale Delacroix supera ogni attesa di Eleonora, ogni suo desiderio. Il generale vuole averla come sua sposa, portarla via dal convento, condurla a Torino nella sua casa, presentarla a Corte. E poi quante parole di passione, rispettose sì ma appassionate. E chi se lo aspettava, pareva così formale questo Delacroix.

Di nuovo sola, sciolte le chiome corvine con i lampi dorati che ricordano la discendenza sveva, Eleonora si prova la treccia, la ferma col nastrino rosso. Lo specchio le rimanda una principesca alterigia, lei sogna di riportare di nuovo a corte la sua famiglia dopo tanti secoli. Non è la corte degli svevi a Palermo, aperta a tutti, all’arte, al sapere, a ogni religione. Non è neppure la corte allegra e sapida, perfino liberale, dei Borboni a Napoli. La corte dei Savoia ha fama meritata di essere fredda taccagna e bigotta. Ma non sono tempi di dame, cavalieri e sultani, una badessa in tempi garibaldini si deve contentare. Arrivano tempi duri per preti e monache, Monsignore il Vescovo è scappato a Roma, senza ritorno. Alla parete del suo studio al posto del grande orologio a cucù, con l’angelo che esce ogni quarto d’ora e rintocca, c’è una macchia scura.

La lettera del brigante

Un’ora dopo. Due tocchi alla porta di Eleonora.

- Chi è? Avanti.-

Gli attimi di felicità sono lampi nella notte. Due tocchi alla porta risvegliano Eleonora dal dolce sogno.

- Sono io, reverenda madre.-

È di nuovo suor Antonietta, ma con un’aria spaurita, una faccina bianca.

- Su vieni, non avere paura, ti ho sgridato troppo prima. Ma adesso ci sono grandi notizie, Delacroix mi vuole portare a Torino, mi presenta a Corte. Tu sarai la mia dama di compagnia, sei contenta?-

Antonietta fa un sorriso mesto mesto, apre la porta quel poco che le basta per passare, entra nella stanza, si avvicina a Eleonora. - Reverendissima Madre, è arrivata un’altra lettera, l’ha portata un pastore.-

- Un pastore? Ma come, il luogotenente generale Delacroix adesso mi manda la lettera per un pastore. Ma che dici, ti senti bene? -

- La lettera la manda Cicco Cianco il brigante, e sopra la busta ci sta il nome vostro. Come indirizzo.-

Le ultime parole sono dette tra i singhiozzi. Suor Antonietta consegna ora la busta piangendo e tenendola il più possibile lontano da sé, come a dire “La lettera è tua, adesso voglio vedere

che fai, io non c’entro e non ci voglio entrare. Guarda in che guaio ci troviamo per colpa tua”.

- E che vuole Cicco Cianco da noi? -

- E che deve volere, signora mia madre superiora, vorrà tutto quello che teniamo: ori, salsicce e panni. –

- Non è roba nostra, è roba della chiesa, noi abbiamo fatto voto di povertà. Cicco Cianco vuole finire all’Inferno, in mezzo alle fiamme? Non lo sa che stiamo sotto la protezione di San Guglielmo?-

- Stavamo sotto la protezione, madre superiora, stavamo. Ma poi ci siamo andate a mettere con i Piemontesi, non mi fate parlare -. E suor Antonietta fa gesti all’indietro con la mano destra a significare che i tempi belli sono andati.

- Riunisci tutte quante in refettorio, che vengo a leggere la lettera.-

- Sono già riunite, reverenda madre, intanto che pregano e vi aspettano si mangiano qualche cosa, per fermare i dolori di stomaco che ci sono venuti a tutte, quando abbiamo visto arrivare il pastore con la lettera in mano. Cicco Cianco ci spoglia e Franceschiello ci fa murare vive. Dobbiamo ringraziare certe amicizie pericolose per tutto questo, e sapete a chi mi riferisco.-

Suor Antonietta ha parlato aumentando il tono di voce in crescendo, quasi volesse farsi udire da Cicco Cianco e le sue spie. Il brigante potrebbe essere appostato attorno al convento o potrebbe arrivare stanotte, mentre dormono. E suor Antonietta esce.

- Non c’è pace - si dice Eleonora.- Si sognava già a Torino ai balli delle nobili famiglie di corte, con uno di quei vestiti lunghi e larghi, pieni di crinoline, con la collana di perle in tre giri al collo. Invece il valzer lo deve ballare qui. Deve rientrare alla svelta nei panni della badessa autoritaria e decisa, altrimenti queste disgraziate di monache sono anche capaci di ribellarsi al suo potere. Meglio andare subito nel refettorio.

Eleonora entra nel refettorio con un bel sorriso e l’aria del serpente a sonagli circondato dalle vipere. Aspetta qualche istante che il fitto parlottare ad alta voce si calmi e che le sorelle si alzino in piedi in segno di rispetto per lei.

- Bene, bene, vedo che ci siamo tutte. Abbiamo cose importanti da discutere. Abbiamo or ora ricevuto una lettera. Sedute.-

Le monache si siedono, ma non si quetano del tutto. E tra loro ci sono le serpi filoborboniche che hanno deciso di alzare il capo: messe in disparte, adibite ai lavori più umili, sentono arrivato il giorno della rivolta.

Suor Carmelina per esempio ha uno zio monsignore e un altro zio maggiore dell’esercito borbonico, sperava nel posto di badessa prima di Eleonora. Per anni ha masticato pane, preghiera e veleno, adesso si alza e parla.

- Abbiamo ricevuto? Ma le lettera è indirizzata a voi, madre reverendissima.-

Suor Colomba invece è una spia dei Borboni per tradizione di famiglia dal ’99, di solito cerca di tenersi defilata. Ma se non è ora il tempo di rischiare, quando più? Si alza lei per seconda a parlare.

