SAPODILLA

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J G sapodilla 

                                         briganti e notabili a volturara irpina

 

 

 IL MALEPASSO

 

·  Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

·  Notti insonni. Arrivano i Piemontesi o gli Austriaci di Franceschiello?

·  Ultima notte di Purgatorio. All’alba del 8 Aprile salgono i Piemontesi

·  I Piemontesi sono arrivati. Confusione sul fronte liberale

·  Perquisizione

·  Giovanni Volpe 16 anni, ucciso dai Piemontesi

·  La festa dell’Unità d’Italia. 2 giugno 1861

 

 

LA BADESSA E IL GENERALE

 

·  Suor Antonietta e il caporale

·  Un passo indietro. Eleonora badessa

·  L’orologio

·  Nastrino rosso. Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

·  Un’ora dopo

·  La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

·  Qualcuno bussa al convento

·  Rosa senza paura 

·  Avete chiuso bene il chiavistello? Labbra di fragola

·  Ma guarda chi è arrivato

·  Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

·  Addio all acque fresche e chiare, addio alle anime torbide

·  Svanito nel nulla

 

 

    Cronaca delle congiure paesane

 

·  Qui ci vuole un poco di Storia

·  Volturara e la Rivoluzione Francese del 1799

·  1820 i moti carbonari

·  1860. Arriva Garibaldi

·  22 dicembre 1860. Soldati sbandati

·  22 dicembre 1860. Il Capitano della Guardia Nazionale

·  22 dicembre 1860. La Piazza

·  22 dicembre 1860. Consiglio Comunale

·  24 dicembre 1860. Cena della Vigilia

·  Disgelo. E adesso che succede?

·  Marzo 1861. Rapina della banda di Ferdinando Candela

·  1 Aprile 1861. La scampagnata di Pasqua

·  5 Aprile 1861. Il basso clero complotta

·  Il liberale e il filo borbonico

·  Viva a Garibaldi, viva a chi comanda, viva a Franceschiello        

·  Sabato 6 Aprile 1861. Piani per la rivolta   

·  7 Aprile 1861. Tentativo di rivolta    

·  Mannaggia li muorti di Garibaldi 

·  8 Aprile 1861. Arrivano i Piemontesi    

·  9 Aprile. Duecento rivoltosi scappati sulle montagne    

·  10 Aprile 1861. Il governatore rientra ad Avellino

·  Alla macchia

·  8 maggio 1861. Una madre muore di crepacuore per i figli in carcere

·  30 Settembre 1861. Guardie Nazionali assolte per la fuga di Alessandro Picone

·  Don Giacobbe Benevento e la palommella rossa

·  La paura fa venire i capelli bianchi

·  Ferdinando Candela brigante cerca di vendere il fucile a un contadino 

·  La grotta dei briganti         

·  Cinque briganti in famiglia

·  7 Dicembre 1861. Arresto del brigante Pietro De Feo            

·  Vicenzo Luciani segretario comunale    

·  Malaoi venduto per 12 carlini  

·  Uccisione del brigante Ferdinando Candela           

·  L’ultimo brigante di Volturara 

·  Alessandro Picone. Eroe mancato

·   Cattura di cicco cianco e altre storie

·  La storia del cinghiale bianco

·  Oggi il brigantaggio è finito

·  Sessione municipale                           

 

 

    IL DRAGONE

 

·  Il Terremoto del 4 e 5 Dicembre del 1456

·  La rivolta di Masaniello del1647 e la Peste del 1656

·  Il Catasto Onciario del 1742. piovono lapilli e tasse

·  Messa cavallonia nel ‘700

·  Anno 1714. trasporto vacche a Napoli

·  La leggenda di Gesio

·  Se pozza appilà la occa re lo Traone (si possa otturare la Bocca del Dragone!)

·  Altri tempi

·  La strega di Volturara a fine ‘800

·  Nicola Volpe accusato di spargere il Colera

 

 

     vita da brigante

 

·     Breve vita felice di Luigi Solito

·     La spia

·     Anno 1827. Il Capourbano viene ammazzato

·     La storia di ‘Ngillo il brigante

 

        GLI STATI SOCIALI

·            La nuova classe

·            La Sissantera

·            Mezzecalzette

·            La cantina

·            La piazza è la rovina del paese

·            dello stare in piazza

·            carlini e cavalli

·            la guerra dei due pennetti

·            causa che dura da quattro anni

 

    preti, bestemmie e abiure 

 

·  Il Vescovo di Montemarano contro il Clero di Voltorara

·  Un momento difficile

·  Prete mandante di omicidio

·  L’amante del prete

·  Sacerdote spara

·  Il Parrocchiano

·  L’Arciprete che ha trecento anni

·  Mannaggia l’anima di chi ti ha creato

·  Porca fottuta, stai attenta la prossima volta

·  San Sebastiano sempre trafitto. Costretto alla abiura per poter emigrare

 

     DRAMMI 

·              Una promessa mantenuta

·              L’ultimo delitto con l’accetta

·              Sperduto

·              Peppo ammazza due di montella

·              Gelo terrificante

·              il dramma di don matteo e don vincenzino

·              clelia marra

·              la spagnola

 

 

NOVELLETTE

 

·  Centoventi lire

·  Alla fontana

·  Commercio di anime

 

 

    TEMPI MODERNI

·  Anno 1903

·  Fontane galeotte

·  Il lavatoio pubblico al Carmine

·  Lettera di Alessandro Sarni a suo nipote Monsignore. 1920                

·  La grande guerra

·  Allegri farmacisti 

·  Il butto dei cani

·  Nicola Lomazzo e Benito Mussolini

·  Il figlio di Mussolini. Anno 1937 

·  Violenza carnale

·  L’abito da sposa

·  La sera in cui Costantino Sarno rinnegò il fascismo

·  Notte silente

·  L’aereo lancia scarpe. 1943

·  Questi non hanno mai fatto del bene

 

    BEFFE, DIAVOLI E RAPIMENTI

 

·  Petrolio a Volturara

·  Il trovatello

·  Il ratto di Carmela

·  Ottorino e il diavolo

 

 

    STRATEGIE ELETTORALI

 

·  San Michele e le elezioni del 1952

·  Discorso dal balcone

·  Elezioni amministrative nel 1956. Il Gallo perde

·  Colomba contro Stretta di Mano

·  Auto blu

·  Anno 1980. Tutto balla

·  Pullman dal Belgio per Amministrative 1997

·  La città sotterranea. Anno 2000

·  Il ricordo di Costantino

 

 

    TUTTO CAMBIA MA, LA PIAZZA E’ SEMPRE LA STESSA

 

·  Tutti per uno

·   La visita del principe Umberto

·   L’eremita di San Michele

·   La Piazza

·   Il Parrocchiano

·   La caccia

·   L’Esattoria

·  Fondazione di Volturara Irpina

·  Le donne nei campi e gli uomini in Piazza

·  Il Malepasso non c’è più

·  Ritorno in Irpinia 

·  Emigranti

·  Maruzzella

·  Lo scemo del villaggio 

·  Pirito santo

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

 

                                                             IL MALEPASSO

 

Allontaniamoci per ora con discrezione da Rosa e Ferdinando, riscendiamo in paese a vedere cosa succede.

Fino a poco tempo fa, solo il Malepasso univa Volturara al resto del mondo. Quando, nel lungo inverno, la neve copriva il passo, il paese era fuori dal resto degli umani. È un passo infido e insidioso, che appare a chi sale dopo una serie di tornanti stretti. Nessun esercito straniero oserebbe salire alla conquista senza la Primavera. Ma quale sarà l’esercito che si vedrà spuntare da dietro al Malepasso al disgelo? Qualcuno spera di veder apparire la bianca bandiera dei Borboni, possibilmente con gli alleati austriaci dietro. Nell’attesa tutti i personaggi della tragicommedia entrano in scena.

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.-

Ha rimproverato il Signore.

- Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.-

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni a casa sua. Alla signora Solito non piace la politica.

 - Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli.- Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo?  Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?-

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.-

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra. –

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera. La porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante.- Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli.

Notti insonni. Arrivano i Piemontesi o gli Austriaci di Franceschiello?

Quando si fa buio una mano febbrile apre l’anta di uno stipo ripieno di barattoli, si allunga nel sottosquadro di un muro che cela un foro, il braccio si contorce e si allunga all’interno della parete per il foro, attimo di panico, ma subito le dita si serrano come un artiglio rapace sulla preda nella tana, poi un profondo sospiro: il rotolo di monete d’oro nella calza è al suo posto. Le famiglie e pochi amici fidati si riuniscono attorno al camino. Più tardi, a notte, gli sposi stanno più vicini nel grande letto con i materassi pieni di stoppie fruscianti.

Il giovane sposo liberale e idealista confida i suoi sogni alla fresca sposa, che non capisce ma lo asseconda e gli accarezza la fronte.- Questo è il momento buono per te, devi diventare importante. Chi se lo merita più di te? Ma io per me sarei contenta anche così.-

Dall’una e l’altra parte, le mogli orgogliose e ambiziose, cariche di odio invidia e rancori, sollecitano vendetta al pavido sposo stanco e impaurito.- Tu a quello lo devi ammazzare per tutto quello che ha fatto alla mia famiglia.- Il tono di voce è un ferro rovente rosso e bianco, lascia intravedere una notte di piaceri e sottomissioni dimenticati se lo sposo mostrerà finalmente coraggio.

 

Ultima notte di Purgatorio. All’alba del 8 Aprile salgono i Piemontesi

Che succede a Volturara nell'ultima notte di Purgatorio? Domani ci sarà un vincitore e si saprà chi finisce all'Inferno.

Le donne sono rimaste quasi tutte in casa o si sono ritirate presto. A Volturara non ci sono Sanculotte, Illuministe o Sanfediste. L’interesse delle donne per la politica è quasi zero, esse vogliono sapere cosa sarà domani della loro casa, della masseria, dei figli, della loro vita. Praticamente nessuna di loro legge un Foglio, una Gazzetta. Poche hanno letto un libro se non a scuola, se ci sono andate. Quelle che sanno leggere si portano in chiesa il vangelo in latino e cercano di seguire il prete officiante. Si fanno spiegare la pronuncia da un nipote studente o seminarista, magari di nascosto. 

 – Si dice Regina Celi, no Coeli, ma quante volte te lo devo ripetere zia Luigina?-

- E statti zitto, che ti strilli, i fatti nostri li devono sapere tutti? Adesso ti porto una pasta e fagioli bella calda. E un poco di vino. Ma tu mi devi promettere che non ti immischi nella politica. Questi sono pazzi, teste calde che ti possono portare solo alla rovina. Che ce ne deve importare a noi di Franceschiello e i Piemontesi, tu devi pensare a studiare e a farti una posizione a Napoli.-

 

Il freddo, la stanchezza e il vino bevuto spingono a poco a poco gli uomini a casa. Ma non tutti vanno nella propria casa: solo chi si può fidare a dormire nel proprio letto. È la notte degli amici e dei parenti fidati.

Le donne aspettano gli uomini a casa per fare la loro parte.

Le mogli sfortunate sono rassegnata a essere lo sfogo delle paure e dell’ubriachezza del marito, che la riempirà di botte senza risparmio e di imprecazioni a denti stretti, prendendo qualsiasi cosa a pretesto. Le altre sanno che questa non è la notte in cui si rifiutano favori e comprensione o si è schive col compagno della vita.

Madri, sorelle, spose, figlie prima o poi tutte sussurrano minacciose o atterrite all’uomo che è rientrato in casa – E adesso che succede?-

 

Quelli che hanno ancora voglia di essere spavaldi rispondono – E che deve succedere, succede che li ammazziamo a tutti, quei traditori.–

 

Ci sono poi i fiduciosi di entrambe le parti, per convinzione o per finzione - Domani arrivano di sicuro i rinforzi della Guardia Nazionale da Avellino, ci riorganizziamo e li arrestiamo tutti i filoborbonici.-

 

Oppure - Dobbiamo resistere solo fino a quando torna Franceschiello con gli Austriaci. Poi rimettiamo a posto le cose com’erano.-

 

Ma le donne non capiscono le risposte e non credono a una parola dei loro uomini. A loro interessa sapere cosa succede se le cose si mettono male, non se si mettono bene. Alcune di loro si trovano coinvolte per forza dagli avvenimenti, anche se recitano una parte passiva.

Rimasto isolato e sorpreso da un gruppo di rivoltosi, una Guardia Nazionale cerca asilo e bussa alla casa di un cugino che è per Franceschiello. Nel bene e nel male il sangue conta. L’uomo dal volto sbiancato viene fatto entrare in fretta e senza una parola. Si aggiunge legna e si riattizza il fuoco del camino per scaldarlo. Una pentola d’acqua viene messa sopra al fuoco sul treppiede. Si apre una bottiglia di vino, si portano coperte e lenzuola. Lo si abbraccia e gli si sussurra – Se bussano alla porta tu ti metti dietro a quel paravento e non ti muovi, non dici una parola, tanto qua non viene a cercare nessuno, stai sicuro.–

Nel'800 l’ospitalità e l’odio a Volturara non si comprano, basta chiedere al posto giusto. La delazione del proprio sangue è una offesa a se stessi e a Dio. Non si denuncia colui con cui si è diviso il pane, che ha portato regali a Natale ai piccirilli e li ha presi in braccio. O almeno così dovrebbe essere.

Domani forse le parti si invertiranno, nessun rifugio sarà più sicuro per un filoborbonico che la masseria di campagna dell’amico fraterno, il quale per combinazione si è trovato arruolato nella Guardia Nazionale.

Sta per arrivare l’alba. Ma in certe case non si è dormito, si è pensato a come far scappare e nascondere gli uomini di casa compromessi, se domani i padroni del paese fossero quelli dell’altra parte. Case, rifugi di briganti, masserie, conventi, chiese, tutto può andare bene, a condizione che dietro la porta vi sia un vero amico. I più fortunati potranno scendere verso Avellino e Atripalda. Per i disperati ci saranno i boschi a monte, l’inverno che ha riso crudele è appena finito.

All’alba chi guarda da monte non distingue le facce di chi sale, ma distingue le divise degli ufficiali in testa, non sono le bianche uniforme austriache, arriva la spedizione punitiva contro i seguaci di franceschiello. Pasqua 1861 è appena passata e passano le disperate illusioni: una marmaglia feroce di truppe regolari, con contorno di ladri, assassini e liberali, comincia il rastrellamento per le campagne e occupa definitivamente paesini e villaggi. 

L’invincibile armata, che sale dal piano per Atripalda e il Malepasso alla riconquista di Volturara Irpina, è composta da truppe Piemontesi, Guardie Nazionali, Garibaldini e una frittura di spie, guide, affaristi, politicanti e notabili. Non sarà mancato qualche contadino armato di schioppo e i randagi in cerca di vendetta e bottino, forse uno o due idealisti liberali convinti di portar su il progresso e la libertà dei popoli. La disciplina piemontese li tiene a bada e uniti. Sono lupi, iene, cani e sciacalli, più qualche illuso. Se lasciate andare a se stesse queste truppe miste si darebbero volentieri al saccheggio, al furto e all’assassinio, ma il regolamento dell’esercito piemontese lo vieta, o almeno ci prova. È ragionevole pensare che al seguito dell’armata vi fossero anche vivandiere e giornalisti. I generali piemontesi sono consapevoli che bisogna ubriacare l’opinione pubblica e tenere occupate le truppe.

I corrispondenti dei fogli dei giornali locali avranno mandato per la pubblicazione le lettere degli ufficiali piemontesi alle loro famiglie. Le loro mamme, sorelle e spose avranno riunito gli amici più cari nei salotti buoni di Torino. Tra un biscottino fatto in casa e un sorso di thè importato, seduti sui divani tappezzati a fiori o sulle sedie impagliate, gli ospiti si saranno dichiarati impazienti di ascoltare la lettera. Di come l’esercito piemontese è stato accolto da folle festanti e piangenti di gioia per essere state alfin liberate dal giogo borbonico. Di come presto anche laggiù nel Sud sarà portato il progresso a questi sudici ignoranti cenciosi. Di come purtroppo ogni tanto bisogna ammazzare un brigante ladro barbaro e assassino. Per il resto si passa a chiedere a chiedere notizie di Cesira e Adele. Niente politica: il regolamento non lo prevede per gli ufficiali piemontesi.      

 I Piemontesi sono arrivati. Confusione sul fronte liberale

- Svegliati, svegliati Don Salsiccio, non li senti gli spari? Madonna mia, e adesso chi sarà, Franceschiello o i Piemontesi? Ma ti vuoi svegliare, o no?–

Lo scuote a tal punto che il sognatore non può fare a meno di tornare alla realtà.

 

- Che succede, che vuoi? fammi dormire.-

 

- Sparano, si ammazzano, questo succede. Ma noi stavamo così bene, finalmente ci eravamo comprati la vigna a Montemarano, ci stavamo mettendo a posto la masseria, ma proprio adesso dovevano venire i Piemontesi. Svegliati, madonna benedetta, qua passiamo chi sa quali guai e Don Salsiccio se la dorme.–

 

E finalmente il marito capisce quello che succede, per una volta tanto i sogni cominciano quando uno si sveglia. Si stropiccia gli occhi felice, ride come uno scemo.

 

- I Piemontesi, sono arrivati i Piemontesi con la guardia nazionale. Ci voleva il tricolore alla finestra, io te l’avevo detto di cucire il tricolore. Dove stanno i vestiti?-

 

- E se invece sono i soldati di Franceschiello, che gli diciamo del tricolore? che abbiamo messo le lenzuola colorate a stendere? I vestiti stanno sopra la sedia, dove devono stare?-

 

- Ma quale Franceschiello, quello a quest’ora sta imbarcato sopra una nave per scappare a Roma dal Papa. E le scarpe? dove stanno le scarpe? È possibile che mi devi nascondere le scarpe tutte le sere?-

 

- Le scarpe sono sotto la sedia. Viva la rivoluzione.-

 

- Ma quale rivoluzione? Devi dire viva Garibaldi. Statti zitta che mi combini solo guai.-

 

Scende al portone, scarmigliato, la barba lunga, una scarpa in mano, cerca di infilarsi la camicia che gli penzola fuori dalla cintura. Apre il portone con una mano, con l’altra tiene il fucile. Grida.

 

- Viva… -

 

Il colpo di fucile del soldato piemontese non lo prende per poco, ma lo lascia stupito, innocente, offeso, a bocca aperta. Per fortuna una mano lo tira dentro, lo manda contro il muro, sbarra il portone: è la moglie. Lui cerca di capire se è vivo o se è morto.

 

- E tu che fai qua in camicia da notte?-

 

- La prossima volta mi metto il cappello con le piume, stamattina non ho fatto in tempo.-

 

Lui comincia a rendersi conto, cerca giustificazioni.

 

- Mi dovevo mettere la coccarda tricolore.-

 

- La coccarda tricolore la mettiamo a quella grandissima zoccola di tua sorella mia cognata, che se ne va in mezzo alla strada a salutare i Piemontesi. Vattene di sopra che ti porto il caffè, così ti svegli.-

 

- Ma dovevi venire fuori con la camicia da notte?-

 

Lei non lo pensa nemmeno.

 

 

Perquisizione

Perquisizione in casa del sospetto filoborbonico.

 

- Ma quale oro vi devo dare, che volete da me? Tengo questa catenina con la medaglietta di Sant’Antonio. La volete? E prendetevela.–

 

Fa per piegare il capo e sfilarsi la sottile catenina che porta al collo. Ma la guardia nazionale che gli sta perquisendo la casa assieme a un compagno la ferma con un gesto di insofferenza.

 

- Che ce ne dobbiamo fare della catenina, magari ci pigliamo pure la maledizione di Sant’Antonio. L’oro non è mica per noi, lo dobbiamo dare ai Piemontesi per fargli togliere vostro marito dalle liste dei filoborbonici. Signò, voi dovete capire che vostro marito è assai compromesso. A proposito, dove sta adesso, si è nascosto?–

 

- Mio marito si è sempre fatto i fatti suoi. Non tiene niente da spartire con questi filoborbonici. È uscito stamattina presto, avrà avuto affari da sbrigare, tornerà. Lasciate detto qualche cosa, quando torna riferisco. L’altra guardia nazionale intanto continua a guardare fisso la donna. Cerca nel suo viso segni di paura, di sottomissione, di desiderio. Aspetta un qualche movimento impercettibile di lei per portarla nell’altra stanza da sola. Lei intuisce e ricambia con un solo lampo di ferocia che non lascia dubbi. Le due guardie nazionali si girano a interrogarsi l’un l’altro in silenzio.

 

- Qua non tira aria buona per noi, meglio che ce andiamo a perquisire da un’altra parte.- Pensa il primo.

 

L’altro recepisce il pensiero del compagno e annuisce. I due salutano e si avviano con calma verso il portone, guardandosi intorno, sfiorando delusi gli sportelli delle credenze.    

 

 

Giovanni Volpe 16 anni, ucciso dai Piemontesi

Giovanni Volpe scende dal Candraone in Piazza per assistere all’arrivo dei soldati e con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e venire in Piazza, ammirando le divise dei bersaglieri e i cavalli che sembrano grandi due volte quelli dei paesani. Le urla degli ufficiali, e il mantello colorato del comandante su un cavallo bianco che sta dando gli ordini, gli ricordano i racconti del nonno.

 

- Quello è Garibaldi - pensa.- Madonna, Garibaldi a Volturara! sarebbe bello se potessi andare con Lui. Lo dirò a mamma che appena faccio diciotto anni andrò a combattere con la camicia rossa dei garibaldini.-

 

L’altolà gli arriva improvviso come una fucilata. Ma non si ferma a mani alzate, vuol fare vedere che vale più del soldato venuto da fuori, salta dietro l’angolo di una casa, tanto sa che non lo prenderanno mai. Ma subito si pente e adesso la paura gli dice solo di correre. Corre, e sente nella mente i consigli che la madre gli aveva dato la mattina prima di uscire.

 

- Giovannino, non farti vedere dai soldati, quelli ti sparano prima di arrestarti. Non sanno nemmeno la nostra lingua perché parlano italiano. I fessi come noi non hanno diritto né a parlare né a chiedere spiegazioni. So già come sei fatto, tu. I guai te li vai a cercare da solo con il lanternino. Non uscire di casa, è troppo pericoloso.-

 

Duecento metri di corsa e i soldati sono già distanziati. Le loro urla si perdono in lontananza. Arriva al ponte e svolta nel torrente che scende impetuoso dalla montagna.

Gli spruzzi dell’acqua fredda che gli arrivano in faccia sembrano mani che frenano la sua corsa. Le pietre sotto i suoi piedi diventano cavalli da domare, mentre una forza che non pensava di avere gli mette le ali addosso. Un dolore improvviso alla caviglia lo fa cadere in acqua. Si rialza, ma riesce solo a trascinare la gamba. Impreca, ma continua ad andare avanti. Smaneggia nell’acqua come a trovare una leva per riprendere una corsa che non viene. Sa che deve attraversare il torrente e inerpicarsi verso il costone della Maroia. Solo allora può salvarsi. La sponda opposta lo accoglie tremante e spaurito. Sembra un uccellino con un’ala rotta che vuole prendere il volo, ma riesce solo a dibattersi senza riuscire ad alzarsi da terra. Strisciando trascina la gamba e si avvia in alto verso il costone.

Lo sparo rimbomba nella gola del torrente come una cannonata, e si riverbera in mille rumori. Gli entra nel fianco destro dal basso verso l’alto. Un bruciore al petto. Una lama rovente che lo attraversa improvvisa e veloce. Rimane appeso in posizione innaturale, con le braccia in alto alla ricerca di un appiglio e il volto perso nell’erba.

 Giovannino possiede solo un paio di scarponcini rotti e la sua fantasia. Al paese un ragazzo di famiglia umile, che non è andato a scuola per seguire la via del Seminario e farsi prete, ha solo due alternative, la zappa o la guerra. A meno che non voglia andare in America. Giovannino ha deciso di diventare guerriero.

Ti potevi perdere negli occhi di una ragazza morena, potevi sognare i piccoli seni bianchi, invece che sognare l’andare avanti con la camicia rossa e la bandiera. Hai sentito la Guardia Nazionale che leggeva a voce alta il Foglio nella Cantina. “Tutti scappano quando le camice rosse a cavallo lanciano la carica”.

 

Quando Garibaldi è davanti sul cavallo bianco, tu sei accanto a lui e vi sorridete.

 

- Vattene fuori -, dice il padrone della Cantina.- Sei un ragazzo e non hai soldi per pagare il vino.-

 

Ma adesso tu torni con la camicia rossa. I ducati d’oro sonanti sul tavolo. Il padrone della Cantina si inchina, tutti si alzano, ti fanno posto, bevono con te timorosi.

 

Gli angeli ti hanno chiamato e hanno sorriso compiaciuti quando hai detto ‘”vedete, ho la camicia rossa”. Rossa di sangue è la tua camicia stracciata, perché non hai parlato con quella ragazzina morena dai seni bianchi.

 

Ma ora cosa vedi dall’alto? È una sciame impazzito di api con lo scialle nero che corre verso la Piazza. Le donne rincorrono tua madre che non si ferma, morde, urla, si libera, riprende a correre verso la Piazza. Vendetta. Ma tutti hanno paura e fingono indifferenti dolore. Tua madre alza a te lo sguardo e chiede vendetta alla Madonna. Si ferma e tutto lo sciame ondeggiante si ferma e mute la guardano. Tua madre lentamente scivola a terra, su un fianco distesa.

 

 Ora è accanto a te.

 

- Che succede, mamma, che ti senti?- Le passi il dorso della mano sul viso di giovane madre con mille rughe di sacrifici e fatica. Lei piange.

 

- Niente Giovannino, ho fatto un brutto sogno. Figurati ho sognato che i Piemontesi ti sparavano e ti ammazzavano. Ti pare possibile?-

 

La festa dell’Unità d’Italia. 2 giugno 1861

Si gira e si rigira davanti allo specchio lungo.

