SAPODILLA

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J G sapodilla 

                                         briganti e notabili a volturara irpina

 

 

 IL MALEPASSO

 

·  Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

·  Notti insonni. Arrivano i Piemontesi o gli Austriaci di Franceschiello?

·  Ultima notte di Purgatorio. All’alba del 8 Aprile salgono i Piemontesi

·  I Piemontesi sono arrivati. Confusione sul fronte liberale

·  Perquisizione

·  Giovanni Volpe 16 anni, ucciso dai Piemontesi

·  La festa dell’Unità d’Italia. 2 giugno 1861

 

 

LA BADESSA E IL GENERALE

 

·  Suor Antonietta e il caporale

·  Un passo indietro. Eleonora badessa

·  L’orologio

·  Nastrino rosso. Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

·  Un’ora dopo

·  La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

·  Qualcuno bussa al convento

·  Rosa senza paura 

·  Avete chiuso bene il chiavistello? Labbra di fragola

·  Ma guarda chi è arrivato

·  Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

·  Addio all acque fresche e chiare, addio alle anime torbide

·  Svanito nel nulla

 

 

    Cronaca delle congiure paesane

 

·  Qui ci vuole un poco di Storia

·  Volturara e la Rivoluzione Francese del 1799

·  1820 i moti carbonari

·  1860. Arriva Garibaldi

·  22 dicembre 1860. Soldati sbandati

·  22 dicembre 1860. Il Capitano della Guardia Nazionale

·  22 dicembre 1860. La Piazza

·  22 dicembre 1860. Consiglio Comunale

·  24 dicembre 1860. Cena della Vigilia

·  Disgelo. E adesso che succede?

·  Marzo 1861. Rapina della banda di Ferdinando Candela

·  1 Aprile 1861. La scampagnata di Pasqua

·  5 Aprile 1861. Il basso clero complotta

·  Il liberale e il filo borbonico

·  Viva a Garibaldi, viva a chi comanda, viva a Franceschiello        

·  Sabato 6 Aprile 1861. Piani per la rivolta   

·  7 Aprile 1861. Tentativo di rivolta    

·  Mannaggia li muorti di Garibaldi 

·  8 Aprile 1861. Arrivano i Piemontesi    

·  9 Aprile. Duecento rivoltosi scappati sulle montagne    

·  10 Aprile 1861. Il governatore rientra ad Avellino

·  Alla macchia

·  8 maggio 1861. Una madre muore di crepacuore per i figli in carcere

·  30 Settembre 1861. Guardie Nazionali assolte per la fuga di Alessandro Picone

·  Don Giacobbe Benevento e la palommella rossa

·  La paura fa venire i capelli bianchi

·  Ferdinando Candela brigante cerca di vendere il fucile a un contadino 

·  La grotta dei briganti         

·  Cinque briganti in famiglia

·  7 Dicembre 1861. Arresto del brigante Pietro De Feo            

·  Vicenzo Luciani segretario comunale    

·  Malaoi venduto per 12 carlini  

·  Uccisione del brigante Ferdinando Candela           

·  L’ultimo brigante di Volturara 

·  Alessandro Picone. Eroe mancato

·   Cattura di cicco cianco e altre storie

·  La storia del cinghiale bianco

·  Oggi il brigantaggio è finito

·  Sessione municipale                           

 

 

    IL DRAGONE

 

·  Il Terremoto del 4 e 5 Dicembre del 1456

·  La rivolta di Masaniello del1647 e la Peste del 1656

·  Il Catasto Onciario del 1742. piovono lapilli e tasse

·  Messa cavallonia nel ‘700

·  Anno 1714. trasporto vacche a Napoli

·  La leggenda di Gesio

·  Se pozza appilà la occa re lo Traone (si possa otturare la Bocca del Dragone!)

·  Altri tempi

·  La strega di Volturara a fine ‘800

·  Nicola Volpe accusato di spargere il Colera

 

 

     vita da brigante

 

·     Breve vita felice di Luigi Solito

·     La spia

·     Anno 1827. Il Capourbano viene ammazzato

·     La storia di ‘Ngillo il brigante

 

        GLI STATI SOCIALI

·            La nuova classe

·            La Sissantera

·            Mezzecalzette

·            La cantina

·            La piazza è la rovina del paese

·            dello stare in piazza

·            carlini e cavalli

·            la guerra dei due pennetti

·            causa che dura da quattro anni

 

    preti, bestemmie e abiure 

 

·  Il Vescovo di Montemarano contro il Clero di Voltorara

·  Un momento difficile

·  Prete mandante di omicidio

·  L’amante del prete

·  Sacerdote spara

·  Il Parrocchiano

·  L’Arciprete che ha trecento anni

·  Mannaggia l’anima di chi ti ha creato

·  Porca fottuta, stai attenta la prossima volta

·  San Sebastiano sempre trafitto. Costretto alla abiura per poter emigrare

 

     DRAMMI 

·              Una promessa mantenuta

·              L’ultimo delitto con l’accetta

·              Sperduto

·              Peppo ammazza due di montella

·              Gelo terrificante

·              il dramma di don matteo e don vincenzino

·              clelia marra

·              la spagnola

 

 

NOVELLETTE

 

·  Centoventi lire

·  Alla fontana

·  Commercio di anime

 

 

    TEMPI MODERNI

·  Anno 1903

·  Fontane galeotte

·  Il lavatoio pubblico al Carmine

·  Lettera di Alessandro Sarni a suo nipote Monsignore. 1920                

·  La grande guerra

·  Allegri farmacisti 

·  Il butto dei cani

·  Nicola Lomazzo e Benito Mussolini

·  Il figlio di Mussolini. Anno 1937 

·  Violenza carnale

·  L’abito da sposa

·  La sera in cui Costantino Sarno rinnegò il fascismo

·  Notte silente

·  L’aereo lancia scarpe. 1943

·  Questi non hanno mai fatto del bene

 

    BEFFE, DIAVOLI E RAPIMENTI

 

·  Petrolio a Volturara

·  Il trovatello

·  Il ratto di Carmela

·  Ottorino e il diavolo

 

 

    STRATEGIE ELETTORALI

 

·  San Michele e le elezioni del 1952

·  Discorso dal balcone

·  Elezioni amministrative nel 1956. Il Gallo perde

·  Colomba contro Stretta di Mano

·  Auto blu

·  Anno 1980. Tutto balla

·  Pullman dal Belgio per Amministrative 1997

·  La città sotterranea. Anno 2000

·  Il ricordo di Costantino

 

 

    TUTTO CAMBIA MA, LA PIAZZA E’ SEMPRE LA STESSA

 

·  Tutti per uno

·   La visita del principe Umberto

·   L’eremita di San Michele

·   La Piazza

·   Il Parrocchiano

·   La caccia

·   L’Esattoria

·  Fondazione di Volturara Irpina

·  Le donne nei campi e gli uomini in Piazza

·  Il Malepasso non c’è più

·  Ritorno in Irpinia 

·  Emigranti

·  Maruzzella

·  Lo scemo del villaggio 

·  Pirito santo

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

 

                                                             IL MALEPASSO

 

Allontaniamoci per ora con discrezione da Rosa e Ferdinando, riscendiamo in paese a vedere cosa succede.

Fino a poco tempo fa, solo il Malepasso univa Volturara al resto del mondo. Quando, nel lungo inverno, la neve copriva il passo, il paese era fuori dal resto degli umani. È un passo infido e insidioso, che appare a chi sale dopo una serie di tornanti stretti. Nessun esercito straniero oserebbe salire alla conquista senza la Primavera. Ma quale sarà l’esercito che si vedrà spuntare da dietro al Malepasso al disgelo? Qualcuno spera di veder apparire la bianca bandiera dei Borboni, possibilmente con gli alleati austriaci dietro. Nell’attesa tutti i personaggi della tragicommedia entrano in scena.

 

Don Nicolino Coscia è fedele a Franceschiello

Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero, come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, tra trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese, terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case, palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze, senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, il dominus, il padrone in latino.

Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?

Don Nicolino non è un pretino timido e pauroso, di quelli che passeggiano in campagna gli occhi bassi sul breviario, presi da tremito se qualche brutto ceffo sbuca fuori e lo attende in fondo alla strada. Si è fatto prete per avere e per comandare, non per cercare rifugio prima in seminario e poi in chiesa. Ha recitato la funzione con le formule in latino a voce alta, ma intanto pensava a tutt’altro. Con voce sibilante ha bestemmiato e minacciato il chierichetto che gioca troppo coi turiboli d’incenso.

- Mannaggia a quella grandissima zoccola di tua madre, ti vuoi stare fermo.-

Ha rimproverato il Signore.

- Ma Padreterno mio, i Piemontesi scomunicati vengono qua, si prendono tutto e Tu che fai? Niente.-

Si è ripassato la lista dei traditori dei Borbone. A ognuno di loro ha predetto quello che gli sarebbe toccato di condanna e le proprietà che gli avrebbe preso. Poi si è fatto l’elenco dei preti che stanno sia di qua che di là aspettando a vedere chi vince. Dovranno venire in ginocchio a baciargli la mano. Il re Franceschiello gli farà fare carriera, a lui, a Don Nicolino, lo dovranno chiamare monsignore e baciare la terra dove passa, questi gran figli di zoccola di preti che si arruffianano di nascosto gli scomunicati e dicono di stare coi Borbone. E infine ha pensato agli ufficiali della Guardia Nazionale: devono finire tutti impiccati in mezzo alla Piazza e gli manderà i chierichetti a sputare sulle tombe.

Don Nicolino ha coinvolto nella congiura i due fratelli Solito. In verità uno dei due, Angelo Solito, vorrebbe ritirarsi, ma non sa come fare a scansare i sicuri aspri rimproveri e magari le minacce di Don Nicolino. E poi non gli piace fare il giuda. Ma i rimproveri di sua moglie a casa, quelli li dovrà affrontare, e gli pare non solo di risentirla, ma anche di vederla con gli occhi inferociti. La rappresentazione va in scena ormai tutti i giorni a casa sua. Alla signora Solito non piace la politica.

 - Te la do io la congiura, a te e ai congiurati tuoi. Ma non lo sapete che Franceschiello se ne è scappato da Napoli e sta chiuso a Gaeta aspettando l’imbarco? Il Re pensa a scappare e un povero disgraziato come te assieme a quattro fessi gli vuole salvare il Regno. – E continua come torrente in piena che non vuole ostacoli.- Ma non ci pensi ai figli tuoi, a queste povere creature? E che facciamo quando le Guardie Nazionali vengono a bussare alla nostra porta, chiamiamo Franceschiello a Gaeta? I Piemontesi ci si prenderanno tutto e noi dove andremo?  Stammi bene a sentire, o ti tiri fuori subito o a me non mi conosci più. Ci siamo capiti signor congiurato?-

Sembra che abbia finito, ma è solo l’intervallo prima del secondo atto. La signora Solito riprende a caricare come una bufala inferocita. È arrivato il momento di ricordare la storia della famiglia Rinaldi.

- Tu e quello scimunito di Don Nicolino il prete, che si crede il ragno al centro della tela, fate la fine dei Rinaldi, vi ritrovate ad aggiustare le scarpe rotte, uno taglia le suole e un altro incolla e mette i chiodi. Te li ricordi i Rinaldi? Erano importanti e rispettati, amministratori e preti, ma Nicola e Aniello Rinaldi, per seguire i Borboni contro i Francesi, formarono una banda e si unirono a Laurenziello di S. Stefano, divennero i briganti più terribili della zona. Fecero una male fine e da allora non si sono più ripresi. Adesso Giovanni Rinaldi fa il ciabattino.-

Tentare di fermarla sarebbe come far straripare il torrente, meglio far scorrere le acque turbolente e lasciarla continuare.

- Ho buttato il sangue mio per tenere la casa, crescere le creature e zappare la nostra terra, adesso per colpa dello scimunito che sei verranno le Guardie Nazionali e i Piemontesi, e si pigliano la roba nostra. –

Serra i pugni e stringe gli occhi, la premonizione delle Guardie Nazionali che si siedono in terra davanti alla sua porta e bevono il suo vino, mentre i Piemontesi si portano le zoccole in casa sul suo letto di sposa, la fa scoppiare. Il vulcano esplode, mentre suo marito Angelo rapido infila l’uscio di casa e respira all’aria libera. La porta in legno massiccio non basta a fermare le urla minacciose di sua moglie. – Ma io vi ammazzo a tutti e tre, a te a tuo fratello e a quel prete brigante.- Contro la porta tuonano piatti, sedie e zoccoli.

Notti insonni. Arrivano i Piemontesi o gli Austriaci di Franceschiello?

Quando si fa buio una mano febbrile apre l’anta di uno stipo ripieno di barattoli, si allunga nel sottosquadro di un muro che cela un foro, il braccio si contorce e si allunga all’interno della parete per il foro, attimo di panico, ma subito le dita si serrano come un artiglio rapace sulla preda nella tana, poi un profondo sospiro: il rotolo di monete d’oro nella calza è al suo posto. Le famiglie e pochi amici fidati si riuniscono attorno al camino. Più tardi, a notte, gli sposi stanno più vicini nel grande letto con i materassi pieni di stoppie fruscianti.

Il giovane sposo liberale e idealista confida i suoi sogni alla fresca sposa, che non capisce ma lo asseconda e gli accarezza la fronte.- Questo è il momento buono per te, devi diventare importante. Chi se lo merita più di te? Ma io per me sarei contenta anche così.-

Dall’una e l’altra parte, le mogli orgogliose e ambiziose, cariche di odio invidia e rancori, sollecitano vendetta al pavido sposo stanco e impaurito.- Tu a quello lo devi ammazzare per tutto quello che ha fatto alla mia famiglia.- Il tono di voce è un ferro rovente rosso e bianco, lascia intravedere una notte di piaceri e sottomissioni dimenticati se lo sposo mostrerà finalmente coraggio.

 

Ultima notte di Purgatorio. All’alba del 8 Aprile salgono i Piemontesi

Che succede a Volturara nell'ultima notte di Purgatorio? Domani ci sarà un vincitore e si saprà chi finisce all'Inferno.

Le donne sono rimaste quasi tutte in casa o si sono ritirate presto. A Volturara non ci sono Sanculotte, Illuministe o Sanfediste. L’interesse delle donne per la politica è quasi zero, esse vogliono sapere cosa sarà domani della loro casa, della masseria, dei figli, della loro vita. Praticamente nessuna di loro legge un Foglio, una Gazzetta. Poche hanno letto un libro se non a scuola, se ci sono andate. Quelle che sanno leggere si portano in chiesa il vangelo in latino e cercano di seguire il prete officiante. Si fanno spiegare la pronuncia da un nipote studente o seminarista, magari di nascosto. 

 – Si dice Regina Celi, no Coeli, ma quante volte te lo devo ripetere zia Luigina?-

- E statti zitto, che ti strilli, i fatti nostri li devono sapere tutti? Adesso ti porto una pasta e fagioli bella calda. E un poco di vino. Ma tu mi devi promettere che non ti immischi nella politica. Questi sono pazzi, teste calde che ti possono portare solo alla rovina. Che ce ne deve importare a noi di Franceschiello e i Piemontesi, tu devi pensare a studiare e a farti una posizione a Napoli.-

 

Il freddo, la stanchezza e il vino bevuto spingono a poco a poco gli uomini a casa. Ma non tutti vanno nella propria casa: solo chi si può fidare a dormire nel proprio letto. È la notte degli amici e dei parenti fidati.

Le donne aspettano gli uomini a casa per fare la loro parte.

Le mogli sfortunate sono rassegnata a essere lo sfogo delle paure e dell’ubriachezza del marito, che la riempirà di botte senza risparmio e di imprecazioni a denti stretti, prendendo qualsiasi cosa a pretesto. Le altre sanno che questa non è la notte in cui si rifiutano favori e comprensione o si è schive col compagno della vita.

Madri, sorelle, spose, figlie prima o poi tutte sussurrano minacciose o atterrite all’uomo che è rientrato in casa – E adesso che succede?-

 

Quelli che hanno ancora voglia di essere spavaldi rispondono – E che deve succedere, succede che li ammazziamo a tutti, quei traditori.–

 

Ci sono poi i fiduciosi di entrambe le parti, per convinzione o per finzione - Domani arrivano di sicuro i rinforzi della Guardia Nazionale da Avellino, ci riorganizziamo e li arrestiamo tutti i filoborbonici.-

 

Oppure - Dobbiamo resistere solo fino a quando torna Franceschiello con gli Austriaci. Poi rimettiamo a posto le cose com’erano.-

 

Ma le donne non capiscono le risposte e non credono a una parola dei loro uomini. A loro interessa sapere cosa succede se le cose si mettono male, non se si mettono bene. Alcune di loro si trovano coinvolte per forza dagli avvenimenti, anche se recitano una parte passiva.

Rimasto isolato e sorpreso da un gruppo di rivoltosi, una Guardia Nazionale cerca asilo e bussa alla casa di un cugino che è per Franceschiello. Nel bene e nel male il sangue conta. L’uomo dal volto sbiancato viene fatto entrare in fretta e senza una parola. Si aggiunge legna e si riattizza il fuoco del camino per scaldarlo. Una pentola d’acqua viene messa sopra al fuoco sul treppiede. Si apre una bottiglia di vino, si portano coperte e lenzuola. Lo si abbraccia e gli si sussurra – Se bussano alla porta tu ti metti dietro a quel paravento e non ti muovi, non dici una parola, tanto qua non viene a cercare nessuno, stai sicuro.–

Nel'800 l’ospitalità e l’odio a Volturara non si comprano, basta chiedere al posto giusto. La delazione del proprio sangue è una offesa a se stessi e a Dio. Non si denuncia colui con cui si è diviso il pane, che ha portato regali a Natale ai piccirilli e li ha presi in braccio. O almeno così dovrebbe essere.

Domani forse le parti si invertiranno, nessun rifugio sarà più sicuro per un filoborbonico che la masseria di campagna dell’amico fraterno, il quale per combinazione si è trovato arruolato nella Guardia Nazionale.

Sta per arrivare l’alba. Ma in certe case non si è dormito, si è pensato a come far scappare e nascondere gli uomini di casa compromessi, se domani i padroni del paese fossero quelli dell’altra parte. Case, rifugi di briganti, masserie, conventi, chiese, tutto può andare bene, a condizione che dietro la porta vi sia un vero amico. I più fortunati potranno scendere verso Avellino e Atripalda. Per i disperati ci saranno i boschi a monte, l’inverno che ha riso crudele è appena finito.

All’alba chi guarda da monte non distingue le facce di chi sale, ma distingue le divise degli ufficiali in testa, non sono le bianche uniforme austriache, arriva la spedizione punitiva contro i seguaci di franceschiello. Pasqua 1861 è appena passata e passano le disperate illusioni: una marmaglia feroce di truppe regolari, con contorno di ladri, assassini e liberali, comincia il rastrellamento per le campagne e occupa definitivamente paesini e villaggi. 

L’invincibile armata, che sale dal piano per Atripalda e il Malepasso alla riconquista di Volturara Irpina, è composta da truppe Piemontesi, Guardie Nazionali, Garibaldini e una frittura di spie, guide, affaristi, politicanti e notabili. Non sarà mancato qualche contadino armato di schioppo e i randagi in cerca di vendetta e bottino, forse uno o due idealisti liberali convinti di portar su il progresso e la libertà dei popoli. La disciplina piemontese li tiene a bada e uniti. Sono lupi, iene, cani e sciacalli, più qualche illuso. Se lasciate andare a se stesse queste truppe miste si darebbero volentieri al saccheggio, al furto e all’assassinio, ma il regolamento dell’esercito piemontese lo vieta, o almeno ci prova. È ragionevole pensare che al seguito dell’armata vi fossero anche vivandiere e giornalisti. I generali piemontesi sono consapevoli che bisogna ubriacare l’opinione pubblica e tenere occupate le truppe.