- Madre superiora, quando vi scrive Delacruà la lettera è solo per voi, quando vi scrive Cicco Cianco la lettera è per tutte. Vi pare giusto?-

Eleonora pensava che la sua relazione con Delacroix non fosse tanto palese. Ma quella scimunita di suor Antonietta ha parlato, o si è fatta scoprire. Eleonora congiunge le mani e serra le labbra poi volge lo sguardo in direzione di suor Antonietta come a dire “I porci li dovrai anche asciugare, dopo averli lavati con quella tua lingua lunga”.

La domanda piuttosto retorica di suor Colomba, la spia, è rivolta in realtà a tutte le consorelle sedute al lungo tavolo, lei cerca di ottenere nuovi consensi e contare le fedeli filoborboniche. Ma le consorelle sono per lo più ondivaghe, si vogliono lasciare apertetutte le porte, del doman non v’è certezza. Qualcuna prima fa cenno di sì col capo, ma poi lo scuote dubbiosa. Qualche altra volge lo sguardo interrogativo alla vicina a significare “ Tu che dici? ”.

Eleonora è rimasta in piedi. Approfitta del momento di incertezza e sbandamento delle consorelle, fa cenni con le mani di stare zitte, poi tira fuori la lettera del brigante.

La vista della lettera provoca tremiti e fremiti lungo le due file del tavolo, come se dentro la busta ci fosse proprio Cicco Cianco pronto a saltar fuori con tanto di fucile. Eleonora Frebonia le guarda una per una, vuole ricordare a tutte chi è che sa comandare in convento.

- Sarà bene leggere cosa vuole Cicco Cianco prima di farci tante preoccupazioni. Forse vuole che preghiamo per lui e per le anime dei suoi compagni scomparsi. Forse vuole che gli diamo notizie della sua famiglia.-

Un coro di proteste la interrompe. Le sorelle sono assai scettiche sui buoni propositi di Cicco Cianco.

Suor Carmelina rifà il verso a Eleonora.

- E chi lo sa, magari Cicco Cianco si vuole ritirare qui in preghiera. Cerca conforto da noi. Lo mettiamo in una celletta, poi la sera lo andiamo a trovare e gli leggiamo le vite di San Guglielmo e Santa Brigida. –

Eleonora la fulmina con uno dei suoi sguardi che fino a ieri facevano desiderare alla malcapitata di essere una pietra nel muro. Le labbra serrate di Eleonora non lasciano uscire di bocca le parole, ma le consorelle le possono intuire “Suor Carmelina cara, indovina a chi toccherà cogliere la legna per i camini al mattino presto l’inverno prossimo.”

Ma oggi non è più ieri, le sorelle sono sfrontate. Suor Colomba arriva di rinforzo a suor Carmelina.

- Cicco Cianco si prende tutta la nostra roba, dovremo pregare e sottomerci per avere un tozzo di pane. -

Ora perfino suor Immacolata da Montella, così timida e sottomessa, si alza e grida, la paura la sconvolge e la rende aggressiva.

- E si contentasse solo della roba. Questi briganti sono diavoli, questi briganti sono peggio dei lupi, ci si mangiano. Ma dico io, non ce ne potevamo stare con Franceschiello bello nostro? Ci dovevamo andare a cercare questi Piemontesi di Delacruà?-

Le parole di suor Immacolata sono come la diga che cede e si arrende all’onda di piena. Neanche fosse il tavolo dell’ultima cena delle condannate, le buone monachelle e perdono ogni freno. Quale piange, quale invoca la protezione della Madonna e dei Santi, quale rimprovera, quale ammonisce.

- Cicco Cianco ci prende e ci porta in mezzo ai boschi io ve l’avevo detto, se ci mettiamo con gli scomunicati Piemontesi San Guglielmo non ci protegge più.-

- Finiamo tutte in mezzo a una strada, nude e senza mangiare. Ci aspetta una vita di umiliazioni-

Eleonora lascia dire, impassibile, aspetta che l’onda si spenga sulla sabbia, comincia la lettura della lettera di Cicco Cianco.

SIGNORA BADESSA, SE VOLETE SALVA LA VITA MI DOVETE MANDARE AL MOMENTO MILLE DUCATI, METÀ D’ORO METÀ D’ARGENTO, SENZA MANCARE UN GIORNO. E DOVETE MANDARE ANCHE DUE BOTTI DI VINO, SALSICCE,

PROSCIUTTI, FORMAGGIO E PEZZE DI PANNO PER PULIRE I FUCILI. SE NO

VORREI MORIRE DISGRAZIATO E VI GIURO CHE VI MANDO ALL’ELEMOSINA.

ALL’ISTANTE CHE GIUNGE LA PRESENTE RISPONDETE IMMANTINENTE, IN ALTRO

CASO ABBRUCERETE VOI E LE VOSTRE PROPRIETÀ. PER FRANCESCHIELLO

NOSTRO RE PER GRAZIA DI DIO SE VOLETE LA PACE NEL VOSTRO CONVENTO

METTETE LA BANDIERA DEI BORBONE. SE POI SIETE SORDA AL MIO PARLARE IL

CONVENTO BRUCERÀ TRA TRE GIORNI. IMMANTINENTE CHE RICEVETE LA

PRESENTE, SPEDIRETE PER PERSONA DI FIDUCIA, DOVE IL PASTORE SA,

QUATTORDICI PROSCIUTTI, VENTI PAIA DI CACIOCAVALLI, VENTI BOTTIGLIE

D’OLIO, DUECENTO PEZZE DI LANA, QUATTROCENTO SALSICCE PIÙ I DUCATI E

IL VINO. ALTRIMENTI PER LA MADONNA QUANDO MAI VI CREDERETE IO VERRÒ

PER DIETRO I SIEPONI, SALIRÒ PER IL MURO E MI FOTTERÒ LE VOSTRE

MONACHE, POI VI TAGLIERÒ LA TESTA. QUEL FESSO SCELLERATO ASSASSINO

DEL GENERALE PIEMONTESE NON SARÀ SEMPRE A PROTEGGERVI. CICCO

CIANCO.