- Mi sono un poco ingrassata.-

- Ma che dici figlia mia, stai che sembri un fiore.-

- Un fiore che nessuno viene a cogliere, mi sento stringere in vita la gonna.-

- Le gonne si stringono quando le lavi, non ti dare troppo pensiero.-

- Ma che cos’è questa festa dell’Unità dell’Italia?-

- Ma che ce ne deve importare a noi dell’Italia? È una festa, tu sei una ragazza, le ragazze escono e vanno alla festa. Alla festa magari ci stanno pure questi soldati piemontesi soli e lontano da casa.-

- Ma proprio un piemontese mi devo andare a pigliare? Quando parlano non si capisce quello che dicono. E poi sono alti come pali del telegrafo, non ci arrivo. –

- Figlia mia, mezzo paese sta in mezzo ai guai, chi è scappato, chi fa il brigante, chi è perseguitato e chi è rimasto senza niente. Tu poi non sei più tanto una ragazzina e i Piemontesi sono cristiani pure loro. Ti devi adattare, vuol dire che salirai su una sedia. –

- Ma la guerra contro Franceschiello è finita, i soldati piemontesi pigliano se ne vanno e se ne tornano a casa.-

- Ma dove se ne vogliono andare, con tanti briganti che ci sono ancora da prendere.-

- E se un brigante mi ammazza il soldato piemontese?-

- Ma proprio il tuo ti deve ammazzare il brigante? Tu prima trovatelo questo soldato piemontese, che poi col brigante ci parlo io. E se mai rimani vedova, Vittorio Emanuele ti manda la pensione tutti i mesi, fai la signora riverita e rispettata.-

- Ma se il piemontese mi vuole portare in Piemonte a casa sua tu devi venire con me. –

- E certo che vengo, ti pare che ti lasciavo andare sola? Ma vedrai che lo convinciamo a rimanere qui, c’è l’aria fine e si mangia bene. Adesso viene qua che ti pettino.-

- Ma zio prete non si dispiace se mi piglio un piemontese soldato del re scomunicato?-

- Ma che si deve dispiacere, tutti vogliamo solo il bene tuo. Come dice zio prete? Le vie del Signore sono infinite. Magari la via tua viene da sopra.–

- Ma non mi posso prendere una guardia nazionale alla festa? –

- Se ne trovi una.-

- Madonna che disgrazia, un capello grigio, e adesso come faccio.-

- Ma no, è un capello caduto a me, adesso stai ferma.- 

 

 

                              

                                 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

                                     

                   LA BADESSA E IL GENERALE

 

Suor Antonietta e il caporale

 - Ehi, voi, chi siete? Vi manda Delacruà? Fatevi conoscere. –

 La figura femminile che ha parlato sottovoce porta un abito nero lungo che la copre completamente. Una ampia mantella scura la protegge dal freddo terribile. I capelli sono raccolti sotto uno scialle, sempre nero, che le copre tutto il viso meno due occhietti neri e sospettosi. Sotto un braccio porta una larga cesta di vimini piena a metà di uova fresche. Le risponde una voce cauta ma decisa, con un accento buffo mai sentito da queste parti.

 - Sono il caporalmaggiore Luigi Viglino di Cuneo, aiutante di campo del luogotenente generale Delacroix.-

 - Ma che bei baffetti biondi che porta questo caporale. E poi è così alto. L’altezza è mezza bellezza. Peccato che parlano così strano questi piemontesi: sembrano poveri disgraziati che si lamentano sempre.– Questo pensa la donna in nero prima di rivolgersi di nuovo allo sconosciuto.

- Avete niente da dirmi da parte di Delacruà?-

Luigi Viglino si slaccia la mantellina e porta la mano destra alla tasca interna, con la sinistra fa un segno educato alla donna di aspettare e tacere. Una busta di cartoncino pregiato avorio col sigillo di ceralacca e uno stemma passa con delicatezza e circospezione da una mano all’altra e si nasconde infine sotto le uova.

- E voi come vi chiamate, bella madamina? –

- Suor Antonietta da Montemarano.-

- Vorreste venire con me a Cuneo, suor Antonietta?

- Siete uscito pazzo? E non vi avvicinate. Non lo sapete che se un piemontese mi tocca resto scomunicata?-

- E a parlare con un piemontese non restate scomunicata?-

- Fatevi i fatti vostri, Luigi Viglino, e statemi bene.-

- Sarò qui tutte le mattine di pattuglia a quest’ora per aspettare la risposta. Ora devo tornare alla squadra che ho lasciato.-

 I due con molta buona volontà si fanno un reciproco inchino e muovono in direzioni opposte.

 È ancora scuro, l’aria è umida. Durante la notte si è alzata la nebbia, ma l’organizzazione del convegno segreto è stata perfetta. Il caporalmaggiore ha condotto la squadra al limite dei campi di granturco dove si trova la masseria convenuta. Da parte sua suor Antonietta se ne è uscita dal convento diretta alla stessa masseria, per raccogliere quante più uova fresche. Scorta la suora col cannocchiale di cui è stato dotato, Luigi Viglino ha spedito i soldati a perlustrare in varie direzioni e da solo si è mosso deciso alla masseria ove ora si è concluso il passaggio di mano di una lettera. Quelli della masseria non hanno visto e sentito: le uova fresche sono state pagate bene.

 

Un passo indietro. Eleonora badessa

La badessa Eleonora aspetta con ansia assai malcelata il ritorno di suor Antonietta in convento.

Eleonora è entrata, per meglio dire vi è stata spinta tra lacrime e grida, nelle mura di pietra del convento a quindici anni. Da allora di anni ne sono passati venti, senza che un giorno non sognasse di scappare. Eleonora si guarda e si rimira allo specchio, cerca di capire se è bella, se può ancora piacere. Ha incontrato Delacroix per un caso inatteso e fortunato: il generale piemontese cerca una sede per se e il suo comando, ha messo gli occhi su una dipendenza del convento e ha chiesto di affittarla. La badessa gli ha fissato un appuntamento nella dipendenza per trattare le condizioni di affitto, lei si presenta con quattro robuste consorelle, lui con l’aiutante di campo, il nominato Luigi Viglino. 

 - Emanuele Augusto Delacroix, luogotenente generale del Re Vittorio Emanuele.-

E si inchina.

 La badessa sorride e si trattiene dal ridere. Ma che si chiamino tutti Emanuele questi piemontesi?

- Suor Eleonora Frebonia di Montemarano, badessa del convento delle Oblate Sacripantine.

E fa una riverenza.

Delacroix fa per baciarle la mano, ma lei arrossisce e si ritira.

 - Ve ne prego, perdonatemi, le regole, le convenienze. Ma stavate guardando dalla finestra, vi piace il giardino?-

 Una delle consorelle interrompe brusca l’idillio che sta per sbocciare.

- Perdonate, reverendissima madre, ma forse si dovrebbe parlare dell’affitto per prima cosa.-

Lei la fa tacere con un brusco cenno della mano.

- Sapete signor generale abbiamo un gelso nel giardino, un gelso coi bachi da seta, chi sa che un giorno non si possa tessere.-

 E poi teniamo anche cocuzze, cetrioli e pomodori, pensano le consorelle. Stai attenta a non fare la zoccola madre superiora, che se tornano i Borbone ci murano vive nelle celle.

Il generale sorride, gentile e melanconico.

- È un giardino pieno di sole, un sole caldo che a noi manca in Piemonte. Posso chiedervi di mostrarmi questo famoso albero di gelsi coi bachi da seta? Non avrete paura di me? Le badesse hanno fama di donne coraggiose.-

Suor Eleonora ha deciso rapidamente che nella vita la paura è cattiva consigliera e che se non esce oggi nel giardino il sole caldo non lo vede più. Indica Luigi Viglino alle consorelle.

- Tenete compagnia a questo valoroso piemontese, dategli qualcuna delle ciambelline che abbiamo portato, io accetto l’onore di mostrare il giardino al generale Delacroix nostro ospite.-   

La coppia esce in giardino.

 

L’orologio

Al secondo incontro Delacroix ha fatto un regalo a Eleonora. Si sono ritrovati nel giardino galeotto della dipendenza, col pretesto di definire alcune clausole del contratto di affitto per la residenza del generale.

- Ho qualcosa per voi Eleonora - dice con aria complice Delacroix. Lei si limita a guardarlo sorridendo maliziosa. Delacroix estrae dal taschino del panciotto un orologio, una grande cipolla con tanto di catenella.

- Ecco Eleonora, tenetelo sempre con voi come pegno della nostra amicizia. È di metallo, ma il coperchio è argentato. Purtroppo non segna sempre l'ora esatta, perché ha preso un colpo in battaglia contro gli austriaci. Vi prego prendetelo. Un giorno forse lo faremo riparare dal nostro orologiaio di fiducia a Porta Nuova a Torino.-

Eleonora vorrebbe saltargli al collo e baciarlo, si contiene. Adesso ha un orologio. Vede già le facce piene di meraviglia e invidia delle consorelle, quando lo mostrerà, ma sarebbe meglio rinunciare alla soddisfazione, quelle sciagurate meno ne sanno e meglio è.

- La regola ci vieta di accettare doni personali, ma sarà un segreto tra noi due.-

Eleonora prende con grande delicatezza il cipollone che Delacroix le porge, sfiorandogli appena la mano. Lo rimira, fa dondolare la catenella, lo rigira e vede una scritta illeggibile sul retro. Ora guarda Delacroix con aria di dolce rimprovero.

- Posso osare chiedervi cosa sono questi segni indecifrabili? Forse la dedica di una dama torinese?-

Delacroix assume l’aria innocente del gentiluomo accusato di colpe infamanti.

- Cosa dite mai, Eleonora. Era una dedica del nostro Re Carlo Felice ai Delacroix per i servigi resi alla patria. Purtroppo le notti piovose degli accampamenti avevano annerito di ruggine le parole fatte incidere da Sua Maestà e la scritta è andata quasi persa nel lucidare l’orologio.

 E così il presunto cipollone di Carlo Felice è ora nelle mani fidate di Eleonora e non corre più pericolo di essere trafitto dalle baionette asburgiche. L’orologio si trova riposto nel primo cassetto dello scrittoio nello studio della badessa Eleonora. Per timore che le consorelle glie lo rubino, ha forato le pagine centrali di un grosso volume rilegato: La Vita e le Opere Pie del Beato Gervaso Farina. Poi ha incassato all’interno del librone il dono prezioso. Ogni quarto d’ora la campana della chiesa nella vallata rintocca le ore e le offre brividi di piacere sottile. Lei tira il cassetto, apre il pio libro e vi trae l’orologio, lo lucida con un panno imbevuto di una soluzione e rimette le pigre lancette all’ora giusta. Dopo tutto alcuni minuti di ritardo non sono un gran cosa in un orologio nel 1861. Quando deve abbandonare lo scrittoio, Eleonora se lo infila di nascosto al collo, appeso per la catenella sotto l’abito. Di sera lo porta a letto con sé e lo tiene in mano sotto il cuscino.

Ma alle consorelle in un convento nulla sfugge. Esse cercano più volte invano di tentare la sua vanità.

- Reverenda madre, per caso sapete che ore sono adesso?-

Ma Eleonora non si fida, conosce da che pollaio vengono le sue gallinelle.

- È l’ora che vi state zitte e vi fate i fatti vostri.- La replica ogni volta vuol essere definitiva e asciutta.

La scritta cancellata sul retro è stato un suo tormento per settimane. Invano ogni mezzogiorno vi ha riflesso la luce sopra da ogni inclinazione. Alla fine si è arresa con un grande sospiro di delusione rassegnata. Non saprà mai che l’orologio è stato confiscato all’Arciprete Don Domenico di Atripalda, con la scusa che teneva il ritratto di Franceschiello in canonica e l’orologio poteva essere uno strumento atto a facilitare l’attuazione di una sommossa filoborbonica. La scritta sul retro del cipollone diceva “Mariarosa a Ciccillo suo perduto per sempre. Premiata Fabbrica di Martino Capece a Napoli”. L’orologio non funziona bene, perché è andato in terra durante una colluttazione tra il caporalmaggiore Luigi Viglino e l’Arciprete che difendeva strenuamente il ricordo di Mariarosa.

Dopo il secondo incontro nel giardino della dipendenza, Eleonora e Delacroix hanno convenuto che sarebbe stato avventato rivedersi ancora. Si è convenuto che il caporalmaggiore Luigi Viglino avrebbe recato e ricevuto messaggi da Suor Antonietta, prima dell’alba e di nascosto in campagna. E ora, come abbiamo visto, una prima lettera di Delacroix è nelle fidate mani di suor Antonietta.

 

 Nastrino rosso. Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

- Reverendissima madre, vi è caduto questo nastrino rosso.-

Eleonora sobbalza.

- Disgraziata, come ti sei permessa di entrare senza bussare, io ti mando a lavare i porci per tre mesi.-

Suor Antonietta non pare spaventarsi, sa di essere indispensabile e di conservare segreti pericolosi per la badessa.

- Reverendissima madre, bussare e fare rumore è pericoloso con tutte queste zoccole di spie filoborboniche che teniamo in convento. Lo vogliamo far saper anche alle novizie che sono uscita e quello che sono andata a fare?-

 - Dammi qua quel nastrino rosso, lo voglio mettere a Santa Chiara. Piuttosto che messaggi porti? –

Maliziosa e smaliziata suor Antonietta sorride e si gingilla con una tasca del vestito. Ormai sa che può permettersi tutto e vuole approfittare del momento propizio.

- E oltre al nastrino rosso, un campanellino a Santa Chiara non ce lo vogliamo mettere? Messaggi da riferire non ne ho, tanto chi lo capiva al piemontese. Avete sentito come parlano? Monzà, Monzì, Monzù. Ma ho una lettera, eccola qua.-

 Alla vista della busta sigillata Eleonora palpita, avvampa, si frena a stento dallo strapparla di mano alla consorella. La prende lentamente, lacera la busta e se ne va sotto una finestrella alla luce per leggere. Attimi di silenzio.

- Madre superiora, e che dice di bello Delacruà? –

 - Dice che Franceschiello è fottuto oggi e per sempre. Dice che Vittorio Emanuele lo Scomunicato ci butta in mezzo a una strada a noi monache e preti.-

- Ma come? spariscono i Borbone? Ma quelli stanno col Papa. E voi credete a questo Delacruà? Ma quello chi sa cosa tiene in testa. Che ne vuole sapere lui dei Borbone. Per me Delacruà vi vuole impressionare. Franceschiello torna e ci fa murare vive a tutte quante ne siamo. –

Eleonora è furibonda.

- Scema, somara, se non lo sa lui che è generale luogotenente piemontese, chi lo deve sapere? Solo tu e i porci che ti mando a lavare non vi siete accorti che i Borbone stanno scappando con tutti i filoborbonici appresso. L’hai più visto monsignore il vescovo che stava qui tutti i giorni a mangiare scamorze e maccheroni?-

- E a farsi baciare la mano dalle novizie.-

- Fatti i fatti tuoi. Statti zitta e fammi leggere.-

Attimi di sospensione.

- Che dice ancora Delacruà, reverenda madre?

- Dice che lui mi prende sotto la sua protezione, questo dice.-

- E a noi? a noi che non siamo madre superiora chi ci protegge?

- Il generale protegge me e io proteggo voi. Adesso vai.-

- E non dice più niente Delacruà? Con me vi potete confidare, sono sempre stata dalla vostra parte.-

- Niente. Vai.-

- Ma come niente? La lettera è di tre fogli.-

- E sono tre fogli bianchi. Hai acceso le candele a Sant’Antonio?-

- Non ancora.-

-E vai, magari Sant’Antonio tiene una lettera da leggere, vai e fagli lume.-

La lettera del generale Delacroix supera ogni attesa di Eleonora, ogni suo desiderio. Il generale vuole averla come sua sposa, portarla via dal convento, condurla a Torino nella sua casa, presentarla a Corte. E poi quante parole di passione, rispettose sì ma appassionate. E chi se lo aspettava, pareva così formale questo Delacroix. 

Di nuovo sola, sciolte le chiome corvine con i lampi dorati che ricordano la discendenza sveva, Eleonora si prova la treccia, la ferma col nastrino rosso. Lo specchio le rimanda una principesca alterigia, lei sogna di riportare di nuovo a corte la sua famiglia dopo tanti secoli. Non è la corte degli svevi a Palermo, aperta a tutti, all’arte, al sapere, a ogni religione. Non è neppure la corte allegra e sapida, perfino liberale, dei Borboni a Napoli. La corte dei Savoia ha fama meritata di essere fredda taccagna e bigotta. Ma non sono tempi di dame, cavalieri e sultani, una badessa in tempi garibaldini si deve contentare. Arrivano tempi duri per preti e monache, Monsignore il Vescovo è scappato a Roma, senza ritorno. Alla parete del suo studio al posto del grande orologio a cucù, con l’angelo che esce ogni quarto d’ora e rintocca, c’è una macchia scura.

                                                           

Un’ora dopo

 - Chi è? Avanti.-

 Gli attimi di felicità sono lampi nella notte. Due tocchi alla porta risvegliano Eleonora dal dolce sogno.

 - Sono io, reverenda madre.-

È di nuovo suor Antonietta, ma con un’aria spaurita, una faccina bianca.

- Su vieni, non avere paura, ti ho sgridato troppo prima. Ma adesso ci sono grandi notizie, Delacroix mi vuole portare a Torino, mi presenta a Corte. Tu sarai la mia dama di compagnia, sei contenta?-

Antonietta fa un sorriso mesto mesto, entra, si avvicina a Eleonora.

- È arrivata un’altra lettera, l’ha portata un pastore.-

- Un pastore? Ma come, il luogotenente generale Delacroix adesso mi manda la lettera per un pastore. Ma che dici, ti senti bene?-

 - La lettera la manda Cicco Cianco il brigante, e sopra la busta ci sta il nome vostro. Come indirizzo.-

Le ultime parole sono dette tra i singhiozzi. Suor Antonietta consegna ora la busta piangendo e tenendola il più possibile lontano da sé, come a dire “La lettera è tua, adesso voglio vedere che fai, io non c’entro e non ci voglio entrare. Guarda in che guaio ci troviamo per colpa tua”.

 - E che vuole Cicco Cianco da noi?-

- E che deve volere, signora mia madre superiora, vorrà tutto quello che teniamo: ori, salsicce e panni.–

- Non è roba nostra, è roba della chiesa, noi abbiamo fatto voto di povertà. Cicco Cianco vuole finire all’Inferno, in mezzo alle fiamme? Non lo sa che stiamo sotto la protezione di San Guglielmo?-

- Stavamo, madre superiora, stavamo, ma ci siamo andate a mettere con i Piemontesi, non mi fate parlare -. E suor Antonietta fa gesti all’indietro con la mano destra a significare che i tempi belli sono andati.

- Riunisci tutte quante in refettorio, che vengo a leggere la lettera.-

- Sono già riunite, reverenda madre, intanto che pregano e vi aspettano si mangiano qualche cosa, per fermare i dolori di stomaco che ci sono venuti a tutte, quando abbiamo visto arrivare il pastore con la lettera in mano. Cicco Cianco ci spoglia e Franceschiello ci fa murare vive. Dobbiamo ringraziare certe amicizie pericolose per tutto questo, e sapete a chi mi riferisco.-

Suor Antonietta ha parlato aumentando il tono di voce in crescendo, quasi volesse farsi udire da Cicco Cianco e le sue spie. Il brigante potrebbe essere appostato attorno al convento o potrebbe arrivare stanotte, mentre dormono.

Esce Antonietta.

- Non c’è pace - si dice Eleonora.- Si sognava già a Torino ai balli di corte, con uno di quei vestiti lunghi e larghi, pieni di crinoline, e con la collana di perle in tre giri al collo. Invece il valzer lo deve ballare qui. Deve rientrare alla svelta nei panni della badessa autoritaria e decisa, altrimenti queste disgraziate di monache sono anche capaci di ribellarsi al suo potere.

 Nel refettorio.

Eleonora entra nel refettorio con un bel sorriso e l’aria del serpente a sonagli circondato dalle vipere. Aspetta qualche istante che il fitto parlottare ad alta voce si calmi e che le sorelle si alzino in piedi in segno di rispetto per lei.

- Bene, bene, vedo che ci siamo tutte. Abbiamo cose importanti da discutere. Abbiamo or ora ricevuto una lettera. Sedute.-

Le monache si siedono, ma non si quetano del tutto. E tra loro ci sono le serpi filoborboniche che hanno deciso di alzare il capo: messe in disparte, adibite ai lavori più umili, sentono arrivato il giorno della rivolta. 

Suor Carmelina per esempio ha uno zio monsignore e un altro zio maggiore dell’esercito borbonico, sperava nel posto di badessa prima di Eleonora. Per anni ha masticato pane, preghiera e veleno, adesso si alza e parla.

- Abbiamo ricevuto? Ma le lettera è indirizzata a voi, madre reverendissima.-

Suor Colomba invece è una spia dei Borboni per tradizione di famiglia dal ’99, di solito cerca di tenersi defilata. Ma se non è ora è tempo di rischiare, quando più? Si alza lei per seconda a parlare.

- Madre superiora, quando vi scrive Delacruà la lettera è solo per voi, quando vi scrive Cicco Cianco la lettera è per tutte. Vi pare giusto?-

Eleonora pensava che la sua relazione con Delacroix non fosse tanto palese. Ma quella scimunita di suor Antonietta ha parlato, o si è fatta scoprire. Eleonora congiunge le mani e serra le labbra poi volge lo sguardo in direzione di suor Antonietta come a dire “I porci li dovrai anche asciugare dopo averli lavati con quella tua lingua lunga”.

La domanda piuttosto retorica di suor Colomba, la spia, è rivolta in realtà a tutte le consorelle sedute al lungo tavolo, lei cerca di ottenere nuovi consensi e contare le fedeli filoborboniche. Ma le consorelle sono per lo più ondivaghe, si vogliono lasciare aperte tutte le porte, del doman non v’è certezza. Qualcuna prima fa cenno di sì col capo, ma poi lo scuote dubbiosa. Qualche altra volge lo sguardo interrogativo alla vicina a significare “Tu che dici?”. 

 Eleonora è rimasta in piedi. Approfitta del momento di incertezza e sbandamento delle consorelle, fa cenni con le mani di stare zitte, poi tira fuori la lettera del brigante.

La vista della lettera provoca tremiti e fremiti lungo le due file del tavolo, come se dentro la busta ci fosse proprio Cicco Cianco pronto a saltar fuori con tanto di fucile. Eleonora Frebonia le guarda una per una, vuole ricordare a tutte chi è che sa comandare in convento.

- Sarà bene leggere cosa vuole Cicco Cianco prima di farci tante preoccupazioni. Forse vuole che preghiamo per lui e per le anime dei suoi compagni scomparsi. Forse vuole che gli diamo notizie della sua famiglia.-

 Un coro di proteste la interrompe. Le sorelle sacripantine sono assai scettiche sui buoni propositi di Cicco Cianco.

Suor Carmelina rifà il verso a Eleonora.

- E chi lo sa, magari Cicco Cianco si vuole ritirare qui in preghiera. Cerca conforto da noi. Lo mettiamo in una celletta, poi la sera lo andiamo a trovare e gli leggiamo la vita di San Guglielmo.–

Eleonora la fulmina con uno dei suoi sguardi che fino a ieri facevano desiderare alla malcapitata di essere una pietra nel muro. Le labbra serrate di Eleonora non lasciano uscire di bocca le parole, ma le consorelle le possono intuire “Suor Carmelina cara, indovina a chi toccherà cogliere la legna al mattino presto l’inverno prossimo.”

Ma oggi non è più ieri, le sorelle sono sfrontate. Suor Colomba arriva di rinforzo a suor Carolina.

- Cicco Cianco si prende tutta la nostra roba, dovremo pregare per avere un tozzo di pane.-

Ora perfino suor Immacolata da Montella, così timida e sottomessa, si alza e grida, la paura la sconvolge e la rende aggressiva.

- E si contentasse solo della roba. Questi briganti sono diavoli, questi briganti sono peggio dei lupi, ci si mangiano. Ma dico io, non ce ne potevamo stare con Franceschiello bello nostro? Ci dovevamo andare a cercare Delacruà?-

Le parole di suor Immacolata sono come la diga che cede e si arrende all’onda di piena. Neanche fosse il tavolo dell’ultima cena delle condannate, le buone Sacripantine perdono ogni freno. Quale piange, quale invoca la protezione della Madonna e dei Santi, quale rimprovera, quale ammonisce.

- Cicco Cianco ci prende e ci porta in mezzo ai boschi io ve l’avevo detto, se ci mettiamo con gli scomunicati San Guglielmo non ci protegge più.-

- Finiamo tutte in mezzo a una strada, nude e senza mangiare.-  

 Eleonora lascia dire, impassibile, aspetta che l’onda si spenga sulla sabbia, comincia la lettura della lettera di Cicco Cianco.

 

 Signora Badessa, se volete salva la vita mi dovete mandare al momento mille ducati, metà  d’oro metà d’argento, senza mancare un giorno. E dovete mandare anche due botti di vino, salsicce, prosciutti, formaggio e pezze di panno per pulire i fucili. Se no vorrei morire disgraziato e vi giuro che vi mando all’elemosina. All’istante che giunge la presente rispondete immantinente, in altro caso abbrucerete voi e le vostre proprietà. Per Franceschiello nostro Re per grazia di Dio se volete la pace nel vostro convento mettete la bandiera dei Borbone. Se poi siete sorda al mio parlare il convento brucerà tra tre giorni. Immantinente che ricevete la presente, spedirete per persona di fiducia, dove il pastore sa, quattordici prosciutti, venti paia di caciocavalli, venti bottiglie d’olio, duecento pezze di lana, quattrocento salsicce più i ducati e il vino. Altrimenti per la Madonna quando mai vi crederete io verrò per dietro i sieponi, salirò per il muro e mi fotterò le vostre monache, poi vi taglierò la testa. Quel fesso scellerato assassino del generale piemontese non sarà sempre a proteggervi. Cicco Cianco.

 

 Le Sacripantine sono ammutolite, dunque Cicco Cianco ha una spia in convento, una spia ben informata di ogni disponibilità, il Brigante ha chiesto tutto quello che hanno. Profittando del loro sgomento, Eleonora fa cenno di stare sedute e si avvia verso la porta.

-Statevi sedute, zitte e buone, che la risposta a Cicco Cianco è cosa mia. Aspettatemi qua in refettorio, finché non torno a leggervi la nostra risposta a questo brigante.-

Monache si diventa, badessa si nasce.

 

Il brigante più celebre di queste contrade fu Cicco Ciancio (Cianci o Cianco), nativo di Montella, il quale compiva le sue gesta uccidendo e rubando assieme ai suoi degni compagni nel territorio di Volturara e di Montella. Cicco Ciancio che andava a rifugiarsi nelle recondite grotte della Faggeta, e sotto le gole del Terminio, era il terrore di questi luoghi. Egli il più delle volte inviava anche qualche lettera minatoria ai benestanti di Montella e di Volturara intimando loro di inviargli mediante qualche suo fido o confidente una somma rilevante in danaro, altrimenti pena la morte. Cicco Ciancio e i suoi degni inseparabili compagni sequestravano anche qualche persona che incontravano nei boschi e allora i furfanti rilasciavano i disgraziati quando la famiglia di quest’ultimi inviava loro il danaro chiesto. Cicco Ciancio per molti anni fu invano perseguitato dalla forza pubblica che non potette scovrire ed assicurare alla Giustizia il temibile e pericoloso brigante. Finalmente, un giorno ben triste pel famigerato brigante, Cicco Ciancio fu ucciso a colpi di moschetto dai Carabinieri che perlustravano le campagne. La voce pubblica afferma che il cadavere di Cicco Ciancio il quale aveva commesso innumerevoli furti e delitti fu trascinato a viva forza per sfregio per le vie di Montella mettendolo esposto al pubblico per qualche giorno per farne vedere la sembianza truce su cui era impresso il marchio dell’infamia e rilevavansi a chiare note le stigmate dei veri e grandi delinquenti nati.

 

La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

Eleonora esce dal refettorio e se ne va al suo scrittoio, apre il primo cassetto, tira fuori piano piano l’orologio di Delacroix, lo lucida, se lo mette davanti in attesa che il campanile a valle rintocchi le ore. Per un attimo è tentata di scrivere a Delacroix, ma la paura non riesce a  prendere il sopravvento, riflette che è meglio tenerlo lontano dal convento, non dargli preoccupazioni. Se la deve cavare da sola, come hanno fatto tutte le badesse con tutti i briganti prima di lei. Carta calamaio e penna, dopo un’ora Eleonora è pronta a tornare in refettorio.