I corrispondenti dei fogli dei giornali locali avranno mandato per la pubblicazione le lettere degli ufficiali piemontesi alle loro famiglie. Le loro mamme, sorelle e spose avranno riunito gli amici più cari nei salotti buoni di Torino. Tra un biscottino fatto in casa e un sorso di thè importato, seduti sui divani tappezzati a fiori o sulle sedie impagliate, gli ospiti si saranno dichiarati impazienti di ascoltare la lettera. Di come l’esercito piemontese è stato accolto da folle festanti e piangenti di gioia per essere state alfin liberate dal giogo borbonico. Di come presto anche laggiù nel Sud sarà portato il progresso a questi sudici ignoranti cenciosi. Di come purtroppo ogni tanto bisogna ammazzare un brigante ladro barbaro e assassino. Per il resto si passa a chiedere a chiedere notizie di Cesira e Adele. Niente politica: il regolamento non lo prevede per gli ufficiali piemontesi.      

 I Piemontesi sono arrivati. Confusione sul fronte liberale

- Svegliati, svegliati Don Salsiccio, non li senti gli spari? Madonna mia, e adesso chi sarà, Franceschiello o i Piemontesi? Ma ti vuoi svegliare, o no?–

Lo scuote a tal punto che il sognatore non può fare a meno di tornare alla realtà.

 

- Che succede, che vuoi? fammi dormire.-

 

- Sparano, si ammazzano, questo succede. Ma noi stavamo così bene, finalmente ci eravamo comprati la vigna a Montemarano, ci stavamo mettendo a posto la masseria, ma proprio adesso dovevano venire i Piemontesi. Svegliati, madonna benedetta, qua passiamo chi sa quali guai e Don Salsiccio se la dorme.–

 

E finalmente il marito capisce quello che succede, per una volta tanto i sogni cominciano quando uno si sveglia. Si stropiccia gli occhi felice, ride come uno scemo.

 

- I Piemontesi, sono arrivati i Piemontesi con la guardia nazionale. Ci voleva il tricolore alla finestra, io te l’avevo detto di cucire il tricolore. Dove stanno i vestiti?-

 

- E se invece sono i soldati di Franceschiello, che gli diciamo del tricolore? che abbiamo messo le lenzuola colorate a stendere? I vestiti stanno sopra la sedia, dove devono stare?-

 

- Ma quale Franceschiello, quello a quest’ora sta imbarcato sopra una nave per scappare a Roma dal Papa. E le scarpe? dove stanno le scarpe? È possibile che mi devi nascondere le scarpe tutte le sere?-

 

- Le scarpe sono sotto la sedia. Viva la rivoluzione.-

 

- Ma quale rivoluzione? Devi dire viva Garibaldi. Statti zitta che mi combini solo guai.-

 

Scende al portone, scarmigliato, la barba lunga, una scarpa in mano, cerca di infilarsi la camicia che gli penzola fuori dalla cintura. Apre il portone con una mano, con l’altra tiene il fucile. Grida.

 

- Viva… -

 

Il colpo di fucile del soldato piemontese non lo prende per poco, ma lo lascia stupito, innocente, offeso, a bocca aperta. Per fortuna una mano lo tira dentro, lo manda contro il muro, sbarra il portone: è la moglie. Lui cerca di capire se è vivo o se è morto.

 

- E tu che fai qua in camicia da notte?-

 

- La prossima volta mi metto il cappello con le piume, stamattina non ho fatto in tempo.-

 

Lui comincia a rendersi conto, cerca giustificazioni.

 

- Mi dovevo mettere la coccarda tricolore.-

 

- La coccarda tricolore la mettiamo a quella grandissima zoccola di tua sorella mia cognata, che se ne va in mezzo alla strada a salutare i Piemontesi. Vattene di sopra che ti porto il caffè, così ti svegli.-

 

- Ma dovevi venire fuori con la camicia da notte?-

 

Lei non lo pensa nemmeno.

 

 

Perquisizione

Perquisizione in casa del sospetto filoborbonico.

 

- Ma quale oro vi devo dare, che volete da me? Tengo questa catenina con la medaglietta di Sant’Antonio. La volete? E prendetevela.–

 

Fa per piegare il capo e sfilarsi la sottile catenina che porta al collo. Ma la guardia nazionale che gli sta perquisendo la casa assieme a un compagno la ferma con un gesto di insofferenza.

 

- Che ce ne dobbiamo fare della catenina, magari ci pigliamo pure la maledizione di Sant’Antonio. L’oro non è mica per noi, lo dobbiamo dare ai Piemontesi per fargli togliere vostro marito dalle liste dei filoborbonici. Signò, voi dovete capire che vostro marito è assai compromesso. A proposito, dove sta adesso, si è nascosto?–

 

- Mio marito si è sempre fatto i fatti suoi. Non tiene niente da spartire con questi filoborbonici. È uscito stamattina presto, avrà avuto affari da sbrigare, tornerà. Lasciate detto qualche cosa, quando torna riferisco. L’altra guardia nazionale intanto continua a guardare fisso la donna. Cerca nel suo viso segni di paura, di sottomissione, di desiderio. Aspetta un qualche movimento impercettibile di lei per portarla nell’altra stanza da sola. Lei intuisce e ricambia con un solo lampo di ferocia che non lascia dubbi. Le due guardie nazionali si girano a interrogarsi l’un l’altro in silenzio.

 

- Qua non tira aria buona per noi, meglio che ce andiamo a perquisire da un’altra parte.- Pensa il primo.

 

L’altro recepisce il pensiero del compagno e annuisce. I due salutano e si avviano con calma verso il portone, guardandosi intorno, sfiorando delusi gli sportelli delle credenze.    

 

 

Giovanni Volpe 16 anni, ucciso dai Piemontesi

Giovanni Volpe scende dal Candraone in Piazza per assistere all’arrivo dei soldati e con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e venire in Piazza, ammirando le divise dei bersaglieri e i cavalli che sembrano grandi due volte quelli dei paesani. Le urla degli ufficiali, e il mantello colorato del comandante su un cavallo bianco che sta dando gli ordini, gli ricordano i racconti del nonno.

 

- Quello è Garibaldi - pensa.- Madonna, Garibaldi a Volturara! sarebbe bello se potessi andare con Lui. Lo dirò a mamma che appena faccio diciotto anni andrò a combattere con la camicia rossa dei garibaldini.-

 

L’altolà gli arriva improvviso come una fucilata. Ma non si ferma a mani alzate, vuol fare vedere che vale più del soldato venuto da fuori, salta dietro l’angolo di una casa, tanto sa che non lo prenderanno mai. Ma subito si pente e adesso la paura gli dice solo di correre. Corre, e sente nella mente i consigli che la madre gli aveva dato la mattina prima di uscire.

 

- Giovannino, non farti vedere dai soldati, quelli ti sparano prima di arrestarti. Non sanno nemmeno la nostra lingua perché parlano italiano. I fessi come noi non hanno diritto né a parlare né a chiedere spiegazioni. So già come sei fatto, tu. I guai te li vai a cercare da solo con il lanternino. Non uscire di casa, è troppo pericoloso.-

 

Duecento metri di corsa e i soldati sono già distanziati. Le loro urla si perdono in lontananza. Arriva al ponte e svolta nel torrente che scende impetuoso dalla montagna.

Gli spruzzi dell’acqua fredda che gli arrivano in faccia sembrano mani che frenano la sua corsa. Le pietre sotto i suoi piedi diventano cavalli da domare, mentre una forza che non pensava di avere gli mette le ali addosso. Un dolore improvviso alla caviglia lo fa cadere in acqua. Si rialza, ma riesce solo a trascinare la gamba. Impreca, ma continua ad andare avanti. Smaneggia nell’acqua come a trovare una leva per riprendere una corsa che non viene. Sa che deve attraversare il torrente e inerpicarsi verso il costone della Maroia. Solo allora può salvarsi. La sponda opposta lo accoglie tremante e spaurito. Sembra un uccellino con un’ala rotta che vuole prendere il volo, ma riesce solo a dibattersi senza riuscire ad alzarsi da terra. Strisciando trascina la gamba e si avvia in alto verso il costone.

Lo sparo rimbomba nella gola del torrente come una cannonata, e si riverbera in mille rumori. Gli entra nel fianco destro dal basso verso l’alto. Un bruciore al petto. Una lama rovente che lo attraversa improvvisa e veloce. Rimane appeso in posizione innaturale, con le braccia in alto alla ricerca di un appiglio e il volto perso nell’erba.

 Giovannino possiede solo un paio di scarponcini rotti e la sua fantasia. Al paese un ragazzo di famiglia umile, che non è andato a scuola per seguire la via del Seminario e farsi prete, ha solo due alternative, la zappa o la guerra. A meno che non voglia andare in America. Giovannino ha deciso di diventare guerriero.

Ti potevi perdere negli occhi di una ragazza morena, potevi sognare i piccoli seni bianchi, invece che sognare l’andare avanti con la camicia rossa e la bandiera. Hai sentito la Guardia Nazionale che leggeva a voce alta il Foglio nella Cantina. “Tutti scappano quando le camice rosse a cavallo lanciano la carica”.

 

Quando Garibaldi è davanti sul cavallo bianco, tu sei accanto a lui e vi sorridete.

 

- Vattene fuori -, dice il padrone della Cantina.- Sei un ragazzo e non hai soldi per pagare il vino.-

 

Ma adesso tu torni con la camicia rossa. I ducati d’oro sonanti sul tavolo. Il padrone della Cantina si inchina, tutti si alzano, ti fanno posto, bevono con te timorosi.

 

Gli angeli ti hanno chiamato e hanno sorriso compiaciuti quando hai detto ‘”vedete, ho la camicia rossa”. Rossa di sangue è la tua camicia stracciata, perché non hai parlato con quella ragazzina morena dai seni bianchi.

 

Ma ora cosa vedi dall’alto? È una sciame impazzito di api con lo scialle nero che corre verso la Piazza. Le donne rincorrono tua madre che non si ferma, morde, urla, si libera, riprende a correre verso la Piazza. Vendetta. Ma tutti hanno paura e fingono indifferenti dolore. Tua madre alza a te lo sguardo e chiede vendetta alla Madonna. Si ferma e tutto lo sciame ondeggiante si ferma e mute la guardano. Tua madre lentamente scivola a terra, su un fianco distesa.

 

 Ora è accanto a te.

 

- Che succede, mamma, che ti senti?- Le passi il dorso della mano sul viso di giovane madre con mille rughe di sacrifici e fatica. Lei piange.

 

- Niente Giovannino, ho fatto un brutto sogno. Figurati ho sognato che i Piemontesi ti sparavano e ti ammazzavano. Ti pare possibile?-

 

La festa dell’Unità d’Italia. 2 giugno 1861

Si gira e si rigira davanti allo specchio lungo.

- Mi sono un poco ingrassata.-

- Ma che dici figlia mia, stai che sembri un fiore.-

- Un fiore che nessuno viene a cogliere, mi sento stringere in vita la gonna.-

- Le gonne si stringono quando le lavi, non ti dare troppo pensiero.-

- Ma che cos’è questa festa dell’Unità dell’Italia?-

- Ma che ce ne deve importare a noi dell’Italia? È una festa, tu sei una ragazza, le ragazze escono e vanno alla festa. Alla festa magari ci stanno pure questi soldati piemontesi soli e lontano da casa.-

- Ma proprio un piemontese mi devo andare a pigliare? Quando parlano non si capisce quello che dicono. E poi sono alti come pali del telegrafo, non ci arrivo. –

- Figlia mia, mezzo paese sta in mezzo ai guai, chi è scappato, chi fa il brigante, chi è perseguitato e chi è rimasto senza niente. Tu poi non sei più tanto una ragazzina e i Piemontesi sono cristiani pure loro. Ti devi adattare, vuol dire che salirai su una sedia. –

- Ma la guerra contro Franceschiello è finita, i soldati piemontesi pigliano se ne vanno e se ne tornano a casa.-

- Ma dove se ne vogliono andare, con tanti briganti che ci sono ancora da prendere.-

- E se un brigante mi ammazza il soldato piemontese?-

- Ma proprio il tuo ti deve ammazzare il brigante? Tu prima trovatelo questo soldato piemontese, che poi col brigante ci parlo io. E se mai rimani vedova, Vittorio Emanuele ti manda la pensione tutti i mesi, fai la signora riverita e rispettata.-

- Ma se il piemontese mi vuole portare in Piemonte a casa sua tu devi venire con me. –

- E certo che vengo, ti pare che ti lasciavo andare sola? Ma vedrai che lo convinciamo a rimanere qui, c’è l’aria fine e si mangia bene. Adesso viene qua che ti pettino.-

- Ma zio prete non si dispiace se mi piglio un piemontese soldato del re scomunicato?-

- Ma che si deve dispiacere, tutti vogliamo solo il bene tuo. Come dice zio prete? Le vie del Signore sono infinite. Magari la via tua viene da sopra.–

- Ma non mi posso prendere una guardia nazionale alla festa? –

- Se ne trovi una.-

- Madonna che disgrazia, un capello grigio, e adesso come faccio.-

- Ma no, è un capello caduto a me, adesso stai ferma.- 

 

 

                              

                                 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

                                     

                   LA BADESSA E IL GENERALE

 

Suor Antonietta e il caporale

 - Ehi, voi, chi siete? Vi manda Delacruà? Fatevi conoscere. –

 La figura femminile che ha parlato sottovoce porta un abito nero lungo che la copre completamente. Una ampia mantella scura la protegge dal freddo terribile. I capelli sono raccolti sotto uno scialle, sempre nero, che le copre tutto il viso meno due occhietti neri e sospettosi. Sotto un braccio porta una larga cesta di vimini piena a metà di uova fresche. Le risponde una voce cauta ma decisa, con un accento buffo mai sentito da queste parti.

 - Sono il caporalmaggiore Luigi Viglino di Cuneo, aiutante di campo del luogotenente generale Delacroix.-

 - Ma che bei baffetti biondi che porta questo caporale. E poi è così alto. L’altezza è mezza bellezza. Peccato che parlano così strano questi piemontesi: sembrano poveri disgraziati che si lamentano sempre.– Questo pensa la donna in nero prima di rivolgersi di nuovo allo sconosciuto.

- Avete niente da dirmi da parte di Delacruà?-

Luigi Viglino si slaccia la mantellina e porta la mano destra alla tasca interna, con la sinistra fa un segno educato alla donna di aspettare e tacere. Una busta di cartoncino pregiato avorio col sigillo di ceralacca e uno stemma passa con delicatezza e circospezione da una mano all’altra e si nasconde infine sotto le uova.

- E voi come vi chiamate, bella madamina? –

- Suor Antonietta da Montemarano.-

- Vorreste venire con me a Cuneo, suor Antonietta?

- Siete uscito pazzo? E non vi avvicinate. Non lo sapete che se un piemontese mi tocca resto scomunicata?-

- E a parlare con un piemontese non restate scomunicata?-

- Fatevi i fatti vostri, Luigi Viglino, e statemi bene.-

- Sarò qui tutte le mattine di pattuglia a quest’ora per aspettare la risposta. Ora devo tornare alla squadra che ho lasciato.-

 I due con molta buona volontà si fanno un reciproco inchino e muovono in direzioni opposte.

 È ancora scuro, l’aria è umida. Durante la notte si è alzata la nebbia, ma l’organizzazione del convegno segreto è stata perfetta. Il caporalmaggiore ha condotto la squadra al limite dei campi di granturco dove si trova la masseria convenuta. Da parte sua suor Antonietta se ne è uscita dal convento diretta alla stessa masseria, per raccogliere quante più uova fresche. Scorta la suora col cannocchiale di cui è stato dotato, Luigi Viglino ha spedito i soldati a perlustrare in varie direzioni e da solo si è mosso deciso alla masseria ove ora si è concluso il passaggio di mano di una lettera. Quelli della masseria non hanno visto e sentito: le uova fresche sono state pagate bene.

 

Un passo indietro. Eleonora badessa

La badessa Eleonora aspetta con ansia assai malcelata il ritorno di suor Antonietta in convento.

Eleonora è entrata, per meglio dire vi è stata spinta tra lacrime e grida, nelle mura di pietra del convento a quindici anni. Da allora di anni ne sono passati venti, senza che un giorno non sognasse di scappare. Eleonora si guarda e si rimira allo specchio, cerca di capire se è bella, se può ancora piacere. Ha incontrato Delacroix per un caso inatteso e fortunato: il generale piemontese cerca una sede per se e il suo comando, ha messo gli occhi su una dipendenza del convento e ha chiesto di affittarla. La badessa gli ha fissato un appuntamento nella dipendenza per trattare le condizioni di affitto, lei si presenta con quattro robuste consorelle, lui con l’aiutante di campo, il nominato Luigi Viglino. 

 - Emanuele Augusto Delacroix, luogotenente generale del Re Vittorio Emanuele.-

E si inchina.

 La badessa sorride e si trattiene dal ridere. Ma che si chiamino tutti Emanuele questi piemontesi?

- Suor Eleonora Frebonia di Montemarano, badessa del convento delle Oblate Sacripantine.

E fa una riverenza.

Delacroix fa per baciarle la mano, ma lei arrossisce e si ritira.

 - Ve ne prego, perdonatemi, le regole, le convenienze. Ma stavate guardando dalla finestra, vi piace il giardino?-

 Una delle consorelle interrompe brusca l’idillio che sta per sbocciare.

- Perdonate, reverendissima madre, ma forse si dovrebbe parlare dell’affitto per prima cosa.-

Lei la fa tacere con un brusco cenno della mano.

- Sapete signor generale abbiamo un gelso nel giardino, un gelso coi bachi da seta, chi sa che un giorno non si possa tessere.-

 E poi teniamo anche cocuzze, cetrioli e pomodori, pensano le consorelle. Stai attenta a non fare la zoccola madre superiora, che se tornano i Borbone ci murano vive nelle celle.

Il generale sorride, gentile e melanconico.

- È un giardino pieno di sole, un sole caldo che a noi manca in Piemonte. Posso chiedervi di mostrarmi questo famoso albero di gelsi coi bachi da seta? Non avrete paura di me? Le badesse hanno fama di donne coraggiose.-

Suor Eleonora ha deciso rapidamente che nella vita la paura è cattiva consigliera e che se non esce oggi nel giardino il sole caldo non lo vede più. Indica Luigi Viglino alle consorelle.

- Tenete compagnia a questo valoroso piemontese, dategli qualcuna delle ciambelline che abbiamo portato, io accetto l’onore di mostrare il giardino al generale Delacroix nostro ospite.-   

La coppia esce in giardino.

 

L’orologio

Al secondo incontro Delacroix ha fatto un regalo a Eleonora. Si sono ritrovati nel giardino galeotto della dipendenza, col pretesto di definire alcune clausole del contratto di affitto per la residenza del generale.

- Ho qualcosa per voi Eleonora - dice con aria complice Delacroix. Lei si limita a guardarlo sorridendo maliziosa. Delacroix estrae dal taschino del panciotto un orologio, una grande cipolla con tanto di catenella.

- Ecco Eleonora, tenetelo sempre con voi come pegno della nostra amicizia. È di metallo, ma il coperchio è argentato. Purtroppo non segna sempre l'ora esatta, perché ha preso un colpo in battaglia contro gli austriaci. Vi prego prendetelo. Un giorno forse lo faremo riparare dal nostro orologiaio di fiducia a Porta Nuova a Torino.-

Eleonora vorrebbe saltargli al collo e baciarlo, si contiene. Adesso ha un orologio. Vede già le facce piene di meraviglia e invidia delle consorelle, quando lo mostrerà, ma sarebbe meglio rinunciare alla soddisfazione, quelle sciagurate meno ne sanno e meglio è.

- La regola ci vieta di accettare doni personali, ma sarà un segreto tra noi due.-

Eleonora prende con grande delicatezza il cipollone che Delacroix le porge, sfiorandogli appena la mano. Lo rimira, fa dondolare la catenella, lo rigira e vede una scritta illeggibile sul retro. Ora guarda Delacroix con aria di dolce rimprovero.

- Posso osare chiedervi cosa sono questi segni indecifrabili? Forse la dedica di una dama torinese?-

Delacroix assume l’aria innocente del gentiluomo accusato di colpe infamanti.

- Cosa dite mai, Eleonora. Era una dedica del nostro Re Carlo Felice ai Delacroix per i servigi resi alla patria. Purtroppo le notti piovose degli accampamenti avevano annerito di ruggine le parole fatte incidere da Sua Maestà e la scritta è andata quasi persa nel lucidare l’orologio.