 Le Sacripantine sono ammutolite, dunque Cicco Cianco ha una spia in convento, una spia ben informata di ogni disponibilità, il brigante ha chiesto tutto quello che hanno. Profittando del loro sgomento, Eleonora fa cenno di stare sedute e si avvia verso la porta.

- Statevi sedute, zitte e buone, che la risposta a Cicco Cianco è cosa mia. Aspettatemi qua in refettorio, finché non torno a leggervi la nostra risposta a questo brigante.-

Monache si diventa, badessa si nasce. 

La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

Eleonora esce dal refettorio e se ne va al suo scrittoio, apre il primo cassetto, tira fuori piano piano l’orologio di Delacroix, lo lucida, se lo mette davanti in attesa che il campanile a valle rintocchi le ore. Per un attimo è tentata di scrivere a Delacroix, ma la paura non riesce a prendere il sopravvento, riflette che è meglio tenerlo lontano dal convento, non dargli preoccupazioni.

Se la deve cavare da sola, come hanno fatto tutte le badesse con tutti i briganti prima di lei. Carta calamaio e penna, dopo un’ora Eleonora è pronta a tornare in refettorio.

- Care sorelle, ecco pronta la nostra risposta a Cicco Cianco.-

“Caro Cicco Cianco, fratello nostro. Abbiamo ricevuto la tua lettera portata dal pastore. Come faremo a trovare tutto quello che ci chiedi? vuoi mille ducati e noi dove li prendiamo? Siamo misere monache, viviamo di elemosina e di quello che ci danno i benefattori. Da quando poi sono arrivati i Piemontesi, siamo in tale disperazione, che uno di questi giorni prendiamo San Guglielmo vestito d’argento e ce lo vendiamo. Mi dici pure che vuoi venire dalla parte dell’orto a tagliarmi la testa. Ma non sai che teniamo i Piemontesi qua attorno e quelli sono più briganti di te? quando vuoi venire fammi avvisare. Accetta dieci paia di caciocavalli e cento salsicce, altro non teniamo. San Guglielmo ti protegga. Eleonora Febronia di Montemarano.”

Pausa in attesa di commenti. Ma il refettorio è muto, come in attesa di foglia che cada dal ramo. Eleonora allora conclude rapida.

- Sorelle, ho finito. Suor Antonietta consegnerà la mia lettera di risposta e il cesto con la roba al pastore. Io mi ritiro in preghiera nella mia cella, voi state qui e fate altrettanto.-

Uscita la gatta, le sorcette parlano.

= E adesso che succede, quando Cicco Cianco legge la risposta?= Quale invocando i Santi, quale piangendo, quale maledicendo la madre superiora, questa è la domanda che le sorelle si fanno l’un l’altra.

 E’ stata una mattinata pesante, le monachelle a una a una infilano in uscita la porta del refettorio e se ne vanno a riflettere.

Qualcuno bussa al convento

Sfinita dagli eventi, Eleonora si è concessa un riposo, ha chiuso gli occhi appena posto il capo sul cuscino. Dorme e sogna.

Musica nel sogno.

Eleonora Febronia di Montemarano sta di nuovo sognando i balli a Corte, alla Corte di Torino. Un rumore noioso che viene dalla sua porta si unisce alle melodiose note del valzer, la ballerina lo ignora, il suo carnet è pieno di nomi di principi e generali. Nel sogno i baffi del generale Delacroix fremono, sia pure in modo controllato, è geloso nel vederla volteggiare nelle braccia degli altri. Per evitare che l’ira di Delacroix esploda, lei di tanto in tanto occhieggia dalla sua parte, gli sorride con complicità e sottomissione.

Ma il rumore di qualcuno che bussa alla porta si fa più insistente, le note del valzer si allontanano.

- Chi è? avanti. Si può sapere cosa succede ancora?-

La maniglia gira cauta e la porta si socchiude, suor Antonietta scivola nella stanza, quasi strisciando sul legno dello stipite e guardando dietro. Appare come stravolta da emozioni recenti.

- Madre superiora vi cercano.-

La cercano? E chi mai può essere? Un monsignore in visita o un pellegrino bisognoso? Una

aspirante novizia di gran famiglia che vuole mantenere l’incognito? Ormai si è fatta sera. Con questo freddo neanche a pensarci. Chi mai dunque? Una intuizione le dà un tremito, il bel volto arrossisce. Delacroix è venuto a prenderla in segreto, è finita con queste disgraziate zotiche di monache, con le preghiere in refettorio tutte le sante mattine appena ti alzi, è finita coi vescovi e coi briganti. Tanti saluti a Garibaldi e Franceschiello, si va a Torino in carrozza. Suor Antonietta è lì che attende muta come in attesa di istruzioni.

- Mi cercano? E chi mai a quest’ora di notte con questo freddo? Forse il generale Delacroix è venuto in carrozza? Dio mio, cosa mi metto, come mi vesto?-

Suor Antonietta è sconvolta. “Adesso me ne vado di testa” pensa. Non bastavano le emozioni che ha avuto al portone del convento, ci mancava anche che la badessa si mettesse a fare la zoccola scimunita. Ma sempre a lei deve toccare di aprire portoni e bussare alle porte, sia benedetto San Guglielmo.

- Madre superiora, non è Delacruà.-

Dal tono irritato e cattivo della risposta Eleonora intuisce che ci sono guai in arrivo al convento, si cala di nuovo assai a malincuore nei panni della badessa.

- Che vogliamo fare? Aspettiamo mezzogiorno e poi mi dici chi mi cerca?-

Ma suor Antonietta la delude, non ha proprio l’aria di voler assumere la parte della ubbidiente sottomessa e neppure di voler dare una rapida e soddisfacente risposta, anzi se ne parte in uno sproloquio minaccioso che pare senza capo né coda.