- Care sorelle, ecco pronta la nostra risposta a Cicco Cianco.-

 “Caro Cicco Cianco, fratello nostro. Abbiamo ricevuto la tua lettera portata dal pastore. Come faremo a trovare tutto quello che ci chiedi? vuoi mille ducati e noi dove li prendiamo? siamo misere monache, viviamo di elemosina e di quello che ci danno i benefattori. Siamo in tale disperazione, che uno di questi giorni prendiamo San Guglielmo vestito d’argento e ce lo vendiamo. Mi dici pure che vuoi venire dalla parte dell’orto a tagliarmi la testa. Ma non sai che teniamo i Piemontesi qua attorno e quelli sono più briganti di te? quando vuoi venire fammi avvisare. Accetta dieci paia di caciocavalli e cento salsicce, altro non teniamo. San Guglielmo ti protegga. Eleonora Febronia di Montemarano.” 

Pausa in attesa di commenti. Ma il refettorio è muto, come in attesa di foglia che cada dal ramo. Eleonora allora conclude rapida.

 - Ho finito. Suor Antonietta consegnerà la mia lettera di risposta e il cesto con la roba al pastore. Io mi ritiro in preghiera nella mia cella, voi state qui e fate altrettanto.-

Uscita la gatta, le sorcette parlano.

E adesso che succede, quando Cicco Cianco legge la risposta? Quale invocando i Santi, quale piangendo, quale maledicendo la madre superiora, questa è la domanda che le sorelle si fanno l’un l’altra.

-Ve lo dico io cosa succede.-

E’ la vocina sottile e queta di suor Zelinda in fondo alla tavola. Silenzio perplesso. Zelinda è quella che sta in convento da più tempo di tutte, passa il tempo a leggere libri e libricini pieni di storie, se non fosse che è poco intrigante sarebbe lei la madre superiora. Le consorelle sanno cosa si devono aspettare da Zelinda, la guardano con un poco di compatimento e molta simpatia.

-Che cosa succede suor Zelinda, c’è scritto nei vostri libricini? –

Zelinda sorride, estrae da una grande tasca del grembiulone un volumetto rilegato di novelle e racconti.

-Succede quello che successe quella volta coi Saraceni, state quiete e sentite.-

Le sorelle si mettono davvero e volentieri zitte e chete. Una pausa dopo tanta tempesta è quello di cui avevano bisogno. E suor Zelinda comincia il suo racconto.

                                    Il Priore e i Saraceni

Tra poco spunta l’alba sulla costa. I Saraceni sono sbarcati senza luna. Silenziose formichine more si arrampicano pazienti fino al picco del monastero, ne scavalcano la cinta. La lunga nave li ha portate di notte sulla stretta lingua di spiaggia. Le formichine sono guerrieri in una fila che si cala dalle mura e sta per attraversare il cortile del monastero, quando una dolce armonia di voci penetra sotto gli elmi a punta: è il coro mattutino dei monaci. Seyan, il loro capo, ne è estasiato e ordina ai suoi di procedere in silenzio, non vuole che i monaci si spaventino e smettano di cantare. Ma tutto finisce prima o poi. Ora il coro si tace, il portone della chiesa si apre, appare il padre priore. Non sono tempi in cui un padre priore si spaventi troppo, alla vista di Mori intorno al pozzo che gli riempiono il cortile, ma dire che la cosa gli faccia piacere sarebbe troppo pretendere. Da parte loro gli invasori sono distesi e rilassati, sanno che è l’ora della prima colazione e si attendono un invito. Ma i monaci sono muti, forse è la regola. Tocca a Seyan riempire il silenzio e  rivolto al priore dice – Non vogliamo mangiare un boccone, prima di parlare di affari?- E via tutti in refettorio sulle panche. 

Perché mai un giorno qualcuno scrisse che il pane altrui sa di sale? I Saraceni sono del tutto a loro agio, ridono scherzano, rilassati danno gran manate sulle spalle del monaco che siede accanto, gli rubano il cibo frugale dal piatto di legno.

Ma non tutta la tavolata è in perfetta letizia. Mai latte di capra appena munto fu più amaro per un priore, pure egli ha la forza d’animo di tentare una dissimulazione con Seyan – Come vedete dal nostro cibo frugale e dalla tavola tanto umilmente imbandita, noi siamo poveri. Purtuttavia ci ha recato letizia dividere ogni cosa con voi. Ristorati, potete riprendere ora il vostro viaggio, il Signore vi proteggerà dalle tempeste, vi benedico -.

Anche Seyan pensa che sia tempo di andare, ma prima vi è da sbrigare un affaruccio. Se mai vi fu un Moro serafico, questi è Seyan rivolto al priore – Quello grasso ha parlato- gli dice.

In effetti, profittando della confusione e del clamore della mensa, alcuni guerrieri hanno trascinato il rubicondo monaco Calimero da Paola  fino all’orlo del pozzo e poi ve lo hanno cacciato dentro, non senza grave fatica. Quindi aiutati dalle pareti lisce e scivolose di muschio hanno lasciato che egli calasse appeso a una fune fino al fondo, infine allegramente hanno cominciato a buttar giù pietruzze. E così dal fondo del pozzo si è presto  udita una vocina salire - Le monete d’oro sono in cantina, in una botte interrata, sotto tutte le altre botti di vino-.

E’ quasi mezzogiorno e i Saraceni ora se ne vanno davvero. Con aria educata e dispiaciuta Seyan dice al priore che non può portarsi via tutto il vino, la nave purtroppo non ha stiva capiente. Poi vede che il priore ha ancora l’aria affranta, ha un pensiero delicato, si toglie l’elmo con la rossa piuma del comando e lentamente lo posa sul  reverendo canuto capo. I monaci appena sorridono tra le lacrime e Seyan si sente in dovere di far loro una promessa, mentre la nave ormai va sulle onde, -Torneremo, sapete, torneremo.-   

Finito il racconto le buone sorelle rimangono in perplesso silenzio. Mai contente.

- Suor Zelinda, ma queste sono novelle antiche di Mori, Turchi e Saraceni che venivano dal mare. Noi qua stiamo in montagna, ci dovete contare una storia di briganti nostri.-

Suor Zelinda la paziente riprende dalla tasca il suo libricino di storie.-

- Allora mettetevi zitte e comode. State ad ascoltare quello che vi vengo a raccontare.

 

                 IL RAPIMENTO Di Salvatore Sorice

C’era una volta una banda di briganti. Stavano rintanati nei boschi, verso la cima delle montagne. Dormivano in grotte e nei pagliai. Quando c’era bel tempo restavano a cielo aperto alla rugiada. Anche un pagliaio odora di chiuso e una grotta assomiglia troppo ad un gabbia per uccelli, dove resti imprigionato senza possibilità di fuga.

Dormivano con un occhio aperto ed un altro chiuso, sempre all’erta come le lepri. Se erano stanchi, e nemmeno un occhio ce la faceva a restare aperto, un brigante restava di guardia per tutti, mentre gli altri dormivano un sonno profondo. Inganni non ne volevano i briganti! Non si sa mai che ti può riservare questo mondo infame!

Il popolo tremava di paura. Chi tremava di più erano i signori, perché i briganti toglievano loro i ducati d’argento ed i marenghi d’oro. Ma anche i poveracci non erano tranquilli. Gli zappatori ed i bracciali dovevano recarsi in campagna a lavorare. Avevano occhi e orecchie. Potevano vedere e sentire, anche senza volerlo, per caso. Per chi aveva visto od udito, la testa era in pericolo.

A questa banda di Briganti pensò subito Carmela Sorice, quando vide che il suo sposo Salvatore non arrivava a casa all’ora di pranzo, cosa mai fino ad allora accaduta.

                                

Il rapimento a fine di riscatto è probabilmente la professione più antica del mondo, almeno per quanto riguarda gli uomini. Tutti sappiamo come si sviluppano gli eventi. Lo sposo viene rapito alla sposa, ella presto riceve un messaggio “Vogliamo dieci delle tue pecore migliori”. La sposa piange, si dispera, giura che ha dovuto cedere le pecore agli usurai  l'anno sorso e dunque le ha soltanto in gestione, disperata fa la controfferta di una capra. Dopo qualche settimana di trattative lo sposo viene reso per cinque pecore.

Un caso insolito si ebbe anni orsono. Salvatore Sorice fu rapito alla amata sposa Carmela, che ricevette presto una richiesta di riscatto per cento ducati d'oro.

 

- Dove volete che trovi questo denaro?- ella rispose.- Dovrei vendere cento volte il mio corpo. La Madonna vi entri nel cuore, ridatemi il mio Salvatore.-

 

Il giorno dopo Carmela riceve un secondo messaggio.- Cerca le monete d'oro che ti ha dato il tuo vicino, il ricco Aniello, ogni volta che andavi a fargli visita. Quando i ducati saranno in mano nostra, come sarai istruita, noi lasceremo scappare Salvatore.-

 

La furia e il terrore entrano nell'animo di Carmela. Infine la paura di essere nominata come zoccola è più forte della sua avidità, il giorno dopo cento monete d'oro escono dalla sua casa e Salvatore ritorna.

Già la luna si alza a rendere ancor più candida la neve  e il sole tramonta su una sposa che finge di essere felice tra le braccia dello sposo ritrovato. Ma due uomini sono davvero felici. Salvatore accarezza la sposa adorata, mentre le racconta orgoglioso di come sia fuggito dalla grotta dei briganti. Aniello il ricco vicino conta e lucida ridendo le cento monete d'oro del riscatto per il rapimento, che lui stesso ha preparato e messo in atto.

 

E’ stata una mattinata pesante. Finiti i racconti di Suor Zelinda, le monachelle a una a una infilano in uscita la porta del refettorio e se ne vanno a riflettere.

 

Qualcuno bussa al convento 

Il rumore noioso che viene dalla sua porta si unisce alle melodiose note del valzer: Eleonora Febronia di Montemarano sta di nuovo sognando i balli a Corte, alla Corte di Torino, come al solito. Il suo carnet è pieno di nomi di principi e generali. Nel sogno i baffi del generale Delacroix fremono, sia pure in modo controllato, è geloso nel vederla volteggiare nelle braccia degli altri. Per evitare che l’ira di Delacroix esploda, lei di tanto in tanto occhieggia dalla sua parte, gli sorride con complicità e sottomissione.

Adesso il rumore di qualcuno che bussa alla porta si fa più insistente, le note del valzer si allontanano.

- Chi è? avanti. Si può sapere cosa succede a quest’ora di notte?-

La maniglia gira cauta e la porta si socchiude, suor Antonietta scivola nella stanza, quasi strisciando sul legno della porta e guardando dietro. Appare come stravolta da emozioni recenti.

- Madre superiora vi cercano.-

La cercano? E chi mai può essere a quest’ora di notte? Di certo non un monsignore in visita o un pellegrino bisognoso. Una aspirante novizia di gran famiglia che vuole mantenere l’incognito? Con questo freddo neanche a pensarci. Chi mai dunque? Una intuizione le da un tremito, il bel volto arrossisce: Delacroix è venuto a prenderla in segreto, è finita con queste disgraziate zotiche di monache, con le preghiere in refettorio tutte le sante mattine appena ti alzi, è finita coi vescovi e coi briganti. Tanti saluti a Garibaldi e Franceschiello, si va a Torino in carrozza.

Suor Antonietta è lì che attende muta come in attesa di istruzioni.

- Mi cercano? E chi mai a quest’ora di notte con questo freddo? Forse il generale Delacroix è venuto in carrozza? Dio mio, cosa mi metto, come mi vesto?-

Suor Antonietta è sconvolta. “Adesso me ne vado di testa” pensa. Non bastavano le emozioni che ha avuto al portone del convento, ci mancava anche la badessa si mettesse a fare la zoccola scimunita. Ma sempre a lei deve toccare di aprire portoni e bussare alle porte, sia benedetto San Guglielmo.

- Madre superiora, non è Delacruà.-

Dal tono irritato e cattivo della risposta Eleonora intuisce che ci sono guai in arrivo al convento, si cala di nuovo assai a malincuore nei panni della badessa.

- Che vogliamo fare? Aspettiamo mezzogiorno e poi mi dici chi mi cerca?-

Ma suor Antonietta la delude, non ha proprio l’aria di voler assumere la parte della ubbidiente sottomessa e neppure di voler dare una rapida e soddisfacente risposta, anzi se ne parte in uno sproloquio minaccioso che pare senza capo né coda.

- E chi vi deve cercare reverenda madre, che timore dobbiamo avere? tanto a noi ci protegge Delacruà. Abbiamo voluto risparmiare sui prosciutti e sulle salsicce, e queste sono le conseguenze. Adesso suoniamo la tromba e facciamo correre la cavalleria piemontese.–

Eleonora la guarda con gli occhi sbarrati, poi sorride, ha capito.

- Suor Antonietta ti sei fatto un brutto sogno. Tieni, prendi questo sacchettino di mandorle dolci e tornatene a letto. Anzi, visto che mi hai svegliata, fammi prima un bel caffè.–

Suor Antonietta accenna a una riverenza.

- Visto che ci sono ne faccio due di caffè, uno per la reverenda madre e un altro per Cicco Cianco che vi aspetta in parlatorio.-

Eleonora deglutisce.

- Cicco Cianco?-

“Hai finito di fare la zoccola con Delacruà”. Suor Antonietta tace soddisfatta, ma i suoi occhi parlano per lei. Eleonora non raccoglie.

- Sì signora, è arrivato Cicco Cianco col cappello e il fucile. È accompagnato da un compare tutto mascherato, così se ci ammazza non possiamo neanche sapere chi è stato. Le sorelle si sono rinchiuse nelle celle, vogliono andare in refettorio, vogliono appendere il ritratto di Franceschiello al posto suo dove stava prima e cantare tutte in coro l’inno a Ferdinando II di Borbone. Lo conoscete l’inno, si? Viva il re, viva il re, viva il reeee.-

Eleonora si sta vestendo cerca qualcosa di rattoppato, suor Antonietta le fa segni di sbrigarsi, non è il caso di far irritare l’ospite con l’attesa. Ma Eleonora riflette, temporeggia.

- Che aria ha Cicco Cianco? Ti pare molto arrabbiato?-

- Adesso venite e vedete.-

- Andiamo.-

Eleonora entra in parlatorio, ha un’aria sorridente ma dimessa come si addice a una povera badessa che ha dato tutto quello che poteva dare. Vede che ci sono due figure in attesa, non è difficile intuire quale dei due è Cicco Cianco, si dirige cauta verso di lui.

- Fratello caro, per quanto riguarda le salsicce mancanti… -

Cicco Cianco non sta neanche a sentirla, ma muove verso di lei portando la destra al fianco. Eleonora suda freddo dalla punta dei piedi. Il suo futuro le passa davanti agli occhi e vola via. Si vedeva ormai Contessa di Moncalieri in carrozza a Parigi con le principesse Savoia, invece adesso le arriva una coltellata da Cicco Cianco e addio badessa addio.

Cicco Cianco si inginocchia ai piedi di Eleonora che rimane come ipnotizzata, riesce solo a volgere lo sguardo verso suor Antonietta come a dire “Ma questo è una belva crudele e feroce, mi vuole sbranare dai piedi”.

Ma suor Antonietta non pare in cerca di anime a cui recare soccorso e conforto. Abbozza un sorrisetto mesto mesto, solleva appena le spalle e apre le palme delle mani, come a rispondere – E io che ci posso fare? Avete voluto risparmiare pure sulle salsicce e adesso Cicco Cianco vi sbrana e vi ammazza, vuol dire che vi faranno Beata e il convento ne avrà rimerito.-

Mentre il gregge delle sorelle spaurite china il capo in attesa del morso del lupo, Cicco Cianco prende la mano di Eleonora e se la porta con delicatamente alle labbra. Eleonora rimane immobile come coniglio tra le spire del serpente. Il brigante le bacia la mano. Poi le sussurra le ultime parole che Eleonora mai si aspettasse.

- Mi dovete perdonare signora Badessa, perdonatemi e aiutateci.-

Eleonora ormai è sicura di essere entrata anche lei nel sogno di Suor Antonietta, guarda di nuovo la consorella come a dirle “Svegliati, se no chi sa cosa succede ancora prima che arrivi mattina”.

Cicco Cianco si alza, fa un cenno col capo alla persona che è arrivata con lui.

Il personaggio mascherato si toglie il cappello, appare una lunga lucente chioma corvina, si sfila la sciarpa, scintillano due occhi che sono due perle nere e danno luce a un visetto deciso: è Rosa la ragazza di Ferdinando Raimo detto Pagliuchella. 

Cicco Cianco la indica a Eleonora.

- Signora Badessa, confidiamo nella vostra misericordia e benevolenza. Accogliete questa povera giovine sventurata e perseguitata dalla malasorte.- 

 Le cose si muovono in fretta, ma la testa di Eleonora è svelta e furba, e adesso di nuovo lucida. Cicco Cianco non è venuto a prendersi la roba che ha chiesto, cerca un rifugio e un asilo per questa ragazza. È il momento di riportare ordine, regola e disciplina. Su sorelle, ordina Eleonora, trovate una bella celletta per questa brava ragazza, portatela vicino a un fuoco, datele una bella colazione, non vorrete mica che Cicco Cianco si lamenti della nostra ospitalità? Poi Eleonora ha fatto un sorriso aperto a Cicco Cianco e lo ha invitato a seguirla nel suo studio. Le carte buone sono di nuovo nelle sue mani.

- Sorelle voi date ogni conforto a questa povera figlia sventurata. Io devo parlare nel mio studio da sola con Cicco Cianco.-

 

Rosa senza paura 

Le donne si sa non sono mai contente, fino a un minuto fa le sorelle si lamentavano perché la badessa ha una relazione con un generale piemontese. Adesso si lamentano perché è stato dato asilo a una ragazza portata in convento da Cicco Cianco, il famoso capo-brigante filoborbonico.

E così adesso la povera Rosa si trova in mezzo a uno stormo di pinguine che la portano in mezzo per il corridoio delle celle, la prendono sottobraccio, la rincorrono e soprattutto parlano, gridano, fanno domande, cento, mille domande. Sono impaurite, sospettose ma sopratutto curiose.

- Ci mancavi solo tu, non ne avevamo abbastanza di guai. Ma chi sei? Da dove ne vieni? Che ci sei venuta a fare qua?-

- Povera ragazza, ma non lo vedete come è sperduta? Vieni qua vicino a me. Come ti chiami?-

- Mi chiamo Rosa e non sono sperduta, sono la fidanzata di Ferdinando Raimo, dei Raimo di Volturara Irpina. –

- Sei la fidanzata del brigante Pagliuchella? San Guglielmo bello nostro aiutaci. E adesso come facciamo, che ne sarà di noi quando i Piemontesi lo vengono a sapere? I Piemontesi caricano le monache filoborboniche sui bastimenti insieme alle pecore rubate e le mandano in America. Se quelle povere disgraziate arrivano vive, le vendono per farle lavorare come schiave. Io mi sono fatta rinchiudere qui dentro per non zappare la terra e adesso grazie a te mi ritroverò in America un’altra volta con la zappa in mano. –

 Ma Rosa ha coraggio per tutte.- Non ve preoccupate dei Piemontesi che li ammazziamo a tutti quanti.-

Le buone consorelle incalzano Rosa.

- Ma perché te ne sei venuta qui in convento? Ti vuoi fare suora? Non te potevi stare con Ferdinando tuo bello? –

Rosa si difende bene.

- Starò qui per un poco, poi il mio fidanzato mi viene a riprendere. Di più non mi dovete chiedere.-

Ma ci vuol altro per chetare questo stormo di monache maldicenti e curiose.

 E quanto costa adesso un fazzolettino ricamato di seta? È vero che torna Franceschiello? E come è venuto quest’anno il vino del Saracino?  È nevicato tanto quest’inverno a Volturara? Che si dice a Avellino? Che si dice a Napoli? Quanti briganti tiene Cicco Cianco? Ma Cicco Cianco ti faceva portare il fucile? Tu ne hai ammazzati di Piemontesi?

 

Avete chiuso bene il chiavistello? Labbra di fragola

- Chiudete la porta dietro di voi, Cicco Cianco, e mettete pure il chiavistello. Ho dato ordine di non disturbare, ma di quelle pettegole non ci si può fidare. Stanno a sentire dietro la porta e sono capaci di entrare senza bussare e dire che si sono dimenticate di bussare per l’agitazione. Penso che abbiate qualcosa di importante e riservato da dirmi, mi sbaglio?-

Eleonora non ha più paura si sente invece distratta da gradevoli sensazioni e ricordi.

Da bambina si chiudeva nella sua stanza con uno dei fratelli, il suo prediletto. E parlavano e ridevano. Li sorprendeva la voce della sorella più grande, mandata dalla madre. – Che fate voi due piccoli lazzaroni chiusi là dentro, aprite e venite ad aiutare in cucina. –

Sto diventando pazza, pensa Eleonora, sento le voci. E le vengono in mente le leggende terribili sulle badesse prima di lei, invasate dal diavolo dentro questo mura maledette di pietra. Ora guarda sorridendo il brigante.

- Su dite. Un terribile capobrigante come voi non sarà intimorito da una povera monachella sola e indifesa.-

Cicco Cianco la guarda, guarda i suoi lunghi capelli biondi, che lei stranamente non ha raccolto e coperto con una cuffietta. È un angelo, pensa Cicco Cianco. Il brigante ora si sente al sicuro, abbassa la guardia. L’istinto gli dice che qui non deve aver paura di una sorpresa o una trappola, i veri nemici del brigante assieme al tradimento. Allunga le mani al fuoco del piccolo camino.

- Signora badessa…..- comincia. Ma si interrompe e guarda fisso incantato Eleonora. Lei china il capo appena da un lato e spalanca gli occhi come a interrogare, ma anche come se non fosse sorpresa da quanto accade, sporge il labbro inferiore come una bambina che vuole fare i capricci.

Hai le labbra di fragola e ciliegia, pensa il brigante. – Signora badessa, sono venuto a parlarvi ….- e si interrompe di nuovo. Eleonora trova del tutto naturale l’interruzione, è sempre più distratta, forse non ha neppure sentito le parole di Cicco Cianco, infatti, sta parlando a sé stessa. - Che bei riccioli lunghi e neri come un tizzo ha questo bel brigante, altro che quel palo di Delacroix coi baffettini e il monocolo.-

I due si fissano increduli, stanno sognando nello stesso sogno.

Sono insieme nella loro casa a due piani con l’orto. Una coppia felice. Eleonora in cucina con il cucchiaio di legno gira il sugo di pomodoro coi funghi e col forchettone assaggia le tagliatelle fatte in casa. Cicco è giù nell’orto chinato su un piccolo innesto sperimentale di cui è orgoglioso e gelosissimo. Guarda la piantina da destra e da sinistra, ma cosa vede, orrore, qua la terra è smossa, il gambo di una fogliolina è spezzato. Prende il piccolo gambo tra pollice indice, poi lo rilascia affranto e deluso, il miracolo non è avvenuto, il gambo ferito pende di nuovo. L’ira di Cicco è terribile, invade l’orto la casa i vicini. Bestemmia e impreca contro la malasorte che lo perseguita, contro i ragazzi, il figlio e la figlia scellerati, che si mettono a correre nell’orto come scemi invece di fare qualcosa di buono. Poi guarda su verso la casa dei vicini, dall’altra parte della rete che recinge e divide gli orti. Sa benissimo che comare Ersilia, la grassa e perfida vicina sempre tutta vestita di nero, lo sta spiando dietro l’anta di legno alla finestra del secondo piano. Cicco ora leva la mano destra a dita strette e allungate in segno di maledizione.

- Lo devo scoprire chi taglia la rete, per farci passare le sue galline a beccarsi le piantine mie.-

Naturalmente non fa nomi, non si vuole compromettere.

Eleonora si affaccia ridente al balconcino che dà sull’orto, in mano tiene il forchettone con infilata una tagliatella lunga che saggia tra i denti.

-Ciccuccio bello, la vogliamo finire di giocare nell’orto? Si scuoce la pasta, salite su subito tutti quanti, tu e ragazzi.-

Cicco sale in cucina con i ragazzi affamati appresso che gridano. Si mangia? è pronto? Quando si mangia? Lei odora soddisfatta il mazzetto di violette che Cicco la ha portato su. Lui le mostra corrucciato il gambo spezzato dell’innesto.

 – Guarda che hanno combinato questi due disgraziati.-

- Ma che c’entrano loro, saranno state le galline di commare Ersilia. O forse è stata la strega di Benevento che di notte ti manda lo gnomo dispettoso.-

Lui le sfiora la nuca, le passa la mano sulla schiena, la mano scende. Lei si irrigidisce, fa gli occhi feroci, sbuffa a voce bassa. –Ti vuoi stare fermo sì o no? Ci sono i ragazzi. –

 Eleonora e Cicco Cianco si risvegliano nello stesso istante. Sono di nuovo il brigante e la badessa, costretti da secoli a recitare queste due parti, altrimenti il pubblico si spazientisce. Anche il pubblico è sempre lo stesso da secoli: preti, notabili, contabili, re e regine, famiglie ambiziose, possidenti e tanti poveri affamanti e offesi.

 Cicco Cianco fa un passo verso Eleonora, lei non mostra paura. Lui fa un altro passo, la guarda, si porta una mano al cuore. Lei tende a sua volta una mano bianca, delicata, verso il cuore di Cicco. Gli parla con dolcezza.

- Su, ditemi di cosa si tratta. –

Lui le prende la mano.- Signora Badessa sono venuto a parlarvi di due giovani, che ….- Si interrompe ancora.

Lei non lo ascolta, gli passa la mano a dita aperte tra i riccioli neri. Lui si inginocchia, la stringe a sé, poggia il capo sulla gonna di velluto nero.

Eleonora gira, gira, ma non è il valzer. La sua anima le brucia in petto, le grida esasperata.

 – Io non ci salgo con Delacroix nella carrozza per Torino. Ci vai da sola a fare la madamina, che me ne strafotte di conoscere Vittorio Emanuele e la regina Come-si-chiama-a-quella. Viva lo Re Ferdinando, viva la Regina Carolina. Voglio sentire la terra mia d’estate sotto i piedi nudi, voglio ballare la tarantella sull’aia della masseria in mezzo ai covoni di grano con Cicco Cianco. Voglio sentire i contadini che bevono vino rosso, cantano, gridano e sparano in aria. Voglio mangiare i maccheroni al sugo, passare la mano sulla barba di Cicco Cianco per farla diventare un tizzone rosso e nero. Voglio mettere Cicco nella pentola del sugo di pomodoro e poi me lo mangio tutto mezzo crudo e mezzo cotto. Ma che ci sono venuti a fare qua questi piemontesi, chi cazzo li ha chiamati, se ne stavano a casa loro a farsi i fatti loro.-

Eleonora sente la sua anima e si smarrisce, si perde, si slaccia il primo bottone della camicetta ricamata sotto il corsetto che la protegge. Sospira a Cicco Cianco, –Avete chiuso bene la porta col chiavistello?-

 

Ma guarda chi è arrivato

Eleonora riposa esausta, sfinita dagli eventi. Una tempesta di avvenimenti. È una ninfa distesa sull’erba nel profondo del bosco, ogni raggio di sole saltella da una foglia all’altra prima di scendere malizioso alle sue morbide forme e illuminarle sbarazzino. Lei sente il calore dei raggio nel sonno, lupi e cinghiali le girano intorno attenti a non far rumore, simpatici briganti vegliano su di lei, i satiri hanno riposto lo zufolo in attesa del suo risveglio naturale.