 E così il presunto cipollone di Carlo Felice è ora nelle mani fidate di Eleonora e non corre più pericolo di essere trafitto dalle baionette asburgiche. L’orologio si trova riposto nel primo cassetto dello scrittoio nello studio della badessa Eleonora. Per timore che le consorelle glie lo rubino, ha forato le pagine centrali di un grosso volume rilegato: La Vita e le Opere Pie del Beato Gervaso Farina. Poi ha incassato all’interno del librone il dono prezioso. Ogni quarto d’ora la campana della chiesa nella vallata rintocca le ore e le offre brividi di piacere sottile. Lei tira il cassetto, apre il pio libro e vi trae l’orologio, lo lucida con un panno imbevuto di una soluzione e rimette le pigre lancette all’ora giusta. Dopo tutto alcuni minuti di ritardo non sono un gran cosa in un orologio nel 1861. Quando deve abbandonare lo scrittoio, Eleonora se lo infila di nascosto al collo, appeso per la catenella sotto l’abito. Di sera lo porta a letto con sé e lo tiene in mano sotto il cuscino.

Ma alle consorelle in un convento nulla sfugge. Esse cercano più volte invano di tentare la sua vanità.

- Reverenda madre, per caso sapete che ore sono adesso?-

Ma Eleonora non si fida, conosce da che pollaio vengono le sue gallinelle.

- È l’ora che vi state zitte e vi fate i fatti vostri.- La replica ogni volta vuol essere definitiva e asciutta.

La scritta cancellata sul retro è stato un suo tormento per settimane. Invano ogni mezzogiorno vi ha riflesso la luce sopra da ogni inclinazione. Alla fine si è arresa con un grande sospiro di delusione rassegnata. Non saprà mai che l’orologio è stato confiscato all’Arciprete Don Domenico di Atripalda, con la scusa che teneva il ritratto di Franceschiello in canonica e l’orologio poteva essere uno strumento atto a facilitare l’attuazione di una sommossa filoborbonica. La scritta sul retro del cipollone diceva “Mariarosa a Ciccillo suo perduto per sempre. Premiata Fabbrica di Martino Capece a Napoli”. L’orologio non funziona bene, perché è andato in terra durante una colluttazione tra il caporalmaggiore Luigi Viglino e l’Arciprete che difendeva strenuamente il ricordo di Mariarosa.

Dopo il secondo incontro nel giardino della dipendenza, Eleonora e Delacroix hanno convenuto che sarebbe stato avventato rivedersi ancora. Si è convenuto che il caporalmaggiore Luigi Viglino avrebbe recato e ricevuto messaggi da Suor Antonietta, prima dell’alba e di nascosto in campagna. E ora, come abbiamo visto, una prima lettera di Delacroix è nelle fidate mani di suor Antonietta.

 

 Nastrino rosso. Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

- Reverendissima madre, vi è caduto questo nastrino rosso.-

Eleonora sobbalza.

- Disgraziata, come ti sei permessa di entrare senza bussare, io ti mando a lavare i porci per tre mesi.-

Suor Antonietta non pare spaventarsi, sa di essere indispensabile e di conservare segreti pericolosi per la badessa.

- Reverendissima madre, bussare e fare rumore è pericoloso con tutte queste zoccole di spie filoborboniche che teniamo in convento. Lo vogliamo far saper anche alle novizie che sono uscita e quello che sono andata a fare?-

 - Dammi qua quel nastrino rosso, lo voglio mettere a Santa Chiara. Piuttosto che messaggi porti? –

Maliziosa e smaliziata suor Antonietta sorride e si gingilla con una tasca del vestito. Ormai sa che può permettersi tutto e vuole approfittare del momento propizio.

- E oltre al nastrino rosso, un campanellino a Santa Chiara non ce lo vogliamo mettere? Messaggi da riferire non ne ho, tanto chi lo capiva al piemontese. Avete sentito come parlano? Monzà, Monzì, Monzù. Ma ho una lettera, eccola qua.-

 Alla vista della busta sigillata Eleonora palpita, avvampa, si frena a stento dallo strapparla di mano alla consorella. La prende lentamente, lacera la busta e se ne va sotto una finestrella alla luce per leggere. Attimi di silenzio.

- Madre superiora, e che dice di bello Delacruà? –

 - Dice che Franceschiello è fottuto oggi e per sempre. Dice che Vittorio Emanuele lo Scomunicato ci butta in mezzo a una strada a noi monache e preti.-

- Ma come? spariscono i Borbone? Ma quelli stanno col Papa. E voi credete a questo Delacruà? Ma quello chi sa cosa tiene in testa. Che ne vuole sapere lui dei Borbone. Per me Delacruà vi vuole impressionare. Franceschiello torna e ci fa murare vive a tutte quante ne siamo. –

Eleonora è furibonda.

- Scema, somara, se non lo sa lui che è generale luogotenente piemontese, chi lo deve sapere? Solo tu e i porci che ti mando a lavare non vi siete accorti che i Borbone stanno scappando con tutti i filoborbonici appresso. L’hai più visto monsignore il vescovo che stava qui tutti i giorni a mangiare scamorze e maccheroni?-

- E a farsi baciare la mano dalle novizie.-

- Fatti i fatti tuoi. Statti zitta e fammi leggere.-

Attimi di sospensione.

- Che dice ancora Delacruà, reverenda madre?

- Dice che lui mi prende sotto la sua protezione, questo dice.-

- E a noi? a noi che non siamo madre superiora chi ci protegge?

- Il generale protegge me e io proteggo voi. Adesso vai.-

- E non dice più niente Delacruà? Con me vi potete confidare, sono sempre stata dalla vostra parte.-

- Niente. Vai.-

- Ma come niente? La lettera è di tre fogli.-

- E sono tre fogli bianchi. Hai acceso le candele a Sant’Antonio?-

- Non ancora.-

-E vai, magari Sant’Antonio tiene una lettera da leggere, vai e fagli lume.-

La lettera del generale Delacroix supera ogni attesa di Eleonora, ogni suo desiderio. Il generale vuole averla come sua sposa, portarla via dal convento, condurla a Torino nella sua casa, presentarla a Corte. E poi quante parole di passione, rispettose sì ma appassionate. E chi se lo aspettava, pareva così formale questo Delacroix. 

Di nuovo sola, sciolte le chiome corvine con i lampi dorati che ricordano la discendenza sveva, Eleonora si prova la treccia, la ferma col nastrino rosso. Lo specchio le rimanda una principesca alterigia, lei sogna di riportare di nuovo a corte la sua famiglia dopo tanti secoli. Non è la corte degli svevi a Palermo, aperta a tutti, all’arte, al sapere, a ogni religione. Non è neppure la corte allegra e sapida, perfino liberale, dei Borboni a Napoli. La corte dei Savoia ha fama meritata di essere fredda taccagna e bigotta. Ma non sono tempi di dame, cavalieri e sultani, una badessa in tempi garibaldini si deve contentare. Arrivano tempi duri per preti e monache, Monsignore il Vescovo è scappato a Roma, senza ritorno. Alla parete del suo studio al posto del grande orologio a cucù, con l’angelo che esce ogni quarto d’ora e rintocca, c’è una macchia scura.

                                                           

Un’ora dopo

 - Chi è? Avanti.-

 Gli attimi di felicità sono lampi nella notte. Due tocchi alla porta risvegliano Eleonora dal dolce sogno.

 - Sono io, reverenda madre.-

È di nuovo suor Antonietta, ma con un’aria spaurita, una faccina bianca.

- Su vieni, non avere paura, ti ho sgridato troppo prima. Ma adesso ci sono grandi notizie, Delacroix mi vuole portare a Torino, mi presenta a Corte. Tu sarai la mia dama di compagnia, sei contenta?-

Antonietta fa un sorriso mesto mesto, entra, si avvicina a Eleonora.

- È arrivata un’altra lettera, l’ha portata un pastore.-

- Un pastore? Ma come, il luogotenente generale Delacroix adesso mi manda la lettera per un pastore. Ma che dici, ti senti bene?-

 - La lettera la manda Cicco Cianco il brigante, e sopra la busta ci sta il nome vostro. Come indirizzo.-

Le ultime parole sono dette tra i singhiozzi. Suor Antonietta consegna ora la busta piangendo e tenendola il più possibile lontano da sé, come a dire “La lettera è tua, adesso voglio vedere che fai, io non c’entro e non ci voglio entrare. Guarda in che guaio ci troviamo per colpa tua”.

 - E che vuole Cicco Cianco da noi?-

- E che deve volere, signora mia madre superiora, vorrà tutto quello che teniamo: ori, salsicce e panni.–

- Non è roba nostra, è roba della chiesa, noi abbiamo fatto voto di povertà. Cicco Cianco vuole finire all’Inferno, in mezzo alle fiamme? Non lo sa che stiamo sotto la protezione di San Guglielmo?-

- Stavamo, madre superiora, stavamo, ma ci siamo andate a mettere con i Piemontesi, non mi fate parlare -. E suor Antonietta fa gesti all’indietro con la mano destra a significare che i tempi belli sono andati.

- Riunisci tutte quante in refettorio, che vengo a leggere la lettera.-

- Sono già riunite, reverenda madre, intanto che pregano e vi aspettano si mangiano qualche cosa, per fermare i dolori di stomaco che ci sono venuti a tutte, quando abbiamo visto arrivare il pastore con la lettera in mano. Cicco Cianco ci spoglia e Franceschiello ci fa murare vive. Dobbiamo ringraziare certe amicizie pericolose per tutto questo, e sapete a chi mi riferisco.-

Suor Antonietta ha parlato aumentando il tono di voce in crescendo, quasi volesse farsi udire da Cicco Cianco e le sue spie. Il brigante potrebbe essere appostato attorno al convento o potrebbe arrivare stanotte, mentre dormono.

Esce Antonietta.

- Non c’è pace - si dice Eleonora.- Si sognava già a Torino ai balli di corte, con uno di quei vestiti lunghi e larghi, pieni di crinoline, e con la collana di perle in tre giri al collo. Invece il valzer lo deve ballare qui. Deve rientrare alla svelta nei panni della badessa autoritaria e decisa, altrimenti queste disgraziate di monache sono anche capaci di ribellarsi al suo potere.

 Nel refettorio.

Eleonora entra nel refettorio con un bel sorriso e l’aria del serpente a sonagli circondato dalle vipere. Aspetta qualche istante che il fitto parlottare ad alta voce si calmi e che le sorelle si alzino in piedi in segno di rispetto per lei.

- Bene, bene, vedo che ci siamo tutte. Abbiamo cose importanti da discutere. Abbiamo or ora ricevuto una lettera. Sedute.-

Le monache si siedono, ma non si quetano del tutto. E tra loro ci sono le serpi filoborboniche che hanno deciso di alzare il capo: messe in disparte, adibite ai lavori più umili, sentono arrivato il giorno della rivolta. 

Suor Carmelina per esempio ha uno zio monsignore e un altro zio maggiore dell’esercito borbonico, sperava nel posto di badessa prima di Eleonora. Per anni ha masticato pane, preghiera e veleno, adesso si alza e parla.

- Abbiamo ricevuto? Ma le lettera è indirizzata a voi, madre reverendissima.-

Suor Colomba invece è una spia dei Borboni per tradizione di famiglia dal ’99, di solito cerca di tenersi defilata. Ma se non è ora è tempo di rischiare, quando più? Si alza lei per seconda a parlare.

- Madre superiora, quando vi scrive Delacruà la lettera è solo per voi, quando vi scrive Cicco Cianco la lettera è per tutte. Vi pare giusto?-

Eleonora pensava che la sua relazione con Delacroix non fosse tanto palese. Ma quella scimunita di suor Antonietta ha parlato, o si è fatta scoprire. Eleonora congiunge le mani e serra le labbra poi volge lo sguardo in direzione di suor Antonietta come a dire “I porci li dovrai anche asciugare dopo averli lavati con quella tua lingua lunga”.

La domanda piuttosto retorica di suor Colomba, la spia, è rivolta in realtà a tutte le consorelle sedute al lungo tavolo, lei cerca di ottenere nuovi consensi e contare le fedeli filoborboniche. Ma le consorelle sono per lo più ondivaghe, si vogliono lasciare aperte tutte le porte, del doman non v’è certezza. Qualcuna prima fa cenno di sì col capo, ma poi lo scuote dubbiosa. Qualche altra volge lo sguardo interrogativo alla vicina a significare “Tu che dici?”. 

 Eleonora è rimasta in piedi. Approfitta del momento di incertezza e sbandamento delle consorelle, fa cenni con le mani di stare zitte, poi tira fuori la lettera del brigante.

La vista della lettera provoca tremiti e fremiti lungo le due file del tavolo, come se dentro la busta ci fosse proprio Cicco Cianco pronto a saltar fuori con tanto di fucile. Eleonora Frebonia le guarda una per una, vuole ricordare a tutte chi è che sa comandare in convento.

- Sarà bene leggere cosa vuole Cicco Cianco prima di farci tante preoccupazioni. Forse vuole che preghiamo per lui e per le anime dei suoi compagni scomparsi. Forse vuole che gli diamo notizie della sua famiglia.-

 Un coro di proteste la interrompe. Le sorelle sacripantine sono assai scettiche sui buoni propositi di Cicco Cianco.

Suor Carmelina rifà il verso a Eleonora.

- E chi lo sa, magari Cicco Cianco si vuole ritirare qui in preghiera. Cerca conforto da noi. Lo mettiamo in una celletta, poi la sera lo andiamo a trovare e gli leggiamo la vita di San Guglielmo.–

Eleonora la fulmina con uno dei suoi sguardi che fino a ieri facevano desiderare alla malcapitata di essere una pietra nel muro. Le labbra serrate di Eleonora non lasciano uscire di bocca le parole, ma le consorelle le possono intuire “Suor Carmelina cara, indovina a chi toccherà cogliere la legna al mattino presto l’inverno prossimo.”

Ma oggi non è più ieri, le sorelle sono sfrontate. Suor Colomba arriva di rinforzo a suor Carolina.

- Cicco Cianco si prende tutta la nostra roba, dovremo pregare per avere un tozzo di pane.-

Ora perfino suor Immacolata da Montella, così timida e sottomessa, si alza e grida, la paura la sconvolge e la rende aggressiva.

- E si contentasse solo della roba. Questi briganti sono diavoli, questi briganti sono peggio dei lupi, ci si mangiano. Ma dico io, non ce ne potevamo stare con Franceschiello bello nostro? Ci dovevamo andare a cercare Delacruà?-

Le parole di suor Immacolata sono come la diga che cede e si arrende all’onda di piena. Neanche fosse il tavolo dell’ultima cena delle condannate, le buone Sacripantine perdono ogni freno. Quale piange, quale invoca la protezione della Madonna e dei Santi, quale rimprovera, quale ammonisce.

- Cicco Cianco ci prende e ci porta in mezzo ai boschi io ve l’avevo detto, se ci mettiamo con gli scomunicati San Guglielmo non ci protegge più.-

- Finiamo tutte in mezzo a una strada, nude e senza mangiare.-  

 Eleonora lascia dire, impassibile, aspetta che l’onda si spenga sulla sabbia, comincia la lettura della lettera di Cicco Cianco.

 

 Signora Badessa, se volete salva la vita mi dovete mandare al momento mille ducati, metà  d’oro metà d’argento, senza mancare un giorno. E dovete mandare anche due botti di vino, salsicce, prosciutti, formaggio e pezze di panno per pulire i fucili. Se no vorrei morire disgraziato e vi giuro che vi mando all’elemosina. All’istante che giunge la presente rispondete immantinente, in altro caso abbrucerete voi e le vostre proprietà. Per Franceschiello nostro Re per grazia di Dio se volete la pace nel vostro convento mettete la bandiera dei Borbone. Se poi siete sorda al mio parlare il convento brucerà tra tre giorni. Immantinente che ricevete la presente, spedirete per persona di fiducia, dove il pastore sa, quattordici prosciutti, venti paia di caciocavalli, venti bottiglie d’olio, duecento pezze di lana, quattrocento salsicce più i ducati e il vino. Altrimenti per la Madonna quando mai vi crederete io verrò per dietro i sieponi, salirò per il muro e mi fotterò le vostre monache, poi vi taglierò la testa. Quel fesso scellerato assassino del generale piemontese non sarà sempre a proteggervi. Cicco Cianco.

 

 Le Sacripantine sono ammutolite, dunque Cicco Cianco ha una spia in convento, una spia ben informata di ogni disponibilità, il Brigante ha chiesto tutto quello che hanno. Profittando del loro sgomento, Eleonora fa cenno di stare sedute e si avvia verso la porta.

-Statevi sedute, zitte e buone, che la risposta a Cicco Cianco è cosa mia. Aspettatemi qua in refettorio, finché non torno a leggervi la nostra risposta a questo brigante.-

Monache si diventa, badessa si nasce.

 

Il brigante più celebre di queste contrade fu Cicco Ciancio (Cianci o Cianco), nativo di Montella, il quale compiva le sue gesta uccidendo e rubando assieme ai suoi degni compagni nel territorio di Volturara e di Montella. Cicco Ciancio che andava a rifugiarsi nelle recondite grotte della Faggeta, e sotto le gole del Terminio, era il terrore di questi luoghi. Egli il più delle volte inviava anche qualche lettera minatoria ai benestanti di Montella e di Volturara intimando loro di inviargli mediante qualche suo fido o confidente una somma rilevante in danaro, altrimenti pena la morte. Cicco Ciancio e i suoi degni inseparabili compagni sequestravano anche qualche persona che incontravano nei boschi e allora i furfanti rilasciavano i disgraziati quando la famiglia di quest’ultimi inviava loro il danaro chiesto. Cicco Ciancio per molti anni fu invano perseguitato dalla forza pubblica che non potette scovrire ed assicurare alla Giustizia il temibile e pericoloso brigante. Finalmente, un giorno ben triste pel famigerato brigante, Cicco Ciancio fu ucciso a colpi di moschetto dai Carabinieri che perlustravano le campagne. La voce pubblica afferma che il cadavere di Cicco Ciancio il quale aveva commesso innumerevoli furti e delitti fu trascinato a viva forza per sfregio per le vie di Montella mettendolo esposto al pubblico per qualche giorno per farne vedere la sembianza truce su cui era impresso il marchio dell’infamia e rilevavansi a chiare note le stigmate dei veri e grandi delinquenti nati.

 

La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

Eleonora esce dal refettorio e se ne va al suo scrittoio, apre il primo cassetto, tira fuori piano piano l’orologio di Delacroix, lo lucida, se lo mette davanti in attesa che il campanile a valle rintocchi le ore. Per un attimo è tentata di scrivere a Delacroix, ma la paura non riesce a  prendere il sopravvento, riflette che è meglio tenerlo lontano dal convento, non dargli preoccupazioni. Se la deve cavare da sola, come hanno fatto tutte le badesse con tutti i briganti prima di lei. Carta calamaio e penna, dopo un’ora Eleonora è pronta a tornare in refettorio.

- Care sorelle, ecco pronta la nostra risposta a Cicco Cianco.-

 “Caro Cicco Cianco, fratello nostro. Abbiamo ricevuto la tua lettera portata dal pastore. Come faremo a trovare tutto quello che ci chiedi? vuoi mille ducati e noi dove li prendiamo? siamo misere monache, viviamo di elemosina e di quello che ci danno i benefattori. Siamo in tale disperazione, che uno di questi giorni prendiamo San Guglielmo vestito d’argento e ce lo vendiamo. Mi dici pure che vuoi venire dalla parte dell’orto a tagliarmi la testa. Ma non sai che teniamo i Piemontesi qua attorno e quelli sono più briganti di te? quando vuoi venire fammi avvisare. Accetta dieci paia di caciocavalli e cento salsicce, altro non teniamo. San Guglielmo ti protegga. Eleonora Febronia di Montemarano.” 

Pausa in attesa di commenti. Ma il refettorio è muto, come in attesa di foglia che cada dal ramo. Eleonora allora conclude rapida.

 - Ho finito. Suor Antonietta consegnerà la mia lettera di risposta e il cesto con la roba al pastore. Io mi ritiro in preghiera nella mia cella, voi state qui e fate altrettanto.-

Uscita la gatta, le sorcette parlano.