- E chi vi deve cercare reverenda madre, che timore dobbiamo avere? tanto a noi ci protegge Delacruà. Abbiamo voluto risparmiare sui prosciutti e sulle salsicce, e queste sono le conseguenze. Adesso suoniamo la tromba e facciamo correre la cavalleria piemontese.–

Eleonora la guarda con gli occhi sbarrati, poi sorride, ha capito.

- Suor Antonietta, la giornata ci ha stordite, ti sei addormentata e ti sei fatto un brutto sogno. Tieni, prendi questo sacchettino di mandorle dolci e tornatene in cella a pregare San’Antonio che  ti tenga lontani i diavoli. Anzi, visto che stavo riposando e mi hai interrotto, fammi prima un bella tazza di cioccolata.–

Suor Antonietta accenna a una riverenza.

- Visto che ci sono ne faccio due di cioccolate, uno per la reverenda madre e un altro per Cicco Cianco che vi aspetta in parlatorio.-

Eleonora deglutisce.

- Cicco Cianco?-

“Hai finito di fare la zoccola con Delacruà”. Suor Antonietta tace soddisfatta, ma i suoi occhi parlano per lei. Eleonora non raccoglie.

- Sì signora, è arrivato Cicco Cianco col cappello e il fucile. È accompagnato da un compare tutto mascherato, che se ci ammazza non possiamo neanche sapere chi è stato. Le sorelle si sono rinchiuse nelle celle, ma vogliono andare in refettorio, vogliono appendere il ritratto di Franceschiello al posto suo dove stava prima e cantare tutte in coro l’inno a Ferdinando II di Borbone. Lo conoscete l’inno, si? Viva il re, viva il re, viva il reeee.-

Eleonora si sta vestendo cerca qualcosa di sdrucito e rattoppato, suor Antonietta le fa segni di sbrigarsi, non è il caso di far irritare l’ospite con l’attesa. Ma Eleonora riflette, temporeggia.

- Che aria ha Cicco Cianco? Ti pare molto arrabbiato?-

- Adesso venite e vedete.-

- Andiamo.-

Eleonora entra in parlatorio, ha un’aria sorridente ma dimessa, come si addice a una povera badessa che ha dato tutto quello che poteva dare. Vede che ci sono due figure in attesa, non è difficile intuire quale dei due è Cicco Cianco, si dirige cauta verso di lui.

- Fratello caro, per quanto riguarda le salsicce mancanti …  .-

Cicco Cianco non sta neanche a sentirla, ma muove verso di lei portando la destra al fianco. Eleonora suda freddo dalla punta dei piedi. Il suo futuro le passa davanti agli occhi e vola via. Si vedeva ormai Contessa di Moncalieri in carrozza per andare a vedere Parigi con le principesse Savoia, invece adesso le arriva una coltellata da Cicco Cianco e addio badessa addio. Cicco Cianco si inginocchia ai piedi di Eleonora che rimane come ipnotizzata, riesce solo a volgere lo sguardo verso suor Antonietta come a dire “Ma questo è una belva crudele e feroce, mi vuole sbranare dai piedi”.

Ma suor Antonietta non pare in cerca di anime a cui recare soccorso e conforto. Abbozza un sorrisetto mesto mesto, solleva appena le spalle e apre le palme delle mani, come a rispondere – E io che ci posso fare? Avete voluto risparmiare sulle salsicce e adesso Cicco Cianco vi sbrana e vi ammazza, vuol dire che vi faranno Beata e il convento ne avrà rimerito.-

Mentre il gregge delle sorelle spaurite china il capo in attesa del morso del lupo, Cicco Cianco prende la mano di Eleonora e se la porta con delicatezza inattesa alle labbra. Eleonora rimane immobile come coniglio tra le spire del serpente. Il brigante le bacia lamano, poi le sussurra le ultime parole che Eleonora mai si aspettasse.

- Mi dovete perdonare signora Badessa, perdonatemi e aiutateci.-

Eleonora ormai è sicura di essere entrata anche lei nel sogno di Suor Antonietta, guarda di nuovo la consorella come a dirle

“Svegliati, se no chi sa cosa succede ancora prima che arrivi mattina”.

Cicco Cianco si alza, fa un cenno col capo alla persona che è arrivata con lui.

Il personaggio mascherato si toglie il cappello, appare una lunga lucente chioma corvina, si sfila la sciarpa, scintillano due occhi che sono due perle nere e danno luce a un visetto deciso: è Rosa la ragazza di Ferdinando Raimo detto Pagliuchella.

Cicco Cianco la indica a Eleonora

- Signora Badessa, confidiamo nella vostra misericordia e benevolenza. Accogliete questa povera giovine sventurata perseguitata dalla malasorte.-

Le cose si muovono in fretta, ma la testa di Eleonora è svelta e furba, e adesso di nuovo lucida. Cicco Cianco non è venuto a prendersi la roba che ha chiesto, cerca un rifugio e un asilo per questa ragazza. È il momento di riportare ordine, regola e disciplina. Su sorelle, ordina Eleonora, trovate una bella celletta per questa brava ragazza, portatela vicino a un fuoco, datele una buona colazione, non vorrete mica che Cicco Cianco si lamenti della nostra ospitalità? Poi Eleonora ha fatto un sorriso aperto a Cicco Cianco e lo ha invitato a seguirla nel suo studio. Le carte buone sono di nuovo nelle sue mani.

- Sorelle voi date ogni conforto a questa povera figlia sventurata. Io devo parlare nel mio studio da sola con Cicco Cianco.-

Rosa senza paura

Le donne si sa non sono mai contente, fino a un minuto fa le sorelle si lamentavano perché la badessa ha una relazione con un generale piemontese. Adesso si lamentano perché è stato dato asilo a una ragazza portata in convento da Cicco Cianco, il famoso capo-brigante filoborbonico.