Ma la porta della sua cella rimbomba di colpi e forti grida ripetute più volte a intervalli. Alla fine non può fare a meno di riscuotersi. Esce dalla montagna degli elfi e delle fate. Non posso stare qui, devo andare.

 - Chi è? Che succede? Si può sapere cosa c’è?

La porta è chiusa a chiave. Una mano nervosa e impaurita non fa che scuotere la maniglia. È suor Antonietta.

-Sono io madre superiora, per l’amor di Dio svegliatevi, succedono cose dell’altro mondo. Aprite, aprite.-

Scatta il chiavistello, si apre la porta. Le due donne si fronteggiano mute, suor Antonietta pallida, le mani congiunte, tremante piange. Eleonora è rossa in volto, scarmigliata, ninfa tra i boschi fuori del mondo.

- Suor Antonietta, hai visto il diavolo come l’altranno? Quando un cinghialotto sperso si infilò nel bucato steso e sembrava un lenzuolo che corre. Si può sapere che succede?-

-Teniamo un brigante in casa e i Piemontesi all’uscio. Non so quale dei due è meglio. Noi stiamo giusto in mezzo. Questo succede reverenda madre.-

- I Piemontesi all’uscio? Ma quale uscio che dici? –

- È arrivato Delacruà a cavallo, questo dico. Dice che aveva messo i soldati di pattuglia nei dintorni per proteggerci. La pattuglia ha fatto rapporto “Abbiamo visto ombre misteriose aggirarsi attorno al convento nella foschia”. E così Delacruà si è presentato con tutta la cavalleria. Adesso stiamo proprio protette, Delacruà all’uscio e Cicco Cianco in casa, e chi ci tocca. A ogni buon conto Delacruà dice che vi vuole vedere, si vuole accertare. È meglio se non si accerta.-

-E tu cosa gli hai risposto? Dove sta adesso il generale Delacroix? –

- Sta fuori col cavallo, gli ho detto che di entrare non se ne parla nemmeno, è peccato mortale di prima classe, che se ne stesse fuori ad aspettare. –

- Brava suor Antonietta, adesso provvedo io a Delacroix. Fammi un caffè forte, nero, bollente.-

 Suor Antonietta si è ripresa. Vedere Eleonora, rilassata, così bella, così florida, la rassicura. ”Madre superiora se lo rigira come vuole a quello scimunito di Delacroix”, pensa.

- Vado subito e provvedo, madre superiora, ma non avete per caso da farmi un’altra domanda?-

Eleonora le rifà il verso, parla in cantilena.

- Che ti devo domandare, suor Antonietta bella? È andata la regina al ballo?-

- Dove sta adesso Cicco Cianco? Questo mi dovete domandare.-

 Eleonora si ricompone, si aggiusta i capelli, tutto gli torna in mente, si morde le labbra, prima di chiedere a suor Antonietta - Dove sono Rosa e Cicco Cianco.-

- Rosa l’abbiamo vestita da suora, sta in mezzo a noi. Cicco Cianco sta in refettorio. Si è mangiato tre piatti di maccheroni col sugo e una pagnotta di pane bianco, beve vino che pare una botte vuota, speriamo che non si metta a cantare. E poi continua a chiedere salsicce arrosto. Deve essere una fissazione.-

- Poverino, chi sa cosa mangiano i briganti nei boschi, senza nessuno che cucina per loro.-

- Ma quello non si sazia più, ci finisce le provviste. Ma che ne dobbiamo fare? Lo vestiamo da frate e lo mettiamo in chiesa al posto di Sant’Antonio?-

- Cicco Cianco portalo qui, lo teniamo nascosto nella mia cella fino a che non viene notte, poi vediamo. Io me ne starò nello scrittoio.-

Suor Antonietta non è per niente contenta di tenersi Cicco Cianco in casa, lo darebbe volentieri ai Piemontesi, così impara a chiedere le salsicce. Ma bisogna piegarsi e ubbidire.

- E di Delacruà cosa ne dobbiamo fare?-

- Portalo in chiesa sotto San Guglielmo. Digli che scendo subito a ringraziarlo delle sue premure, ma gli posso parlare solo un minuto, un minuto solo, se no è peccato mortale di prima classe.-

 “Questa la dovevano fare diavolessa, altro che badessa. Chi sa che non si ritrova all’inferno con Cicco Cianco”, questo pensa suor Antonietta, che fa una riverenza ed esce a eseguire gli ordini appena ricevuti.

 

Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

- Eleonora non potete immaginare quanto io sia felice di vedervi in buona salute. Ci sono facce di briganti assassini qui intorno.-

- Ma che dite mai, Delacroix. I vostri soldati non sanno ancora distinguere un pastore da un brigante. I veri briganti non osano avvicinarsi al convento e mai oserebbero toccare una religiosa per paura di finire all’Inferno.-

Delacroix è perplesso, anche deluso nelle sue aspettative di cavaliere alla difesa di vedove e orfani. Svia il discorso.

- Sapete, Eleonora, ho scritto una lunga lettera alla mia famiglia, parlando di voi. Ho dovuto dire qualche piccola bugia, date le circostanze mi perdonerete. Ho scritto loro che siete una contessa di sangue svevo, che i briganti infami e la marmaglia borbonica sbandata hanno sterminato tutti i vostri parenti e amici, hanno dato fuoco alla vostra dimora e preso tutto quello che avevate, ma fortunatamente avete trovato asilo temporaneo in un convento. Adelaide, la mia sorella minore, è tra le più ansiose di conoscervi. Vi sta facendo il corredo ricamato con l’iniziale del vostro bel nome. In casa mia, a Torino, non si parla che di voi, la contessa sveva, Eleonora di Montemarano.-

- Siete un uomo pieno di sorprese, dovrò stare attenta.-

-Eleonora, …. –

- Cosa c’è?-

- Avete un bottone della camicetta sganciato.-

Lei si porta le mani al petto inorridita.

- Signore, ve ne prego, siamo sotto San Guglielmo, andate.-

Delacroix tenta di prenderle la mano per baciarla, ma lei si ritira. Delacroix si allontana, ma sulla porta si gira, lei lo guarda interrogativa.

- Eleonora, come va l’orologio che vi ho donato?-

- Piuttosto in ritardo. Ma basta il pensiero.-

                                                 

Addio all acque fresche e chiare, addio alle anime torbide

Eleonora in Piemonte.

Nella villa Delacroix, sulle colline di Torino, Eleononora Febronia di Montemarano si affaccia, ogni mattina appena alzata, da una delle finestre che danno su fiume Po. Tra un minuto entra la sua cameriera personale. Eleonora non capisce cosa le dice, in quella sua lingua scivolosa e piena di inchini, ma cosa importa se il vassoio è colmo di una prima colazione varia e ottima.

 

Rosa e Ferdinando verso l’America.

Invano Piemontesi e Guardia Nazionale hanno dato una caccia rabbiosa al brigante Pagliuchella. Alla fine, per non ammettere la sconfitta e perdere la faccia, aiutano a diffondere la voce che questo brigante non esiste, è solo una favola inventata per incutere terrore e sobillare.

Ma dove è finito il brigante?

Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, rincorre Rosa sul ponte di terza classe del bastimento a vapore per l’America.

- Ferdinando, ma come facciamo a camminare sull’acqua del mare, se nessuno ci tiene e ci spinge?-

- Rosina, lo vedi il fumo che esce dai comiglioli? Il fumo va indietro e il bastimento va avanti.-

 

Svanito nel nulla

Alla fine si sa quasi tutto di tutti, ma la sorte Pagliuchella dagli archivi non salta fuori. La gente non riesce a sapere quando è morto e come è morto. Si diffondono le voci che non sia mai esistito e che sia frutto di fantasia popolare, come sovente nella storia di Volturara, per creare un alone di leggenda in un periodo che la nebbia della dimenticanza dolorosa ha coperto sotto una coltre impossibile da sollevare.

 

- E io vi dico che non lo posso fare. Statevi bene. –

Con queste parole che paiono irrevocabili, Generoso Mezzacapa, funzionario della Regia Anagrafe Comunale di Volturara, spinge indietro sulla sua scrivania verso l’interlocutore un sacchettino di velluto nero, che al muoversi tintinna del suono delle monete d’oro.

Dall’altra parte della scrivania c’è una pausa di riflessione, prima di riprendere a bassa voce.

- Ma, scusatemi, Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, adesso sta in America? E dunque nel registro vostro che ci sta a fare? Mettetevi una mano sulla coscienza, ogni volta che i nipoti suoi avranno bisogno, che so, di un certificato, di firmare una dichiarazione, verrà fuori la storia del brigante Pagliuchella a rovinarli. Che colpa ne hanno queste povere anime innocenti.

 

Mezzacapa sbatte il pugno sul tavolo e il tintinnare dell’oro gli procura come una fitta di futuri rimpianti. Ma un funzionario del Re non si corrompe, a voce ancora più bassa cerca di spiegare la situazione.

- Voi non vi rendete conto che se io strappassi questa pagina dal Registro, si fa per dire, oltre a Raimo Ferdinando facciamo sparire pure Cantalamessa Carmela e Cipriano Gaetano, in quanto nati nello stesso mese medesimo e in questa stessa pagina registrati. Questo io come lo spiego? E alla parrocchia ci avete pensato? Cresima e Battesimo con tanto di compare e controcompare, tutto segnato.-

 

L’interlocutore di Mezzacapa scuote la testa e ritma dolcemente il tempo con le mani aperte sulla scrivania come a dire ”ma guarda che teste dovevano andare a mettere qua in Comune”. Sa che deve essere paziente e sorride prima di riprendere.

- Coincidenza. Stamattina sono passato dal Parrocchiano, gli ho chiesto di vedere i registri, per un controllo, una mia curiosità, se preferite. Non ci posso ancora credere, il calamaio si è rovesciato sulla pagina di Ferdinando. –

- E il prete che vi ha detto?-

- È diventato di fuoco. “Hai fatto peccato mortale”, mi ha gridato. Mi sono preso paura e gli ho detto ‘”Con una buona offerta, ditemi voi la cifra, si potrebbe declassare a peccato veniale?”. E mi sono messo in silenzio.-

- E il prete? Si è offeso?–

- Ma no. E perché mai? Abbiamo concordato una somma da versare in opere di bene, ho salutato rispettosamente e me ne sono andato.–

Mezzacapa riflette e l’interlocutore riprende.

- Tengo la masseria piena di roba che mi ingombra: patate, fagioli, legname, granoturco, olio, vino, castagne. Venite a trovarci una volta e fatemi la cortesia di prendere tutto quello che vi serve.-

Mezzacapa sospira. Come si può rifiutare? Sarebbe scortesia. Unisce a cerchio il pollice all’indice della mano destra, che pone con fermezza davanti agli occhi dell’altro, mentre gli parla in tono ultimativo.

- Statemi bene a sentire. Questo volume del Registro deve andare là in basso sullo scaffale, dove si vede il vuoto. Voi adesso vi accendete un sigaro, prendete il volume e lo mettete a posto. Si dovesse fare una bruciatura su una riga, io non vi ho visto e non vi conosco. Adesso vi saluto e me ne esco, che ho cose importanti da fare.–

La fiammella dello zolfanello abbaglia la vista per un istante al fumatore, quanto basta per far svanire Mezzacapa e il sacchetto di velluto nero.       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI?  BRIGANTI E NOTABILI

 

 

                Cronaca delle congiure paesane

                                       

Qui ci vuole un poco di Storia

Nel 1861 veniva fatta l’Italia, l’Italia sbagliata. È poco più di una annessione geografica al Piemonte. I Piemontesi non sono venuti in realtà a fare l’Italia, sono venuti a prendersela, meglio a farsela mettere in mano dall’Ammiragliato Inglese, che ha bisogno di una piccola potenza amica tra le Alpi e il Mediterraneo. Franceschiello di Borbone peraltro ha fornito ottime scuse per la sua cacciata, durante tutto il suo corto regno. I Borbone forse non sarebbero stati cattivi sovrani, se non fosse stato per lo stato pontificio confinante, che ha messo una cappa nera sulla circolazione delle idee e sulle iniziative. Difficile confrontare l’economia del Regno delle due Sicilie con il resto d’Italia, a forme di estrema povertà specie in campagna, fanno da contrasto la ferrovia Napoli –Portici, la prima in Italia in ordine di tempo, e la Scuola di Artiglieria e del Genio la prima in Italia in ordine di qualità. Napoli non è Manchester di sicuro, ma è una città industriale più di Milano e Torino. I contadini nel Regno delle Due Sicilie sono sporchi e muiono di fame, ma non è che nelle campagne del lombardo-veneto dell’impero Asburgico ci sia la doccia in casa e si mangi filetto: polenta quando c’è.

Per sei volte dal 1799 i Borbone sono cacciati da Napoli o costretti a fare concessioni ai liberali. Per sei volte tornano o si rimangiano tutto. Ma non la settima. La settima volta finisce la dinastia dei Borbone e il Regno delle Due Sicilie. Per sette volte ci sono scontri tra fazioni e intervento di truppe straniere. Per sette volte si profila la possibilità di entrare nell’Europa moderna, e l’occasione più bella e rimpianta è quella del 1799, quando per poco tempo Napoli è una repubblica indipendente, senza preti e re, guidata da una classe illuminata, ma forse non abile a navigare negli affari politici. Nel gennaio 1799, all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, i Borbone sono cacciati e nasce la Repubblica Partenopea. Ma dura poco. La fine della effimera esperienza repubblicana e il ritorno dei Borboni comporta per Elonora Pimentel, eroina della Repubblica, l’arresto e la condanna, inizialmente all’esilio perpetuo, poi alla pena capitale che fu eseguita, nella Piazza del mercato di Napoli, il 20 agosto 1799.

 

 

- La signora donna Eleonora che ballava sopra al teatro, ora balla a Piazza Mercato.-

Scugnizzi e lazzaroni irridono all’eroina liberale che dondola appesa alla forca.

Eleonora Fonseca Pimentel è stata impiccata nel mese di Agosto del 1799 per ordine del Cardinal Ruffo, il capobanda dei lazzaroni che hanno soffocato la rivoluzione liberale contro i Borbone. Muore il primo tentativo di fare uno stato indipendente liberale e illuminato in Italia. Sia pure con l’appoggio di Napoleone Bonaparte. La rivolta dei lazzaroni e dei lealisti, capeggiati dai preti, contro i francesi, apre la porta al ritorno del re Borbone.

L’esecuzione volgare a Piazza Mercato apre un solco tra le classi colte liberali e il popolo minuto, una ferita che si dice non ancora riemarginata e che renderà fragile e diviso il regno Borbonico di fronte agli invasori che verranno.                                

 

Volturara e la Rivoluzione Francese. La rivolta di Voltorara e Montemarano. Il Sindaco Nicola De Cristofano
Con l’arrivo dei Francesi a Napoli, e la fuga del Re Ferdinando in Sicilia, la rivolta si diffonde in tutto il Regno delle Due Sicilie. Le idee della rivoluzione francese di uguaglianza, fratellanza e libertà fanno proseliti tra il popolo e ovunque si innalzano alberi della libertà (un palo piantato in terra con un cappello giacobino e una bandiera bianca). Le notizie contraddittorie e incontrollate fanno gioire ora l’una ora l’altra fazione. A Volturara da Gennaio a Maggio l’albero della libertà viene piantato cinque volte e cinque volte estirpato. Il Sindaco non sa più cosa fare. Appena eletto, il 2 settembre 1798, organizza una leva di giovani portandoli a proprie spese a Sessa, dove si raccoglie l’esercito borbonico, per frenare i francesi, come comanda il Re.
A Febbraio del
1799 arrivano i Francesi a Volturara e il popolo fedele al Re, insieme con il popolo di Montemarano, organizza la difesa del paese ricacciando gli stranieri dopo otto giorni di combattimenti. I Francesi mandano allora l’esercito a mettere e ferro e a fuoco il paese. Il Sindaco alza le mani e chiede perdono a nome di tutti, risparmiando molte vite umane. Va avanti e indietro a Napoli per far capire che i Volturaresi sono amici dei Francesi, per dimostrarlo concretamente manda a proprie spese centinaia di giovani con i Francesi a Montoro e a Solofra per liberarle dai reazionari borbonici. Appena il tempo di gustare un poco di calma ed ecco arrivare da Giffoni, il 23 Maggio, attraverso le montagne, i seguaci del Re. Va incontro all’esercito borbonico e per l’ennesima volta alza le mani in segno di resa e di amicizia. Dichiara di essere nemico giurato dei Francesi e di aver spiantato lui personalmente l’albero della cosiddetta libertà (lo chiama infame per farsi credere) a varie riprese. Fa celebrare un Te Deum in onore del Re dallo zio Arciprete e sicuramente maledice il giorno in cui è diventato Sindaco. Tutta la questione alla fine gli è costata un migliaio di ducati e per quei tempi non era poco. Ma non finisce qui, perché l’anno dopo deve portare a Napoli una cinquantina di compaesani a testimoniare che durante il periodo delle rivolte era rimasto fedele alla corona. Fortuna vuole che portò le persone adatte e che il giudice gli credette. Se la cavò con un ulteriore spavento, ma senza condanne.

 

 

1820 i moti carbonari

I moti carbonari videro Volturara protagonista di primo piano. Nonostante l’isolamento politico e geografico, una schiera di intellettuali volturaresi si unì ai tenenti Morelli e Silvati a Monteforte, per marciare su Napoli a chiedere la Costituzione al Re Ferdinando.

Il fulcro del movimento fu la casa dei Benevento al Campanaro, con Don Cosmo, Don Domenico e Don Carmine. I Benevento erano riusciti a prendere in mano il Comune con il medico Luigi Di Meo, loro cugino, che avevano eletto a Sindaco, e con lo stesso Domenico Benevento, che era diventato il I Eletto. Venivano dall’esperienza napoletana dove avevano compiuto gli studi e dalla partecipazione all’esercito napoleonico, nel quale Luigi Di Meo era stato ufficiale col grado di Tenente. La loro società segreta, la vendita carbonara Costanza Invincibile, era collegata con le altre società irpine e soprattutto con quella di Montella, gestita dal capitano Nicola Clemente. Il 2 Luglio 1820 i volturaresi ed i montellesi si ritrovano dietro al Serrone, da dove, al comando del capitano montellese, erano pronti a marciare su Avellino. Qualcosa non funzionò.

Qualcuno disse che ci fu il tradimento di quelli di Montella, così descritto: ”Nel 1820 una falange di ardimentosi volturaresi cominciò e prese parte al movimento rivoluzionario, combattendo a Monteforte e Lauro di Montoro. Il montellano Nicola Clemente, che doveva condurla alla prova del fuoco, sul punto di marciare là sul Serrone fuori l’abitato, dove ora sorgono le case operaie, gittò via il berretto di capitano, raccolto dall’intrepido dottore Luigi De Meo, e se la dette a gambe con i suoi paurosi scherani. Fallita la rivolta, non pochi di quella valorosa falange fra cui il detto De Meo e Ciriaco Marrandino, figliuolo di Matteo, furono condannati dalla tirannide borbonica alla pena capitale, commutata in duro esilio ed orrenda prigionia. E lo spavaldo di Don Nicola Clemente coi suoi seguaci rimase a godere gli ozi cittadini nella sacrata aristocratica Montella.”

Altri dicono che ci furono contrasti insanabili tra i due gruppi, forse dovuti ad antichi e mai sopiti rancori di possesso del territorio, che erano costati parecchie vittime nei secoli:” Allora Luigi Di Meo, il Sindaco in carica, prese il comando del suo drappello e al grido di viva la Costituzione, viva la Libertà si mise in marcia, seguito dall’entusiasmo dei volturaresi e dal rancore dei montellesi, che decisero di andarsene per conto loro.”

Furono nove mesi entusiasmanti, ma ben presto il giro di vite imposto dal Re colpì a uno a uno i partecipanti, rendendo loro la vita difficile negli anni successivi fino al 1840, quando, con la liberazione dal controllo della polizia di Don Domenico Benevento, che aveva ormai cinquantaquattro anni, si chiuse un’epoca che li aveva visti isolati e maltrattati nel lavoro e nella vita.

Nessuno di loro, né i loro figli, parteciperà in prima persona agli avvenimenti del 1848 e del 1861.


1860. Arriva Garibaldi       

Per sette volte a Volturara Irpina, tra il 1799 e il 1861, ci si può svegliare brigante e andare a letto notabile o possidente.                                                                                             

La prima discesa dell’esercito di Napoleone Bonaparte nel Mezzogiorno d’Italia fa nascere, purtroppo e come sempre, due fazioni: una pro e l’altra contro i francesi. Una fazione liberale e l’altra conservatrice, a farla semplice. Questa divisione fratricida si mantiene fin dopo la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi e si esaurisce quando l’ultimo brigante che combatte contro i Piemontesi viene catturato. All’inizio la divisione è netta tra due classi sociali. Da una parte la borghesia illuminista che sogna la Rivoluzione Francese con grande partecipazione popolare, dall’altra il popolo stesso, il popolo dei vicoli, i contadini che da secoli riconoscono solo i re e il prete. Ma il tempo e gli eventi rimescolano le fazioni, che sono divise spesso più da odio personale e desiderio di vendetta che da idee politiche. 

Per quanto sembri incredibile, la Rivoluzione Francese, l’ascesa e la caduta di Napoleone, i moti carbonari e liberali e infine a spedizione dei Mille di Garibaldi sono arrivati fin quassù a Volturara Ma invece di Illuminismo, libertà e uguaglianza hanno portato pretesti per scannarsi. I Borbone sono stati cacciati due volte e due volte sono tornati. Più volte i Borbone sono stai costretti a concessioni liberali e sempre se le sono rimangiate con l’aiuto esterno. Volturara ogni volta si è divisa tra vincitori e vinti, furbi e illusi, con vendette, fughe nei boschi ed epurazioni.

 

La risalita di Garibaldi da Palermo da Napoli è preceduta e seguita da scontri armati feroci tra le due fazioni fin nei villaggi sperduti e dimenticati. Liberali e conservatori si scannano e si derubano dietro al palcoscenico. I veri attori sono altrove. Protagonista assoluta è l’Inghilterra che vuole togliere di mezzo dal Mediterraneo la potente flotta navale dei Borbone. Gli inglesi finanziano la spedizione dei Mille, la proteggono con la loro flotta, corrompono qualsiasi ufficiale borbonico si lasci corrompere, sussurrano all’orecchio perspicace dei baroni siciliani che Franceschiello, l’ultimo re Borbone, vuole eliminare i loro latifondi improduttivi per dare terra da zappare al suo popolo disgraziato. Attore comprimario è Vittorio Emanuele II re del Piemonte. Le real casse dei Savoia sono vuote, sua maestà è indebitata con tutte le banche d’Europa, ci vogliono quattrini. E i quattrini nelle casseforti del Banco di Napoli ci sono, tanti d’oro e sonanti, mandiamo Garibaldi. Giuseppe Garibaldi fa la sua parte di lavoro e consegna al Re del Piemonte il Regno delle Due Sicilie nel famoso incontro a Teano, che fu più propaganda che evento storico.

 

Le cronache delle battaglie sono piene di episodi di generali e ufficiali che rincorrono la truppa incerta e sbandata per risospingerla compatta contro il nemico. Solo in quell’avventura surreale e piena di storiche balle che fu la Spedizione dei Mille ci poteva essere un soldato, napoletano poi, che rimprovera il comandante che si ritira.

Il giorno 8 giugno 1860 le truppe borboniche lasciano in ritirata Palermo, la seconda capitale del Regno delle Due Sicilie, di fronte a un nemico inferiore. Sono 24 mila uomini, perfettamente equipaggiati, la cui rabbia provata da molte rotture di sciabole e alcune diserzioni, è ben interpretata da un soldato dell’8° di linea il quale, al passaggio a cavallo del Comandante in capo Lanza, uscì dalle file e gli disse - Ecellè, òvii quante simme. E ce n’avimma ì accussì?- (Eccellenza, ma non lo vedi quanti siamo, ce ne dobbiamo andare così?). L’ineffabile comandante gli rispose: ‘Va via, ubriaco’. Lo stesso ufficiale si imbarcò il 20 giugno con tutto lo Stato Maggiore alla volta di Napoli, ma per ordine di Francesco II fu fatto fermare a Ischia dove lo attendeva la Corte Marziale, gli avvenimenti successivi lo salvarono da un inevitabile condanna, il 7 settembre lo ritroveremo intento a omaggiare Garibaldi e addirittura a dirigere l’organizzazione delle luminarie per i festeggiamenti.

I tradimenti e le ambiguità che hanno diviso gli ufficiali dell’esercito delle Due Sicilie, si diffondono nelle città e nei villaggi. Ma è una storia che si ripete.  

Quando comincia la nostra cronaca, Franceschiello di Borbone è fuggito da Napoli per scampare nella fortezza di Gaeta al confine col regno pontificio e anche il piccolo villaggio di Volturara sperduto e isolato tra le montagne irpine fa i conti con la storia, a modo suo.     

                                

 

22 dicembre 1860. Soldati sbandati

- La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi.-

Ferdinando Candela tira giù la carta, battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determiazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.

-Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito.Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale, o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico, saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati Italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però, anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma, questo si dice in giro. Significa che l’Italia per difendersi dal ritorno dei Borbone ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi. Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.-

Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.

- Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a "sotto e padrone", poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo.-

- Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure, ma se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne e attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio morire libero piuttosto che povero e braccato.-

Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori

- Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.-

Chiama Nicola Montefusco e Vincenzo Pisacreta e li invita ad andarsene con lui. I toni della voci hanno creato un silenzio irreale e tutti gli avventori della Cantina osservano da alcuni minuti l’animata discussione. Una malcelata paura s’impadronisce degli astanti. Sanno che quelli sono i peggiori del Freddano e che quando si arrabbiano sono capaci di tutto, e sanno anche che in caso di rissa le Guardie Nazionali hanno l’ordine di sparare, per evitare disordini che possano turbare l’ordine pubblico, soprattutto oggi che è Domenica e il gioco a carte è proibito. Nessuno vuole avere a che fare con la legge, che quando ti prende non ti lascia più andare, e che ti perseguita anche per un parente arrestato in passato. Tutti tirano un sospiro di sollievo solo quando vedono il gruppo uscire seguendo il loro compagno.

Alessandro Picone se li trova davanti mentre sta rincasando dal posto di guardia, dove aveva svolto il suo turno di Nazionale. Non ha molta voglia di parlare, anche perché Ferdinando Candela gli è sostanzialmente antipatico, e si limita a salutare il gruppo, che dimentico del nervosismo di prima, si diverte a tirarsi palle di neve e a buttarsi nel manto bianco con la schiena e le gambe divaricate per poi controllare chi ha lasciato il ritratto più nitido. Il loro modo di fare ad Alessandro non va proprio giù, e aveva detto mille volte al fratello Luigi di non frequentarli più, perché l’intuito gli diceva che avrebbero fatto una brutta fine, violenti e ladri come erano.