E adesso che succede, quando Cicco Cianco legge la risposta? Quale invocando i Santi, quale piangendo, quale maledicendo la madre superiora, questa è la domanda che le sorelle si fanno l’un l’altra.

-Ve lo dico io cosa succede.-

E’ la vocina sottile e queta di suor Zelinda in fondo alla tavola. Silenzio perplesso. Zelinda è quella che sta in convento da più tempo di tutte, passa il tempo a leggere libri e libricini pieni di storie, se non fosse che è poco intrigante sarebbe lei la madre superiora. Le consorelle sanno cosa si devono aspettare da Zelinda, la guardano con un poco di compatimento e molta simpatia.

-Che cosa succede suor Zelinda, c’è scritto nei vostri libricini? –

Zelinda sorride, estrae da una grande tasca del grembiulone un volumetto rilegato di novelle e racconti.

-Succede quello che successe quella volta coi Saraceni, state quiete e sentite.-

Le sorelle si mettono davvero e volentieri zitte e chete. Una pausa dopo tanta tempesta è quello di cui avevano bisogno. E suor Zelinda comincia il suo racconto.

                                    Il Priore e i Saraceni

Tra poco spunta l’alba sulla costa. I Saraceni sono sbarcati senza luna. Silenziose formichine more si arrampicano pazienti fino al picco del monastero, ne scavalcano la cinta. La lunga nave li ha portate di notte sulla stretta lingua di spiaggia. Le formichine sono guerrieri in una fila che si cala dalle mura e sta per attraversare il cortile del monastero, quando una dolce armonia di voci penetra sotto gli elmi a punta: è il coro mattutino dei monaci. Seyan, il loro capo, ne è estasiato e ordina ai suoi di procedere in silenzio, non vuole che i monaci si spaventino e smettano di cantare. Ma tutto finisce prima o poi. Ora il coro si tace, il portone della chiesa si apre, appare il padre priore. Non sono tempi in cui un padre priore si spaventi troppo, alla vista di Mori intorno al pozzo che gli riempiono il cortile, ma dire che la cosa gli faccia piacere sarebbe troppo pretendere. Da parte loro gli invasori sono distesi e rilassati, sanno che è l’ora della prima colazione e si attendono un invito. Ma i monaci sono muti, forse è la regola. Tocca a Seyan riempire il silenzio e  rivolto al priore dice – Non vogliamo mangiare un boccone, prima di parlare di affari?- E via tutti in refettorio sulle panche. 

Perché mai un giorno qualcuno scrisse che il pane altrui sa di sale? I Saraceni sono del tutto a loro agio, ridono scherzano, rilassati danno gran manate sulle spalle del monaco che siede accanto, gli rubano il cibo frugale dal piatto di legno.

Ma non tutta la tavolata è in perfetta letizia. Mai latte di capra appena munto fu più amaro per un priore, pure egli ha la forza d’animo di tentare una dissimulazione con Seyan – Come vedete dal nostro cibo frugale e dalla tavola tanto umilmente imbandita, noi siamo poveri. Purtuttavia ci ha recato letizia dividere ogni cosa con voi. Ristorati, potete riprendere ora il vostro viaggio, il Signore vi proteggerà dalle tempeste, vi benedico -.

Anche Seyan pensa che sia tempo di andare, ma prima vi è da sbrigare un affaruccio. Se mai vi fu un Moro serafico, questi è Seyan rivolto al priore – Quello grasso ha parlato- gli dice.

In effetti, profittando della confusione e del clamore della mensa, alcuni guerrieri hanno trascinato il rubicondo monaco Calimero da Paola  fino all’orlo del pozzo e poi ve lo hanno cacciato dentro, non senza grave fatica. Quindi aiutati dalle pareti lisce e scivolose di muschio hanno lasciato che egli calasse appeso a una fune fino al fondo, infine allegramente hanno cominciato a buttar giù pietruzze. E così dal fondo del pozzo si è presto  udita una vocina salire - Le monete d’oro sono in cantina, in una botte interrata, sotto tutte le altre botti di vino-.

E’ quasi mezzogiorno e i Saraceni ora se ne vanno davvero. Con aria educata e dispiaciuta Seyan dice al priore che non può portarsi via tutto il vino, la nave purtroppo non ha stiva capiente. Poi vede che il priore ha ancora l’aria affranta, ha un pensiero delicato, si toglie l’elmo con la rossa piuma del comando e lentamente lo posa sul  reverendo canuto capo. I monaci appena sorridono tra le lacrime e Seyan si sente in dovere di far loro una promessa, mentre la nave ormai va sulle onde, -Torneremo, sapete, torneremo.-   

Finito il racconto le buone sorelle rimangono in perplesso silenzio. Mai contente.

- Suor Zelinda, ma queste sono novelle antiche di Mori, Turchi e Saraceni che venivano dal mare. Noi qua stiamo in montagna, ci dovete contare una storia di briganti nostri.-

Suor Zelinda la paziente riprende dalla tasca il suo libricino di storie.-

- Allora mettetevi zitte e comode. State ad ascoltare quello che vi vengo a raccontare.

 

                 IL RAPIMENTO Di Salvatore Sorice

C’era una volta una banda di briganti. Stavano rintanati nei boschi, verso la cima delle montagne. Dormivano in grotte e nei pagliai. Quando c’era bel tempo restavano a cielo aperto alla rugiada. Anche un pagliaio odora di chiuso e una grotta assomiglia troppo ad un gabbia per uccelli, dove resti imprigionato senza possibilità di fuga.

Dormivano con un occhio aperto ed un altro chiuso, sempre all’erta come le lepri. Se erano stanchi, e nemmeno un occhio ce la faceva a restare aperto, un brigante restava di guardia per tutti, mentre gli altri dormivano un sonno profondo. Inganni non ne volevano i briganti! Non si sa mai che ti può riservare questo mondo infame!

Il popolo tremava di paura. Chi tremava di più erano i signori, perché i briganti toglievano loro i ducati d’argento ed i marenghi d’oro. Ma anche i poveracci non erano tranquilli. Gli zappatori ed i bracciali dovevano recarsi in campagna a lavorare. Avevano occhi e orecchie. Potevano vedere e sentire, anche senza volerlo, per caso. Per chi aveva visto od udito, la testa era in pericolo.

A questa banda di Briganti pensò subito Carmela Sorice, quando vide che il suo sposo Salvatore non arrivava a casa all’ora di pranzo, cosa mai fino ad allora accaduta.

                                

Il rapimento a fine di riscatto è probabilmente la professione più antica del mondo, almeno per quanto riguarda gli uomini. Tutti sappiamo come si sviluppano gli eventi. Lo sposo viene rapito alla sposa, ella presto riceve un messaggio “Vogliamo dieci delle tue pecore migliori”. La sposa piange, si dispera, giura che ha dovuto cedere le pecore agli usurai  l'anno sorso e dunque le ha soltanto in gestione, disperata fa la controfferta di una capra. Dopo qualche settimana di trattative lo sposo viene reso per cinque pecore.

Un caso insolito si ebbe anni orsono. Salvatore Sorice fu rapito alla amata sposa Carmela, che ricevette presto una richiesta di riscatto per cento ducati d'oro.

 

- Dove volete che trovi questo denaro?- ella rispose.- Dovrei vendere cento volte il mio corpo. La Madonna vi entri nel cuore, ridatemi il mio Salvatore.-

 

Il giorno dopo Carmela riceve un secondo messaggio.- Cerca le monete d'oro che ti ha dato il tuo vicino, il ricco Aniello, ogni volta che andavi a fargli visita. Quando i ducati saranno in mano nostra, come sarai istruita, noi lasceremo scappare Salvatore.-

 

La furia e il terrore entrano nell'animo di Carmela. Infine la paura di essere nominata come zoccola è più forte della sua avidità, il giorno dopo cento monete d'oro escono dalla sua casa e Salvatore ritorna.

Già la luna si alza a rendere ancor più candida la neve  e il sole tramonta su una sposa che finge di essere felice tra le braccia dello sposo ritrovato. Ma due uomini sono davvero felici. Salvatore accarezza la sposa adorata, mentre le racconta orgoglioso di come sia fuggito dalla grotta dei briganti. Aniello il ricco vicino conta e lucida ridendo le cento monete d'oro del riscatto per il rapimento, che lui stesso ha preparato e messo in atto.

 

E’ stata una mattinata pesante. Finiti i racconti di Suor Zelinda, le monachelle a una a una infilano in uscita la porta del refettorio e se ne vanno a riflettere.

 

Qualcuno bussa al convento 

Il rumore noioso che viene dalla sua porta si unisce alle melodiose note del valzer: Eleonora Febronia di Montemarano sta di nuovo sognando i balli a Corte, alla Corte di Torino, come al solito. Il suo carnet è pieno di nomi di principi e generali. Nel sogno i baffi del generale Delacroix fremono, sia pure in modo controllato, è geloso nel vederla volteggiare nelle braccia degli altri. Per evitare che l’ira di Delacroix esploda, lei di tanto in tanto occhieggia dalla sua parte, gli sorride con complicità e sottomissione.

Adesso il rumore di qualcuno che bussa alla porta si fa più insistente, le note del valzer si allontanano.

- Chi è? avanti. Si può sapere cosa succede a quest’ora di notte?-

La maniglia gira cauta e la porta si socchiude, suor Antonietta scivola nella stanza, quasi strisciando sul legno della porta e guardando dietro. Appare come stravolta da emozioni recenti.

- Madre superiora vi cercano.-

La cercano? E chi mai può essere a quest’ora di notte? Di certo non un monsignore in visita o un pellegrino bisognoso. Una aspirante novizia di gran famiglia che vuole mantenere l’incognito? Con questo freddo neanche a pensarci. Chi mai dunque? Una intuizione le da un tremito, il bel volto arrossisce: Delacroix è venuto a prenderla in segreto, è finita con queste disgraziate zotiche di monache, con le preghiere in refettorio tutte le sante mattine appena ti alzi, è finita coi vescovi e coi briganti. Tanti saluti a Garibaldi e Franceschiello, si va a Torino in carrozza.

Suor Antonietta è lì che attende muta come in attesa di istruzioni.

- Mi cercano? E chi mai a quest’ora di notte con questo freddo? Forse il generale Delacroix è venuto in carrozza? Dio mio, cosa mi metto, come mi vesto?-

Suor Antonietta è sconvolta. “Adesso me ne vado di testa” pensa. Non bastavano le emozioni che ha avuto al portone del convento, ci mancava anche la badessa si mettesse a fare la zoccola scimunita. Ma sempre a lei deve toccare di aprire portoni e bussare alle porte, sia benedetto San Guglielmo.

- Madre superiora, non è Delacruà.-

Dal tono irritato e cattivo della risposta Eleonora intuisce che ci sono guai in arrivo al convento, si cala di nuovo assai a malincuore nei panni della badessa.

- Che vogliamo fare? Aspettiamo mezzogiorno e poi mi dici chi mi cerca?-

Ma suor Antonietta la delude, non ha proprio l’aria di voler assumere la parte della ubbidiente sottomessa e neppure di voler dare una rapida e soddisfacente risposta, anzi se ne parte in uno sproloquio minaccioso che pare senza capo né coda.

- E chi vi deve cercare reverenda madre, che timore dobbiamo avere? tanto a noi ci protegge Delacruà. Abbiamo voluto risparmiare sui prosciutti e sulle salsicce, e queste sono le conseguenze. Adesso suoniamo la tromba e facciamo correre la cavalleria piemontese.–

Eleonora la guarda con gli occhi sbarrati, poi sorride, ha capito.

- Suor Antonietta ti sei fatto un brutto sogno. Tieni, prendi questo sacchettino di mandorle dolci e tornatene a letto. Anzi, visto che mi hai svegliata, fammi prima un bel caffè.–

Suor Antonietta accenna a una riverenza.

- Visto che ci sono ne faccio due di caffè, uno per la reverenda madre e un altro per Cicco Cianco che vi aspetta in parlatorio.-

Eleonora deglutisce.

- Cicco Cianco?-

“Hai finito di fare la zoccola con Delacruà”. Suor Antonietta tace soddisfatta, ma i suoi occhi parlano per lei. Eleonora non raccoglie.

- Sì signora, è arrivato Cicco Cianco col cappello e il fucile. È accompagnato da un compare tutto mascherato, così se ci ammazza non possiamo neanche sapere chi è stato. Le sorelle si sono rinchiuse nelle celle, vogliono andare in refettorio, vogliono appendere il ritratto di Franceschiello al posto suo dove stava prima e cantare tutte in coro l’inno a Ferdinando II di Borbone. Lo conoscete l’inno, si? Viva il re, viva il re, viva il reeee.-

Eleonora si sta vestendo cerca qualcosa di rattoppato, suor Antonietta le fa segni di sbrigarsi, non è il caso di far irritare l’ospite con l’attesa. Ma Eleonora riflette, temporeggia.

- Che aria ha Cicco Cianco? Ti pare molto arrabbiato?-

- Adesso venite e vedete.-

- Andiamo.-

Eleonora entra in parlatorio, ha un’aria sorridente ma dimessa come si addice a una povera badessa che ha dato tutto quello che poteva dare. Vede che ci sono due figure in attesa, non è difficile intuire quale dei due è Cicco Cianco, si dirige cauta verso di lui.

- Fratello caro, per quanto riguarda le salsicce mancanti… -

Cicco Cianco non sta neanche a sentirla, ma muove verso di lei portando la destra al fianco. Eleonora suda freddo dalla punta dei piedi. Il suo futuro le passa davanti agli occhi e vola via. Si vedeva ormai Contessa di Moncalieri in carrozza a Parigi con le principesse Savoia, invece adesso le arriva una coltellata da Cicco Cianco e addio badessa addio.

Cicco Cianco si inginocchia ai piedi di Eleonora che rimane come ipnotizzata, riesce solo a volgere lo sguardo verso suor Antonietta come a dire “Ma questo è una belva crudele e feroce, mi vuole sbranare dai piedi”.

Ma suor Antonietta non pare in cerca di anime a cui recare soccorso e conforto. Abbozza un sorrisetto mesto mesto, solleva appena le spalle e apre le palme delle mani, come a rispondere – E io che ci posso fare? Avete voluto risparmiare pure sulle salsicce e adesso Cicco Cianco vi sbrana e vi ammazza, vuol dire che vi faranno Beata e il convento ne avrà rimerito.-

Mentre il gregge delle sorelle spaurite china il capo in attesa del morso del lupo, Cicco Cianco prende la mano di Eleonora e se la porta con delicatamente alle labbra. Eleonora rimane immobile come coniglio tra le spire del serpente. Il brigante le bacia la mano. Poi le sussurra le ultime parole che Eleonora mai si aspettasse.

- Mi dovete perdonare signora Badessa, perdonatemi e aiutateci.-

Eleonora ormai è sicura di essere entrata anche lei nel sogno di Suor Antonietta, guarda di nuovo la consorella come a dirle “Svegliati, se no chi sa cosa succede ancora prima che arrivi mattina”.

Cicco Cianco si alza, fa un cenno col capo alla persona che è arrivata con lui.

Il personaggio mascherato si toglie il cappello, appare una lunga lucente chioma corvina, si sfila la sciarpa, scintillano due occhi che sono due perle nere e danno luce a un visetto deciso: è Rosa la ragazza di Ferdinando Raimo detto Pagliuchella. 

Cicco Cianco la indica a Eleonora.

- Signora Badessa, confidiamo nella vostra misericordia e benevolenza. Accogliete questa povera giovine sventurata e perseguitata dalla malasorte.- 

 Le cose si muovono in fretta, ma la testa di Eleonora è svelta e furba, e adesso di nuovo lucida. Cicco Cianco non è venuto a prendersi la roba che ha chiesto, cerca un rifugio e un asilo per questa ragazza. È il momento di riportare ordine, regola e disciplina. Su sorelle, ordina Eleonora, trovate una bella celletta per questa brava ragazza, portatela vicino a un fuoco, datele una bella colazione, non vorrete mica che Cicco Cianco si lamenti della nostra ospitalità? Poi Eleonora ha fatto un sorriso aperto a Cicco Cianco e lo ha invitato a seguirla nel suo studio. Le carte buone sono di nuovo nelle sue mani.

- Sorelle voi date ogni conforto a questa povera figlia sventurata. Io devo parlare nel mio studio da sola con Cicco Cianco.-

 

Rosa senza paura 

Le donne si sa non sono mai contente, fino a un minuto fa le sorelle si lamentavano perché la badessa ha una relazione con un generale piemontese. Adesso si lamentano perché è stato dato asilo a una ragazza portata in convento da Cicco Cianco, il famoso capo-brigante filoborbonico.

E così adesso la povera Rosa si trova in mezzo a uno stormo di pinguine che la portano in mezzo per il corridoio delle celle, la prendono sottobraccio, la rincorrono e soprattutto parlano, gridano, fanno domande, cento, mille domande. Sono impaurite, sospettose ma sopratutto curiose.

- Ci mancavi solo tu, non ne avevamo abbastanza di guai. Ma chi sei? Da dove ne vieni? Che ci sei venuta a fare qua?-

- Povera ragazza, ma non lo vedete come è sperduta? Vieni qua vicino a me. Come ti chiami?-

- Mi chiamo Rosa e non sono sperduta, sono la fidanzata di Ferdinando Raimo, dei Raimo di Volturara Irpina. –

- Sei la fidanzata del brigante Pagliuchella? San Guglielmo bello nostro aiutaci. E adesso come facciamo, che ne sarà di noi quando i Piemontesi lo vengono a sapere? I Piemontesi caricano le monache filoborboniche sui bastimenti insieme alle pecore rubate e le mandano in America. Se quelle povere disgraziate arrivano vive, le vendono per farle lavorare come schiave. Io mi sono fatta rinchiudere qui dentro per non zappare la terra e adesso grazie a te mi ritroverò in America un’altra volta con la zappa in mano. –

 Ma Rosa ha coraggio per tutte.- Non ve preoccupate dei Piemontesi che li ammazziamo a tutti quanti.-

Le buone consorelle incalzano Rosa.

- Ma perché te ne sei venuta qui in convento? Ti vuoi fare suora? Non te potevi stare con Ferdinando tuo bello? –

Rosa si difende bene.

- Starò qui per un poco, poi il mio fidanzato mi viene a riprendere. Di più non mi dovete chiedere.-

Ma ci vuol altro per chetare questo stormo di monache maldicenti e curiose.

 E quanto costa adesso un fazzolettino ricamato di seta? È vero che torna Franceschiello? E come è venuto quest’anno il vino del Saracino?  È nevicato tanto quest’inverno a Volturara? Che si dice a Avellino? Che si dice a Napoli? Quanti briganti tiene Cicco Cianco? Ma Cicco Cianco ti faceva portare il fucile? Tu ne hai ammazzati di Piemontesi?

 

Avete chiuso bene il chiavistello? Labbra di fragola

- Chiudete la porta dietro di voi, Cicco Cianco, e mettete pure il chiavistello. Ho dato ordine di non disturbare, ma di quelle pettegole non ci si può fidare. Stanno a sentire dietro la porta e sono capaci di entrare senza bussare e dire che si sono dimenticate di bussare per l’agitazione. Penso che abbiate qualcosa di importante e riservato da dirmi, mi sbaglio?-

Eleonora non ha più paura si sente invece distratta da gradevoli sensazioni e ricordi.

Da bambina si chiudeva nella sua stanza con uno dei fratelli, il suo prediletto. E parlavano e ridevano. Li sorprendeva la voce della sorella più grande, mandata dalla madre. – Che fate voi due piccoli lazzaroni chiusi là dentro, aprite e venite ad aiutare in cucina. –

Sto diventando pazza, pensa Eleonora, sento le voci. E le vengono in mente le leggende terribili sulle badesse prima di lei, invasate dal diavolo dentro questo mura maledette di pietra. Ora guarda sorridendo il brigante.

- Su dite. Un terribile capobrigante come voi non sarà intimorito da una povera monachella sola e indifesa.-

Cicco Cianco la guarda, guarda i suoi lunghi capelli biondi, che lei stranamente non ha raccolto e coperto con una cuffietta. È un angelo, pensa Cicco Cianco. Il brigante ora si sente al sicuro, abbassa la guardia. L’istinto gli dice che qui non deve aver paura di una sorpresa o una trappola, i veri nemici del brigante assieme al tradimento. Allunga le mani al fuoco del piccolo camino.