La povera Rosa si trova in mezzo a uno stormo di pinguine che la portano in mezzo per il corridoio delle celle, la prendono sottobraccio, la rincorrono e soprattutto parlano, gridano, fanno domande, cento, mille domande. Sono impaurite, sospettose ma sopratutto curiose.

- Ci mancavi solo tu, non ne avevamo abbastanza di guai. Ma chi sei? Da dove ne vieni? Che ci sei venuta a fare qua?-

- Povera ragazza, ma non lo vedete come è sperduta? Vieni qua vicino a me. Come ti chiami?-

- Mi chiamo Rosa e non sono sperduta, sono la fidanzata di Ferdinando Raimo, dei Raimo di Volturara Irpina. –

- Sei la fidanzata del brigante Pagliuchella? San Guglielmo bello nostro aiutaci. E adesso come facciamo, che ne sarà di noi quando i Piemontesi lo vengono a sapere? I Piemontesi caricano le monache filoborboniche sui bastimenti insieme alle pecore rubate e le mandano in America. Se quelle povere disgraziate arrivano vive, le vendono per farle lavorare come schiave. Io mi sono fatta rinchiudere qui dentro per non zappare la terra e adesso grazie a te mi ritroverò in America un’altra volta con la zappa in mano. –

Ma Rosa ha coraggio per tutte.- Non ve preoccupate dei Piemontesi che li ammazziamo a tutti quanti.-

Le buone consorelle incalzano Rosa.

- Ma perché te ne sei venuta qui in convento? Ti vuoi fare suora? Non te potevi stare con Ferdinando tuo bello? –

Rosa si difende bene.

- Starò qui per un poco, poi il mio fidanzato mi viene a riprendere. Di più non mi dovete chiedere.-

Ma ci vuol altro per chetare questo stormo di monache maldicenti e curiose.

E quanto costa adesso un fazzolettino ricamato di seta? È vero che torna Franceschiello? E come è venuto quest’anno il vino del Saracino? È nevicato tanto quest’inverno a Volturara? Che si dice a Avellino? Che si dice a Napoli? Quanti briganti tiene Cicco Cianco? Ma Cicco Cianco ti faceva portare il fucile? Tu ne hai ammazzati di Piemontesi?

Labbra di fragola e ciliegia

- Chiudete la porta dietro di voi, Cicco Cianco, e mettete pure il chiavistello. Ho dato ordine di non disturbare, ma di quelle pettegole non ci si può fidare. Stanno a sentire dietro la porta e sono capaci di entrare senza bussare e dire che si sono dimenticate di bussare per l’agitazione. Penso che abbiate qualcosa di importante e riservato da dirmi, mi sbaglio?- Eleonora non ha più paura si sente invece distratta da gradevoli sensazioni e ricordi. Da bambina si chiudeva nella sua stanza con uno dei fratelli, il suo prediletto. E parlavano e ridevano. Li sorprendeva la voce della sorella più grande, mandata dalla madre. – Che fate voi due piccoli lazzaroni chiusi là dentro, aprite e venite ad aiutare in cucina. –

Sto diventando pazza, pensa Eleonora, sento le voci. E le vengono in mente le leggende terribili sulle badesse prima di lei, invasate dal diavolo dentro questo mura maledette di pietra. Ora guarda sorridendo il brigante.

- Su dite. Un terribile capobrigante come voi non sarà intimorito da una povera monachella sola e indifesa.- Cicco Cianco la guarda, guarda i suoi lunghi capelli biondi, che lei stranamente non ha raccolto e coperto con una cuffietta. È un angelo, pensa Cicco Cianco. Il brigante ora si sente al sicuro, abbassa la guardia. L’istinto gli dice che qui non deve aver paura di una sorpresa o una trappola, i veri nemici del brigante assieme al tradimento. Allunga le mani al fuoco del piccolo camino. - Signora badessa …. .- comincia. Ma si interrompe e guarda fisso incantato Eleonora. Lei china il capo appena da un lato e spalanca gli occhi come a interrogare, ma anche come se non fosse sorpresa da quanto accade, sporge il labbro inferiore come una bambina che vuole fare i capricci.

Hai le labbra di fragola e ciliegia, pensa il brigante. – Signora badessa, sono venuto a parlarvi … .- e si interrompe di nuovo. Eleonora trova del tutto naturale l’interruzione, è sempre più distratta, forse non ha neppure sentito le parole di Cicco Cianco, infatti, sta parlando a sé stessa. - Che bei riccioli lunghi e neri come un tizzo ha questo bel brigante, altro che quel palo di Delacroix coi baffettini e il monocolo.- I due si fissano increduli, stanno sognando nello stesso sogno. Sono insieme nella loro casa a due piani con l’orto. Una coppia felice. Eleonora in cucina con il cucchiaio di legno gira il sugo di pomodoro coi funghi e col forchettone assaggia le tagliatelle fatte in casa. Cicco è giù nell’orto chinato su un piccolo innesto sperimentale di cui è orgoglioso e gelosissimo. Guarda la piantina da destra e da sinistra, ma cosa vede, orrore, qua la terra è smossa, il gambo di una fogliolina è spezzato. Prende il piccolo gambo tra pollice indice, poi lo rilascia affranto e deluso, il miracolo non è avvenuto, il gambo ferito pende di nuovo. L’ira di Cicco è terribile, invade l’orto la casa i vicini. Bestemmia e impreca contro la malasorte che lo perseguita, contro i ragazzi, il figlio e la figlia scellerati, che si mettono a correre nell’orto come scemi invece di fare qualcosa di buono. Poi guarda su verso la casa dei vicini, dall’altra parte della rete che recinge e divide gli orti. Sa benissimo che comare Ersilia, la grassa e perfida vicina sempre tutta vestita di nero, lo sta spiando dietro l’anta di legno alla finestra del secondo piano. Cicco ora leva la mano destra a dita strette e allungate in segno di maledizione. - Lo devo scoprire chi taglia la rete, per farci passare le sue galline a beccarsi le piantine mie.- Naturalmente non fa nomi, non si vuole compromettere. Eleonora si affaccia ridente al balconcino che dà sull’orto, in mano tiene il forchettone con infilata una tagliatella lunga che saggia tra i denti.