In effetti, se potesse sentire quello che si stanno dicendo, non avrebbe di certo gioito.

- Ferdinà, sono stanco di tornare a zappare la terra in attesa che i marpioni della Piazza decidano di richiamarmi alle armi. Ci sono tanti fessi in giro pieni di soldi, soprattutto nei paesi vicini e in campagna. Se ce li prendiamo noi, potremo nasconderli da qualche parte e fare poi la bella vita. Tanto in questa confusione chi vuoi che si accorga di noi.-

Le parole di Pietro De Feo spezzano l’aria festosa che regnava nel gruppo e la risposta di uno del gruppo non tarda ad arrivare.

- Bravo Pietro, hai avuto il coraggio di dire quello che ognuno di noi pensa da tempo. Sono sicuro che tutti siamo d’accordo con te. Da questo momento individuiamo i pollastri da spennare e passiamo all’azione. Noi cinque bastiamo. Se vuole, può aggiungersi Luigi Picone, fratello permettendo, e se me lo consentite voglio scegliere a capo Giuseppe Nardiello. Mi ha chiesto varie volte di aiutarlo nei suoi lavoretti, e gli ho sempre risposto di no. Ma stavolta è diverso. Non abbiamo scelta. Se riusciamo a mettere qualcosa da parte, soldi e roba da mangiare, abbiamo la possibilità di sopravvivere, quando saremo costretti a fuggire sulle montagne, in caso di richiamo per la guerra.-

Allunga la mano in attesa di consenso e ben presto tutti gli altri poggiano la loro mano sulla sua in segno di solidarietà e giuramento. Si guardano negli occhi con un misto di paura e rabbia. Sanno di imboccare una via pericolosa e forse senza ritorno, ma la paura della fame è così forte, che stare ad aspettare un destino disgraziato e senza speranze è come un morire senza dignità.

 

22 dicembre 1860. Il Capitano della Guardia Nazionale

Una fitta nebbia si alza rendendo la Piazza spettrale con ombre che si muovono per gli impegni di prima mattina. L’orologio di fronte suona otto colpi gravi e due acuti, il Capitano Don Vincenzo Luciani si rende conto dell’ora contando mentalmente ogni colpo.

Il freddo umido delle mattine volturaresi penetra nelle ossa e ingobbisce chi avanza dandogli la sensazione di avere un po’ di caldo. Dalla Pozzella arrivano tre persone nei loro mantelli a ventaglio, i tre sono il segretario comunale Don Vincenzo Pennetti, l’impiegato comunale Mariano Santoro e Ferdinando De Cristofano Tenente della Guardia Nazionale. I primi due avevano commesso l’errore di non aver firmato al Plebiscito di annessione all’Italia dell’ottobre precedente. Il terzo è sospettato di fare il doppio gioco insieme con il fratello Achille farmacista e di remare sotto sotto contro l’Unità d’Italia, ma in realtà il Tenente ha capito che questa volta i Borbone sono fottuti senza ritorno e ha deciso di mostrarsi duro con reazionari e filo borbonici, per rifarsi un’immagine e mantenersi in carriera.

I tre confabulano sottovoce e fanno irrigidire il Capitano rendendolo nervoso, li osserva mentre gli passano davanti salutandolo con rispetto e sicuramente con timore. Risponde al saluto con distacco, quasi seccato. Dapprima torna a osservare lontano nella nebbia, poi con gli occhi ritorna su di loro che varcano la soglia del Comune a destra del Campanile. Il Comune è un vecchio edificio a un piano, coperto davanti da due tigli secolari, dei quali uno vuoto all’interno e tanto grande da servire come riparo sia agli ubriachi, che sono tanti, sia a qualche giovane scappato di casa che non sa dove andare a dormire. Davanti ai tigli una grande fontana in pietra con tre cannoli, alla quale si rifornisce tutta la popolazione con enormi recipienti che le donne portano in testa.

- Idioti, - pensa ad alta voce il Capitano rivolto ai tre ora passati.- Appena si saranno aggiustate le cose la pagheranno, e in malo modo, questi tre imbecilli a cui il vecchio sistema borbonico stava bene, che hanno prosperato come hanno voluto sul Comune, pensando a riempirsi le loro casseforti, cascettoni e furbi.-

Da via del Campanaro scende Don Salvatore Sarno, liberale e nemico dei Borboni da sempre. Si avvicina alla fontana pubblica posta davanti al Comune e beve soddisfatto al primo dei tre cannuoli, poi aiuta una donna a mettersi in testa la secchia piena d’acqua e vedendo il Capitano si avvia al posto di guardia per scambiare con lui due chiacchiere. L’incontro è cordiale come sempre, d’altronde sono in sintonia per idee e propositi, Don Salvatore vede nel giovane carattere, intelligenza e determinazione e anche un pizzico di cattiveria che denota personalità.

- Ciao Vincenzo, come sta tuo padre Don Giuseppe?-

- Così così, non esce mai, perché ha troppo affanno e si stanca facilmente.-

- Peccato, uno come tuo padre ci voleva in questi frangenti difficili. Avrebbe fatto rigare diritto chiunque volesse creare turbative. Oggi è diventata una babilonia, non si capisce più niente. Quello che mi fa rabbia è che ci abbiamo messo quarant’anni, dai moti del ’21, per giungere a questo momento, e come al solito, quando tutto sembra andare per il verso giusto, abbiamo la capacità di distruggere il filato per il gusto di farlo. Quante sofferenze, quante paure e quante mortificazioni per servire un Governo, quello dei Borboni, dispotico e ingiusto, che abbiamo sempre odiato. Però ricordati che non dobbiamo avere paura di nessuno, dobbiamo perseverare nelle nostre idee e distruggere chiunque vuole il ritorno del vecchio ordine di cose, ormai superato. Dobbiamo stare attenti anche a quelli che sembrano stare dalla nostra parte. Per esempio il Sindaco Don Gennaro Vecchi e i suoi amici Masucci mi sembrano troppo morbidi, a volte paurosi e tolleranti, invece bisogna usare il pugno di ferro. Non si deve più tornare indietro, la nuova Italia è un’occasione unica e ci porterà tanti benefici economici e politici. Al Nord sono ricchi e più avanti di noi, potremo finalmente progredire e far scomparire questa ignoranza, che è la madre di tutti i nostri problemi.

 Il Capitano si riscalda al discorso di Don Salvatore.

 - Don Salvatore voi parlate troppo bene, ma parlate agli asini. Questi devono capire che siamo noi a comandare e che, vogliano o non vogliano, devono seguirci. Il prossimo Sindaco dovete essere voi, perché avete già dimostrato di saperlo fare in tempi bui, e se permettete io come avvocato, oltre che Capitano della guardia, vi posso dare una mano, perché conosco le leggi e so anche essere duro con questi ignoranti cascettoni.-

 Don Salvatore capisce che dietro l’irruenza del giovane Capitano si nascondono ansie e paura del futuro. Lo rassicura, anzi va oltre la cacciata finale dei Borbone, pensa al momento in cui si faranno i conti tra amici e non ci sarà posto per tutti. 

- Caro Vincenzo, se tutto va bene in autunno vinceremo le elezioni e sarai il mio segretario comunale al posto di quel Pennetti che non capisce proprio niente e che non porta mai un bilancio o un resoconto in Consiglio comunale. Piuttosto dobbiamo guardarci dai tre fratelli Masucci. Sto già preparando un piano per toglierceli di torno su al Comune. Ho parlato con Don Serafino Soldi ad Avellino e mi ha promesso che nel Consiglio Provinciale, che hanno creato, ci metteranno il notaio Leonardo, agli altri ci penseremo con calma. Filoborbonici contro Liberali, ma anche tutti con tutti e contro tutti. Quanto a Gennaro Vecchi lo fermeranno gli stessi suoi amici, vedrai che se ne liberano alla prima occasione, senza i Masucci è nessuno, e loro pensano che non sia la persona giusta a difenderne gli interessi nella nuova realtà in arrivo. Se poi Gennaro Vecchi pensa che lo aiuteranno i suoi amici preti, si sbaglia di grosso, perché stanno tutti sotto tiro e lo stesso nostro parroco Don Angelo Marino rischia grosso ad appoggiare ancora i Borbone, i preti conteranno niente, dopo che hanno scomunicato Vittorio Emanuele.- 

Le parole dell’amico di famiglia rincuorano il Capitano Luciani, ma il sorriso che fa capolino sul suo volto diventa una maschera dura, quando vede che dall’interno del posto di guardia il sergente Giuseppe Di Meo lo chiama per firmare il verbale della fuga di un giovane disertore, saluta con garbo e riverenza il suo interlocutore e rientra.

- Questo è il terzo caso di diserzione - tuona rivolto alle guardie.- E deve essere l’ultimo. Non tollereremo d’ora in poi nessun benché minimo ammutinamento. La legge parla chiaro, chi non vuole accettare il richiamo nell’esercito italiano deve essere considerato un disertore e se non si costituisce deve essere abbattuto. Chiamate le guardie di servizio, organizzeremo una battuta a largo raggio fino ai boschi della Faieta, dobbiamo ritrovarlo vivo o morto, per dare una dimostrazione di forza e di concretezza.-

Le guardie si danno subito da fare e nello spazio di mezz’ora, in mezzo alla Piazza, tra la curiosità e un poco di timore dei volturaresi, sono schierati tre plotoni di Guardie Nazionali in assetto di guerra.

Qualcuno si chiede il motivo di tutto quel movimento, altri si fanno il segno della croce, capiscono che qualcosa di grave sta accadendo, il parlottio è continuo e si incomincia a vociferare che stanno cercando un ragazzo del Campanaro che non vuole partire per il fronte a Gaeta. A un tratto un silenzio innaturale scandito dagli ordini degli ufficiali cala sulla Piazza, si formano tre plotoni che partono in direzioni diverse, per una manovra di accerchiamento destinata a un sicuro successo nelle intenzioni del Capitano. Il primo si dirige al Campanaro destinazione Acquamieroli, passando per la Serra, il secondo si dirige al Cotrazzulo attraversando il Freddano e il Dragone, il terzo sale per il Candraone e passando per il vecchio molino si avvia a monte.

Erano anni che non si vedeva una cosa del genere, qualche vecchio paesano torna con la memoria a inizio secolo, quando arrivarono i francesi e tanti scapparono sulle montagne, diventando ‘breanti’, briganti, che per sopravvivere rubavano e rapivano i signori, presi e rilasciati in poco tempo, dopo pagamento di riscatti spesso fatti di salsicce, olio, vino, farina e polvere da sparo. Negli anni attorno al 1810 i rastrellamenti feroci dei francesi, liberatori e occupanti, a caccia di disertori con l’aiuto delle guardie urbane, lasciavano quasi sempre sangue nei boschi. Si ricordano i nomi, Aniello Rinaldi, ucciso in un famoso rastrellamento il 10 ottobre 1809; Luigi Solito, cui gli urbani mozzarono il capo alla Costa nel Febbraio del 1814, solo perché non aveva voluto arruolarsi con i francesi; Giosué Raimo dei Trigna, il nonno di Don Marino, che poi divenne decorione comunale; Giacinto Buonopane e tanti altri di cui si sono persi persino i nomi. Si ricordano i nomi dei rapiti, tra i quali il fratello di Don Bernardo Marra, Giovanni; e tanti mercanti viatecali  presi e rilasciati in poco tempo a pagamento di riscatto avvenuto.

 

 

 

 

22 dicembre 1860. La Piazza

- Quando cambia governo succede sempre la stessa cosa, i furbi vincono e i fessi vanno al massacro, c’è gente che ha il fiuto e che non sbaglia mai da che parte schierarsi, altri per seguire le loro idee restano fuori e ne prendono di santa ragione. Stavolta succederà la stessa cosa, ne vedremo delle belle.-

 Sono voci della gente ancora riunita in Piazza dopo la partenza delle guardie.

 - Stavolta la situazione la vedo abbastanza grave, i Borbone non rinunceranno mai al Regno, ritorneranno come sempre e più avvelenati di prima. Non dimenticatevi del 1820 e del 1848, quando la repressione che instaurarono durò anni e anni, ne fecero le spese tutti coloro che avevano osato ribellarsi. Ve lo ricordate Don Domenico Benevento morto otto anni fa? era avvocato non riuscì mai a diventare notaio. Fu controllato in tutti i suoi movimenti per venti anni esatti fino al 1840. Voleva fare il Sindaco, e lo meritava pure, ma non ci riuscì mai. Dovette accontentarsi di mettere il cugino Don Carmine Benevento, il dottore, a capo del paese, ma solo dopo molte e molte sofferenze. Mi ricordo che nel 1834, avevo cinque anni e me lo raccontava mio padre, Don Carmine stava già per diventare Sindaco, era nella Terna dei candidati, ma un ricorso anonimo che lo accusava dei trascorsi carbonari lo bruciò senza pietà e dovette aspettare il 1840 per coronare il suo sogno. Fu, mi ricordo, un buon periodo per Volturara, con qualche accenno di miglioramento sociale e meno intrallazzi del solito. Lo stesso Don Nunzio Pasquale, il farmacista a sinistra della Chiesa Matrice, è stato sorvegliato dalla polizia fino all’anno scorso, per essere stato troppo liberale nel ‘48, quando era Sindaco.-

Questo discorso, fatto da Don Gerardo Pennetti, l’avvocato, è seguito in attento silenzio, e l’oratore, vedendo che lo ascoltano, continua a raccontare del passato in un clima di generale attenzione.

- Uomini valorosi e degni, che hanno dato la vita per questo disgraziato di paese, in cui nessuno parla mai bene di un altro e dove tutti pensano solo ai tornaconti personali. Un paese dove chi fa bene è maltrattato e chi è fetente maligno viene rispettato e ossequiato.-

Man mano che parla si infervora e scava nei meandri dei ricordi. Una ventina di persone forse interessate forse per passare il tempo lo ascoltano. Si guarda attorno per leggere gli occhi e quando si avvede della presenza di un paio di  spie, gli sciacquini, che facendo finta di guardare altrove stanno con le orecchie tese  e non perdono una virgola del discorso, si  eccita ancora di più: sa che entro mezz’ora al massimo chi deve sapere saprà, ma non ha paura delle conseguenze. Ormai ha deciso di andarsene a lavorare al Tribunale di Ariano e vuole svergognarli tutti pubblicamente.

- Ce ne sono stati tanti che hanno cercato di fare qualcosa, ma sono sempre tutti stati ammosciati e di brutto. Ce ne sono stati tanti altri che hanno pensato solo a loro stessi, e si sono trovati sempre bene. La politica ha arricchito molti, ma molte famiglie si sono distrutte a causa delle idee professate. Hanno pagato i liberali onesti e hanno pagato anche le famiglie che si mantennero fedeli ai Borbone, quando arrivarono i Francesi di Napoleone. Non voglio andare indietro di molto, tutta sanno la storia della famiglia Rinaldi, una storia uguale a quella di tante altre famiglie. Mio padre che ha fatto il medico per quarant’anni non faceva che raccontarmi la loro disgrazia. Prima del ’99 i Rinaldi erano gente importante, amministravano, facevano carriera nel clero. Ma vennero i Francesi di Napoleone e loro si misero coi Borbone. Formarono una delle tante bande di briganti che non davano tregua all’esercito francese e fecero la loro parte per ricacciarlo. Ma i Francesi tornarono e la famiglia Rinaldi fu distrutta. Giovanni Rinaldi oggi fa il calzolaio. E tanti altri ve ne potrei dire. I Bottigliero, il cui nonno Don Giacomo fu Sindaco nel 1813-14 e segretario comunale per molti anni, oggi vivono di stenti e sono destinati a scomparire. I Benevento e i Picone si stanno avviando a fare la stessa fine, pagano gli uni di essere stati liberali, gli altri di essere filoborbonici. La stessa fine, se permettete, la sta facendo la mia famiglia. Non vi racconto la sua storia, che è grande e luminosa, ma per essere fedeli al nostro Regno dei Borbone, rischiamo di essere annullati dai fautori del cosiddetto nuovo ordine.-

 Detto questo si allontana, lasciando gli astanti pensierosi e perplessi. Ormai un freddo sole fa capolino tra la nebbia e nell’aspettare gli sviluppi della spedizione i soliti perditempo continuano a chiacchierare e a ricordare il passato. Ognuno vuole dire qualcosa, la Piazza è il coro dei ricordi.

La Piazza prende coraggio e parla.

 - Ve lo ricordate? era il 1827 quando fu ucciso sulla Maroia dai briganti disertori il Capourbano  responsabile dell’ordine pubblico di Volturara. Chi non lo ricorda. Pagò con una schioppettata il troppo zelo messo nel suo lavoro. Quella volta erano disertori dall’esercito borbonico. Era terribile quell’uomo, me lo vedo davanti ancora oggi. Un paio di mustacchi e sugli occhi di serpente cervone sopracciglia sempre inarcate. Insieme a suo cognato il Sindaco erano i padroni di Volturara in quel periodo. Un clima di guerra e di paura dopo il ritorno dei Borbone nel 1821. La repressione fu dura e lunga. Gente rispettabile, perfino un medico condotto e taluni sacerdoti furono perseguitati e maltrattati con durezza. Maestri di scuola furono licenziati dal lavoro, altri andarono in esilio, altri ancora tenuti sotto controllo asfissiante. Criminalizzati i migliori di Volturara, un passo indietro nel progresso delle idee in un paese già arretrato. Prevalse la forza sull’intelligenza. I vincitori del momento erano duri, troppo spesso cattivi, o stavi con loro o contro di loro ed erano guai, guai grossi.-

 - Dopo l’omicidio di quel Capourbano, ne fu fatto un altro, ricordato per la sua ferocia. Un fatto che è diventato leggenda è la guerra che scatenò contro i briganti rei della morte del padre. Gli anziani ricordano ancora oggi che fumò nella sua pipa i capelli di un brigante ammazzato per la rabbia e il rancore. Se questi sono tempi tristi, quelli erano bui.-

Adesso parla Don Achille De Cristofano, il farmacista. Le spie della Guardia Nazionale non lo perdono mai di vista. Si sa che nello sgabuzzino prepara polverine e complotti a favore di Franceschiello.

- Non vi crediate che i mesi a venire saranno tanto calmi. Sto notando un diffuso malessere e continui borbottii sottovoce; qua la maggior parte delle persone non vuole accettare l’annessione al Piemonte. Si parla di nuove tasse, sempre più salate. Sembra di tornare al 1848, quando nel giro di vite il Re Bomba Ferdinando II si inventò il Prestito Nazionale e tassarono tutti, dai preti alle Congreghe, dai possidenti ai Comuni. Ditemi voi se la situazione non è esplosiva.-

 - L’unico vero liberale convinto - gli fa eco Don Ferdinando Sarno - è Don Nunzio Pasquale, il farmacista, ma è troppo bravo per avere qualche possibilità di rientrare nel gioco. Poi con tutti i guai che ha passato, dal ‘50 in poi, non penso proprio che abbia la forza di rimettersi in mezzo alla politica, che gli ha rovinato la salute e la proprietà. Lo hanno controllato per dieci anni senza pietà per le sue idee libertarie, ha dovuto subire tante offese tante mortificazioni. Oggi doveva essere il suo momento, ma Volturara come al solito premia i furbi e i marpioni non certo le brave persone. Suo figlio Don Vincenzo è troppo giovane e deve pensare a laurearsi per continuare il lavoro paterno.- 

Un certo movimento di Guardie Nazionali, che salgono e scendono dal Comune e vanno nelle case vicine, fanno capire a tutti che quelli che controllano il paese, i caporioni come si diceva, si stanno movendo. Infatti, dopo poco, quasi all’unisono, dai rispettivi portoni escono i fratelli Masucci con aria seria, a loro si uniscono il Sindaco con suo fratello il dottore, più il farmacista Don Michele e altri. La Piazza è diventata silenziosa. Il Sindaco e gli altri con lui sono salutati con riverenza da quelli che prima se ne stavano ad ascoltare i comizi improvvisati e adesso si devono prendere il rimprovero del farmacista, il quale li invita a pensare di andare a lavorare invece di stare in Piazza a perdere tempo in chiacchiere, che potrebbero rivelarsi anche pericolose per loro. L’invito viene raccolto immediatamente, quando comincia la seduta del consiglio comunale la Piazza è vuota.

22 dicembre 1860. Consiglio Comunale

 La sala è piccola e piena di gente. Il segretario prende i nomi dei presenti per cominciare la seduta di Giunta. A due angoli della stanza i due fratelli Masucci più grandi sono seduti in poltrona, il mento appoggiato al bastone e le gambe incrociate in avanti, attendono lo svolgersi dei discorsi quasi assenti, con lo sguardo perso nel vuoto. Parlate, parlate che poi ci pensiamo noi a dirvi cosa dovete fare, pare che dicano i due. Il Sindaco appoggiato con le spalle al muro ha come un guizzo in avanti e con aria preoccupata chiede la parola e la ottiene.

- Cari amici la situazione è seria e pericolosa. Non voglio essere uccello di malaugurio, ma le notizie che mi arrivano dalla provincia fanno capire che un’epidemia di colera sta serpeggiando dappertutto, l’esperienza di sette anni fa e quella del 1837 dovrebbe insegnarci che Volturara è a rischio. Troppa promiscuità tra uomini e bestie, qua nessuno si lava, puzzano tutti come capre. Per fortuna sembrano vaccinati dalle epidemie precedenti. Quelli che ci andranno di mezzo potremmo essere noi, perciò dobbiamo fare qualcosa per impedire il propagarsi del contagio, non voglio allarmarvi, ma ieri ho avuto la certezza di due casi in una famiglia alla Morece. Chiedete a mio cognato Don Pasquale, che segue i casi di epidemia di persona e si tiene aggiornato ogni momento sulla situazione generale.

- Quello che dice il Sindaco mio cognato è purtroppo una grave verità, qui tra rivoltosi e malattia si preannunciano tempi duri. Se non manteniamo la calma sarà una catastrofe. A Carbonara in Alta Irpinia è successo il finimondo: bambini uccisi, notabili trucidati, lo stesso Sindaco è stato malmenato brutalmente. Qui da noi nelle cantine e nei caffè si mormora in continuazione, i soliti prezzolati fanno capire che il re Franceschiello sta per tornare vincitore, non sanno che è assediato a Gaeta e sta per capitolare da un momento all’altro. Per la malattia non mi preoccupo tanto, sembra che ci sia solo qualche caso sporadico, che possiamo tenere sotto controllo senza timori per la nostra salute. L’unica cosa da fare è trovare i soldi in bilancio per procurarci le medicine da dare ai poveri in caso di necessità.

Lo interrompe Don Michele, lo zio, responsabile della Guardia:

- Scusami, Pasqualino, voglio intervenire anch’io, come responsabile dell’ordine pubblico, e dire a questi signori di mettersi in testa che siamo in stato di guerra. Noi sappiamo che questo nuovo ordine di cose ormai, nolenti o volenti, dobbiamo accettarlo. È come un fiume che quando scende forte porta con sé tutto: tronchi, rami e melma. L’unica cosa certa è che indietro non si può tornare. L’acqua non sale. Abbiamo l’obbligo morale di difendere le istituzioni e il nostro ruolo. Se questa è la barca, senza storie dobbiamo metterci a remare per impedire l’affondamento. Oggi rappresentiamo il nuovo governo e dobbiamo impedire che i nostri nemici, con la scusa dei Borbone, ci tolgano di mezzo. Sarebbe l’anarchia, il ritorno al Medioevo.-

Alle parole di Don Michele segue un silenzio che è riflessione, ma anche paura. E se con il suo

intervento voleva sortire un effetto dirompente, si capisce subito che ha raggiunto lo scopo. La tensione è palpabile negli occhi di tutti i decorioni presenti nella stanza. Il Sindaco ha voglia di finire la discussione con punti concreti, all’ordine del giorno, invita i presenti a vigilare, a denunziare le persone sospette di creare turbative sociali con discorsi o azioni facinorose:

- Un giro di vite può servire da deterrente. Arresteremo chiunque crei casino. E voi Don Michele controllate chi nella Guardia Nazionale rema contro. Le notizie che ci arrivano dicono che un gruppo interno, che fa capo ad Alessandro Picone e ai suoi fratelli, crea confusione, preme sugli indecisi, grida contro gli ufficiali. Da che gli è morto il padre due anni fa, Alessandro Picone sembra voglia fare il capopopolo, se occorre dobbiamo fermarlo con la forza. Si fa forte dell’appoggio di Matteo Marino, il fratello del Parroco, un'altra testa calda da tenere a bada. I sacerdoti stanno zitti, in attesa, ma la presenza di mio fratello Don Ferdinando, e la stima di cui godo tra loro, dovrebbe tenerli a bada, in questa che qualcuno vuol far diventare una guerra santa contro lo Scomunicato Vittorio Emanuele, ma che è solo una scusa dovuta alla paura di perdere un potere che finora nessuno ha mai controllato. Da oggi ci aggiorneremo ogni giorno a quest’ora, per fare il punto sulla situazione e prevenire ogni turbativa nel miglior modo possibile.-

 

 

24 dicembre 1860. Cena della Vigilia

Don Leonardo Masucci, come al solito, si affaccia al balcone in Piazza a osservare il passeggio di prima sera, in attesa della cena. I suoi pensieri si perdono a inseguire ricordi per cercare una soluzione agli ultimi avvenimenti. Ieri era il Capourbano sotto i Borbone, oggi è il Capitano Comandante della guardia nazionale italiana di Volturara e tra poco sarà eletto consigliere provinciale, come gli è stato assicurato da Don Nicola De Luca, il Governatore di Avellino. Troppi cambiamenti in troppo poco tempo e l’incertezza del futuro non può non creargli uno stato d’animo di preoccupazione e di tensione. Sa di essere l’uomo più potente del paese, ma sa anche che è tenuto sotto controllo sia da quelli di Avellino, che non si fidano troppo dei suoi trascorsi come Sindaco sotto il governo borbonico, sia anche dai tanti suoi compaesani che non accettano il nuovo ordine delle cose e che mal vedono la sua adesione totale alla nuova unità nazionale. E anche chi, come lui, ha aderito al nuovo Stato, mal ne vede e sopporta la ingombrante presenza, il peso politico amministrativo e la sua alleanza con Gennaro Vecchi, Sindaco sotto i Borbone e Sindaco con l’Italia liberale. Pensa a Salvatore Sarno, suo avversario di sempre, che aspetta una mossa sbagliata per toglierselo di torno. Lo accusano di trasformismo, non capiscono che in certi momenti non contano le proprie idee, ma la consapevolezza di saper leggere il futuro e assumere gli atteggiamenti che ti possono proteggere di fronte a nuovi corsi, senza essere accantonato. La sua famiglia ne ha viste troppe negli ultimi cinquanta anni e sa che i cambiamenti di governo distruggono gli uomini e le loro idee, se mal interpretati, e sa anche che non può permettersi sbagli, per sé stesso e per i suoi figli, che devono migliorarsi nella cultura e mantenersi le poche amicizie avellinesi che hanno, senza essere accantonati come montanari reazionari.