- Signora badessa…..- comincia. Ma si interrompe e guarda fisso incantato Eleonora. Lei china il capo appena da un lato e spalanca gli occhi come a interrogare, ma anche come se non fosse sorpresa da quanto accade, sporge il labbro inferiore come una bambina che vuole fare i capricci.

Hai le labbra di fragola e ciliegia, pensa il brigante. – Signora badessa, sono venuto a parlarvi ….- e si interrompe di nuovo. Eleonora trova del tutto naturale l’interruzione, è sempre più distratta, forse non ha neppure sentito le parole di Cicco Cianco, infatti, sta parlando a sé stessa. - Che bei riccioli lunghi e neri come un tizzo ha questo bel brigante, altro che quel palo di Delacroix coi baffettini e il monocolo.-

I due si fissano increduli, stanno sognando nello stesso sogno.

Sono insieme nella loro casa a due piani con l’orto. Una coppia felice. Eleonora in cucina con il cucchiaio di legno gira il sugo di pomodoro coi funghi e col forchettone assaggia le tagliatelle fatte in casa. Cicco è giù nell’orto chinato su un piccolo innesto sperimentale di cui è orgoglioso e gelosissimo. Guarda la piantina da destra e da sinistra, ma cosa vede, orrore, qua la terra è smossa, il gambo di una fogliolina è spezzato. Prende il piccolo gambo tra pollice indice, poi lo rilascia affranto e deluso, il miracolo non è avvenuto, il gambo ferito pende di nuovo. L’ira di Cicco è terribile, invade l’orto la casa i vicini. Bestemmia e impreca contro la malasorte che lo perseguita, contro i ragazzi, il figlio e la figlia scellerati, che si mettono a correre nell’orto come scemi invece di fare qualcosa di buono. Poi guarda su verso la casa dei vicini, dall’altra parte della rete che recinge e divide gli orti. Sa benissimo che comare Ersilia, la grassa e perfida vicina sempre tutta vestita di nero, lo sta spiando dietro l’anta di legno alla finestra del secondo piano. Cicco ora leva la mano destra a dita strette e allungate in segno di maledizione.

- Lo devo scoprire chi taglia la rete, per farci passare le sue galline a beccarsi le piantine mie.-

Naturalmente non fa nomi, non si vuole compromettere.

Eleonora si affaccia ridente al balconcino che dà sull’orto, in mano tiene il forchettone con infilata una tagliatella lunga che saggia tra i denti.

-Ciccuccio bello, la vogliamo finire di giocare nell’orto? Si scuoce la pasta, salite su subito tutti quanti, tu e ragazzi.-

Cicco sale in cucina con i ragazzi affamati appresso che gridano. Si mangia? è pronto? Quando si mangia? Lei odora soddisfatta il mazzetto di violette che Cicco la ha portato su. Lui le mostra corrucciato il gambo spezzato dell’innesto.

 – Guarda che hanno combinato questi due disgraziati.-

- Ma che c’entrano loro, saranno state le galline di commare Ersilia. O forse è stata la strega di Benevento che di notte ti manda lo gnomo dispettoso.-

Lui le sfiora la nuca, le passa la mano sulla schiena, la mano scende. Lei si irrigidisce, fa gli occhi feroci, sbuffa a voce bassa. –Ti vuoi stare fermo sì o no? Ci sono i ragazzi. –

 Eleonora e Cicco Cianco si risvegliano nello stesso istante. Sono di nuovo il brigante e la badessa, costretti da secoli a recitare queste due parti, altrimenti il pubblico si spazientisce. Anche il pubblico è sempre lo stesso da secoli: preti, notabili, contabili, re e regine, famiglie ambiziose, possidenti e tanti poveri affamanti e offesi.

 Cicco Cianco fa un passo verso Eleonora, lei non mostra paura. Lui fa un altro passo, la guarda, si porta una mano al cuore. Lei tende a sua volta una mano bianca, delicata, verso il cuore di Cicco. Gli parla con dolcezza.

- Su, ditemi di cosa si tratta. –

Lui le prende la mano.- Signora Badessa sono venuto a parlarvi di due giovani, che ….- Si interrompe ancora.

Lei non lo ascolta, gli passa la mano a dita aperte tra i riccioli neri. Lui si inginocchia, la stringe a sé, poggia il capo sulla gonna di velluto nero.

Eleonora gira, gira, ma non è il valzer. La sua anima le brucia in petto, le grida esasperata.

 – Io non ci salgo con Delacroix nella carrozza per Torino. Ci vai da sola a fare la madamina, che me ne strafotte di conoscere Vittorio Emanuele e la regina Come-si-chiama-a-quella. Viva lo Re Ferdinando, viva la Regina Carolina. Voglio sentire la terra mia d’estate sotto i piedi nudi, voglio ballare la tarantella sull’aia della masseria in mezzo ai covoni di grano con Cicco Cianco. Voglio sentire i contadini che bevono vino rosso, cantano, gridano e sparano in aria. Voglio mangiare i maccheroni al sugo, passare la mano sulla barba di Cicco Cianco per farla diventare un tizzone rosso e nero. Voglio mettere Cicco nella pentola del sugo di pomodoro e poi me lo mangio tutto mezzo crudo e mezzo cotto. Ma che ci sono venuti a fare qua questi piemontesi, chi cazzo li ha chiamati, se ne stavano a casa loro a farsi i fatti loro.-

Eleonora sente la sua anima e si smarrisce, si perde, si slaccia il primo bottone della camicetta ricamata sotto il corsetto che la protegge. Sospira a Cicco Cianco, –Avete chiuso bene la porta col chiavistello?-

 

Ma guarda chi è arrivato

Eleonora riposa esausta, sfinita dagli eventi. Una tempesta di avvenimenti. È una ninfa distesa sull’erba nel profondo del bosco, ogni raggio di sole saltella da una foglia all’altra prima di scendere malizioso alle sue morbide forme e illuminarle sbarazzino. Lei sente il calore dei raggio nel sonno, lupi e cinghiali le girano intorno attenti a non far rumore, simpatici briganti vegliano su di lei, i satiri hanno riposto lo zufolo in attesa del suo risveglio naturale.

Ma la porta della sua cella rimbomba di colpi e forti grida ripetute più volte a intervalli. Alla fine non può fare a meno di riscuotersi. Esce dalla montagna degli elfi e delle fate. Non posso stare qui, devo andare.

 - Chi è? Che succede? Si può sapere cosa c’è?

La porta è chiusa a chiave. Una mano nervosa e impaurita non fa che scuotere la maniglia. È suor Antonietta.

-Sono io madre superiora, per l’amor di Dio svegliatevi, succedono cose dell’altro mondo. Aprite, aprite.-

Scatta il chiavistello, si apre la porta. Le due donne si fronteggiano mute, suor Antonietta pallida, le mani congiunte, tremante piange. Eleonora è rossa in volto, scarmigliata, ninfa tra i boschi fuori del mondo.

- Suor Antonietta, hai visto il diavolo come l’altranno? Quando un cinghialotto sperso si infilò nel bucato steso e sembrava un lenzuolo che corre. Si può sapere che succede?-

-Teniamo un brigante in casa e i Piemontesi all’uscio. Non so quale dei due è meglio. Noi stiamo giusto in mezzo. Questo succede reverenda madre.-

- I Piemontesi all’uscio? Ma quale uscio che dici? –

- È arrivato Delacruà a cavallo, questo dico. Dice che aveva messo i soldati di pattuglia nei dintorni per proteggerci. La pattuglia ha fatto rapporto “Abbiamo visto ombre misteriose aggirarsi attorno al convento nella foschia”. E così Delacruà si è presentato con tutta la cavalleria. Adesso stiamo proprio protette, Delacruà all’uscio e Cicco Cianco in casa, e chi ci tocca. A ogni buon conto Delacruà dice che vi vuole vedere, si vuole accertare. È meglio se non si accerta.-

-E tu cosa gli hai risposto? Dove sta adesso il generale Delacroix? –

- Sta fuori col cavallo, gli ho detto che di entrare non se ne parla nemmeno, è peccato mortale di prima classe, che se ne stesse fuori ad aspettare. –

- Brava suor Antonietta, adesso provvedo io a Delacroix. Fammi un caffè forte, nero, bollente.-

 Suor Antonietta si è ripresa. Vedere Eleonora, rilassata, così bella, così florida, la rassicura. ”Madre superiora se lo rigira come vuole a quello scimunito di Delacroix”, pensa.

- Vado subito e provvedo, madre superiora, ma non avete per caso da farmi un’altra domanda?-

Eleonora le rifà il verso, parla in cantilena.

- Che ti devo domandare, suor Antonietta bella? È andata la regina al ballo?-

- Dove sta adesso Cicco Cianco? Questo mi dovete domandare.-

 Eleonora si ricompone, si aggiusta i capelli, tutto gli torna in mente, si morde le labbra, prima di chiedere a suor Antonietta - Dove sono Rosa e Cicco Cianco.-

- Rosa l’abbiamo vestita da suora, sta in mezzo a noi. Cicco Cianco sta in refettorio. Si è mangiato tre piatti di maccheroni col sugo e una pagnotta di pane bianco, beve vino che pare una botte vuota, speriamo che non si metta a cantare. E poi continua a chiedere salsicce arrosto. Deve essere una fissazione.-

- Poverino, chi sa cosa mangiano i briganti nei boschi, senza nessuno che cucina per loro.-

- Ma quello non si sazia più, ci finisce le provviste. Ma che ne dobbiamo fare? Lo vestiamo da frate e lo mettiamo in chiesa al posto di Sant’Antonio?-

- Cicco Cianco portalo qui, lo teniamo nascosto nella mia cella fino a che non viene notte, poi vediamo. Io me ne starò nello scrittoio.-

Suor Antonietta non è per niente contenta di tenersi Cicco Cianco in casa, lo darebbe volentieri ai Piemontesi, così impara a chiedere le salsicce. Ma bisogna piegarsi e ubbidire.

- E di Delacruà cosa ne dobbiamo fare?-

- Portalo in chiesa sotto San Guglielmo. Digli che scendo subito a ringraziarlo delle sue premure, ma gli posso parlare solo un minuto, un minuto solo, se no è peccato mortale di prima classe.-

 “Questa la dovevano fare diavolessa, altro che badessa. Chi sa che non si ritrova all’inferno con Cicco Cianco”, questo pensa suor Antonietta, che fa una riverenza ed esce a eseguire gli ordini appena ricevuti.

 

Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

- Eleonora non potete immaginare quanto io sia felice di vedervi in buona salute. Ci sono facce di briganti assassini qui intorno.-

- Ma che dite mai, Delacroix. I vostri soldati non sanno ancora distinguere un pastore da un brigante. I veri briganti non osano avvicinarsi al convento e mai oserebbero toccare una religiosa per paura di finire all’Inferno.-

Delacroix è perplesso, anche deluso nelle sue aspettative di cavaliere alla difesa di vedove e orfani. Svia il discorso.

- Sapete, Eleonora, ho scritto una lunga lettera alla mia famiglia, parlando di voi. Ho dovuto dire qualche piccola bugia, date le circostanze mi perdonerete. Ho scritto loro che siete una contessa di sangue svevo, che i briganti infami e la marmaglia borbonica sbandata hanno sterminato tutti i vostri parenti e amici, hanno dato fuoco alla vostra dimora e preso tutto quello che avevate, ma fortunatamente avete trovato asilo temporaneo in un convento. Adelaide, la mia sorella minore, è tra le più ansiose di conoscervi. Vi sta facendo il corredo ricamato con l’iniziale del vostro bel nome. In casa mia, a Torino, non si parla che di voi, la contessa sveva, Eleonora di Montemarano.-

- Siete un uomo pieno di sorprese, dovrò stare attenta.-

-Eleonora, …. –

- Cosa c’è?-

- Avete un bottone della camicetta sganciato.-

Lei si porta le mani al petto inorridita.

- Signore, ve ne prego, siamo sotto San Guglielmo, andate.-

Delacroix tenta di prenderle la mano per baciarla, ma lei si ritira. Delacroix si allontana, ma sulla porta si gira, lei lo guarda interrogativa.

- Eleonora, come va l’orologio che vi ho donato?-

- Piuttosto in ritardo. Ma basta il pensiero.-

                                                 

Addio all acque fresche e chiare, addio alle anime torbide

Eleonora in Piemonte.

Nella villa Delacroix, sulle colline di Torino, Eleononora Febronia di Montemarano si affaccia, ogni mattina appena alzata, da una delle finestre che danno su fiume Po. Tra un minuto entra la sua cameriera personale. Eleonora non capisce cosa le dice, in quella sua lingua scivolosa e piena di inchini, ma cosa importa se il vassoio è colmo di una prima colazione varia e ottima.

 

Rosa e Ferdinando verso l’America.

Invano Piemontesi e Guardia Nazionale hanno dato una caccia rabbiosa al brigante Pagliuchella. Alla fine, per non ammettere la sconfitta e perdere la faccia, aiutano a diffondere la voce che questo brigante non esiste, è solo una favola inventata per incutere terrore e sobillare.

Ma dove è finito il brigante?

Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, rincorre Rosa sul ponte di terza classe del bastimento a vapore per l’America.

- Ferdinando, ma come facciamo a camminare sull’acqua del mare, se nessuno ci tiene e ci spinge?-

- Rosina, lo vedi il fumo che esce dai comiglioli? Il fumo va indietro e il bastimento va avanti.-

 

Svanito nel nulla

Alla fine si sa quasi tutto di tutti, ma la sorte Pagliuchella dagli archivi non salta fuori. La gente non riesce a sapere quando è morto e come è morto. Si diffondono le voci che non sia mai esistito e che sia frutto di fantasia popolare, come sovente nella storia di Volturara, per creare un alone di leggenda in un periodo che la nebbia della dimenticanza dolorosa ha coperto sotto una coltre impossibile da sollevare.

 

- E io vi dico che non lo posso fare. Statevi bene. –

Con queste parole che paiono irrevocabili, Generoso Mezzacapa, funzionario della Regia Anagrafe Comunale di Volturara, spinge indietro sulla sua scrivania verso l’interlocutore un sacchettino di velluto nero, che al muoversi tintinna del suono delle monete d’oro.

Dall’altra parte della scrivania c’è una pausa di riflessione, prima di riprendere a bassa voce.

- Ma, scusatemi, Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, adesso sta in America? E dunque nel registro vostro che ci sta a fare? Mettetevi una mano sulla coscienza, ogni volta che i nipoti suoi avranno bisogno, che so, di un certificato, di firmare una dichiarazione, verrà fuori la storia del brigante Pagliuchella a rovinarli. Che colpa ne hanno queste povere anime innocenti.

 

Mezzacapa sbatte il pugno sul tavolo e il tintinnare dell’oro gli procura come una fitta di futuri rimpianti. Ma un funzionario del Re non si corrompe, a voce ancora più bassa cerca di spiegare la situazione.

- Voi non vi rendete conto che se io strappassi questa pagina dal Registro, si fa per dire, oltre a Raimo Ferdinando facciamo sparire pure Cantalamessa Carmela e Cipriano Gaetano, in quanto nati nello stesso mese medesimo e in questa stessa pagina registrati. Questo io come lo spiego? E alla parrocchia ci avete pensato? Cresima e Battesimo con tanto di compare e controcompare, tutto segnato.-

 

L’interlocutore di Mezzacapa scuote la testa e ritma dolcemente il tempo con le mani aperte sulla scrivania come a dire ”ma guarda che teste dovevano andare a mettere qua in Comune”. Sa che deve essere paziente e sorride prima di riprendere.

- Coincidenza. Stamattina sono passato dal Parrocchiano, gli ho chiesto di vedere i registri, per un controllo, una mia curiosità, se preferite. Non ci posso ancora credere, il calamaio si è rovesciato sulla pagina di Ferdinando. –

- E il prete che vi ha detto?-

- È diventato di fuoco. “Hai fatto peccato mortale”, mi ha gridato. Mi sono preso paura e gli ho detto ‘”Con una buona offerta, ditemi voi la cifra, si potrebbe declassare a peccato veniale?”. E mi sono messo in silenzio.-

- E il prete? Si è offeso?–

- Ma no. E perché mai? Abbiamo concordato una somma da versare in opere di bene, ho salutato rispettosamente e me ne sono andato.–

Mezzacapa riflette e l’interlocutore riprende.

- Tengo la masseria piena di roba che mi ingombra: patate, fagioli, legname, granoturco, olio, vino, castagne. Venite a trovarci una volta e fatemi la cortesia di prendere tutto quello che vi serve.-

Mezzacapa sospira. Come si può rifiutare? Sarebbe scortesia. Unisce a cerchio il pollice all’indice della mano destra, che pone con fermezza davanti agli occhi dell’altro, mentre gli parla in tono ultimativo.

- Statemi bene a sentire. Questo volume del Registro deve andare là in basso sullo scaffale, dove si vede il vuoto. Voi adesso vi accendete un sigaro, prendete il volume e lo mettete a posto. Si dovesse fare una bruciatura su una riga, io non vi ho visto e non vi conosco. Adesso vi saluto e me ne esco, che ho cose importanti da fare.–

La fiammella dello zolfanello abbaglia la vista per un istante al fumatore, quanto basta per far svanire Mezzacapa e il sacchetto di velluto nero.       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI?  BRIGANTI E NOTABILI

 

 

                Cronaca delle congiure paesane

                                       

Qui ci vuole un poco di Storia

Nel 1861 veniva fatta l’Italia, l’Italia sbagliata. È poco più di una annessione geografica al Piemonte. I Piemontesi non sono venuti in realtà a fare l’Italia, sono venuti a prendersela, meglio a farsela mettere in mano dall’Ammiragliato Inglese, che ha bisogno di una piccola potenza amica tra le Alpi e il Mediterraneo. Franceschiello di Borbone peraltro ha fornito ottime scuse per la sua cacciata, durante tutto il suo corto regno. I Borbone forse non sarebbero stati cattivi sovrani, se non fosse stato per lo stato pontificio confinante, che ha messo una cappa nera sulla circolazione delle idee e sulle iniziative. Difficile confrontare l’economia del Regno delle due Sicilie con il resto d’Italia, a forme di estrema povertà specie in campagna, fanno da contrasto la ferrovia Napoli –Portici, la prima in Italia in ordine di tempo, e la Scuola di Artiglieria e del Genio la prima in Italia in ordine di qualità. Napoli non è Manchester di sicuro, ma è una città industriale più di Milano e Torino. I contadini nel Regno delle Due Sicilie sono sporchi e muiono di fame, ma non è che nelle campagne del lombardo-veneto dell’impero Asburgico ci sia la doccia in casa e si mangi filetto: polenta quando c’è.

Per sei volte dal 1799 i Borbone sono cacciati da Napoli o costretti a fare concessioni ai liberali. Per sei volte tornano o si rimangiano tutto. Ma non la settima. La settima volta finisce la dinastia dei Borbone e il Regno delle Due Sicilie. Per sette volte ci sono scontri tra fazioni e intervento di truppe straniere. Per sette volte si profila la possibilità di entrare nell’Europa moderna, e l’occasione più bella e rimpianta è quella del 1799, quando per poco tempo Napoli è una repubblica indipendente, senza preti e re, guidata da una classe illuminata, ma forse non abile a navigare negli affari politici. Nel gennaio 1799, all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, i Borbone sono cacciati e nasce la Repubblica Partenopea. Ma dura poco. La fine della effimera esperienza repubblicana e il ritorno dei Borboni comporta per Elonora Pimentel, eroina della Repubblica, l’arresto e la condanna, inizialmente all’esilio perpetuo, poi alla pena capitale che fu eseguita, nella Piazza del mercato di Napoli, il 20 agosto 1799.

 

 

- La signora donna Eleonora che ballava sopra al teatro, ora balla a Piazza Mercato.-

Scugnizzi e lazzaroni irridono all’eroina liberale che dondola appesa alla forca.

Eleonora Fonseca Pimentel è stata impiccata nel mese di Agosto del 1799 per ordine del Cardinal Ruffo, il capobanda dei lazzaroni che hanno soffocato la rivoluzione liberale contro i Borbone. Muore il primo tentativo di fare uno stato indipendente liberale e illuminato in Italia. Sia pure con l’appoggio di Napoleone Bonaparte. La rivolta dei lazzaroni e dei lealisti, capeggiati dai preti, contro i francesi, apre la porta al ritorno del re Borbone.