- Ciccuccio bello, la vogliamo finire di giocare nell’orto? Si scuoce la pasta, salite su subito tutti quanti, tu e ragazzi.-

Cicco sale in cucina con i ragazzi affamati appresso che gridano.

- Si mangia? è pronto? Quando si mangia? Lei odora soddisfatta il mazzetto di violette che Cicco la ha portato su. Lui le mostra corrucciato il gambo spezzato dell’innesto.

– Guarda che hanno combinato questi due disgraziati.-

- Ma che c’entrano loro, saranno state le galline di commare Ersilia. O forse è stata la strega di Benevento che di notte ti manda lo gnomo dispettoso.-

Lui le sfiora la nuca, le passa la mano sulla schiena, la mano scende. Lei si irrigidisce, fa gli occhi feroci, sbuffa a voce bassa. –Ti vuoi stare fermo sì o no? Ci sono i ragazzi.-

Eleonora e Cicco Cianco si risvegliano nello stesso istante. Sono di nuovo il brigante e la badessa, costretti da secoli a recitare queste due parti, altrimenti il pubblico si spazientisce. Anche il pubblico è sempre lo stesso da secoli: preti, notabili, contabili, re e regine, famiglie ambiziose, possidenti e tanti poveri affamati e offesi.

Cicco Cianco fa un passo verso Eleonora, lei non mostra paura. Lui fa un altro passo, la guarda, si porta una mano al cuore. Lei tende a sua volta una mano bianca, delicata, verso il cuore di Cicco. Gli parla con dolcezza.

- Su, ditemi di cosa si tratta. -

Lui le prende la mano.- Signora Badessa sono venuto a parlarvi di due giovani, che … .- Si interrompe ancora.

Lei non lo ascolta, gli passa la mano a dita aperte tra i riccioli neri. Lui si inginocchia, la stringe a sé, poggia il capo sulla gonna di velluto nero.

Eleonora gira, gira, ma non è il valzer. La sua anima le brucia in petto, le grida esasperata.

– Eleonora, io non ci salgo con Delacroix nella carrozza per Torino. Ci vai da sola a fare la madamina, che me ne strafotte di conoscere Vittorio Emanuele e la regina Come-si-chiama-a-quella. Viva lo Re Ferdinando, viva la Regina Carolina. Voglio sentire la terra mia d’estate sotto i piedi nudi, voglio ballare la tarantella sull’aia della masseria in mezzo ai covoni di grano con Cicco Cianco. Voglio sentire i contadini che bevono vino rosso, cantano, gridano e sparano in aria. Voglio mangiare i maccheroni al sugo con le mani, passare la mano sulla barba di Cicco Cianco per farla diventare un tizzone rosso e nero. Voglio mettere Cicco nella pentola del sugo di pomodoro e poi me lo mangio tutto mezzo crudo e mezzo cotto.

Ma che ci sono venuti a fare qua questi piemontesi, chi cazzo li ha chiamati, se ne stavano a casa loro a farsi i fatti loro.-

Eleonora sente la sua anima e si smarrisce, si perde, si slaccia il primo bottone della camicetta ricamata sotto il corsetto che la protegge. Sospira a Cicco Cianco, – Avete chiuso bene la porta col chiavistello?-

Ma guarda chi è arrivato

Eleonora riposa esausta, sfinita dagli eventi. Una tempesta di avvenimenti. È una ninfa distesa sull’erba nel profondo del bosco, ogni raggio di sole saltella da una foglia all’altra prima di scendere malizioso alle sue morbide forme e illuminarle sbarazzino. Lei sente il calore dei raggio nel sonno, lupi e cinghiali le girano intorno attenti a non far rumore, simpatici briganti vegliano su di lei, i satiri hanno riposto lo zufolo in attesa del suo risveglio naturale. La porta della sua cella rimbomba di colpi e forti grida ripetute più volte a intervalli. Alla fine non può fare a meno di riscuotersi. Si scusa con gli elfi e le fate. Non posso stare qui, devo andare.

- Chi è? Che succede? Si può sapere cosa c’è?-

La porta è chiusa a chiave. Una mano nervosa e impaurita non fa che scuotere la maniglia. È suor Antonietta.

-Sono io madre superiora, per l’amor di Dio svegliatevi, aprite, succedono cose dell’altro mondo. Aprite, aprite.-

Scatta il chiavistello, si apre la porta. Le due donne si fronteggiano mute, suor Antonietta pallida, le mani congiunte, tremante, piange. Eleonora è rossa in volto, scarmigliata, ninfa tra i boschi fuori del mondo.