Il profumino che gli arriva dall’interno, e la voce della moglie Teresa che lo chiama a tavola, lo spingono a rientrare, per gustare uno dei pochi piaceri a cui non sa rinunciare. La cena della vigilia è sempre uno dei momenti più importanti dell’anno, quando, in attesa di andare alla messa di mezzanotte, ci si siede tutti a tavola vicino al caminetto per stare un poco con i figli tornati da Napoli per le vacanze scolastiche. Si avvicina al grande tavolo imbandito e prima di sedersi invita tutti all’impiedi. Nel silenzio totale si fa il segno della croce imitato dai presenti e recita il pater noster con voce profonda e ferma, meravigliandosi lui stesso della solennità delle sue parole. È una serata particolare di un periodo particolare. Tutto sembra acquisire un’importanza strana e surreale. Cerca di distogliersi da quei pensieri pesanti e chiede alla moglie che cosa ha preparato di buono. Donna Teresa Mazza gli chiede di aspettare ancora e se ne va in cucina con le quattro figlie. Dopo poco ritornano in fila indiana, portando ognuna una pietanza. C’è la scarola imbottita di pane grattugiato, c’è il baccalà con pepacchie in bianco, e per l’occorrenza anche una pizza di pane di granturco, regalata dalla moglie di Giovanni Lomazzo, suo guardiano, da inzuppare nell’insalata di fagioli profumati con origano. Poi arrivano le castagne infornate, le noci della masseria di Cruci insieme al pane dolce e il vino della loro tenuta del Saracino a Castelvetere. La serata scorre veloce tra le novità napoletane che i tre figli gli raccontano e le sue raccomandazioni a stare attenti a parlare con gli altri, per evitare cattive sorprese. Non si stanca di dire che il mondo è pieno di invidia e che molti, spacciandosi per amici, riescono a cavare di bocca cose intime e delicate, che poi riferiscono ad altri per creare zizzanie, che i Masucci non possono avere sentimenti, dato il ruolo che la Storia ha loro dato nel paese, e che per essere capi non devono parlare più di tanto con gli altri, ma solo dare ordini e tenersi le preoccupazioni nel cuore senza darle da vedere, nemmeno alle fidanzate. Annibale ascolta interessato, mentre Achille e il sedicenne Mario fanno finta di non essere troppo attratti dai consigli, preferendo dialogare con le sorelle che non vedono da parecchio tempo. Verso le dieci arriva il Sindaco Don Gennaro Vecchi con la moglie Beatrice Bastano e i quattro figli piccoli. Mentre gli uomini vanno a discutere del più e del meno vicino al camino dove arde il grande ceppo come per tradizione, le donne si preparano a uscire per andare alla messa di mezzanotte. L’orologio del campanile batte le ventitré, come in un presepe da ogni casa escono a gruppi soprattutto donne e bambini, si avviano in lenta processione verso la Chiesa di San Sebastiano, di fronte alla Chiesa Madre ormai chiusa da quattro anni, per ascoltare la Santa Messa della notte di Natale, occasione da non perdere per nessun motivo. A Mezzanotte, mentre l’Arciprete Don Alfonso M. Pennetti e il parroco Don Angelo Marino, seguiti da uno stormo di sacerdoti, portano in trionfo la statua del bambino Gesù per la chiesa, tra i canti del popolo, in Piazza e per il paese decine e decine di persone sparano colpi di fucili in aria, incuranti della neve che continua a cadere dolcemente, ma in modo sempre più fitto. Molte le Guardie Nazionali di servizio davanti al palazzo Masucci, a controllare che la situazione non degeneri. Sono tranquilli, sanno che stanotte succederà nulla, perché è dedicata alla Sacra Famiglia, simbolo della sofferenza di tutti.

 Un cielo terso e celeste, senza nuvole, appare a chi di prima mattina si alza per ritornare in Chiesa ad ascoltare la Messa cantata. Il freddo è intenso, eppure mano a mano che passano le ore la Piazza si riempie di gente. Le campane suonano a festa, i Caffè e le cantine sono piene di parole di auguri e di brindisi. Sembra scomparsa l’atmosfera cupa e preoccupata dei giorni precedenti. Nessuno parla di politica o di Garibaldi. Natale sa fare anche questo e tutti aspettano di tornare a casa, poveri e ricchi, perché oggi si mangia bene. In quasi tutte le case ci sarà la pasta al sugo e il pollo ripieno, come solo le nostre mamme sanno cucinare. Deve essere una giornata normale, da non guastare con sciocchezze. Domani torneranno i problemi e le scelte di campo, ma oggi non deve succedere nulla.

 

Disgelo. E adesso che succede?

Volturara, nascosta dal monte Costa, sembra celarsi agli sguardi dei briganti come a difendersi da eventuali attacchi, presa come è da avvenimenti straordinari che forse possono cambiare il suo futuro.

Sono i giorni in cui Alessandro Picone gira per il paese a smuovere i giovani contro lo straniero che si è impossessato del Regno delle Due Sicilie, li fomenta contro quei notabili che. saltando sul carro del vincitore, si creano un’identità italiana, considerando nemici tutti quelli che non vogliono il nuovo ordine di cose. La primavera arriva in tutto il suo splendore in un territorio che si prepara a vivere avvenimenti inattesi e drammatici, come del resto in tutto il Regno. In paese ci si interroga sugli eventi. Chi sono questi Piemontesi, questi Italiani? Sarà come con i Francesi, alla fine torneranno i Borbone e ci saranno vendette e persecuzioni? La grande maggioranza della popolazione di Volturara sono contadini, che non sanno leggere e scrivere, che stentano a mettere insieme i miseri pasti tutti i giorni. Possiedono a volte un piccolo pezzo di terra ingrata, più spesso solo le proprie braccia. La vita per loro è fatica, niente altro che fatica. La loro partecipazione a questo 1860-61 è spesso passiva, certo non mossa da ideali. Il contadino di Volturara Irpina è cresciuto nel rispetto e nel timore di Franceschiello Borbone, si toglie il cappello davanti ai notabili, li chiama perfino eccellenza. Sopporta soprusi e miseria. È di animo aspro e ospitale nello stesso tempo. Segna una vita senza fame e può nascondere rancori nel profondo dell’anima nei confronti di quelli che mangiano carne e bevono vino quando ne hanno voglia. Sono forti lavoratori con grande spirito di sacrificio. I Piemontesi non capiscono e non sono interessati a capire questa gente. Ottusi generali sabaudi, ai quali i soldati per vincere una battaglia non bastano mai, hanno fatto di Ferdinando Raimo un brigante, quando bastava mandare un sacco di farina al suo matrimonio con Rosa per farne un buon italiano. Per cacciare Franceschiello dalla Fortezza di Gaeta non c’era bisogno di venire a prendere Ferdinando a Volturara, con gli ufficiali borbonici che non aspettavano altro che andarsene a casa o passare coi Piemontesi.

Marzo 1861. Rapina della banda di Ferdinando Candela

I pastori Domenicoantonio De Napoli e Nicola Dello Russo di Chiusano vengono sorpresi, verso le ore ventidue, nella contrada Carifi, da sei individui, tutti avvolti in tabarri di color zeprino, con cappelli neri alla contadina, dei quali cinque vestono calzoni di cotone cenere e uno di color grigio. Tre armati di corte carabine e tre altri di scuri. I pastori cercano di fuggire, ma i ladri li accerchiano e uno di essi scarica pure un colpo di carabina contro Dello Russo, a cui proiettili fanno cadere il cappello di testa. Un altro colpo di arma da fuoco, carico a palla, viene vibrato allo stesso Dello Russo dalla parte di dietro, ma non lo ferisce. I due pastori pensano quindi di fermarsi e tre dei ladri si avvicinano al De Napoli e gli rubano un cappotto zeprino, una camiciola di cotone bianco, una fascia di merinosse, un fazzoletto, due pecore e una scure, per un valore totale di ducati tredici e grani quindici. A Dello Russo involano un cappotto zeprino, una camiciola di scarlatto, un paia di pendenti d’oro, un rotolo di pane, tre coltelli, un fazzoletto, una salvietta, e due monete di rame di un grano l’una, per un valore totale di ducati otto. Gli aggressori sono Elia Petito di Bonaventura, Nicola Montefusco fu Teodoro, Ferdinando Candela fu Luigi, Pietro De Feo fu Biase e Vincenzo Pisacreta fu Angelo. Il sesto è rimasto ignoto. Tutti di Volturara.

 

1 Aprile 1861. La scampagnata di Pasqua

Nella Pasqua del 1861, qualcuno non vuole accettare il nuovo corso politico in questo piccolo paese sperduto tra le alte valli Irpine. Ma poi i vincitori faranno meglio dei vinti?

Alessandro Sarno sa che, se non si muove lui, la tradizionale scampagnata di Pasquetta si risolverà in niente e sarebbe un vero peccato non godersi l’ultimo giorno di vacanza prima di tornare a Napoli a studiare. Questa Pasquetta è certamente particolare, viverla da italiano è un’esperienza unica entusiasmante. Mentre scende per il Campanaro dirigendosi al Freddano a chiamare l’amico Vincenzo, Pasquale, torna con la mente agli avvenimenti degli ultimi mesi. Come dimenticare quel 7 Settembre 1860 a Napoli? non aveva chiuso occhio per tutta la notte, e la finestra lasciata apposta aperta portava l’eco dei colpi di cannone in lontananza. Le notizie che circolavano negli ambienti universitari, circa l’arrivo di Garibaldi a Napoli, trovano conferma, infatti a prima mattina sarebbe arrivato a Palazzo Reale per prendere possesso della città. La scena del dittatore che percorre le vie tra ali di folla gli rimbomba nella mente e gli procura ancora brividi di entusiasmo e di determinazione. Alessandro Sarno è imbevuto di idee progressiste e liberali come una spugna nuova. Si sente Bruto che pugnala Cesare il liberticida e Giuseppe Mazzini esule incompreso.

- Come è possibile che esistano persone incapaci di capire la portata di questo momento, che sicuramente resterà nei secoli come espressione di libertà e di democrazia? Non si rendono conto che il martirio dei fratelli Bandiera, di Carlo Pisacane e degli altri trova la sua esaltazione nella fuga definitiva del despota e tiranno? La fine del Re Bomba con il suo governo dovrebbe essere salutata con esultanza, invece resistono rimasugli del passato che vogliono bloccare il progresso.-

Qualcuno, che conosce bene la sua abitudine di parlarsi da solo, sta seguendo il nostro idealista, con un sorriso scettico e divertito.

 - Sei sempre il solito sognatore, Don Alessandro - la voce di Vincenzo sembra provenire da lontano e lo riporta alla realtà di un mattino tranquillo e freddo.- A che stai pensando, a Garibaldi o a Mazzini? Lo so che sono i tuoi eroi, i tuoi chiodi fissi, ma per oggi lasciali in pace, falli riposare tranquilli. Piuttosto dobbiamo fare le ultime spese perché manca il pane e il castrato per il pranzo. Ho fatto preparare la carrozza di mio padre, metteremo tutto dentro, perché Tortoricolo è lontano e a piedi non ci voglio arrivare. Gli altri della comitiva tardano e come al solito devo pensare a tutto io, poi mi diranno che sono pignolo e pedante.-

 - Caro Vincendo, amico mio, sei l’unico che mi capisce in questo paese di incolti e maligni. Un uomo come te è sprecato a perdersi in un posto come questo. Devi avere il coraggio di andartene e aprire una farmacia nella capitale, voglio dire ex capitale, a Napoli.-

- Alessandro, non aprire una ferita che sanguina e duole. Sai benissimo le sventure di mio padre. È dal 1850 che è controllato dalla polizia e in questi dieci anni, è stato maltrattato, vituperato, ammosciato dai quei quattro cascettoni della Piazza, che mal sopportavano il suo buon cuore, la stima che il popolo aveva nei suoi confronti. Lo hanno preso di mira nel suo lavoro, nelle sue proprietà. Quanti processi ha dovuto subire. Oggi non abbiamo nemmeno gli occhi per piangere e se riuscirò a laurearmi in Farmacia è frutto di sacrifici immani. D’altronde quante volte hai dovuto tu pagarmi il teatro a Napoli o una cena in qualche ristorante di Posillipo. Anche tuo padre Salvatore è stato maltrattato dai Masucci e dai Vecchi, ma per fortuna è riuscito a mantenersi le proprietà; anzi l’appartamento che ti ha comprato in via Duomo a Napoli ti servirà per la futura professione di avvocato, te lo meriti perché hai tutte le qualità per arrivare nel difficile mondo della giurisprudenza. Ma bando alle chiacchiere, oggi mi voglio proprio divertire e non pensare a niente. Ho contato, siamo in diciotto alla scampagnata, non manca proprio nessuno.-

Si avviano speditamente al Freddano a preparare gli ultimi ritocchi per il pranzo di Pasquarella. Qualcuno li ha guardati passeggiare e appare preoccupato e pensieroso. Dietro la finestra della sua cucina, Don Nunzio Pasquale, padre di Vincenzo, ha l’aria di chi le ha viste tutte, ma il suo sguardo corrucciato prelude a situazioni gravi e piene di incognite. Ci si può liberare di tutto ma non dei ricordi. È la stessa scena del ‘48, ampliata mille volte. Allora i Borbone avevano fatto finta di cedere alle richieste di riforme e una nuova ventata di ottimismo aveva percorso le strade del Regno delle Due Sicilie. Ma era stato fuoco di paglia. Se lo ricorda bene, Don Nunzio, perché era Sindaco proprio dal ‘48 al ‘50, anno in cui comincio la repressione che lo investì in pieno. I Borbonici spinti dalla paura o dalla furbizia avevano finto e promesso di far sbocciare il fiore della libertà, poi avevano tagliato i gambi. Più lo avevano fatto parlare più lo avevano punito, più si era dimostrato liberale più lo avevano perseguitato. Quegli infami se li era scrollati di dosso solo col decreto del Luglio 1860, dopo 10 lunghi penosi anni. Oggi i Borbonici sono rintanati nella Fortezza di Gaeta, circondati e pare senza scampo. Ma i Borbone sono duri a morire, magari ritorneranno, e più feroci di prima, come nel 1799 dopo la sconfitta dei Francesi da parte delle bande del Cardinal Ruffo, o nel 1815 alla caduta di Napoleone. Saremo perseguitati e derisi ancora. Sarà un bagno di sangue, forse si salveranno solo i soliti camaleonti. Chiama la serva Anna, come a scuotersi dalle sue riflessioni, e la manda ad avvertire Don Salvatore Sarno, il padre del giovane Alessandro, che c’erano stati strani movimenti di ex soldati borbonici sbandati e renitenti alla leva verso Cruci e che stesse attento, come Ufficiale della Guardia Nazionale, a far pattugliare il territorio in quel giorno per evitare guai ai figli che noncuranti del pericolo volevano passare una giornata allegra in compagnia degli amici.

Mentre dalla finestra osserva la donna che si avvia verso la Piazza, incrocia con lo sguardo Alessandro Picone che sta ritornando a casa e istintivamente cala gli occhi per non salutarlo. Non lo odia, ma sa che sta sbagliando di grosso ad accanirsi contro il Nuovo Ordine di cose che ha portato all’Unità d’Italia. Tipico volturarese analfabeta e arrampicatore, che non si cura di diventare italiano e liberale, ma guarda solo agli interessi spiccioli e immediati. Possidente ma incolto, capace ma improvvido e istintivo. Se avesse avuto voglia di studiare, e qualche anno fa poteva permetterselo, avrebbe capito che solo nella cultura c’è il progresso e nel progresso la libertà dall’assolutismo borbonico e dalle aberrazioni della Polizia. Invece oggi è il fautore del passato regime credendolo nuovo ed è pericoloso per sé e per gli altri. Dio non voglia il ritorno di Franceschiello, questo vorrà fare il Capourbano e userà i moschetti al posto della vanga. È come i Rinaldo di cinquanta anni fa e i Marino di trenta anni fa.

Riesce a vedere fino al ponte del Freddano e l’animazione che c’è, in Piazza, gli fa capire che è meglio rimettersi vicino al fuoco a fumare la pipa, senza pensare a nulla, distaccandosi da una realtà che gli crea solo sofferenza. È una giornata strana, in cui si intrecciano situazioni diverse in un momento storico particolare. Le voci di una possibile rivolta popolare imminente mettono in movimento tutte le Guardie Nazionali che perlustrano il paese. La tensione è palpabile negli sguardi di tutti. Tra gli opposti schieramenti ognuno evita qualsiasi tipo di provocazione, che potrebbe sfociare da un momento all’altro in alterchi o scontri fisici difficili da controllare. Qualche scalmanato prendendo coraggio inveisce contro il posto della Guardia Nazionale, ma gli ordini da Avellino sono di non rispondere a nessuna provocazione verbale per non far degenerare una situazione che non assicurerebbe un intervento militare immediato per mancanza di uomini. I campagnuoli sembrano estranei allo svolgersi degli eventi, ma si sa che sotto sotto tutti hanno caricato il fucile o per attaccare la Guardia Nazionale o per difendersi da attacchi improvvisi di sbandati che girovagano senza meta e senza cibo. Stanotte o domani ci potrebbe essere l’ora in cui nessuno comanda, l’ora dei lupi: le truppe Borboniche in fuga, le Guardie Nazionali non ancora in arrivo, chi ha subito offesa potrebbe alzare il fucile e tirare, quasi certo di restare impunito. Per questo si sta riuniti in branchi o non si esce di casa. La notizia che in mattinata a Montella, in pubblica Piazza, il disertore capobrigante Cicco Cianco ha ucciso un compaesano, che aveva avuto il solo torto di contraddirlo, senza essere poi arrestato, fa intuire ai filoborbonici le enormi difficoltà in cui si trovano le Guardie Nazionali, che hanno paura e pensano solo a salvarsi la pelle in un clima di incertezza assoluta. La riunione tra gli ufficiali nel posto di guardia serve a creare un piano di ordine pubblico per la giornata che si presenta di difficile controllo, prima di raggiungere le famiglie che non vogliono rinunciare alla scampagnata, senza curarsi o forse senza nemmeno capire troppo i pericoli incombenti.

Don Leonardo dà le ultime disposizioni, organizzando una decina di pattuglie che gireranno sul territorio, con un occhio di riguardo per le zone a rischio, dove stazioneranno alcune guardie armate: precisamente alla Masseria Vecchi, in contrada Occhielli, dove pranzeranno il Sindaco e i familiari, a Cruci alla Masseria Masucci e a Tortoricolo dai Pasquale dove si incontrano tutti gli studenti del paese. L’ordine è di sparare solo in caso di attacco armato, di non rispondere alle offese verbali e di non accettare di bere vino nel controllo dei gruppi di gitanti. Le persone che passano in Piazza chinano la testa come a non salutare e, alla domanda di qualche esagitato filoborbonico che chiede loro “viva a chi?’, la risposta ricorrente è “viva a chi comanda”, con una sorta di rassegnazione e di paura. Non ci si vuole compromettere neanche con un saluto dato o negato: è troppo pericoloso, quando non si conosce ancora il nome del vincitore. Pochi sono quelli schierati apertamente e le provocazioni innescano scene preoccupanti di invettive e maledizioni reciproche. Solo la paura verso gli ufficiali che sono conosciuti come caratterialmente terribili serve da deterrente a situazioni che sembrano esplosive. La paura di essere arrestati per offese allo Stato mantiene una calma apparente ma pericolosa. Solo il crocchio di giovani che si sta formando sotto la Teglia sembra estraneo agli eventi, per il brio dei discorsi e per le risate che ogni tanto rimbombano nell’aria.

Tra gli altri ci sono Alessandro Sarno, Vincenzo Pasquale, Achille e Annibale Masucci figli di Don Leonardo, Bernardino Luciani cugino di Don Vincenzo Luciani, e Generoso Benevento. In quel mentre arriva dalla Pozzella Gioacchino Benevento, il dottore che era andato a visitare il collega Pasqualino, ormai in condizioni di salute disperate, il quale riferisce loro che gli altri amici hanno preferito andare dai Pennetti, nella masseria di Sorbo Serpico, su consiglio dei genitori. L’atmosfera s’incupisce e si intravede qualche muso lungo.

- Maledetta politica, nemmeno oggi ne saremo esenti, c’era da immaginarselo che non li avrebbero mandati con noi. I rancori tra i nostri genitori pesano sempre sulle nostre scelte, nostro malgrado. Oggi volevo ubriacarmi per dimenticare le tante sofferenze di questi ultimi tempi e non pensare a Pasqualino, ma vedo che sarà un po’ difficile.- La voce di Achille Vecchi, il fratello del Sindaco, sembra rotta dall’emozione.

Non ti crucciare più di tanto - gli risponde Alessandro Sarno.- Andremo lo stesso a divertirci. Alla fine lo sapevamo che potevano anche non venire con noi. Negli ultimi tempi, a Napoli, hanno fatto sempre gruppo a parte. E poi, chi se ne frega. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Con la comitiva di Sorbo sono andati Pietroantonio Pennetti, Alfonso e Mattia Marra e quel rompiballe di Vincenzo Santoro, il figlio di Don Mariano, l’impiegato comunale. Come vedete i conti tornano. Sono tutti filoborbonici fottuti e hanno come ospiti anche Achille De Cristofano, il farmacista e suo fratello Ferdinando l’avvocato, che manco a farlo apposta non hanno firmato al Plebiscito del 20 Ottobre scorso e che fanno come al solito il doppio gioco. Si mostrano Italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello. I Pennetti, poi, stavolta nessuno li perdonerà. Hanno vita corta a Volturara. Vincenzo, il segretario comunale, e suo nipote Gerardo l’avvocato soprattutto, si sono creati molti nemici e appena le cose si acquieteranno gliela faranno pagare cara. Lo stesso Mariano Santoro, non sottoscrivendo il Plebiscito ha le ore contate. Già si sente dire in giro che presto lui e Vincenzo Pennetti saranno licenziati dal Comune.-

5 Aprile 1861. Il basso clero complotta

Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese e terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, che a sua volta è il dominus, il padrone, in latino.

Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?-  Poi ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle, le potenze europee a quanto pare se ne fregano di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità.

Per questo la chiesa sopravvivrà, del tutto immeritatamente, anche perché non ci sarà la grande rivoluzione sociale con gli Italiani, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella sua mente un tumulto di sensazioni che non traspaiono. Torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa.Cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come vincere eventuali malesseri o ripensamenti.- Il dado è tratto - si dice. Mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio. È un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia. Quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso da come lo conosceva. La lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona. Ma forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli  fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

- Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie. –

- State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati collo Scomunicato del Piemonte. - Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge.- Il Signore è con noi e ci aiuterà.- D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino il prete e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e fretta, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto. Perché la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua. In una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede la trappola, ma non vede il formaggio. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo. Gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo -.

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

 - Sempre lo stesso-, pensa Don Nicolino.- Eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto.- Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

 – Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere con voi -.

 Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.-

 Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe picchiare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.-

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, si scioglie, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo.- Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia.  Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo.

Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.-

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta.- Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia.-

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite.- Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.-

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte. Noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.-

- Donn’Achì, le cose vanno bene.- E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è del Saracino.-

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende.- Il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro.-

 Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?-

 - No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato. Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di partire.-

Ma Don Nicolino è venuto a spingere. 

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.-

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo.- È meglio di quanto credessi - pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.-

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare dei vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui a Volturara. L’ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.-

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

 - Don Nicola, come stai?- si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.-

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.-

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.- 

 - Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.-

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia.-

Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.-

 Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro.

L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

 - Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.-

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare.- Non posso perdere tempo - pensa.- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.-

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore.

Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?-

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi  potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.-

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.-

 Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Non si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti.

Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati -.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.-

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo.

È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Il brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano. Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.

Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega e di Montemarano stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.-

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro e bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre.

Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio.

Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli.

Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino.  Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda al fucile appeso alla parete e alla finestra, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.- 

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano.

Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia.

Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato.

Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.

Il liberale e il filoborbonico                                                                                                           Non deve sorprendere che tra i caporioni delle opposte fazioni ci siano rappresentanti della stessa classe sociale e censo, che hanno fatto gli stessi studi magari assieme, che hanno frequentato le stesse persone. Ideali e interessi che dovrebbero sempre stare dalla stessa parte viceversa si combattono. Il fatto si è che la sfida a Volturara Irpina non è tra propriamente tra reazionari e liberali convinti, ma è un crogiolo dove si fonde e si rifonde di tutto. La piccola guerra civile si combatte tra quelli che hanno ricevuto un torto dalla parte Borbone e quelli che hanno avuto danno dai Francesi. Tra quelli che sperano di mutare la propria condizione e quelli che cercano di conservarla. Su un fronte ci sono le famiglie di filoborbonici, fedeli al Re per tradizione e parola data, sul fronte opposto ci sono le famiglie liberali di persone che hanno girato il mondo, almeno fino a Napoli, letto libri, servito negli eserciti di Napoleone. E poi ci sono i prepotenti e i furbi. E infine i preti, preti dappertutto, farsi prete vuole dire essere rispettati, anche se si è nati contadini, e aver da mangiare tutti i giorni, per il resto si vedrà. Manca quasi del tutto il conflitto sociale, la lotta di classe, i poveri e i ricchi stanno un poco di qua e un poco di là. La povera gente è analfabeta e non costituisce uno stato sociale, mette cipolla e fame nel pane, segue le vicende di questi giorni con indifferenza e paura, o con qualche speranza. La rassegnazione è per lo più lo stato d’animo dei contadini, però succede che essi seguano un capopolo, un prete o un brigante per dare sfogo all’odio, nascosto ma infinito, contro notabili e possidenti per la fame e le umiliazioni subite ogni giorno.  

Viva a Garibaldi, viva a chi comanda, viva a Franceschiello                                                   Nel 1860 Garibaldi che sale dalla Sicilia porta una ventata di idee e di novità. Quando viene consegnato  il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II, e si promuove il Plebiscito di annessione all’Italia del 20 Ottobre, molti aderiscono al nuovo ordine di cose (viva a Garibaldi), altri si fanno i fatti loro (viva a chi comanda), altri si schierano completamente contro coloro che vengono definiti invasori (viva a Franceschiello).
Al Plebiscito non firmano tra gli altri Mariano Santoro, impiegato comunale e il segretario comunale Vincenzo Pennetti.
Il Sindaco Gennaro Vecchi mantiene le fila cercando una mediazione con il Clero che, forte degli ordini del vescovo, vede nell’Unità d’Italia un affronto al Re e al Papa.
I figli di Antonio Picone assieme a Matteo Marino, il fratello del Parroco, tessono le fila dell’opposizione al nuovo regime. Tra i notabili gli unici che mostrano la loro disapprovazione ai Piemontesi sono gli avvocati Alfonso e Mattia Marra.
Leonardo Masucci viene eletto Consigliere Provinciale.
Un’epidemia di vaiuolo nella primavera del 1861 con molte vittime fa da preludio a una rivolta popolare il 7 Aprile, Domenica.
La repressione del Governatore della Provincia Nicola De Luca inizia il giorno dopo con, decine di feriti e centinaia di arresti. È un fuggi fuggi sulle montagne che spinge Volturara in un clima di terrore, preda di bande di ricercati e di briganti, tra le quali si distingue quella di Giuseppe Nardiello, padrona del territorio per quasi tutto l’anno.
Vengono arrestati il parroco Don Angelo Marino e suo fratello Matteo, gli avvocati Marra e quasi tutti gli implicati nella rivolta, su delazione dei notabili che li conoscono tutti.
Scontri tra le Guardie Nazionali e i rivoltosi avvengono quasi ogni giorno. La situazione degenera. Il Governatore ritorna a Volturara a sedare i disordini e scioglie la Banda musicale colpevole di aver suonato l’inno borbonico.
Il 15 Luglio con sentenza della Gran Corte Criminale di Avellino vengono prosciolti il Parroco e gli avvocati Marra, mentre la maggior parte dei rivoltosi viene condannata a varie pene. Alcuni come Alessandro Picone vengono condannati in contumacia.
L’11 Agosto lo stesso Alessandro Picone sfugge alla cattura in modo rocambolesco, mentre le autorità per tenere calma la popolazione provvedono alla spartizione delle terre in fretta e furia. A Settembre muore la moglie di Gennaro Vecchi, il Sindaco, che viene sostituito dal suo grande avversario Salvatore Sarno. Inizia la resa dei conti, mentre il territorio nel mese di Ottobre e Novembre è ancora in mano ai rivoltosi, che presidiano tutte le vie di accesso al paese ed impediscono il passaggio a chiunque.
Le autorità girano scortate dalla Guardie Nazionali e spesso sono vittime di rapimenti con rilascio dietro riscatto.