L’esecuzione volgare a Piazza Mercato apre un solco tra le classi colte liberali e il popolo minuto, una ferita che si dice non ancora riemarginata e che renderà fragile e diviso il regno Borbonico di fronte agli invasori che verranno.                                

 

Volturara e la Rivoluzione Francese. La rivolta di Voltorara e Montemarano. Il Sindaco Nicola De Cristofano
Con l’arrivo dei Francesi a Napoli, e la fuga del Re Ferdinando in Sicilia, la rivolta si diffonde in tutto il Regno delle Due Sicilie. Le idee della rivoluzione francese di uguaglianza, fratellanza e libertà fanno proseliti tra il popolo e ovunque si innalzano alberi della libertà (un palo piantato in terra con un cappello giacobino e una bandiera bianca). Le notizie contraddittorie e incontrollate fanno gioire ora l’una ora l’altra fazione. A Volturara da Gennaio a Maggio l’albero della libertà viene piantato cinque volte e cinque volte estirpato. Il Sindaco non sa più cosa fare. Appena eletto, il 2 settembre 1798, organizza una leva di giovani portandoli a proprie spese a Sessa, dove si raccoglie l’esercito borbonico, per frenare i francesi, come comanda il Re.
A Febbraio del
1799 arrivano i Francesi a Volturara e il popolo fedele al Re, insieme con il popolo di Montemarano, organizza la difesa del paese ricacciando gli stranieri dopo otto giorni di combattimenti. I Francesi mandano allora l’esercito a mettere e ferro e a fuoco il paese. Il Sindaco alza le mani e chiede perdono a nome di tutti, risparmiando molte vite umane. Va avanti e indietro a Napoli per far capire che i Volturaresi sono amici dei Francesi, per dimostrarlo concretamente manda a proprie spese centinaia di giovani con i Francesi a Montoro e a Solofra per liberarle dai reazionari borbonici. Appena il tempo di gustare un poco di calma ed ecco arrivare da Giffoni, il 23 Maggio, attraverso le montagne, i seguaci del Re. Va incontro all’esercito borbonico e per l’ennesima volta alza le mani in segno di resa e di amicizia. Dichiara di essere nemico giurato dei Francesi e di aver spiantato lui personalmente l’albero della cosiddetta libertà (lo chiama infame per farsi credere) a varie riprese. Fa celebrare un Te Deum in onore del Re dallo zio Arciprete e sicuramente maledice il giorno in cui è diventato Sindaco. Tutta la questione alla fine gli è costata un migliaio di ducati e per quei tempi non era poco. Ma non finisce qui, perché l’anno dopo deve portare a Napoli una cinquantina di compaesani a testimoniare che durante il periodo delle rivolte era rimasto fedele alla corona. Fortuna vuole che portò le persone adatte e che il giudice gli credette. Se la cavò con un ulteriore spavento, ma senza condanne.

 

 

1820 i moti carbonari

I moti carbonari videro Volturara protagonista di primo piano. Nonostante l’isolamento politico e geografico, una schiera di intellettuali volturaresi si unì ai tenenti Morelli e Silvati a Monteforte, per marciare su Napoli a chiedere la Costituzione al Re Ferdinando.

Il fulcro del movimento fu la casa dei Benevento al Campanaro, con Don Cosmo, Don Domenico e Don Carmine. I Benevento erano riusciti a prendere in mano il Comune con il medico Luigi Di Meo, loro cugino, che avevano eletto a Sindaco, e con lo stesso Domenico Benevento, che era diventato il I Eletto. Venivano dall’esperienza napoletana dove avevano compiuto gli studi e dalla partecipazione all’esercito napoleonico, nel quale Luigi Di Meo era stato ufficiale col grado di Tenente. La loro società segreta, la vendita carbonara Costanza Invincibile, era collegata con le altre società irpine e soprattutto con quella di Montella, gestita dal capitano Nicola Clemente. Il 2 Luglio 1820 i volturaresi ed i montellesi si ritrovano dietro al Serrone, da dove, al comando del capitano montellese, erano pronti a marciare su Avellino. Qualcosa non funzionò.

Qualcuno disse che ci fu il tradimento di quelli di Montella, così descritto: ”Nel 1820 una falange di ardimentosi volturaresi cominciò e prese parte al movimento rivoluzionario, combattendo a Monteforte e Lauro di Montoro. Il montellano Nicola Clemente, che doveva condurla alla prova del fuoco, sul punto di marciare là sul Serrone fuori l’abitato, dove ora sorgono le case operaie, gittò via il berretto di capitano, raccolto dall’intrepido dottore Luigi De Meo, e se la dette a gambe con i suoi paurosi scherani. Fallita la rivolta, non pochi di quella valorosa falange fra cui il detto De Meo e Ciriaco Marrandino, figliuolo di Matteo, furono condannati dalla tirannide borbonica alla pena capitale, commutata in duro esilio ed orrenda prigionia. E lo spavaldo di Don Nicola Clemente coi suoi seguaci rimase a godere gli ozi cittadini nella sacrata aristocratica Montella.”

Altri dicono che ci furono contrasti insanabili tra i due gruppi, forse dovuti ad antichi e mai sopiti rancori di possesso del territorio, che erano costati parecchie vittime nei secoli:” Allora Luigi Di Meo, il Sindaco in carica, prese il comando del suo drappello e al grido di viva la Costituzione, viva la Libertà si mise in marcia, seguito dall’entusiasmo dei volturaresi e dal rancore dei montellesi, che decisero di andarsene per conto loro.”

Furono nove mesi entusiasmanti, ma ben presto il giro di vite imposto dal Re colpì a uno a uno i partecipanti, rendendo loro la vita difficile negli anni successivi fino al 1840, quando, con la liberazione dal controllo della polizia di Don Domenico Benevento, che aveva ormai cinquantaquattro anni, si chiuse un’epoca che li aveva visti isolati e maltrattati nel lavoro e nella vita.

Nessuno di loro, né i loro figli, parteciperà in prima persona agli avvenimenti del 1848 e del 1861.


1860. Arriva Garibaldi       

Per sette volte a Volturara Irpina, tra il 1799 e il 1861, ci si può svegliare brigante e andare a letto notabile o possidente.                                                                                             

La prima discesa dell’esercito di Napoleone Bonaparte nel Mezzogiorno d’Italia fa nascere, purtroppo e come sempre, due fazioni: una pro e l’altra contro i francesi. Una fazione liberale e l’altra conservatrice, a farla semplice. Questa divisione fratricida si mantiene fin dopo la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi e si esaurisce quando l’ultimo brigante che combatte contro i Piemontesi viene catturato. All’inizio la divisione è netta tra due classi sociali. Da una parte la borghesia illuminista che sogna la Rivoluzione Francese con grande partecipazione popolare, dall’altra il popolo stesso, il popolo dei vicoli, i contadini che da secoli riconoscono solo i re e il prete. Ma il tempo e gli eventi rimescolano le fazioni, che sono divise spesso più da odio personale e desiderio di vendetta che da idee politiche. 

Per quanto sembri incredibile, la Rivoluzione Francese, l’ascesa e la caduta di Napoleone, i moti carbonari e liberali e infine a spedizione dei Mille di Garibaldi sono arrivati fin quassù a Volturara Ma invece di Illuminismo, libertà e uguaglianza hanno portato pretesti per scannarsi. I Borbone sono stati cacciati due volte e due volte sono tornati. Più volte i Borbone sono stai costretti a concessioni liberali e sempre se le sono rimangiate con l’aiuto esterno. Volturara ogni volta si è divisa tra vincitori e vinti, furbi e illusi, con vendette, fughe nei boschi ed epurazioni.

 

La risalita di Garibaldi da Palermo da Napoli è preceduta e seguita da scontri armati feroci tra le due fazioni fin nei villaggi sperduti e dimenticati. Liberali e conservatori si scannano e si derubano dietro al palcoscenico. I veri attori sono altrove. Protagonista assoluta è l’Inghilterra che vuole togliere di mezzo dal Mediterraneo la potente flotta navale dei Borbone. Gli inglesi finanziano la spedizione dei Mille, la proteggono con la loro flotta, corrompono qualsiasi ufficiale borbonico si lasci corrompere, sussurrano all’orecchio perspicace dei baroni siciliani che Franceschiello, l’ultimo re Borbone, vuole eliminare i loro latifondi improduttivi per dare terra da zappare al suo popolo disgraziato. Attore comprimario è Vittorio Emanuele II re del Piemonte. Le real casse dei Savoia sono vuote, sua maestà è indebitata con tutte le banche d’Europa, ci vogliono quattrini. E i quattrini nelle casseforti del Banco di Napoli ci sono, tanti d’oro e sonanti, mandiamo Garibaldi. Giuseppe Garibaldi fa la sua parte di lavoro e consegna al Re del Piemonte il Regno delle Due Sicilie nel famoso incontro a Teano, che fu più propaganda che evento storico.

 

Le cronache delle battaglie sono piene di episodi di generali e ufficiali che rincorrono la truppa incerta e sbandata per risospingerla compatta contro il nemico. Solo in quell’avventura surreale e piena di storiche balle che fu la Spedizione dei Mille ci poteva essere un soldato, napoletano poi, che rimprovera il comandante che si ritira.

Il giorno 8 giugno 1860 le truppe borboniche lasciano in ritirata Palermo, la seconda capitale del Regno delle Due Sicilie, di fronte a un nemico inferiore. Sono 24 mila uomini, perfettamente equipaggiati, la cui rabbia provata da molte rotture di sciabole e alcune diserzioni, è ben interpretata da un soldato dell’8° di linea il quale, al passaggio a cavallo del Comandante in capo Lanza, uscì dalle file e gli disse - Ecellè, òvii quante simme. E ce n’avimma ì accussì?- (Eccellenza, ma non lo vedi quanti siamo, ce ne dobbiamo andare così?). L’ineffabile comandante gli rispose: ‘Va via, ubriaco’. Lo stesso ufficiale si imbarcò il 20 giugno con tutto lo Stato Maggiore alla volta di Napoli, ma per ordine di Francesco II fu fatto fermare a Ischia dove lo attendeva la Corte Marziale, gli avvenimenti successivi lo salvarono da un inevitabile condanna, il 7 settembre lo ritroveremo intento a omaggiare Garibaldi e addirittura a dirigere l’organizzazione delle luminarie per i festeggiamenti.

I tradimenti e le ambiguità che hanno diviso gli ufficiali dell’esercito delle Due Sicilie, si diffondono nelle città e nei villaggi. Ma è una storia che si ripete.  

Quando comincia la nostra cronaca, Franceschiello di Borbone è fuggito da Napoli per scampare nella fortezza di Gaeta al confine col regno pontificio e anche il piccolo villaggio di Volturara sperduto e isolato tra le montagne irpine fa i conti con la storia, a modo suo.     

                                

 

22 dicembre 1860. Soldati sbandati

- La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi.-

Ferdinando Candela tira giù la carta, battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determiazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.

-Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito.Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale, o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico, saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati Italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però, anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma, questo si dice in giro. Significa che l’Italia per difendersi dal ritorno dei Borbone ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi. Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.-

Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.

- Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a "sotto e padrone", poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo.-

- Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure, ma se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne e attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio morire libero piuttosto che povero e braccato.-

Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori

- Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.-

Chiama Nicola Montefusco e Vincenzo Pisacreta e li invita ad andarsene con lui. I toni della voci hanno creato un silenzio irreale e tutti gli avventori della Cantina osservano da alcuni minuti l’animata discussione. Una malcelata paura s’impadronisce degli astanti. Sanno che quelli sono i peggiori del Freddano e che quando si arrabbiano sono capaci di tutto, e sanno anche che in caso di rissa le Guardie Nazionali hanno l’ordine di sparare, per evitare disordini che possano turbare l’ordine pubblico, soprattutto oggi che è Domenica e il gioco a carte è proibito. Nessuno vuole avere a che fare con la legge, che quando ti prende non ti lascia più andare, e che ti perseguita anche per un parente arrestato in passato. Tutti tirano un sospiro di sollievo solo quando vedono il gruppo uscire seguendo il loro compagno.

Alessandro Picone se li trova davanti mentre sta rincasando dal posto di guardia, dove aveva svolto il suo turno di Nazionale. Non ha molta voglia di parlare, anche perché Ferdinando Candela gli è sostanzialmente antipatico, e si limita a salutare il gruppo, che dimentico del nervosismo di prima, si diverte a tirarsi palle di neve e a buttarsi nel manto bianco con la schiena e le gambe divaricate per poi controllare chi ha lasciato il ritratto più nitido. Il loro modo di fare ad Alessandro non va proprio giù, e aveva detto mille volte al fratello Luigi di non frequentarli più, perché l’intuito gli diceva che avrebbero fatto una brutta fine, violenti e ladri come erano.

In effetti, se potesse sentire quello che si stanno dicendo, non avrebbe di certo gioito.

- Ferdinà, sono stanco di tornare a zappare la terra in attesa che i marpioni della Piazza decidano di richiamarmi alle armi. Ci sono tanti fessi in giro pieni di soldi, soprattutto nei paesi vicini e in campagna. Se ce li prendiamo noi, potremo nasconderli da qualche parte e fare poi la bella vita. Tanto in questa confusione chi vuoi che si accorga di noi.-

Le parole di Pietro De Feo spezzano l’aria festosa che regnava nel gruppo e la risposta di uno del gruppo non tarda ad arrivare.

- Bravo Pietro, hai avuto il coraggio di dire quello che ognuno di noi pensa da tempo. Sono sicuro che tutti siamo d’accordo con te. Da questo momento individuiamo i pollastri da spennare e passiamo all’azione. Noi cinque bastiamo. Se vuole, può aggiungersi Luigi Picone, fratello permettendo, e se me lo consentite voglio scegliere a capo Giuseppe Nardiello. Mi ha chiesto varie volte di aiutarlo nei suoi lavoretti, e gli ho sempre risposto di no. Ma stavolta è diverso. Non abbiamo scelta. Se riusciamo a mettere qualcosa da parte, soldi e roba da mangiare, abbiamo la possibilità di sopravvivere, quando saremo costretti a fuggire sulle montagne, in caso di richiamo per la guerra.-

Allunga la mano in attesa di consenso e ben presto tutti gli altri poggiano la loro mano sulla sua in segno di solidarietà e giuramento. Si guardano negli occhi con un misto di paura e rabbia. Sanno di imboccare una via pericolosa e forse senza ritorno, ma la paura della fame è così forte, che stare ad aspettare un destino disgraziato e senza speranze è come un morire senza dignità.

 

22 dicembre 1860. Il Capitano della Guardia Nazionale

Una fitta nebbia si alza rendendo la Piazza spettrale con ombre che si muovono per gli impegni di prima mattina. L’orologio di fronte suona otto colpi gravi e due acuti, il Capitano Don Vincenzo Luciani si rende conto dell’ora contando mentalmente ogni colpo.

Il freddo umido delle mattine volturaresi penetra nelle ossa e ingobbisce chi avanza dandogli la sensazione di avere un po’ di caldo. Dalla Pozzella arrivano tre persone nei loro mantelli a ventaglio, i tre sono il segretario comunale Don Vincenzo Pennetti, l’impiegato comunale Mariano Santoro e Ferdinando De Cristofano Tenente della Guardia Nazionale. I primi due avevano commesso l’errore di non aver firmato al Plebiscito di annessione all’Italia dell’ottobre precedente. Il terzo è sospettato di fare il doppio gioco insieme con il fratello Achille farmacista e di remare sotto sotto contro l’Unità d’Italia, ma in realtà il Tenente ha capito che questa volta i Borbone sono fottuti senza ritorno e ha deciso di mostrarsi duro con reazionari e filo borbonici, per rifarsi un’immagine e mantenersi in carriera.

I tre confabulano sottovoce e fanno irrigidire il Capitano rendendolo nervoso, li osserva mentre gli passano davanti salutandolo con rispetto e sicuramente con timore. Risponde al saluto con distacco, quasi seccato. Dapprima torna a osservare lontano nella nebbia, poi con gli occhi ritorna su di loro che varcano la soglia del Comune a destra del Campanile. Il Comune è un vecchio edificio a un piano, coperto davanti da due tigli secolari, dei quali uno vuoto all’interno e tanto grande da servire come riparo sia agli ubriachi, che sono tanti, sia a qualche giovane scappato di casa che non sa dove andare a dormire. Davanti ai tigli una grande fontana in pietra con tre cannoli, alla quale si rifornisce tutta la popolazione con enormi recipienti che le donne portano in testa.

- Idioti, - pensa ad alta voce il Capitano rivolto ai tre ora passati.- Appena si saranno aggiustate le cose la pagheranno, e in malo modo, questi tre imbecilli a cui il vecchio sistema borbonico stava bene, che hanno prosperato come hanno voluto sul Comune, pensando a riempirsi le loro casseforti, cascettoni e furbi.-

Da via del Campanaro scende Don Salvatore Sarno, liberale e nemico dei Borboni da sempre. Si avvicina alla fontana pubblica posta davanti al Comune e beve soddisfatto al primo dei tre cannuoli, poi aiuta una donna a mettersi in testa la secchia piena d’acqua e vedendo il Capitano si avvia al posto di guardia per scambiare con lui due chiacchiere. L’incontro è cordiale come sempre, d’altronde sono in sintonia per idee e propositi, Don Salvatore vede nel giovane carattere, intelligenza e determinazione e anche un pizzico di cattiveria che denota personalità.

- Ciao Vincenzo, come sta tuo padre Don Giuseppe?-

- Così così, non esce mai, perché ha troppo affanno e si stanca facilmente.-

- Peccato, uno come tuo padre ci voleva in questi frangenti difficili. Avrebbe fatto rigare diritto chiunque volesse creare turbative. Oggi è diventata una babilonia, non si capisce più niente. Quello che mi fa rabbia è che ci abbiamo messo quarant’anni, dai moti del ’21, per giungere a questo momento, e come al solito, quando tutto sembra andare per il verso giusto, abbiamo la capacità di distruggere il filato per il gusto di farlo. Quante sofferenze, quante paure e quante mortificazioni per servire un Governo, quello dei Borboni, dispotico e ingiusto, che abbiamo sempre odiato. Però ricordati che non dobbiamo avere paura di nessuno, dobbiamo perseverare nelle nostre idee e distruggere chiunque vuole il ritorno del vecchio ordine di cose, ormai superato. Dobbiamo stare attenti anche a quelli che sembrano stare dalla nostra parte. Per esempio il Sindaco Don Gennaro Vecchi e i suoi amici Masucci mi sembrano troppo morbidi, a volte paurosi e tolleranti, invece bisogna usare il pugno di ferro. Non si deve più tornare indietro, la nuova Italia è un’occasione unica e ci porterà tanti benefici economici e politici. Al Nord sono ricchi e più avanti di noi, potremo finalmente progredire e far scomparire questa ignoranza, che è la madre di tutti i nostri problemi.

 Il Capitano si riscalda al discorso di Don Salvatore.

 - Don Salvatore voi parlate troppo bene, ma parlate agli asini. Questi devono capire che siamo noi a comandare e che, vogliano o non vogliano, devono seguirci. Il prossimo Sindaco dovete essere voi, perché avete già dimostrato di saperlo fare in tempi bui, e se permettete io come avvocato, oltre che Capitano della guardia, vi posso dare una mano, perché conosco le leggi e so anche essere duro con questi ignoranti cascettoni.-

 Don Salvatore capisce che dietro l’irruenza del giovane Capitano si nascondono ansie e paura del futuro. Lo rassicura, anzi va oltre la cacciata finale dei Borbone, pensa al momento in cui si faranno i conti tra amici e non ci sarà posto per tutti. 