- Suor Antonietta, hai visto il diavolo come l’altranno? Quando un cinghialotto sperso si infilò nel bucato steso e sembrava un lenzuolo che corre. Si può sapere che succede?-

-Teniamo un brigante in casa e i Piemontesi all’uscio. Non soquale dei due è meglio. Noi stiamo giusto in mezzo. Questo succede reverenda madre.-

- I Piemontesi all’uscio? Ma quale uscio che dici? –

- È arrivato Delacruà a cavallo, questo dico. Dice che aveva messo i soldati di pattuglia nei dintorni per proteggerci. La pattuglia ha fatto rapporto “Abbiamo visto ombre misteriose

aggirarsi attorno al convento nella foschia”. E così Delacruà si è presentato con tutta la cavalleria. Adesso stiamo proprio protette, Delacruà all’uscio e Cicco Cianco in casa, e chi ci tocca. A ogni buon conto Delacruà dice che vi vuole vedere, si vuole accertare,. meglio se non si accerta.-

-E tu cosa gli hai risposto? Dove sta adesso il generale Delacroix?-

- Sta fuori col cavallo, gli ho detto che di entrare non se ne parla nemmeno, è peccato mortale di prima classe, che se ne stesse fuori ad aspettare. –

- Brava suor Antonietta, adesso provvedo io a Delacroix. Fammi un caffè forte, nero, bollente.-

Suor Antonietta si è ripresa. Vedere Eleonora, rilassata, così bella, così florida, la rassicura. ”Madre superiora se lo rigira come vuole a quello scimunito di Delacroix”, pensa.

- Vado subito e provvedo, madre superiora, ma non avete per caso da farmi un’altra domanda?-

Eleonora le rifà il verso, parla in cantilena.

- Che ti devo domandare, suor Antonietta bella? È andata la regina al ballo?-

- Dove sta adesso Cicco Cianco? Questo mi dovete domandare.-

Eleonora si ricompone, si aggiusta i capelli, tutto gli torna in mente, si morde le labbra, prima di chiedere a suor Antonietta dove sono Rosa e Cicco Cianco.-

- Rosa l’abbiamo vestita da suora, sta in mezzo a noi. Cicco Cianco sta in refettorio. Si è mangiato tre piatti di maccheroni col sugo e una pagnotta di pane bianco, beve vino che pare una botte vuota, speriamo che non si metta a cantare. E poi continua a chiedere salsicce arrosto. Deve essere una fissazione.-

- Poverino, chi sa cosa mangiano i briganti nei boschi, senza nessuno che cucina per loro.-

- Ma quello non si sazia più, ci finisce le provviste. Ma che ne dobbiamo fare? Lo vestiamo da frate e lo mettiamo in chiesa al posto di Sant’Antonio?-

- Cicco Cianco portalo qui, lo teniamo nascosto nella mia cella fino a che non se ne vanno i Piemontesi, poi vediamo. Io me ne starò nello scrittoio.-

Suor Antonietta non è per niente contenta di tenersi Cicco Cianco in casa, lo darebbe volentieri ai Piemontesi, così impara a chiedere le salsicce. Ma bisogna piegarsi e ubbidire.

- E di Delacruà cosa ne dobbiamo fare?-

- Portalo in chiesa sotto San Guglielmo. Digli che scendo subito a ringraziarlo delle sue premure, ma gli posso parlare solo un minuto, un minuto solo, se no è peccato mortale di prima classe.-

“Questa la dovevano fare diavolessa, altro che badessa. Chi sa che non si ritrova all’inferno con Cicco Cianco”, questo pensa suor Antonietta, che fa una riverenza ed esce a eseguire gli ordini appena ricevuti.

 Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

- Eleonora non potete immaginare quanto io sia felice di vedervi in buona salute. Ci sono facce di briganti assassini qui intorno.-

- Ma che dite mai, Delacroix. I vostri soldati non sanno ancora distinguere un pastore da un brigante. I veri briganti non osano avvicinarsi al convento e mai oserebbero toccare una religiosa per paura di finire all’Inferno.-

Delacroix è perplesso, anche deluso nelle sue aspettative di cavaliere alla difesa di vedove, badesse e orfani. Svia il discorso.

- Sapete, Eleonora, ho scritto una lunga lettera alla mia famiglia, parlando di voi. Ho dovuto dire qualche piccola bugia, date le circostanze mi perdonerete. Ho scritto loro che siete una contessa di sangue svevo, che i briganti infami e la marmaglia borbonica sbandata hanno sterminato tutti i vostri parenti e amici, hanno dato fuoco alla vostra dimora e preso tutto quello che avevate, ma fortunatamente avete trovato asilo temporaneo in un convento. Adelaide, la mia sorella minore, è tra le più ansiose diconoscervi. Vi sta facendo il corredo ricamato con l’iniziale del vostro bel nome. In casa mia, a Torino, non si parla che di voi, la contessa sveva, Eleonora di Montemarano.-

- Siete un uomo pieno di sorprese, dovrò stare attenta.-

-Eleonora, …. –

- Cosa c’è?-

- Avete un bottone della camicetta sganciato.-

Lei si porta le mani al petto inorridita.

- Signore, ve ne prego, siamo sotto San Guglielmo, andate.-

Delacroix tenta di prenderle la mano per baciarla, ma lei si ritira. Delacroix prende congedo e si allontana, ma sulla porta si gira, lei lo guarda interrogativa.

- Eleonora, come va l’orologio che vi ho donato?-

- Piuttosto in ritardo. Ma basta il pensiero.-

Eleonora in Piemonte

Il brigante Cicco Cianco sognava la libera America e aveva aggiunta Eleonora al sogno. Cicco aveva stordita Eleonora con i racconti della loro fuga a Roma, dal Papa, ove lei Badessa e lui brigante filo borbonico avrebbero ricevuto ogni sorta di aiuti, poi presto il bastimento a vapore li avrebbe portati in America con tutto il suo bottino di brigante. Era stata tentata di andarsene nei boschi con i briganti, gli ori, gli argenti e le provviste del convento. Ma si era guardate le mani, la pelle sottile e rosa della discendenza normanna. Mani nate per sgranare il rosario o una collana di perle, non per il fucile. In fuga a Roma era andato Re Franceschiello, il suo convento confiscato dai liberali, le monache sbandate. 

Eleonora aveva detto addio alla sua anima torbida e aveva scelto la tiepida noia sicura.