Sabato 6 Aprile 1861. Piani per la rivolta                                                                                                                      Il freddo penetra nelle ossa, un vento gelido e umido nello stesso tempo fa capire che la vita è anche sofferenza fisica a Volturara. La poca acqua caduta ieri è gelata nelle pozzanghere sparse qua e la per la strada. Un debole sole arancione, che non riesce a penetrare la nebbia sparsa dappertutto, segue finalmente alle tenebre di una notte passata senza dormire, con pensieri di odio e di rancore. I decisi tra i congiurati si risvegliano con lo stesso pensiero: o la morte o la montagna.

Alessandro Picone pensa già a domani: deve sembrare tutto spontaneo. Guai se capiscono le nostre intenzioni, qua arriva tutto l’esercito piemontese. Ci distruggono, questi non scherzano. D’altronde, quanti ci hanno abbandonato negli ultimi sei, sette mesi. Sembravamo in tanti, siamo rimasti una decina e qualcuno sembra fare proprio il doppio gioco. Volti ambigui che girano nella sua mente e non servono a dargli tranquillità. Ma poi ricorda le parole di Don Nicolino e immagina scenari di rivolte in tutti i paesi. L’ansia dei preparativi accresce la sua determinazione. Niente deve essere lasciato al caso, la continua presenza di Don Matteo lo aiuta a essere ottimista. A sentire Don Matteo infatti il paese è spaccato in due, molte famiglie sono favorevoli al ritorno del Re. Solo i marpioni si sono venduti allo Scomunicato. Gli viene voglia di metterne una decina al muro e fucilarli, se tutto va per il verso giusto. Il cavallo nel suo incedere piano lo fa sobbalzare, vuole scrollarsi di dosso questi pensieri, sa che deve arrivare presto alla masseria di Matteo alla Valle re ‘Mpeo. Deve sapere cosa fare. Lo trova mentre segue i braccianti nella semina, lo richiama da lontano e si avviano verso la Foresta.

- Alessandro tu sei il più coraggioso di tutti. Da te dipende il risultato finale. Oggi devi ritornare in paese e creare movimento. Se vedono che siamo forti, ci seguiranno tutti contro questi cascettoni che vogliono solo comandare sempre loro. Li sappiamo tutti: Don Linardo, Don Gennaro, quel caino di Don Vicienzo Luciani; e poi Don Marco, Don Salvatore, Don Ferdinando, Don Nunzio e quanti più ne metti. Ma se ritorna Franceschiello li dobbiamo spogliare di tutto quello che hanno, gli dobbiamo mettere la zappa in mano e qualcuno deve anche lasciarci la pelle. Più imbecilli sono e più si sentono importanti. C’è Giuseppe il falegname che si crede il padre di Gesù Cristo e sta proprio "cacanno o’ cazzo", prima o poi la pagherà, fanatico e fesso. Ma torniamo a noi, cerca Vincenzo, Angelo e Nicola di Bottino e fatevi sentire. I nemici dei Borbone devono incominciare a tremare.-

Alessandro Picone saluta Matteo e si avvia verso Volturara, un gelido vento taglia la faccia e lo fa piegare in avanti con il mantello chiuso sulle spalle, mentre nella mente si delineano i movimenti da fare durante la giornata per preparare la rivolta. Spedire i fidati nelle Cantine del paese a surriscaldare l’atmosfera senza dare nell’occhio. Mandare qualcuno nei locali della Guardia Nazionale a controllarne i movimenti ed entrare nei crocchi in Piazza per aizzare gli animi. Per la verità non à d’accordo con Matteo su come agire, ma vi si adegua perché conosce la sua capacità di organizzazione e sicuramente ne sa più di lui. Cerca di rincuorarsi ripensando alle parole sentire su quello che sta succedendo fuori di Volturara, a quanto si dice le cose vanno bene e la loro azione sarà sicuramente protetta da un intervento delle forze del Re, che come gli hanno fatto capire premono alle porte del Regno, dal Lazio per terra e da Manfredonia per mare. Arrivato in paese, lascia il cavallo al Freddano e si avvia lentamente verso il Candraone. Vicienzo Mele detto Carpato sembra aspettarlo, insieme ai suoi fratelli Angelo e Mattia, davanti casa. Nervoso e agitato Vicienzo gli si fa incontro e Alessandro deve fare ogni sforzo per restare calmo, per concentrarsi. Sa di essere ancora più impulsivo di lui, ma in questo momento ha il compito di organizzare gli altri e deve mantenere la calma per poter far calmare gli altri, d’altronde la tensione sale e conosce bene il carattere di Vincenzo, irruento e irrefrenabile quando perde il controllo, senza mezzi termini.

Spiegandogli la situazione e i propositi riesce a calmarlo davanti a un bicchiere di vino, messo loro davanti da Rosaria la madre di Vincenzo, dopo che si erano accomodati su di uno scanno vicino al fuoco.

- Tutto il pomeriggio e la sera dobbiamo passarli in mezzo alla gente, li dobbiamo convincere che il momento della liberazione è vicino. Un paio andranno nella Cantina di Antonio Pennetta, altri nel caffè di Angelo Discepolo, altri ancora in quello di Giovanni De Feo, i miei fratelli Luigi e Raffaele li manderò nella Cantina alle Tavernole, Raffaele Cotillo andrà nel caffè di Giovanni De Cristofano, mentre Luigi e Angelo Solito si fermeranno in Piazza nella Cantina di Nicolantonio Marra, che è amico nostro. Bisogna provocarli mostrando sicurezza, se il popolo ci segue i nemici dei filoborbonici sono cotti.-

A Vincenzo il piano di Alessandro piace, si riscalda, vuole entrare in azione subito.

- Nicola Marra, Pasquale Cutillo, Matteo Masucci, Raffaele Del Percio, Matteo Picardi, Nicola Montefusco, Mariano Risoli, Bernardo de Cristofano e Giovanni De Feo, che sono i più coraggiosi, devono stare in mezzo alla Piazza, girare per il paese casa per casa, chiamare gli amici a uscire allo scoperto. Devono muoversi già da oggi.-

Alessandro con la scusa di aver delle faccende da sbrigare lascia i tre e si avvia verso casa, vuole tranquillizzare Maria, la moglie, e concentrarsi per preparare ogni mossa nei minimi particolari. Arrivato a casa, chiama i fratelli Luigi, Nicola e Raffaele e davanti a una zuppiera di pasta e fagioli fumante dà loro le ultime raccomandazioni. Il più determinato sembra Luigi che, stanco di subire le oppressioni dei soliti, ricorda le sofferenze del padre Antonio contro quei tre o quattro che fanno il bello e cattivo tempo a Volturara: sfruttato e abbandonato, messo in ginocchio da un potere precostituito, gli avevano impedito di crescere e di migliorare la sua condizione, lo avevano costretto quasi alla miseria, lui che voleva mandare i figli a scuola per farli diventare qualcuno nel paese. Dalle sue parole sortisce un rancore sordo e profondo, che fa passare nella schiena di Raffaele un brivido fino ai denti ora serrati in una morsa d’acciaio.

Nicola capisce le tensione e li invita alla calma, per avere più concentrazione e non commettere errori. Un ultimo bicchiere di vino, versato da Maria, bevuto d’un fiato quasi per un rituale sacro e di sangue e all’unisono si alzano per andare a svolgere ognuno la sua parte.

Alessandro esce passando davanti al sottano dove la madre Gaetana sta stancelliando, vorrebbe salutarla ma l’istinto lo dissuade dal farlo. Tira diritto si avvia verso la Piazza.

- Povera mamma - pensa camminando.- Da quando è morto papà si è chiusa un in mutismo che mi preoccupa. Ormai è più di un anno e non riusciamo a farla nemmeno sorridere; i pensieri la uccideranno se continua così. Deve rassegnarsi e ritrovare la grinta che la contraddistingueva. Certo che noi figli, e io in particolare, non facciamo niente per aiutarla, anzi stavolta mi odierà per quello che sto facendo e non mi perdonerà mai di aver coinvolto anche Raffaele, che è cosi giovane e inesperto. Ma io non posso tirarmi indietro, se il Signore vuole che devo portare questa croce, la porterò fino alla fine. Forse è meglio andare a trovare il compare Don Angelo Marino, il Parroco, chiederò consiglio a lui e gli chiederò di pregare per me e la mia famiglia; può darsi che trovi anche il fratello Matteo, solo lui riesce a darmi la carica giusta, se no qui rischio di crollare senza combinare niente.- Svolta sotto i Portoni e scompare nel buio della scala.

Rullo di tamburi per tutta la tribù divisa in fazioni e sentimenti. Ognuno è tentato di uscire e unirsi a uno dei cori. Ma diverse sono le sorti degli indigeni. Uno è fermato sull’uscio dalla moglie implorante che addita i figli, le creature. Un altro invece è spinto fuori dalle sorelle erinni furibonde e vendicative. – Faglielo sentire bene chi sei, devono morire di paura.-

Un terzo poi vorrebbe salire su un albero per sentire e guardarsi intorno, in modo da non suonare dalla parte sbagliata. Chi può essere certo di quale dei due stregoni alla fine dominerà la tribù, Franceschiello o lo Scomunicato? A nessuno viene in mente di profittare del momento di assenza di un forte potere centrale per unire le tribù invece di dividerle in fazioni, per fare la Libera Repubblica Irpina intanto. Poi si vedrà a chi e come unirsi. 

Per tutto il pomeriggio il tam tam dei filoborbonici   passa la notizia dell’imminente rivolta contro l’invasore e i suoi cascettoni. Decenni di rancori e di maltrattamenti subiti ritornano con insistenza nei discorsi fra la gente; odi mai sopiti fanno accrescere la rabbia di chi sogna la rivalsa contro tanti, troppi torti subiti; una schiavitù oppressiva da cancellare con la forza della rivolta. Nelle parole di tutti i congiurati la voglia di fare giustizia sommaria di famiglie cattive e prepotenti. Qualcuno pensa di mettere la ghigliottina in Piazza come a Parigi cinquant’anni prima, altri pensano già a dove scappare in caso di fallimento, ma la sensazione generale è che le cose stanno cambiando e che andrà tutto bene per chi si mette dalla parte di Franceschiello. Nelle Cantine, nei caffè, nelle case, un’atmosfera di attesa, di parole nervose. Nelle campagne su tutto la speranza di poter appropriarsi di quelle terre da decenni coltivate per altri, per i soliti, senza ricevere in cambio nemmeno il minimo per sopravvivere.

La sera freddissima cala su un paese silenzioso. Una nebbia fitta sembra favorire le ombre che passano da una casa all’altra. Al Freddano soprattutto è un brulicare di persone che si incontrano. Dalla casa di Matteo Marino, sotto i Portoni, ogni tanto parte qualcuno con destinazione precisa per avvertire delle mosse da fare, altri salgono in casa per avere ordini. Vicino al fuoco a discutere ci sono i promotori, i più determinati. La vecchia cassapanca ospita Alessandro e Matteo, appoggiati al muro Luigi Picone e Giuseppe Nardiello li osservano in silenzio, nell’altra stanza Don Angelo, il parroco, fratello di Matteo, prega da alcune ore in solitudine.

 In campo avverso, a due passi, nel palazzo in Piazza dei Masucci, l’atmosfera è diversa, pesante. Si palpa dolore e preoccupazione. La morte del Dottore Pasqualino Masucci ha lasciato nello sconforto e nella disperazione i Masucci e i Vecchi. È una processione continua che sale e scende per le scale di Don Alessandro Masucci. Nello studio ci sono tutti i notabili a tenergli compagnia. C’è Don Salvatore Sarno con il figlio diciannovenne Alessandro, il dottore PietroAntonio Pennetti, l’avvocato Don Alfonso Marra, e Don Vincenzo Luciani. Lamenti e preghiere provengono dalla stanza affianco. Donna Clorinta, la moglie di Don Pasqualino ha continue crisi di nervi e a nulla valgono gli sforzi del fratello Don Achille Vecchi a prepararle medicine per risollevarla. Le amiche le tengono le mani e in silenzio piangono anche loro. Era il migliore di tutti, buono e disponibile, simpatico e allegro. Nessuno riesce a farsi una ragione della sua scomparsa. Nemmeno il tempo di rendersene conto e se ne è andato, strappato ad una giovinezza nel pieno fulgore e a una moglie che lo adorava.

Il Notaio Don Leonardo Masucci, Don Marco Marrandino e il Sindaco Don Gennaro Vecchi discutono nel salotto, nei loro sguardi preoccupazione e nervosismo. Sanno tutti e tre che la situazione sta precipitando e che hanno il dovere di far fronte a uno stato di cose grave e pericoloso. Non possono permettere lo stravolgimento voluto da pochi esagitati. Cinquant’anni di attesa non possono perdersi per superficialità e noncuranza. L’unita’ d’Italia è troppo importante e bisogna fare tutto per mantenerla dopo averla ottenuta con sacrifici e tante perdite umane. Il ricordo del Re Bomba e del suo dispotismo è troppo fresco per non farli innervosire al suo solo pensiero.

Don Marco è il più deciso, si rivolge a Leonardo Masucci e lo richiama alle sue responsabilità.

- Don Leona’ so che vi sto chiedendo un sacrificio troppo grande, so che il vostro dolore è una cosa tremenda, ma chiedo a voi e a Don Gennaro di essere forti e soprattutto calmi. Voi siete il nostro punto di riferimento, la nostra unica speranza. Anch’io ho sofferto, ho sofferto per una vita. Mio padre Ciriaco ha speso la sua esistenza in nome di un ideale unitario. Mio zio Orazio ha passato tanti guai, si è rovinato una vita per poter vedere un giorno l’Italia unita, senza quei bastardi dei Borbone. Ebbene, scusate, ma dovete superare il vostro dolore, avrete tempo per piangere Don Pasqualino, oggi occorre fermezza e determinazione. Quei facinorosi la devono pagare prima che combinino altri guai. Lo sapete che in questo momento o al massimo domani si ribelleranno. Hanno armi e munizioni, questi ci ammazzano come cani. Occorre far intervenire l’esercito per fermarli, la Guardia Nazionale paesana non è in grado di poterlo fare, anzi molti di loro parteggiano per quei fetenti.-

Smette di parlare per le grida di dolore che provengono dalla stanza affianco e per un attimo un silenzio pesante cala nel salotto, Don Gennaro Vecchi ha la testa fra le mani e qualche singhiozzo fa capire a Don Marco che sta piangendo sommessamente di nascosto. Don Leonardo Masucci si alza dalla poltrona e si avvia lentamente al balcone come per trovare concentrazione. È stato sempre di poche parole, ha preferito sempre l’azione e le cose concrete. Sa che il momento è pericoloso, la mente va indietro negli anni e ricorda altri momenti simili, ma mai pericolosi come adesso. Ricorda le parole di Don Pasquale, suo padre, “la calma è la virtù dei forti”, vorrebbe averlo vicino a lui in questo momento. Lui saprebbe cosa fare. Questa disgrazia in famiglia non ci voleva proprio, il suo povero fratello Alessandro quante ne ha viste, che vita infame, e la mente va al ‘46 quando gli morirono quattro figli in sei mesi. Sembrava finita, ma questo dolore è peggio di allora, è insopportabile. Poverino è sempre triste, gli è rimasto solo Generoso, stavolta sembra proprio finito. È passato un giorno dal funerale, ma sembra peggio di ieri. “Vorrei dormire e svegliarmi tra dieci anni”, pensa.

Lo fanno scuotere le parole di Don Gennaro Vecchi, che si è intanto riscosso dal dolore che procurano le grida della giovane vedova e ora pensa alla sua sorte.

- Don Leona’, tu sai il bene che volevo a Pasqualino. Non dimentichiamoci però che sono il Sindaco, e se lo sono è grazie a te e a Don Alessandro. Voglio da voi una parola di conforto, voglio sapere cosa devo fare, ho la mente vuota, c’è solo rabbia e dolore, ma se non ci decidiamo rischiamo il caos politico e sociale. Questi farabutti non hanno rispetto del nostro dolore, anzi ne approfittano perché siamo storditi e confusi. Non dimentichiamoci che lo stesso Don Salvatore, uno che in teoria sta dalla nostra parte, aspetta la confusione per metterci in un angolo. Siamo riusciti a frenarlo per tanti anni, ma stavolta vuole farci le scarpe. Lo stesso Don Nunzio si è alleato con lui per toglierci il Comune di mano, una volta che Franceschiello sia stato sconfitto definitivamente. Giuro però sull’anima di mio cognato, che li prenderò a uno a uno e non gli darò tregua fino alla fine dei loro giorni. E poi ci sono quei fessi dei filoborbonici che non vogliono capire e ancora si illudono. Ma qui la colpa è soprattutto di Alessandro Picone e Matteo Marino, sempre loro, sono peggiori dei loro padri, rompiballe e irriverenti. Ma li aggiusto io. Ho avvertito il Governatore De Luca a varie riprese, purtroppo la situazione di allerta è estesa a tutta la Provincia e non possono mandare uomini a perdere tempo qui a Volturara.-

Il suo interlocutore gli risponde deciso.

- Gennaro, amico mio, sei come un figlio per me e la tua sofferenza mi opprime. Non so che consiglio darti, ma forse consigli in questo momento non ce ne sono e non servono. L’unica cosa da fare è restare calmi e non prendere nessuna iniziativa. Se li affrontiamo a viso aperto ci ammazzano tutti, sono troppo determinati e non capiscono che stiamo facendo il loro bene. Un giorno i loro figli ci ringrazieranno per come ci siamo comportati, ma per adesso dobbiamo solo aspettare che passi questa bufera, questo terremoto. Non dico si salvi chi può perché non sono un vigliacco, ma meno ci facciamo vedere in giro e meglio è. D’altronde se succede qualcosa ho avuto anche io assicurazioni che verranno da Avellino ad aiutarci. Nicola Raimo sta seguendo gli sviluppi per noi. Anche lui è da ammirare. Si sta fingendo amico loro per sapere le loro mosse in anticipo. Rischia grosso, se lo scoprono lo ammazzano, ma ho fiducia in lui, sai anche tu quanto è determinato e coraggioso. Quanto a Salvatore Sarno, lascialo perdere, solo se sbagli le tue mosse può avere spazio, altrimenti resta isolato con Nunzio e Vincenzo Luciani. Piuttosto chiama Ferdinando De Cristofano e mandalo a controllare per il paese con le Guardie Nazionali , è l’unico di cui possiamo fidarci e certamente non si farà fare fesso.

Marco Marrandino approfitta del silenzio che si è creato e chiede permesso per andarsene, la scusa è che vuole lasciarli soli perché devono decidere cose importanti; si avvia per le scale con una certa fretta di uscire da quella casa un pò jellata. Incrocia suo cognato Don Salvatore Sarno e suo nipote Don Vincenzo, li saluta con un mezzo inchino, ma con freddezza. Loro non lo degnano di uno sguardo né di un saluto, continuando a parlottare tra loro.

I tre, Marco Marrandino, suo cognato e suo nipote stanno dalla stessa parte, quella che vincerà, meglio che già ha vinto, solo che a Volturara non tutti se ne vogliono far capaci. E quindi si pensa al dopo, alla divisione del bottino, sulla quale questi tre non sono d’accordo a quanto pare.

Don Vincenzo, il nipote di Marrandino, ha paura che i tre fratelli Masucci e i loro alleati fidati, una volta sconfitti e scacciati tutti i filoborbonici, si facciano tentare dall’ingrossare il bottino dei vincitori con terre e proprietà degli alleati di prima. 

Don Vincenzo, appena Marrandino si è allontanato lancia strali di maledizioni su di lui. La rabbia e la paura lo fanno partire con un discorso mezzo sconclusionato.

- Ecco uno dei soliti lecchini dei Masucci, è grazie a gente come lui e Nicola Raimo che i Masucci perpetuano il loro potere a Volturara. Don Salvatò, scusate la mia sfacciataggine ma se non prendiamo noi in mano la situazione, qui rischiamo di fare una brutta fine. Gennaro Vecchi è troppo morbido, troppo tollerante, a volte ho l’impressione che sia d’accordo con loro, i Masucci, per farci fuori, a volte sembra quasi che voglia tenersi buoni i filoborbonici, non si sa mai. Dobbiamo farci rispettare con la forza, devono capire che noi siamo l’ordine. Quei quattro cafoni analfabeti, sobillati da alcuni pazzi criminali vogliono solamente sovvertire l’ordine sociale, stabilizzato nel tempo dai nostri antenati. Vogliono impadronirsi delle nostre terre per comandare loro a Volturara e noi non possiamo permetterlo. Come loro non hanno più rispetto per noi, noi dobbiamo ammosciarli con la forza senza pietà, anche con le armi. A lavare la testa all’asino perdi acqua e sapone, questi bastardi bisogna ammosciarli con la frusta. Abbiamo fatto tanto per loro e non capiscono chi gli fa del bene. Sono carne da macello e si permettono di fare i giusti, e non rispettano chi rappresenta lo Stato.-

- Calmati Vincenzo, lo ferma con decisione Don Salvatore Sarno, non farti prendere dalla rabbia, non serve a niente. Oggi dobbiamo mantenere la calma, i conti li faremo dopo e chi deve pagare pagherà. Lo stesso Gennaro Vecchi dovrà rendere conto di come si sta comportando: è lui l’artefice di questo schifo. Cascettone e furbo, basta che comandi lui e va tutto bene. Piuttosto, domani mattina vado a Salza per votare il Deputato con Nunzio Pasquale e Nicola De Cristofano. Sicuramente spingerò perché mandino un distaccamento militare a Volturara a controllare la situazione. Oggi ho già fatto spedire da Don Scipione Capote da Montella un telegramma in merito. Spero che mi ascoltino. Come Ufficiale della Guardia Nazionale potrei fronteggiare la situazione in prima persona radunando tutti e armandoli, ma forse è meglio stare riservati, siamo in pochi e rischieremmo di morire tutti. La morte di Don Pasqualino, il dottore potrebbe giocare a nostro favore. Se i filoborbonici non sono proprio Caini, dovrebbero rispettare il dolore dei Masucci e stare calmi. Altrimenti per loro sarà a fine del mondo, non è possibile che riescano a farcela. L’esercito piemontese è organizzato bene e in due ore può arrivare a Volturara. Può contare su Piemontesi, Ungheresi e Guardie Nazionali di vari paesi del circondario comandate da Don Michele Tagle che sappiamo bene non scherza proprio. Le ultime notizie dicono che i contrari non sono bene organizzati e litigano tra di loro, d'altronde stai vedendo con i tuoi occhi quanta gente sale e scende a salutare e a tenere compagnia ai Masucci; questo vuol dire che contano ancora e che tanti preferiranno restarsene tappati in casa piuttosto che mettersi contro tutti noi. A cose finite sarò io stesso a fare l’elenco di quelli coinvolti, li farò marcire in galera per il resto della loro vita. Ora si fatto tardi e voglio andarmene a dormire. Domani devo alzarmi presto per andare a votare, ti raccomando di vigilare, perché come dicono tutti forse è proprio domani che vogliono attaccarci. Domani è Domenica e nessuno lavora, quando non lavorano pensano e quando pensano troppo sbagliano.-

7 Aprile 1861. Tentativo di rivolta

Il 7 Aprile 1861 a Montella in Piazza si suona l’Inno a Re Ferdinando e si balla la tarantella in onore di Franceschiello di Borbone, re delle Due Sicilie.

Montella, Volturara Irpina e i paesi del circondario tentano l’ultima disperata rivolta contro i Piemontesi invasori.

Torniamo a Volturara.

 Di prima mattina Luigi Picone si presenta in Piazza con una penna rossa sul cappello, provocazione bella e buona. Alle 17 Giovanni De Feo, seguito da altre persone, gira inneggiando a Francesco II. Alle ore 21:30 sul ponte del Freddano Giovanni De Feo grida “Viva Dio, Viva Francesco II”‘ al passaggio del parroco Don Angelo Marino e del sacerdote Don Nicola Marra, che escono dalla Chiesa di S. Sebastiano. Nel ’99 il clero borbonico aveva preso la guida della rivolta contro i Francesi e si era trascinato dietro il popolo. Stavolta si vorrebbe fare il contrario, ma non funziona. Ormai il clero a ogni livello ha fiutato il vento e comincia a defilarsi, la chiesa ha sempre goduto di una sua rete di informazione tanto occulta quanto efficace. Ora il parroco Don Marino si fa scudo della religione, pretende di essere estraneo alla politica. Don Angelo e Don Nicola non rispondono alla provocazione e se ne scappano sotto i Portoni. Davanti alla casa di Domenico Zirpolo fu Carlo, Alessandro Picone chiede a Don Angelo ‘”compa’, viva a chi?” Ma il parroco gli da una risposta evasiva, dicendo che gli interessa badare all’insegnamento della Dottrina ai giovani e indica i ragazzi che stanno con lui. Quando la chiesa suona i tre quarti dopo le Ventitré, Pietro Candela, vedovo della sorella di Alessandro Picone, dalla finestra di casa vede un gruppo di giovani visibilmente eccitati davanti al fontanino del Freddano, vicino alla casa dei Picone, che parlottano tra loro: sono Alessandro e Luigi Picone, Vincenzo e Angelo Mele, Nicola Marra detto Bottino, Raffaele Cutillo con suo figlio. Pasquale. Alessandro Picone è armato! In quel mentre dal Candraone compare Raffaele Del Percio armato di scure che al grido di “Viva Francesco II” invita tutti alla rivolta. È il segnale.  Pasquale Cutillo va a prendere una pertica, Nicola Marra un fucile e un panno bianco che issa in cima alla pertica in segno di bandiera borbonica, la danno in mano ad Angelo Mele e incominciano a muoversi verso il Freddano, gridando a squarciagola, girano per via Croce si dirigono al Carmine. Si forma una folla incredibile eccitata e determinata. Vanno per la Pozzella sparando in aria e tirando sassi alle case dei Don.