- Caro Vincenzo, se tutto va bene in autunno vinceremo le elezioni e sarai il mio segretario comunale al posto di quel Pennetti che non capisce proprio niente e che non porta mai un bilancio o un resoconto in Consiglio comunale. Piuttosto dobbiamo guardarci dai tre fratelli Masucci. Sto già preparando un piano per toglierceli di torno su al Comune. Ho parlato con Don Serafino Soldi ad Avellino e mi ha promesso che nel Consiglio Provinciale, che hanno creato, ci metteranno il notaio Leonardo, agli altri ci penseremo con calma. Filoborbonici contro Liberali, ma anche tutti con tutti e contro tutti. Quanto a Gennaro Vecchi lo fermeranno gli stessi suoi amici, vedrai che se ne liberano alla prima occasione, senza i Masucci è nessuno, e loro pensano che non sia la persona giusta a difenderne gli interessi nella nuova realtà in arrivo. Se poi Gennaro Vecchi pensa che lo aiuteranno i suoi amici preti, si sbaglia di grosso, perché stanno tutti sotto tiro e lo stesso nostro parroco Don Angelo Marino rischia grosso ad appoggiare ancora i Borbone, i preti conteranno niente, dopo che hanno scomunicato Vittorio Emanuele.- 

Le parole dell’amico di famiglia rincuorano il Capitano Luciani, ma il sorriso che fa capolino sul suo volto diventa una maschera dura, quando vede che dall’interno del posto di guardia il sergente Giuseppe Di Meo lo chiama per firmare il verbale della fuga di un giovane disertore, saluta con garbo e riverenza il suo interlocutore e rientra.

- Questo è il terzo caso di diserzione - tuona rivolto alle guardie.- E deve essere l’ultimo. Non tollereremo d’ora in poi nessun benché minimo ammutinamento. La legge parla chiaro, chi non vuole accettare il richiamo nell’esercito italiano deve essere considerato un disertore e se non si costituisce deve essere abbattuto. Chiamate le guardie di servizio, organizzeremo una battuta a largo raggio fino ai boschi della Faieta, dobbiamo ritrovarlo vivo o morto, per dare una dimostrazione di forza e di concretezza.-

Le guardie si danno subito da fare e nello spazio di mezz’ora, in mezzo alla Piazza, tra la curiosità e un poco di timore dei volturaresi, sono schierati tre plotoni di Guardie Nazionali in assetto di guerra.

Qualcuno si chiede il motivo di tutto quel movimento, altri si fanno il segno della croce, capiscono che qualcosa di grave sta accadendo, il parlottio è continuo e si incomincia a vociferare che stanno cercando un ragazzo del Campanaro che non vuole partire per il fronte a Gaeta. A un tratto un silenzio innaturale scandito dagli ordini degli ufficiali cala sulla Piazza, si formano tre plotoni che partono in direzioni diverse, per una manovra di accerchiamento destinata a un sicuro successo nelle intenzioni del Capitano. Il primo si dirige al Campanaro destinazione Acquamieroli, passando per la Serra, il secondo si dirige al Cotrazzulo attraversando il Freddano e il Dragone, il terzo sale per il Candraone e passando per il vecchio molino si avvia a monte.

Erano anni che non si vedeva una cosa del genere, qualche vecchio paesano torna con la memoria a inizio secolo, quando arrivarono i francesi e tanti scapparono sulle montagne, diventando ‘breanti’, briganti, che per sopravvivere rubavano e rapivano i signori, presi e rilasciati in poco tempo, dopo pagamento di riscatti spesso fatti di salsicce, olio, vino, farina e polvere da sparo. Negli anni attorno al 1810 i rastrellamenti feroci dei francesi, liberatori e occupanti, a caccia di disertori con l’aiuto delle guardie urbane, lasciavano quasi sempre sangue nei boschi. Si ricordano i nomi, Aniello Rinaldi, ucciso in un famoso rastrellamento il 10 ottobre 1809; Luigi Solito, cui gli urbani mozzarono il capo alla Costa nel Febbraio del 1814, solo perché non aveva voluto arruolarsi con i francesi; Giosué Raimo dei Trigna, il nonno di Don Marino, che poi divenne decorione comunale; Giacinto Buonopane e tanti altri di cui si sono persi persino i nomi. Si ricordano i nomi dei rapiti, tra i quali il fratello di Don Bernardo Marra, Giovanni; e tanti mercanti viatecali  presi e rilasciati in poco tempo a pagamento di riscatto avvenuto.

 

 

 

 

22 dicembre 1860. La Piazza

- Quando cambia governo succede sempre la stessa cosa, i furbi vincono e i fessi vanno al massacro, c’è gente che ha il fiuto e che non sbaglia mai da che parte schierarsi, altri per seguire le loro idee restano fuori e ne prendono di santa ragione. Stavolta succederà la stessa cosa, ne vedremo delle belle.-

 Sono voci della gente ancora riunita in Piazza dopo la partenza delle guardie.

 - Stavolta la situazione la vedo abbastanza grave, i Borbone non rinunceranno mai al Regno, ritorneranno come sempre e più avvelenati di prima. Non dimenticatevi del 1820 e del 1848, quando la repressione che instaurarono durò anni e anni, ne fecero le spese tutti coloro che avevano osato ribellarsi. Ve lo ricordate Don Domenico Benevento morto otto anni fa? era avvocato non riuscì mai a diventare notaio. Fu controllato in tutti i suoi movimenti per venti anni esatti fino al 1840. Voleva fare il Sindaco, e lo meritava pure, ma non ci riuscì mai. Dovette accontentarsi di mettere il cugino Don Carmine Benevento, il dottore, a capo del paese, ma solo dopo molte e molte sofferenze. Mi ricordo che nel 1834, avevo cinque anni e me lo raccontava mio padre, Don Carmine stava già per diventare Sindaco, era nella Terna dei candidati, ma un ricorso anonimo che lo accusava dei trascorsi carbonari lo bruciò senza pietà e dovette aspettare il 1840 per coronare il suo sogno. Fu, mi ricordo, un buon periodo per Volturara, con qualche accenno di miglioramento sociale e meno intrallazzi del solito. Lo stesso Don Nunzio Pasquale, il farmacista a sinistra della Chiesa Matrice, è stato sorvegliato dalla polizia fino all’anno scorso, per essere stato troppo liberale nel ‘48, quando era Sindaco.-

Questo discorso, fatto da Don Gerardo Pennetti, l’avvocato, è seguito in attento silenzio, e l’oratore, vedendo che lo ascoltano, continua a raccontare del passato in un clima di generale attenzione.

- Uomini valorosi e degni, che hanno dato la vita per questo disgraziato di paese, in cui nessuno parla mai bene di un altro e dove tutti pensano solo ai tornaconti personali. Un paese dove chi fa bene è maltrattato e chi è fetente maligno viene rispettato e ossequiato.-

Man mano che parla si infervora e scava nei meandri dei ricordi. Una ventina di persone forse interessate forse per passare il tempo lo ascoltano. Si guarda attorno per leggere gli occhi e quando si avvede della presenza di un paio di  spie, gli sciacquini, che facendo finta di guardare altrove stanno con le orecchie tese  e non perdono una virgola del discorso, si  eccita ancora di più: sa che entro mezz’ora al massimo chi deve sapere saprà, ma non ha paura delle conseguenze. Ormai ha deciso di andarsene a lavorare al Tribunale di Ariano e vuole svergognarli tutti pubblicamente.

- Ce ne sono stati tanti che hanno cercato di fare qualcosa, ma sono sempre tutti stati ammosciati e di brutto. Ce ne sono stati tanti altri che hanno pensato solo a loro stessi, e si sono trovati sempre bene. La politica ha arricchito molti, ma molte famiglie si sono distrutte a causa delle idee professate. Hanno pagato i liberali onesti e hanno pagato anche le famiglie che si mantennero fedeli ai Borbone, quando arrivarono i Francesi di Napoleone. Non voglio andare indietro di molto, tutta sanno la storia della famiglia Rinaldi, una storia uguale a quella di tante altre famiglie. Mio padre che ha fatto il medico per quarant’anni non faceva che raccontarmi la loro disgrazia. Prima del ’99 i Rinaldi erano gente importante, amministravano, facevano carriera nel clero. Ma vennero i Francesi di Napoleone e loro si misero coi Borbone. Formarono una delle tante bande di briganti che non davano tregua all’esercito francese e fecero la loro parte per ricacciarlo. Ma i Francesi tornarono e la famiglia Rinaldi fu distrutta. Giovanni Rinaldi oggi fa il calzolaio. E tanti altri ve ne potrei dire. I Bottigliero, il cui nonno Don Giacomo fu Sindaco nel 1813-14 e segretario comunale per molti anni, oggi vivono di stenti e sono destinati a scomparire. I Benevento e i Picone si stanno avviando a fare la stessa fine, pagano gli uni di essere stati liberali, gli altri di essere filoborbonici. La stessa fine, se permettete, la sta facendo la mia famiglia. Non vi racconto la sua storia, che è grande e luminosa, ma per essere fedeli al nostro Regno dei Borbone, rischiamo di essere annullati dai fautori del cosiddetto nuovo ordine.-

 Detto questo si allontana, lasciando gli astanti pensierosi e perplessi. Ormai un freddo sole fa capolino tra la nebbia e nell’aspettare gli sviluppi della spedizione i soliti perditempo continuano a chiacchierare e a ricordare il passato. Ognuno vuole dire qualcosa, la Piazza è il coro dei ricordi.

La Piazza prende coraggio e parla.

 - Ve lo ricordate? era il 1827 quando fu ucciso sulla Maroia dai briganti disertori il Capourbano  responsabile dell’ordine pubblico di Volturara. Chi non lo ricorda. Pagò con una schioppettata il troppo zelo messo nel suo lavoro. Quella volta erano disertori dall’esercito borbonico. Era terribile quell’uomo, me lo vedo davanti ancora oggi. Un paio di mustacchi e sugli occhi di serpente cervone sopracciglia sempre inarcate. Insieme a suo cognato il Sindaco erano i padroni di Volturara in quel periodo. Un clima di guerra e di paura dopo il ritorno dei Borbone nel 1821. La repressione fu dura e lunga. Gente rispettabile, perfino un medico condotto e taluni sacerdoti furono perseguitati e maltrattati con durezza. Maestri di scuola furono licenziati dal lavoro, altri andarono in esilio, altri ancora tenuti sotto controllo asfissiante. Criminalizzati i migliori di Volturara, un passo indietro nel progresso delle idee in un paese già arretrato. Prevalse la forza sull’intelligenza. I vincitori del momento erano duri, troppo spesso cattivi, o stavi con loro o contro di loro ed erano guai, guai grossi.-

 - Dopo l’omicidio di quel Capourbano, ne fu fatto un altro, ricordato per la sua ferocia. Un fatto che è diventato leggenda è la guerra che scatenò contro i briganti rei della morte del padre. Gli anziani ricordano ancora oggi che fumò nella sua pipa i capelli di un brigante ammazzato per la rabbia e il rancore. Se questi sono tempi tristi, quelli erano bui.-

Adesso parla Don Achille De Cristofano, il farmacista. Le spie della Guardia Nazionale non lo perdono mai di vista. Si sa che nello sgabuzzino prepara polverine e complotti a favore di Franceschiello.

- Non vi crediate che i mesi a venire saranno tanto calmi. Sto notando un diffuso malessere e continui borbottii sottovoce; qua la maggior parte delle persone non vuole accettare l’annessione al Piemonte. Si parla di nuove tasse, sempre più salate. Sembra di tornare al 1848, quando nel giro di vite il Re Bomba Ferdinando II si inventò il Prestito Nazionale e tassarono tutti, dai preti alle Congreghe, dai possidenti ai Comuni. Ditemi voi se la situazione non è esplosiva.-

 - L’unico vero liberale convinto - gli fa eco Don Ferdinando Sarno - è Don Nunzio Pasquale, il farmacista, ma è troppo bravo per avere qualche possibilità di rientrare nel gioco. Poi con tutti i guai che ha passato, dal ‘50 in poi, non penso proprio che abbia la forza di rimettersi in mezzo alla politica, che gli ha rovinato la salute e la proprietà. Lo hanno controllato per dieci anni senza pietà per le sue idee libertarie, ha dovuto subire tante offese tante mortificazioni. Oggi doveva essere il suo momento, ma Volturara come al solito premia i furbi e i marpioni non certo le brave persone. Suo figlio Don Vincenzo è troppo giovane e deve pensare a laurearsi per continuare il lavoro paterno.- 

Un certo movimento di Guardie Nazionali, che salgono e scendono dal Comune e vanno nelle case vicine, fanno capire a tutti che quelli che controllano il paese, i caporioni come si diceva, si stanno movendo. Infatti, dopo poco, quasi all’unisono, dai rispettivi portoni escono i fratelli Masucci con aria seria, a loro si uniscono il Sindaco con suo fratello il dottore, più il farmacista Don Michele e altri. La Piazza è diventata silenziosa. Il Sindaco e gli altri con lui sono salutati con riverenza da quelli che prima se ne stavano ad ascoltare i comizi improvvisati e adesso si devono prendere il rimprovero del farmacista, il quale li invita a pensare di andare a lavorare invece di stare in Piazza a perdere tempo in chiacchiere, che potrebbero rivelarsi anche pericolose per loro. L’invito viene raccolto immediatamente, quando comincia la seduta del consiglio comunale la Piazza è vuota.

22 dicembre 1860. Consiglio Comunale

 La sala è piccola e piena di gente. Il segretario prende i nomi dei presenti per cominciare la seduta di Giunta. A due angoli della stanza i due fratelli Masucci più grandi sono seduti in poltrona, il mento appoggiato al bastone e le gambe incrociate in avanti, attendono lo svolgersi dei discorsi quasi assenti, con lo sguardo perso nel vuoto. Parlate, parlate che poi ci pensiamo noi a dirvi cosa dovete fare, pare che dicano i due. Il Sindaco appoggiato con le spalle al muro ha come un guizzo in avanti e con aria preoccupata chiede la parola e la ottiene.

- Cari amici la situazione è seria e pericolosa. Non voglio essere uccello di malaugurio, ma le notizie che mi arrivano dalla provincia fanno capire che un’epidemia di colera sta serpeggiando dappertutto, l’esperienza di sette anni fa e quella del 1837 dovrebbe insegnarci che Volturara è a rischio. Troppa promiscuità tra uomini e bestie, qua nessuno si lava, puzzano tutti come capre. Per fortuna sembrano vaccinati dalle epidemie precedenti. Quelli che ci andranno di mezzo potremmo essere noi, perciò dobbiamo fare qualcosa per impedire il propagarsi del contagio, non voglio allarmarvi, ma ieri ho avuto la certezza di due casi in una famiglia alla Morece. Chiedete a mio cognato Don Pasquale, che segue i casi di epidemia di persona e si tiene aggiornato ogni momento sulla situazione generale.

- Quello che dice il Sindaco mio cognato è purtroppo una grave verità, qui tra rivoltosi e malattia si preannunciano tempi duri. Se non manteniamo la calma sarà una catastrofe. A Carbonara in Alta Irpinia è successo il finimondo: bambini uccisi, notabili trucidati, lo stesso Sindaco è stato malmenato brutalmente. Qui da noi nelle cantine e nei caffè si mormora in continuazione, i soliti prezzolati fanno capire che il re Franceschiello sta per tornare vincitore, non sanno che è assediato a Gaeta e sta per capitolare da un momento all’altro. Per la malattia non mi preoccupo tanto, sembra che ci sia solo qualche caso sporadico, che possiamo tenere sotto controllo senza timori per la nostra salute. L’unica cosa da fare è trovare i soldi in bilancio per procurarci le medicine da dare ai poveri in caso di necessità.

Lo interrompe Don Michele, lo zio, responsabile della Guardia:

- Scusami, Pasqualino, voglio intervenire anch’io, come responsabile dell’ordine pubblico, e dire a questi signori di mettersi in testa che siamo in stato di guerra. Noi sappiamo che questo nuovo ordine di cose ormai, nolenti o volenti, dobbiamo accettarlo. È come un fiume che quando scende forte porta con sé tutto: tronchi, rami e melma. L’unica cosa certa è che indietro non si può tornare. L’acqua non sale. Abbiamo l’obbligo morale di difendere le istituzioni e il nostro ruolo. Se questa è la barca, senza storie dobbiamo metterci a remare per impedire l’affondamento. Oggi rappresentiamo il nuovo governo e dobbiamo impedire che i nostri nemici, con la scusa dei Borbone, ci tolgano di mezzo. Sarebbe l’anarchia, il ritorno al Medioevo.-

Alle parole di Don Michele segue un silenzio che è riflessione, ma anche paura. E se con il suo

intervento voleva sortire un effetto dirompente, si capisce subito che ha raggiunto lo scopo. La tensione è palpabile negli occhi di tutti i decorioni presenti nella stanza. Il Sindaco ha voglia di finire la discussione con punti concreti, all’ordine del giorno, invita i presenti a vigilare, a denunziare le persone sospette di creare turbative sociali con discorsi o azioni facinorose:

- Un giro di vite può servire da deterrente. Arresteremo chiunque crei casino. E voi Don Michele controllate chi nella Guardia Nazionale rema contro. Le notizie che ci arrivano dicono che un gruppo interno, che fa capo ad Alessandro Picone e ai suoi fratelli, crea confusione, preme sugli indecisi, grida contro gli ufficiali. Da che gli è morto il padre due anni fa, Alessandro Picone sembra voglia fare il capopopolo, se occorre dobbiamo fermarlo con la forza. Si fa forte dell’appoggio di Matteo Marino, il fratello del Parroco, un'altra testa calda da tenere a bada. I sacerdoti stanno zitti, in attesa, ma la presenza di mio fratello Don Ferdinando, e la stima di cui godo tra loro, dovrebbe tenerli a bada, in questa che qualcuno vuol far diventare una guerra santa contro lo Scomunicato Vittorio Emanuele, ma che è solo una scusa dovuta alla paura di perdere un potere che finora nessuno ha mai controllato. Da oggi ci aggiorneremo ogni giorno a quest’ora, per fare il punto sulla situazione e prevenire ogni turbativa nel miglior modo possibile.-

 

 

24 dicembre 1860. Cena della Vigilia

Don Leonardo Masucci, come al solito, si affaccia al balcone in Piazza a osservare il passeggio di prima sera, in attesa della cena. I suoi pensieri si perdono a inseguire ricordi per cercare una soluzione agli ultimi avvenimenti. Ieri era il Capourbano sotto i Borbone, oggi è il Capitano Comandante della guardia nazionale italiana di Volturara e tra poco sarà eletto consigliere provinciale, come gli è stato assicurato da Don Nicola De Luca, il Governatore di Avellino. Troppi cambiamenti in troppo poco tempo e l’incertezza del futuro non può non creargli uno stato d’animo di preoccupazione e di tensione. Sa di essere l’uomo più potente del paese, ma sa anche che è tenuto sotto controllo sia da quelli di Avellino, che non si fidano troppo dei suoi trascorsi come Sindaco sotto il governo borbonico, sia anche dai tanti suoi compaesani che non accettano il nuovo ordine delle cose e che mal vedono la sua adesione totale alla nuova unità nazionale. E anche chi, come lui, ha aderito al nuovo Stato, mal ne vede e sopporta la ingombrante presenza, il peso politico amministrativo e la sua alleanza con Gennaro Vecchi, Sindaco sotto i Borbone e Sindaco con l’Italia liberale. Pensa a Salvatore Sarno, suo avversario di sempre, che aspetta una mossa sbagliata per toglierselo di torno. Lo accusano di trasformismo, non capiscono che in certi momenti non contano le proprie idee, ma la consapevolezza di saper leggere il futuro e assumere gli atteggiamenti che ti possono proteggere di fronte a nuovi corsi, senza essere accantonato. La sua famiglia ne ha viste troppe negli ultimi cinquanta anni e sa che i cambiamenti di governo distruggono gli uomini e le loro idee, se mal interpretati, e sa anche che non può permettersi sbagli, per sé stesso e per i suoi figli, che devono migliorarsi nella cultura e mantenersi le poche amicizie avellinesi che hanno, senza essere accantonati come montanari reazionari.