Nella villa Delacroix, sulle colline di Torino, Eleonora Febronia di Montemarano si affaccia, ogni mattina appena alzata, da un a delle finestre che danno su fiume Po. Tra un minuto entra la sua cameriera personale. Eleonora non capisce cosa le dice, in quella sua lingua scivolosa e piena di inchini, ma cosa importa se il vassoio è colmo di una prima colazione varia e ottima.

L’arrivo del postino, la cameriera, che corre al cancello e torna con sempre almeno un biglietto dalle sue nuove conoscenze, non le portano il piacere della curiosità, ma l’ansia di leggere il suo nome scritto sulla busta da una mano forte e rozza. Nella lettera

dall’America Cicco le dice che finalmente era riuscito ad avere sue notizie, la supplica di raggiungerlo da uomo libero. Ma la lettera non era mai arrivata. Era arrivata invece la notizia che la banda di Cicco Cianco era stata circondata, i briganti straziati dai colpi. Eleonora Aveva rinunciato ai balli.    

 

Svanito nel nulla

Ma dove è finito il brigante Pagliuchella? Si conosce la fine ufficiale di tutti i briganti, ma la sorte di Pagliuchella dagli archivi non salta fuori. Lo si dà per ucciso in combattimento, ma la gente non riesce a sapere quando è morto e come è morto.

In verità, invano Piemontesi e Guardia Nazionale hanno dato una caccia rabbiosa al brigante Pagliuchella. Alla fine, per non ammettere la sconfitta e perdere la faccia, aiutano a diffondere la voce che questo brigante non esiste, è solo una favola inventata per incutere terrore e sobillare. Si diffondono le voci che non sia mai esistito e che sia frutto di fantasia popolare, come sovente nella storia di Volturara, per creare un alone di leggenda in un periodo che la nebbia della dimenticanza dolorosa ha coperto sotto una coltre impossibile da sollevare. La fine di Pagliuchella è rimasta nascosta e il colloquio che segue ne rende chiari i motivi.

 

Al Comune di Volturara

- E io vi dico che non lo posso fare. Statevi bene. –

Con queste parole che paiono irrevocabili, Generoso Mezzacapa, funzionario della Regia Anagrafe Comunale di Volturara, spinge indietro sulla sua scrivania verso l’interlocutore un sacchettino di velluto nero, che al muoversi tintinna del suono delle monete d’oro.

Dall’altra parte della scrivania c’è una pausa di riflessione, prima di riprendere a bassa voce.

-Ma, scusatemi, Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, non è mai esistito, altrimenti l'esercito piemontese l'avrebbe catturato. E dunque nel registro vostro che ci sta a fare? Voi lo fate sparire e fate contenti i Piemontesi. Mettetevi una mano sulla coscienza, ogni volta che i nipoti suoi avranno bisogno, che so, di un certificato, di firmare una dichiarazione, verrà fuori la storia del brigante Pagliuchella a rovinarli. Che colpa ne hanno queste povere anime innocenti?-

Mezzacapa sbatte il pugno sul tavolo e il tintinnare dell’oro gli procura come una fitta di futuri rimpianti. Ma un funzionario del Re non si corrompe, cerca di spiegare la situazione.

- Voi non vi rendete conto che se io strappassi questa pagina dal Registro, si fa per dire, oltre a Raimo Ferdinando facciamo sparire pure Cantalamessa Carmela e Cipriano Gaetano, in quanto nati nello stesso mese medesimo e in questa stessa pagina registrati. Questo io come lo spiego? E alla parrocchia ci avete pensato? Cresima e Battesimo con tanto di compare e controcompare, tutto segnato.-

L’interlocutore di Mezzacapa scuote la testa e ritma dolcemente il tempo con le mani aperte sulla scrivania come a dire ”ma guarda che teste dovevano andare a mettere qua in Comune”. Sa che deve essere paziente e sorride prima di riprendere.

- Coincidenza. Stamattina sono passato dal Parrocchiano, gli ho chiesto di vedere i registri, per un controllo, una mia curiosità, se preferite. Non ci posso ancora credere, il calamaio si è rovesciato sulla pagina di Ferdinando. –

- E il prete che vi ha detto?-

- È diventato di fuoco. “Hai fatto peccato mortale”, mi ha gridato.

Mi sono preso paura e gli ho detto ‘”Con una buona offerta, ditemi voi la cifra, si potrebbe declassare a peccato veniale?”. E mi sono messo in silenzio.-

- E il prete? Si è offeso?–

- Ma no. E perché mai? Abbiamo concordato una somma da versare in opere di bene, ho salutato rispettosamente e me ne sono andato.–

Mezzacapa riflette e l’interlocutore riprende.

- Tengo la masseria piena di roba che mi ingombra: patate, fagioli, legname, granoturco, olio, vino, castagne. Venite a trovarci una volta e fatemi la cortesia di prendere tutto quello che vi serve.-

Mezzacapa sospira. Come si può rifiutare? Sarebbe scortesia. Unisce a cerchio il pollice all’indice della mano destra, che pone con fermezza davanti agli occhi dell’altro, mentre gli parla in tono ultimativo.

- Statemi bene a sentire. Questo volume del Registro deve andare là in basso sullo scaffale, dove si vede il vuoto. Voi adesso vi accendete un sigaro, prendete il volume e lo mettete a posto. Si dovesse fare una bruciatura su una riga, io non vi ho visto e non vi conosco. Adesso vi saluto e me ne esco, che ho cose importanti da fare.–

La fiammella dello zolfanello abbaglia la vista per un istante al fumatore, quanto basta per far svanire Mezzacapa e il sacchetto di velluto nero.

 

Rosa e Ferdinando verso l’America.

Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, rincorre Rosa sul ponte di terza classe del bastimento a vapore per l’America.

- Ferdinando, ma come facciamo a camminare sull’acqua del mare, se nessuno ci tiene e ci spinge?-

- Rosina, lo vedi il fumo che esce dai comiglioli? Il fumo va indietro e il bastimento va avanti.-  

Fine