La Guardia Nazionale si eclissa, per timore di soccombere. Arrivano in Piazza, a centinaia e centinaia, molti i giovani, tentano di sfondare il portone del notaio Don Leonardo Masucci, Consigliere Provinciale e Comandante della Guardia Nazionale di Volturara (vi si trova nascosto la spia Nicola Raimo) vicino al Tiglio, ma non vi riescono il portone resiste. Si dirigono al posto di Guardia rompendo le effigi di Vittorio Emanuele e Garibaldi. Raffaele Del Percio e Giuseppe Nardiello detto di Zeza con una scure mandano in frantumi lo stemma dei Savoia e prendono i fucili. Altre armi le requisiscono ai notabili nelle case. Angelo Usignuolo armato bussa al portone di Don Nicola Marino per farsi consegnare le armi che ha in casa. Matteo Masucci e Matteo Picardo vanno verso il carcere, puntano le armi al collo del custode Pellegrino Scioscia di Altavilla e liberano tre detenuti Lorenzo Pedicino e i cugini Nicola e Giovanni Sarno. Il Sindaco Don Gennaro Vecchi sta a casa di Alessandro Masucci, padre di suo cognato Pasquale Masucci, morto il giorno prima. Avvertito della situazione riesce a raggiungere casa sua e tapparsi dentro. Don Ferdinando De Cristofano, ufficiale della Guardia nazionale, si nasconde nel primo buco che trova: il botteghino di Sebastiano De Cristofano.

Niente eccita e unisce di più gli uomini che il desiderio di abbattere un nemico. Volturara questa domenica è in cerca di eccitazione, gli serve un nemico da sacrificare e se ne crea uno. E un mostro informe con mille tentacoli che escono dalle finestre di certe case e da certi portoni, si nascondono nei vicoli. Ma non è un mostro reale, è un incubo fatto di illusioni, sogni odii, rancori, voglia di un giorno da raccontare, vino molto vino, parole molte parole sussurrate o gridate da capi-popolo o agenti borbonici ormai soli e disperati. Che cosa sa di Italiani e Piemontesi questo ruscello turbolento che ingrossa di ora in ora? Niente. Sanno solo che devono scannarli, distruggerli, scacciarli e prendergli le proprietà, perché è loro la colpa della fatica che devono fare tutti i giorni dalla mattina alla sera, perché hanno subito un torto un danno un’infamia da altri che si dicevano contro i Borboni. E una processione pagana armata di ferocia, forconi e qualche fucile, che cerca la vittima sacrificale. Dietro poche famiglie che sanno cosa vogliono e cosa fanno, o credono di saperlo, segue una turba in preda all’oppio della eccitazione collettiva che esegue un feroce rito pagano. Se i Liberali avessero avuto fatto scorrere più vino e avessero avuto qualche abile agitatore ora la ferocia sarebbe rivolta contro i seguaci di Franceschiello. Il popolo di Volturara non scende in Piazza perché è affamato, per difendere la libertà e il buon governo, per rivendicare diritti d’assemblea. Il popolo di Volturara Irpina non esiste. Cento e poi mille individui si ritrovano in strada per uccidere il mostro, veder scorrere il suo sangue, tagliare la testa, sbranare i tentacoli. Poi si vedrà.

 "Ci dovrà essere di più per tutti, o almeno per me, questa deve essere l’occasione buona”, si dice ognuno.

 

Mannaggia li muorti di Garibaldi

La folla sempre più numerosa continua a percorrere il Freddano in cerca di proseliti. Ormai i rivoltosi sono intorno ai mille. Sparano, gridano, inneggiano ai Borbone, sfogano la loro rabbia contro chi si è venduto ai Piemontesi. Verso le 23:30 Don Salvatore Sarno, Don Nunzio Pasquale e Don Nicola De Cristofano tornano da Salza, dove si sono recati per votare il deputato al Parlamento. I tre vedono l’immensa folla che percorre le strade, inneggiando a Francesco II e issando la bianca bandiera dei Borbone. Presi dalla paura scendono ad Avellino per avvertire le Autorità di quello che sta accadendo. Il corteo dei rivoltosi scende dal Campanaro e si avvia verso la Piazza. Nicola Marra fu Antonio scende in strada armato di fucile e cerca di fermare la folla che inneggiando a Franceschiello sembra un fiume in piena. Secoli di oppressione sembrano scomparire di fronte agli uomini che aprono il corteo. Alessandro e Luigi Picone, Raffaele Del Percio, Nicola di Bottino e gli altri sembrano gli angeli vendicatori, padroni del territorio e invulnerabili. Non c’è nessuno a ostacolarli. Sono scomparsi tutti. È troppo facile per essere vero, ma è vero! Come nelle processioni di San Sebastiano, il corteo rispetta nella sua composizione il prestigio dei componenti. Le prime file presentano i più determinati e i più forti nella scala sociale, seguono i poveracci, paurosi e tremanti, che si fanno coraggio nascondendosi dietro le schiene degli altri. Un giorno di gloria che potrebbe loro costare caro. Ma oggi non importa, succeda quel che succeda.- Viva Franceschiello, viva Franceschiello, viva Franceschiello! -

Gli antenati nizzardi di Giuseppe Garibaldi mai avrebbero previsto di essere maledetti qui.

- Mannaggia li muorti di Garibaldi che ci ha venduto! Impicchiamo i Masucci, i Luciani e i Vecchi.-

Dal fondo del corteo queste grida di giovani nascosti, chinati in avanti per non farsi scorgere da chi controlla i loro gesti e le loro parole, sembrano vendicare secoli e secoli di torti subiti, di angherie sopportate, di odio represso. Petto in fuori, testa alzata, passo fermo, Alessandro Picone per il Freddano, Raffaele Del Percio per la Pozzella e Pasquale Cutillo per il Campanaro mostrano tutto il coraggio della loro paura e sembrano voler coprire il volto di chi dietro di loro non può permettersi di avere coraggio. Sanno che è inutile, ma ci provano lo stesso. O uccisi o briganti. L’importante è coprire gli altri che non possono farsi notare col rischio di far morire di fame i figli domani. Se si è scelta la notte da parte dei capintesta, è proprio per sperare che le tenebre coprano i lineamenti degli altri, che con cappelli calati sugli occhi e mantelli intorno al viso sembrano spiriti in cammino. E se si è scelto i giovani è proprio per salvare i padri. Potevano essere tremila, ma avrebbero capito che erano tutti. Meglio essere in mille e imbrogliare sul numero. Chi nei giorni antecedenti era costretto a rispondere “viva in chi comanda e viva a Garibaldi” sta là in fondo al corteo a gridare “viva Franceschiello, viva la regina Maria Sofia” con rabbia e rancore. Sembra, ma forse è, una scena irreale, costruita. Sembra Carnevale, quando tutto è permesso e le Guardie Nazionali  fanno finta di non vedere. La paura diventa coraggio di continuare e voglia che il tutto non finisca mai. La folla sembra una palla di cannone che percorre la strada con una traiettoria precisa e decisa. Nicola Marra capisce e scappa nel suo portone per non essere travolto e annientato. Sale al primo piano e, affacciatosi con la moglie Maria Giliberti dalla finestra, sembra riacquistare la forza dell’arroganza e inveisce contro chi sa che non dovrebbe permettersi di mettersi contro chi comanda. Alessandro Picone prende bene la mira e la fucilata finisce contro la bocca della donna. Il marito non ha il tempo di indietreggiare, che il colpo di pistola del suo omonimo Bottino lo colpisce al braccio destro e al collo facendo schizzare il sangue fin sotto il soffitto. Le grida sono soffocate dalle grida, mentre la folla è arrivata in Piazza.

I rivoltosi tentano di sfondare il portone di Don Leonardo Masucci (nella sua casa vi si trova nascosto Nicola Raimo la spia). È lui, Don Leonardo, l’emblema del nuovo regime da abbattere, come Comandante in capo della guardia nazionale e Consigliere Provinciale del nuovo Governo Italiano. Ma non vi riescono, il portone massiccio e ben sprangato resiste. Si dirigono allora al posto di Guardia rompendo le effigi di Vittorio Emanuele e Garibaldi. Raffaele Del Percio e Giuseppe Nardiello con una scure mandano in frantumi lo stemma dei Savoia. Prendono fucili, mentre altre armi le requisiscono ai notabili del paese. Angelo Usignuolo, armato, bussa al portone di Don Nicola Marino per farsi consegnare le armi.

Al Campanaro intanto Giovanni De Feo, il fratello di Don Nicola De Feo, è il primo ad accorrere dal suo vicino Nicola Marra e la scena che vede lo blocca in una morsa di orrore. Marito e moglie, riversi per terra, sembrano morti; solo quando mette loro i sali sotto il naso si rende conto che possono essere salvati e con l’aiuto di altre donne li adagia sul letto. Nicola Marra non ha il coraggio di aprire gli occhi per paura di essere ancora colpito e nella sua mente vagano pensieri. “I freddanesi sono sempre gli stessi, bastardi e pericolosi. Per poco non mi uccidevano senza pietà e senza compassione. Ma domani la pagheranno cara. Li denuncio tutti. Alessandro Picone e suo fratello sembravano invasati, ma li farò arrestare e marcire in galera fino alla fine dei loro giorni”. Giovanni il farmacista capisce che non può risolvere da solo e manda una donna a chiamare Don Gioacchino Benevento il dottore. Nell’attesa cerca di medicare alla ben meglio la moglie di Nicola, che sembra la più grave. La donna mandata a cercare il medico si alza lo scialle intorno al viso e si affaccia al portone con timore e discrezione. Radente il muro scende verso la Piazza, ma la moltitudine di folla che sbraita senza senso la costringe a ritornare su i suoi passi e riferire che è impossibile muoversi nel paese. Ha visto, mentre ritornava su i suoi passi, Lorenzo Pedicino e i fratelli Sarno, detenuti nel carcere, mentre escono dalla prigione e si disperdono tra la folla festante.

La notte in casa dei Marra feriti passa lenta e piena di gente che vuol rendersi utile. Nicola semi tramortito continua a far finta di essere svenuto e riflette sul da farsi. L’idea gli viene improvvisa e geniale. Se teme la vendetta di Alessandro Picone su una sua eventuale denuncia alle guardie, può vendicarsi senza paura del suo vicino di casa Giovanni Cianciulli, dicendo che è stato lui a sparargli approfittando della confusione. Prenderebbe due piccioni con una fava e non rischierebbe una ritorsione da parte di uno dei tanti fratelli del Picone, che stanno dimostrandosi dei veri briganti. D’altronde quel bastardo del Cianciulli gli aveva scassato una tavola in testa prendendolo alla sprovvista nella Cantina di Nicolantonio Marra, e vederlo in galera potrebbe sminuire la sua rabbia impotente.

 

Il vino continua a scorrere. Alessandro Picone si ferma a bere nella Cantina di Antonio Pennetti. Sono feriti verso mezzanotte Nicola Montefusco e Carmela Giliberti. Fino alle due, alle tre di notte, i rivoltosi presidiano il paese. Un sonno tormentato dal dolore fisico e dalle grida, che piano piano si disperdono nella notte fredda e umida, si interrompe alla prime luci dell’alba su una Volturara deserta e piena di nebbia. Passano silenziose le ultime ore della notte tra il 7 e l’8 Aprile.  

 

8 Aprile 1861. Arrivano i Piemontesi

Il canto dei galli in lontananza sembra un richiamo per raccontarsi l’accaduto, mentre il cinguettio abituale degli uccelli diventa la colonna sonora di un giorno troppo particolare, che sarebbe rimasto per sempre nella memoria di tutti. Caso strano, poche mucche scendono dal Campanaro e dalla Pozzella per avviarsi in campagna, mentre gli accompagnatori nemmeno si guardano, ma col capo chino sembrano voler dire “io non c’ero”. Come se la sbornia fosse passata e con essa un brutto sogno che si vuole allontanare dalla mente. Nemmeno davanti al posto di Guardia nel Palazzo di Don Michele Masucci c’è anima viva e le solite due sentinelle di guardia sono scomparse nel nulla. Quasi tutti aspettano sperando che non succeda niente. Che sia una giornata come le altre. Pochi sanno quello che avverrà fra poco.

Il sergente della Guardia Nazionale Giuseppe Di Meo esce dal portone del Capitano Comandante Don Leonardo Masucci e guarda i sei rintocchi dell’orologio del Campanile, poi si avvia alla casa di fronte. Ne esce dopo alcuni minuti con Alfonso de Cristofano e insieme vanno a spedire un telegramma ad Avellino, indirizzato al Governatore Nicola De Luca. La risposta arriva verso le sette e mette i brividi ai due “Il Governatore della Provincia alla testa di mille uomini sta marciando verso Volturara, dove conta di arrivare alle nove. Tutti i responsabili dell’ordine pubblico si facciano trovare sul Comune per una riunione operativa, Sindaco in testa”.

Con fare serio e celere si avviano sul Comune già aperto e affrettando il passo si dirigono alla stanza del Sindaco. La concitazione delle loro voci richiama l’attenzione degli impiegati che prima dell’orario si erano recati al Comune su ordine del Sindaco. Capiscono che qualcosa di grosso sta per accadere e cercano di interpretare il senso dei discorsi tra Don Gennaro Vecchi e il sergente Di Meo. La scoperta della verità gela loro il sangue nelle vene. Vincenzo Pennetti, il segretario comunale, scende a pian terreno e chiama il guardaboschi Lomazzo, ben sapendo che è fedele a Re Francesco.

Come se già sapesse tutto, quest’ultimo cerca di rassicurare Don Vincenzo, e uscendo alla chetichella si avvia al Freddano.

Alessandro Picone sta davanti casa sua, mentre dà ordine al garzone di far uscire le mucche con calma dalla stalla senza bastonate. Il guardaboschi gli passa affianco, senza guardarlo e continuando a camminare gli sussurra veloce - Sta arrivando l’esercito, scappate! -

Lo sguardo di Alessandro si perde sulla schiena dell’impiegato, che continua a camminare senza voltarsi, come per capire il senso delle parole ascoltate. Come colpito da una fucilata, rientra in casa e gridando sveglia i fratelli. È un correre da una casa all’altra. È una voce da una finestra all’altra. Tutti scappano senza un senso, senza una meta. Chi verso la Costa, chi verso la Maroia, chi verso Ammonte. Donne con passo veloce e silenzioso da una casa all’altra diffondono la notizia. Ragazzi correndo senza passare dalla Piazza vanno al Campanaro e alla Pozzella ad avvertire i capi rivolta per farli mettere in salvo.

Un rumore sordo in lontananza si ripercuote nella vallata come un tuono che rimbombando si avvicina apportatore di una grande tempesta. Le donne chiudono gli usci e, rannicchiate sulle cassapanche di fronte ad un fuoco spento con l’acqua, stringono al petto ragazzi e bambini ignari di tanta paura.

Le prime fucilate dalla parte iniziale del Freddano, dal Carmine e dalla Cupa fanno capire che è iniziata una manovra di accerchiamento orchestrata e diretta da persone che conoscono bene il territorio e le vie di fuga. Una paura immotivata, primitiva fa scappare da dietro le finestre quei pochi coraggiosi che vogliono capire qualcosa e un silenzioso pregare si diffonde su tutti come in attesa della fine. Nel silenzio della paura gli echi degli spari sembrano colpire ognuno facendoli sobbalzare, stringere gli occhi e i denti, come raggiunti da ogni colpo sparato in lontananza.

 

Cronaca del giorno.

Nella mattina dell’8 Aprile 1861 il Governatore di Avellino con un esercito composto a maggioranza da Guardie Nazionali e soldati dell’esercito piemontese sale a reprimere la rivolta.

I rivoltosi cercano scampo per i boschi. Scappano sulle montagne Alessandro Picone, Raffaele Cutillo, Nicola Marra, Angelo Usignuolo, Bernardo De Cristofano, Mariano Risoli, Angelo Mele, Giuseppe Nardiello, Luigi Picone, Elia Petito.

Ore 9. Il governatore di Avellino Nicola De Luca arriva a Volturara, con cinquanta Piemontesi della quarta Compagnia del 30° Reggimento e con Guardie Nazionali di Atripalda, Bellizzi, S.Lucia, Santo Stefano e Candida quest’ultime guidata dal Capitano Michele Tagle, famigerato filosabaudo. Mille voci sono arrivate in paese all’alba, precedendo le truppe della spedizione punitiva. La gente presa dalla paura scappa sulle montagne, l’ordine è di arrestare tutti i rivoltosi. Viene perquisita la casa di Vincenzo Mele al Freddano e quella di Don Salvatore Sarno, quest’ultimo riceve tre colpi di fucile che lo sfiorano. Dalla montagna ricevono colpi di fucili anche coloro che vogliono aprire la casa dei Picone. I Piemontesi danno inizio una caccia all’uomo, sparando a vista contro chiunque resiste o si dà alla fuga.

 

Ore 9 e 30. Viene ucciso con una fucilata il giovane Giovanni Volpe, di 16 anni, innocente che tentava di scappare sopra il mulino al Candraone, preso dal panico.

Viene ferito ‘abbascio lo Freddano’ (fuori dall’abitato) Nicola Di Meo alla spalla destra da due Piemontesi che gli avevano intimato l’Alt. Generoso Picone, avvertito da Alessandro Picardo fu Angelo, scappa ma viene raggiunto da un colpo sparato da un piemontese che chiama rinforzi. Lo feriscono ancora in varie parti del corpo con quattro fucilate.

 

Ore 10. Il governatore telegrafa ad Avellino annunciando la repressione e la morte di un rivoltoso. Sul Comune il Sindaco Don Gennaro Vecchi segnala a uno a uno a uno i nomi dei rivoltosi al maggiore dei Piemontesi Gioacchino Orta. 

 

Alle 10 e 30. Emanuele Salerno si reca da Giovanni Salerno per farsi prestare l’asino. Al Crocevia, davanti alla Cantina del fu Domenicoantonio, Emanuele viene colpito al braccio da una fucilata dei Piemontesi, che al suo tentativo di fuga gli intimano l’alt.

Viene ferito alla testa e al braccio anche Giosuè Marino, mentre con zappa in spalla va a seminare le patate.

Matteo Masucci di 20 anni, dopo aver dato da mangiare alle mucche, si apparta per un bisogno fisiologico dietro una siepe, richiamato da due Guardie Nazionali forestiere mentre si alza, viene colpito da una fucilata che lo ferisce dietro l'orecchio sinistro.

 

 Ore 12. il Governatore invia un secondo telegramma affermando che erano stati uccisi altri tre rivoltosi.Verso mezzogiorno la situazione si calma. Sono stati catturati Alessandro Risolo soldato sbandato, Emanuele Candela, Antonio Buonopane, Luigi e Rosario Di Genua da Montella. Vengono perquisite le case di Rosa Marino, moglie di Alessandro Marra di Ermenegildo; Vincenzo Di Meo; Rosaria Masucci, moglie di Vincenzo Mele; Gaetana Picone, madre di Alessandro e Luigi. Alcuni oggetti d’oro vengono rubati dalle Guardie Nazionali.

 

 

Ore 13. Un terzo telegramma del Governatore ad Avellino fa capire che la situazione è sotto controllo. Continuano le perquisizioni e gli arresti per tutto il pomeriggio e nei giorni seguenti, dietro la delazione dei vari Don. 

 

Giovanni Volpe di 16 anni è ucciso dai Piemontesi. Sceso dal Candraone in Piazza per assistere all’arrivo dei soldati, mentre con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e vieni in Piazza, ammirando le divise dei bersaglieri e i cavalli degli ufficiali. 

Suonava la Banda per le vie del paese il 7 Luglio 1861, per festeggiare la falsa notizia del ritorno di Francesco II di Borbone a Napoli. Si dice che fu subito sciolta dal Governatore Nicola De Luca!

 

9 Aprile. Duecento rivoltosi scappati sulle montagne

Condizioni metereologiche pessime con pioggia vento e neve rendono la vita difficile ai fuggiaschi sulle montagne.

La nebbia fittissima e fredda, sparsa su tutta la vallata, si insinua tra i castagni e fa intravedere ombre che, passando da un albero all’altro, si abbracciano piangendo e cercano di fare il conto della situazione per capire in quanti siano e che fare per affrontare una realtà che si presenta drammatica e senza via di uscita. Una notte insonne è servita a tutti per mantenere i contatti e non cadere in imboscate.

In paese l’ordine del Governatore è perentorio. Nessuna guardia o soldato deve inseguire i fuggiaschi sulle montagne, per evitare perdite inutili su un territorio impervio sul quale i rivoltosi sanno bene come muoversi.

La notizia di questa che sembra una tregua, portata da un ragazzo inviato apposta, arriva passando di bocca in bocca dal Ceraso all’Acquameroli. Molti tirano un sospiro di sollievo, convinti di avere perlomeno il tempo per prepararsi e organizzarsi ad affrontare una vita che si preannuncia piena di sofferenze. Altri sono subito presi dallo sconforto di finire prima o poi con una pallottola nella schiena, sparata da un soldato. C’è chi vuole costituirsi subito, sperando nella clemenza dei vincitori, ma la determinazione e la cattiveria vista negli occhi dei Piemontesi toglie ai più la benché minima speranza di uscire in qualche modo da una situazione che può fare solo piangere. Il freddo è pungente. E per terra il nevischio, che la diminuzione di temperatura della notte ha trasformato in una sottile lastra di ghiaccio, cede sotto i piedi e lascia le orme di chi passa. Nessuno è organizzato a sopportare un freddo così intenso e la fame incomincia a farsi sentire.

Il passaparola indica in breve tempo che bisogna radunarsi in gruppi e che un esponente di ogni gruppo deve recarsi sul Cretazzuolo, nella radura della sorgente, a ricevere notizie e disposizioni e raccogliere i viveri, che i ragazzi e altri coraggiosi, sfidando il cordone di controllo delle Guardie Nazionali, stanno portando in montagna.

La cappa di nebbia che non accenna a diminuire sembra complice dei loro movimenti e davanti al pagliaio, verso mezzogiorno, ci sono tutti i capi rivolta infreddoliti, ma decisi.

Alessandro Picone prende la parola chiedendo il silenzio assoluto.

- Ragazzi, ormai Volturara è circondata dai nemici piemontesi, aiutati da quasi tutti i Don, i quali, capita la situazione prima di noi, si sono venduti allo straniero e ci denunceranno a uno a uno. Chiedo a voi idee e proposte per far fronte a questa situazione, che ci vede ormai tutti coinvolti.-

Chiede di parlare Ferdinando Candela, già alla macchia da alcune settimane.

- Era mio destino arrivare a questo punto. Ne ho passate tante e questa non sarà certo l’ultima. Io non voglio più tornare da pecora in paese e farmi arrestare per far contento qualche fetente della Piazza. Organizziamoci in gruppi che attaccheranno il paese e cacciamo i Piemontesi e tutti i loro amici. Chi ha paura può scendere di notte e sperare che nella confusione non si siano accorti della sua assenza e che nessuno dei traditori lo abbia messo nell’elenco dei rivoltosi. Io resto in montagna e vado avanti, chi vuole, può seguirmi per fargliela pagare cara a chi ci ha venduto. Adesso vi saluto e me vado.-

Alle parole di Ferdinando un brusio di approvazione si leva tra i presenti che cominciano a parlottare tra di loro, cercando di organizzarsi per creare le squadre e passare all’azione.

Alessandro Picone li guarda in silenzio e capisce che tutto è finito.

Il sogno di riportare Francesco II sul trono di Napoli si infrange contro la forza e l’esperienza piemontese supportata dalla furbizia di notabili saliti subito sul carro del vincitore. È un si salvi chi può in cui vincerà solo la violenza. Vedendo chi si avvicina a Ferdinando Candela per esprimere approvazione e stringergli la mano, si rende conto che i più facinorosi di Volturara stanno uscendo allo scoperto e si immagina gia che approfitteranno della confusione  per creare terrore e forse morte. Sa che Alessandro Masucci Malaoi, Alessandro Picardi, Giovanni Spatola, Giuseppe De Feo, Gaetano Picardo, Salvatore Di Meo e gli altri che confabulano con Ferdinando Candela sono tra i più spacconi del paese, sempre pronti a risse e spesso anche a furti pur di non lavorare. Non puoi far cadere nel fango un lavoro costruito con serietà e abnegazione e che, già distrutto dagli eventi, rischia di diventare una tragedia senza fine.

Alessandro Picone non ha paura per sé, ma per i tanti che credendo in lui lo hanno seguito in questo imbuto senza alcuna via di uscita.

Per un attimo pensa di eliminare Ferdinando Candela, ma desiste subito consapevole che un altro sconsiderato prenderebbe il suo posto e sarebbe ancora più pericoloso. Decide di aspettare gli eventi e dedicarsi all’organizzazione dei tanti fuggiaschi, per provvedere al superamento di questa fase terribile, senza provocare ulteriori e irreversibili danni.

Lo distrae dai pensieri Raffaele Del Percio.

- Non ti crucciare troppo, Alessandro. La colpa non è certamente tua per quello che è successo. Ci abbiamo provato e ci è andata male. L’importante adesso è non rimetterci la pelle. Alla fine non abbiamo ammazzato nessuno e se tutto va male potremo costituirci. Passeremo qualche mese in prigione, ma se scendiamo con le mani alzate non avranno certo il coraggio di spararci addosso. Però lascia che ti dica che mi sono divertito e succeda quello che succeda non scorderò mai quella notte. Sembravamo le legioni romane alla conquista della Gallia, come diceva il mio vecchio maestro Don Cosmo Benevento, pace all’anima sua. Non ci abbiamo pensato, ma era prevedibile che finiva in questo modo. Quando i Masucci e i Vecchi scelgono una barricata sanno già come va a finire. L’anno scorso erano borbonici contro i liberali, quest’anno sono liberali contro i borbonici. Beati loro.-

- Pilocroce, sei sempre il solito chiacchierone - gli risponde Luigi il fratello di Alessandro.- Non ti rendi conto di quello che sta succedendo in Piazza. Ci sono mille soldati schierati pronti a sparare su qualunque cosa si muova. Per adesso non dobbiamo muoverci dalla montagna. Dobbiamo aspettare perlomeno che se ne vadano, prima o poi dovranno farlo. Anzi se ci attaccano cerchiamo di salire verso il Terminio, dove avremo più possibilità di nasconderci e di fuggire da un eventuale accerchiamento.-

Elia Petito gli fa eco, non nascondendo nelle parole una preoccupazione che denota paura.

- Con noi abbiamo quasi duecento persone. Si, siamo quasi tutti giovani, ma non potremo resistere a lungo. Dobbiamo inventarci qualcosa per sopravvivere. Chi ha un’idea ce la dica, altrimenti mi si spacca la testa e non so di che cosa sarò capace.-

- Per prima cosa allontaniamoci da questi quattro bastardi che se combinano qualche guaio, come credo, faranno cadere la colpa su di noi.- Le parole di Nicola Marra Bottino creano un silenzio carico di tensione.- Conosciamo bene Ferdinando Candela. Un’infanzia senza il padre Luigi, che a sua volta era già mezzo sbandato per la perdita del padre in tenera età, introverso e scostante, spietato e nullafacente, approfitterà dell’oc