SAPODILLA

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                                  IL GIOCO DEL CALCIO

 Attirati da misteriosi richiami, la banda dei venti o trenta ragazzi e ragazzini si ritrova nella discesa del garage, per la prima volta vedono un televisore in bianco e nero. Campionato mondiale di calcio, finale Svezia-Brasile a Stoccolma. La banda ondeggia, si stringe, si allunga e si accorcia, i più piccoli cercano di passare avanti, nel tentativo di distinguere i giocatori che sono ombre sfumate tra scariche elettromagnetiche. Il pallone corre veloce, più svelto delle telecamere. Ma non quando viene attratto dal piede magico di Garrincha, l’ala sinistra, punta del Brasile. Il pallone si riposa mentre Garrincha a metà campo danza sinuoso di fronte al terzino, difensore della Svezia. Ma ora nel piccolo schermo nuvoloso si vede solo il terzino. Dove sono finiti Garrincha e il pallone? Sono lontani, nell’area di rigore della Svezia, volati via insieme come due colombi, sorridono al portiere della Svezia. 

 

                    TUTTO FINISCE, QUALCHE VOLTA MALE

  Quando Diego Armando Maradona tira l'ultimo calcio di rigore finisce il gioco del calcio. Certo, ancora si tirano calci su tutti i campi dal Perù alla Norvegia, ma il bel gioco é finito. Ogni arte ha la sua epoca.

I russi scrivono ancora, ma l'ultimo grande scrittore russo ha deposto la penna a fine '800.

Hal Barks guarda sorridendo il suo ultimo disegno e finisce l'epoca d'oro di Paperino e zio Paperone.

Ci saranno ancora Stanllio e Ollio? No, impossibile: Hollywood ha avuto il suo tempo e il suo luogo.

Presto vedremo i campi di calcio in plastica. Le ragazze pon-pon suoneranno la trombetta per fermare il gioco ed entrare in campo: pubblicità dello sciroppo. Gli spettatori saranno pagati per riempire gli stadi e il regista della tv li comanderà: insultare, applaudire, fare la ola, invadere il campo. C'era una volta il gioco del calcio e non si potevano sostituire i giocatori infortunati.  Quando si infortunava il portiere, tra la disperazione dei tifosi e la vergogna degli avversari, il centravanti indossava la maglia nera col numero uno. Tra grandi applausi  il portiere si avviava agli spogliatoi e il centravanti a difender la porta. Il massimo del brivido si poteva ottenere quando poco dopo si fosse azzoppato un terzino avversario. Il difensore veniva spedito all'ala sinistra ove se ne stava  trascurato. Troppo trascurato. Ecco che riceve un lungo lancio in contropiede di alleggerimento, riesce a stoppare  col petto, percorre come Milziade i cinquanta metri che lo separano dalla porta, segna il primo e ultimo gol della sua carriera. Questo era il gioco del calcio e voi che non lo avete visto non sapete cosa è la gioia di sognare. _

 

                                 IL TIFOSO 

 

La testuggine verde è immobile in mezzo alla strada. Alla fine della partita lo spettatore se ne torna a casa a piedi come era venuto. L’ampio viale che dallo Stadio Olimpico  porta al Tevere si gode le evoluzioni aeree degli storni. Al Napoli hanno annullato un gol forse regolare, ma nessuno se l’è presa più di tanto. Gli arbitri si cullano nello scirocco quando la Lazio gioca in casa, lo sanno tutti, niente di personale. Quest’anno la Lazio vince il suo primo scudetto, tutto il popolo romano allo stadio soffia sul pallone verso la porta nemica. Giovanni ha comprato il biglietto dal bagarino sotto ai pini, venti minuti prima del fischio comincia la svendita a prezzi stracciati. Giovanni è favorevole al libero mercato, specie la domenica a quest’ora.

Dentro la testuggine si agita la rabbia e la paura, i ragazzi sono armati solo di manganello, il caposquadra panciuto e baffuto è come un padre – Calmi, stiamo calmi . –

Gorilla sbuca da dietro al pullman. Un pullman pieno di tifosi laziali venuti dalla Ciociaria. Tornano a casa contenti, stasera si canta e si beve, la Lazio ha battuto il Napoli 2-1. Gorilla percorre lento la fiancata del pullman, ora ha trovato il punto giusto e sferra un primo calcio alla lamiera, poi un altro poi un altro. Silenzio. Si sentono le acque del Tevere sotto al ponte. Gli storni seguono il loro caposquadra nel loop, sono a un millimetro l’uno dall’altro non si possono distrarre.

Finito il lavoro, Gorilla  ne va per i fatti suoi, appena uno sguardo dietro, come colui che uscito al mattino dal manicomio criminale d’Aversa voglia rientrare per la cena, ma senza fretta.

   

                                       LA SQUADRA

  La squadra di piazza Prati degli Strozzi non era molto famosa, anche se per qualche mese ebbe perfino un allenatore. Questo allenatore, un ragazzo tra i mille con una breve stagione di illusioni in una squadra vera, si chiamava Santoni, non dimenticatelo è importante. Il portiere della quadra si chiamava Capoccia e un giorno con grande sufficienza se ne andò a fare un provino di cui non parlò mai, ma per vie traverse si seppe il giudizio ‘Tozzo, privo di scatto e di presa’. Mi pare che noi giocatori avessimo la maglia dell’Inter, ma forse alcuni l’avevano e altri no, tanto in campo ci si conosceva,

Per il posto di terzino sinistro eravamo in competizione in due, io e Roscio Malpelo. Roscio rosicava per fregarmi il posto e uno giorno toccò il fondo dello squallore.

-Santoni, Santoni, mettiti in ginocchio e leccaci i coglioni.-

Spia lurida. Il Roscio indicava me come autore del versetto, mentre tutti noi eravamo raccolti in gruppo a sentire la lezione dell’allenatore.

Avevo chiaramente doti letterarie innate, ma negai tutto, facendomi più piccolo e trasparente di quanto allora non fossi. 

Roscio Malpelo Schizzaveleno non sai che il destino punisce il malvagio.

La domenica seguente eravamo invitati a giocare col San Giuseppe. Capoccia, il portiere titolare, era assente, forse era andato al mare con la famiglia. In porta fu costretto a giocare Renato, il centravanti, che non ne voleva sapere e secondo me per la rabbia qualche volta si scansò per far entrare i pallone in rete. Il primo tempo finì 3-1 per il San Giuseppe, la mia prova fu di carattere, allora non c’erano le lenti a contatto e facevo la mia figura con gli occhiali, fino a quando non me li rompevano. Roscio Malpelo implorò e pianse per poter entrare al mio posto nel secondo tempo, ma Santoni fu irremovibile nonostante io stesso mosso a compassione perorassi la causa della serpe.

Alla fine perdemmo 7-1 , un risultato onorevole considerato che noi si giocava fuori casa e privi del portiere titolare.

 Tempo dopo io e il Roscio trovammo un miserevole portafoglino in terra, con qualche centinaio di lire. Ce ne andammo al cinema e credo che il Roscio si sia tenuto il portafogli.