Il profumino che gli arriva dall’interno, e la voce della moglie Teresa che lo chiama a tavola, lo spingono a rientrare, per gustare uno dei pochi piaceri a cui non sa rinunciare. La cena della vigilia è sempre uno dei momenti più importanti dell’anno, quando, in attesa di andare alla messa di mezzanotte, ci si siede tutti a tavola vicino al caminetto per stare un poco con i figli tornati da Napoli per le vacanze scolastiche. Si avvicina al grande tavolo imbandito e prima di sedersi invita tutti all’impiedi. Nel silenzio totale si fa il segno della croce imitato dai presenti e recita il pater noster con voce profonda e ferma, meravigliandosi lui stesso della solennità delle sue parole. È una serata particolare di un periodo particolare. Tutto sembra acquisire un’importanza strana e surreale. Cerca di distogliersi da quei pensieri pesanti e chiede alla moglie che cosa ha preparato di buono. Donna Teresa Mazza gli chiede di aspettare ancora e se ne va in cucina con le quattro figlie. Dopo poco ritornano in fila indiana, portando ognuna una pietanza. C’è la scarola imbottita di pane grattugiato, c’è il baccalà con pepacchie in bianco, e per l’occorrenza anche una pizza di pane di granturco, regalata dalla moglie di Giovanni Lomazzo, suo guardiano, da inzuppare nell’insalata di fagioli profumati con origano. Poi arrivano le castagne infornate, le noci della masseria di Cruci insieme al pane dolce e il vino della loro tenuta del Saracino a Castelvetere. La serata scorre veloce tra le novità napoletane che i tre figli gli raccontano e le sue raccomandazioni a stare attenti a parlare con gli altri, per evitare cattive sorprese. Non si stanca di dire che il mondo è pieno di invidia e che molti, spacciandosi per amici, riescono a cavare di bocca cose intime e delicate, che poi riferiscono ad altri per creare zizzanie, che i Masucci non possono avere sentimenti, dato il ruolo che la Storia ha loro dato nel paese, e che per essere capi non devono parlare più di tanto con gli altri, ma solo dare ordini e tenersi le preoccupazioni nel cuore senza darle da vedere, nemmeno alle fidanzate. Annibale ascolta interessato, mentre Achille e il sedicenne Mario fanno finta di non essere troppo attratti dai consigli, preferendo dialogare con le sorelle che non vedono da parecchio tempo. Verso le dieci arriva il Sindaco Don Gennaro Vecchi con la moglie Beatrice Bastano e i quattro figli piccoli. Mentre gli uomini vanno a discutere del più e del meno vicino al camino dove arde il grande ceppo come per tradizione, le donne si preparano a uscire per andare alla messa di mezzanotte. L’orologio del campanile batte le ventitré, come in un presepe da ogni casa escono a gruppi soprattutto donne e bambini, si avviano in lenta processione verso la Chiesa di San Sebastiano, di fronte alla Chiesa Madre ormai chiusa da quattro anni, per ascoltare la Santa Messa della notte di Natale, occasione da non perdere per nessun motivo. A Mezzanotte, mentre l’Arciprete Don Alfonso M. Pennetti e il parroco Don Angelo Marino, seguiti da uno stormo di sacerdoti, portano in trionfo la statua del bambino Gesù per la chiesa, tra i canti del popolo, in Piazza e per il paese decine e decine di persone sparano colpi di fucili in aria, incuranti della neve che continua a cadere dolcemente, ma in modo sempre più fitto. Molte le Guardie Nazionali di servizio davanti al palazzo Masucci, a controllare che la situazione non degeneri. Sono tranquilli, sanno che stanotte succederà nulla, perché è dedicata alla Sacra Famiglia, simbolo della sofferenza di tutti.

 Un cielo terso e celeste, senza nuvole, appare a chi di prima mattina si alza per ritornare in Chiesa ad ascoltare la Messa cantata. Il freddo è intenso, eppure mano a mano che passano le ore la Piazza si riempie di gente. Le campane suonano a festa, i Caffè e le cantine sono piene di parole di auguri e di brindisi. Sembra scomparsa l’atmosfera cupa e preoccupata dei giorni precedenti. Nessuno parla di politica o di Garibaldi. Natale sa fare anche questo e tutti aspettano di tornare a casa, poveri e ricchi, perché oggi si mangia bene. In quasi tutte le case ci sarà la pasta al sugo e il pollo ripieno, come solo le nostre mamme sanno cucinare. Deve essere una giornata normale, da non guastare con sciocchezze. Domani torneranno i problemi e le scelte di campo, ma oggi non deve succedere nulla.

 

Disgelo. E adesso che succede?

Volturara, nascosta dal monte Costa, sembra celarsi agli sguardi dei briganti come a difendersi da eventuali attacchi, presa come è da avvenimenti straordinari che forse possono cambiare il suo futuro.

Sono i giorni in cui Alessandro Picone gira per il paese a smuovere i giovani contro lo straniero che si è impossessato del Regno delle Due Sicilie, li fomenta contro quei notabili che. saltando sul carro del vincitore, si creano un’identità italiana, considerando nemici tutti quelli che non vogliono il nuovo ordine di cose. La primavera arriva in tutto il suo splendore in un territorio che si prepara a vivere avvenimenti inattesi e drammatici, come del resto in tutto il Regno. In paese ci si interroga sugli eventi. Chi sono questi Piemontesi, questi Italiani? Sarà come con i Francesi, alla fine torneranno i Borbone e ci saranno vendette e persecuzioni? La grande maggioranza della popolazione di Volturara sono contadini, che non sanno leggere e scrivere, che stentano a mettere insieme i miseri pasti tutti i giorni. Possiedono a volte un piccolo pezzo di terra ingrata, più spesso solo le proprie braccia. La vita per loro è fatica, niente altro che fatica. La loro partecipazione a questo 1860-61 è spesso passiva, certo non mossa da ideali. Il contadino di Volturara Irpina è cresciuto nel rispetto e nel timore di Franceschiello Borbone, si toglie il cappello davanti ai notabili, li chiama perfino eccellenza. Sopporta soprusi e miseria. È di animo aspro e ospitale nello stesso tempo. Segna una vita senza fame e può nascondere rancori nel profondo dell’anima nei confronti di quelli che mangiano carne e bevono vino quando ne hanno voglia. Sono forti lavoratori con grande spirito di sacrificio. I Piemontesi non capiscono e non sono interessati a capire questa gente. Ottusi generali sabaudi, ai quali i soldati per vincere una battaglia non bastano mai, hanno fatto di Ferdinando Raimo un brigante, quando bastava mandare un sacco di farina al suo matrimonio con Rosa per farne un buon italiano. Per cacciare Franceschiello dalla Fortezza di Gaeta non c’era bisogno di venire a prendere Ferdinando a Volturara, con gli ufficiali borbonici che non aspettavano altro che andarsene a casa o passare coi Piemontesi.

Marzo 1861. Rapina della banda di Ferdinando Candela

I pastori Domenicoantonio De Napoli e Nicola Dello Russo di Chiusano vengono sorpresi, verso le ore ventidue, nella contrada Carifi, da sei individui, tutti avvolti in tabarri di color zeprino, con cappelli neri alla contadina, dei quali cinque vestono calzoni di cotone cenere e uno di color grigio. Tre armati di corte carabine e tre altri di scuri. I pastori cercano di fuggire, ma i ladri li accerchiano e uno di essi scarica pure un colpo di carabina contro Dello Russo, a cui proiettili fanno cadere il cappello di testa. Un altro colpo di arma da fuoco, carico a palla, viene vibrato allo stesso Dello Russo dalla parte di dietro, ma non lo ferisce. I due pastori pensano quindi di fermarsi e tre dei ladri si avvicinano al De Napoli e gli rubano un cappotto zeprino, una camiciola di cotone bianco, una fascia di merinosse, un fazzoletto, due pecore e una scure, per un valore totale di ducati tredici e grani quindici. A Dello Russo involano un cappotto zeprino, una camiciola di scarlatto, un paia di pendenti d’oro, un rotolo di pane, tre coltelli, un fazzoletto, una salvietta, e due monete di rame di un grano l’una, per un valore totale di ducati otto. Gli aggressori sono Elia Petito di Bonaventura, Nicola Montefusco fu Teodoro, Ferdinando Candela fu Luigi, Pietro De Feo fu Biase e Vincenzo Pisacreta fu Angelo. Il sesto è rimasto ignoto. Tutti di Volturara.

 

1 Aprile 1861. La scampagnata di Pasqua

Nella Pasqua del 1861, qualcuno non vuole accettare il nuovo corso politico in questo piccolo paese sperduto tra le alte valli Irpine. Ma poi i vincitori faranno meglio dei vinti?

Alessandro Sarno sa che, se non si muove lui, la tradizionale scampagnata di Pasquetta si risolverà in niente e sarebbe un vero peccato non godersi l’ultimo giorno di vacanza prima di tornare a Napoli a studiare. Questa Pasquetta è certamente particolare, viverla da italiano è un’esperienza unica entusiasmante. Mentre scende per il Campanaro dirigendosi al Freddano a chiamare l’amico Vincenzo, Pasquale, torna con la mente agli avvenimenti degli ultimi mesi. Come dimenticare quel 7 Settembre 1860 a Napoli? non aveva chiuso occhio per tutta la notte, e la finestra lasciata apposta aperta portava l’eco dei colpi di cannone in lontananza. Le notizie che circolavano negli ambienti universitari, circa l’arrivo di Garibaldi a Napoli, trovano conferma, infatti a prima mattina sarebbe arrivato a Palazzo Reale per prendere possesso della città. La scena del dittatore che percorre le vie tra ali di folla gli rimbomba nella mente e gli procura ancora brividi di entusiasmo e di determinazione. Alessandro Sarno è imbevuto di idee progressiste e liberali come una spugna nuova. Si sente Bruto che pugnala Cesare il liberticida e Giuseppe Mazzini esule incompreso.

- Come è possibile che esistano persone incapaci di capire la portata di questo momento, che sicuramente resterà nei secoli come espressione di libertà e di democrazia? Non si rendono conto che il martirio dei fratelli Bandiera, di Carlo Pisacane e degli altri trova la sua esaltazione nella fuga definitiva del despota e tiranno? La fine del Re Bomba con il suo governo dovrebbe essere salutata con esultanza, invece resistono rimasugli del passato che vogliono bloccare il progresso.-

Qualcuno, che conosce bene la sua abitudine di parlarsi da solo, sta seguendo il nostro idealista, con un sorriso scettico e divertito.

 - Sei sempre il solito sognatore, Don Alessandro - la voce di Vincenzo sembra provenire da lontano e lo riporta alla realtà di un mattino tranquillo e freddo.- A che stai pensando, a Garibaldi o a Mazzini? Lo so che sono i tuoi eroi, i tuoi chiodi fissi, ma per oggi lasciali in pace, falli riposare tranquilli. Piuttosto dobbiamo fare le ultime spese perché manca il pane e il castrato per il pranzo. Ho fatto preparare la carrozza di mio padre, metteremo tutto dentro, perché Tortoricolo è lontano e a piedi non ci voglio arrivare. Gli altri della comitiva tardano e come al solito devo pensare a tutto io, poi mi diranno che sono pignolo e pedante.-

 - Caro Vincendo, amico mio, sei l’unico che mi capisce in questo paese di incolti e maligni. Un uomo come te è sprecato a perdersi in un posto come questo. Devi avere il coraggio di andartene e aprire una farmacia nella capitale, voglio dire ex capitale, a Napoli.-

- Alessandro, non aprire una ferita che sanguina e duole. Sai benissimo le sventure di mio padre. È dal 1850 che è controllato dalla polizia e in questi dieci anni, è stato maltrattato, vituperato, ammosciato dai quei quattro cascettoni della Piazza, che mal sopportavano il suo buon cuore, la stima che il popolo aveva nei suoi confronti. Lo hanno preso di mira nel suo lavoro, nelle sue proprietà. Quanti processi ha dovuto subire. Oggi non abbiamo nemmeno gli occhi per piangere e se riuscirò a laurearmi in Farmacia è frutto di sacrifici immani. D’altronde quante volte hai dovuto tu pagarmi il teatro a Napoli o una cena in qualche ristorante di Posillipo. Anche tuo padre Salvatore è stato maltrattato dai Masucci e dai Vecchi, ma per fortuna è riuscito a mantenersi le proprietà; anzi l’appartamento che ti ha comprato in via Duomo a Napoli ti servirà per la futura professione di avvocato, te lo meriti perché hai tutte le qualità per arrivare nel difficile mondo della giurisprudenza. Ma bando alle chiacchiere, oggi mi voglio proprio divertire e non pensare a niente. Ho contato, siamo in diciotto alla scampagnata, non manca proprio nessuno.-

Si avviano speditamente al Freddano a preparare gli ultimi ritocchi per il pranzo di Pasquarella. Qualcuno li ha guardati passeggiare e appare preoccupato e pensieroso. Dietro la finestra della sua cucina, Don Nunzio Pasquale, padre di Vincenzo, ha l’aria di chi le ha viste tutte, ma il suo sguardo corrucciato prelude a situazioni gravi e piene di incognite. Ci si può liberare di tutto ma non dei ricordi. È la stessa scena del ‘48, ampliata mille volte. Allora i Borbone avevano fatto finta di cedere alle richieste di riforme e una nuova ventata di ottimismo aveva percorso le strade del Regno delle Due Sicilie. Ma era stato fuoco di paglia. Se lo ricorda bene, Don Nunzio, perché era Sindaco proprio dal ‘48 al ‘50, anno in cui comincio la repressione che lo investì in pieno. I Borbonici spinti dalla paura o dalla furbizia avevano finto e promesso di far sbocciare il fiore della libertà, poi avevano tagliato i gambi. Più lo avevano fatto parlare più lo avevano punito, più si era dimostrato liberale più lo avevano perseguitato. Quegli infami se li era scrollati di dosso solo col decreto del Luglio 1860, dopo 10 lunghi penosi anni. Oggi i Borbonici sono rintanati nella Fortezza di Gaeta, circondati e pare senza scampo. Ma i Borbone sono duri a morire, magari ritorneranno, e più feroci di prima, come nel 1799 dopo la sconfitta dei Francesi da parte delle bande del Cardinal Ruffo, o nel 1815 alla caduta di Napoleone. Saremo perseguitati e derisi ancora. Sarà un bagno di sangue, forse si salveranno solo i soliti camaleonti. Chiama la serva Anna, come a scuotersi dalle sue riflessioni, e la manda ad avvertire Don Salvatore Sarno, il padre del giovane Alessandro, che c’erano stati strani movimenti di ex soldati borbonici sbandati e renitenti alla leva verso Cruci e che stesse attento, come Ufficiale della Guardia Nazionale, a far pattugliare il territorio in quel giorno per evitare guai ai figli che noncuranti del pericolo volevano passare una giornata allegra in compagnia degli amici.

Mentre dalla finestra osserva la donna che si avvia verso la Piazza, incrocia con lo sguardo Alessandro Picone che sta ritornando a casa e istintivamente cala gli occhi per non salutarlo. Non lo odia, ma sa che sta sbagliando di grosso ad accanirsi contro il Nuovo Ordine di cose che ha portato all’Unità d’Italia. Tipico volturarese analfabeta e arrampicatore, che non si cura di diventare italiano e liberale, ma guarda solo agli interessi spiccioli e immediati. Possidente ma incolto, capace ma improvvido e istintivo. Se avesse avuto voglia di studiare, e qualche anno fa poteva permetterselo, avrebbe capito che solo nella cultura c’è il progresso e nel progresso la libertà dall’assolutismo borbonico e dalle aberrazioni della Polizia. Invece oggi è il fautore del passato regime credendolo nuovo ed è pericoloso per sé e per gli altri. Dio non voglia il ritorno di Franceschiello, questo vorrà fare il Capourbano e userà i moschetti al posto della vanga. È come i Rinaldo di cinquanta anni fa e i Marino di trenta anni fa.

Riesce a vedere fino al ponte del Freddano e l’animazione che c’è, in Piazza, gli fa capire che è meglio rimettersi vicino al fuoco a fumare la pipa, senza pensare a nulla, distaccandosi da una realtà che gli crea solo sofferenza. È una giornata strana, in cui si intrecciano situazioni diverse in un momento storico particolare. Le voci di una possibile rivolta popolare imminente mettono in movimento tutte le Guardie Nazionali che perlustrano il paese. La tensione è palpabile negli sguardi di tutti. Tra gli opposti schieramenti ognuno evita qualsiasi tipo di provocazione, che potrebbe sfociare da un momento all’altro in alterchi o scontri fisici difficili da controllare. Qualche scalmanato prendendo coraggio inveisce contro il posto della Guardia Nazionale, ma gli ordini da Avellino sono di non rispondere a nessuna provocazione verbale per non far degenerare una situazione che non assicurerebbe un intervento militare immediato per mancanza di uomini. I campagnuoli sembrano estranei allo svolgersi degli eventi, ma si sa che sotto sotto tutti hanno caricato il fucile o per attaccare la Guardia Nazionale o per difendersi da attacchi improvvisi di sbandati che girovagano senza meta e senza cibo. Stanotte o domani ci potrebbe essere l’ora in cui nessuno comanda, l’ora dei lupi: le truppe Borboniche in fuga, le Guardie Nazionali non ancora in arrivo, chi ha subito offesa potrebbe alzare il fucile e tirare, quasi certo di restare impunito. Per questo si sta riuniti in branchi o non si esce di casa. La notizia che in mattinata a Montella, in pubblica Piazza, il disertore capobrigante Cicco Cianco ha ucciso un compaesano, che aveva avuto il solo torto di contraddirlo, senza essere poi arrestato, fa intuire ai filoborbonici le enormi difficoltà in cui si trovano le Guardie Nazionali, che hanno paura e pensano solo a salvarsi la pelle in un clima di incertezza assoluta. La riunione tra gli ufficiali nel posto di guardia serve a creare un piano di ordine pubblico per la giornata che si presenta di difficile controllo, prima di raggiungere le famiglie che non vogliono rinunciare alla scampagnata, senza curarsi o forse senza nemmeno capire troppo i pericoli incombenti.

Don Leonardo dà le ultime disposizioni, organizzando una decina di pattuglie che gireranno sul territorio, con un occhio di riguardo per le zone a rischio, dove stazioneranno alcune guardie armate: precisamente alla Masseria Vecchi, in contrada Occhielli, dove pranzeranno il Sindaco e i familiari, a Cruci alla Masseria Masucci e a Tortoricolo dai Pasquale dove si incontrano tutti gli studenti del paese. L’ordine è di sparare solo in caso di attacco armato, di non rispondere alle offese verbali e di non accettare di bere vino nel controllo dei gruppi di gitanti. Le persone che passano in Piazza chinano la testa come a non salutare e, alla domanda di qualche esagitato filoborbonico che chiede loro “viva a chi?’, la risposta ricorrente è “viva a chi comanda”, con una sorta di rassegnazione e di paura. Non ci si vuole compromettere neanche con un saluto dato o negato: è troppo pericoloso, quando non si conosce ancora il nome del vincitore. Pochi sono quelli schierati apertamente e le provocazioni innescano scene preoccupanti di invettive e maledizioni reciproche. Solo la paura verso gli ufficiali che sono conosciuti come caratterialmente terribili serve da deterrente a situazioni che sembrano esplosive. La paura di essere arrestati per offese allo Stato mantiene una calma apparente ma pericolosa. Solo il crocchio di giovani che si sta formando sotto la Teglia sembra estraneo agli eventi, per il brio dei discorsi e per le risate che ogni tanto rimbombano nell’aria.

Tra gli altri ci sono Alessandro Sarno, Vincenzo Pasquale, Achille e Annibale Masucci figli di Don Leonardo, Bernardino Luciani cugino di Don Vincenzo Luciani, e Generoso Benevento. In quel mentre arriva dalla Pozzella Gioacchino Benevento, il dottore che era andato a visitare il collega Pasqualino, ormai in condizioni di salute disperate, il quale riferisce loro che gli altri amici hanno preferito andare dai Pennetti, nella masseria di Sorbo Serpico, su consiglio dei genitori. L’atmosfera s’incupisce e si intravede qualche muso lungo.

- Maledetta politica, nemmeno oggi ne saremo esenti, c’era da immaginarselo che non li avrebbero mandati con noi. I rancori tra i nostri genitori pesano sempre sulle nostre scelte, nostro malgrado. Oggi volevo ubriacarmi per dimenticare le tante sofferenze di questi ultimi tempi e non pensare a Pasqualino, ma vedo che sarà un po’ difficile.- La voce di Achille Vecchi, il fratello del Sindaco, sembra rotta dall’emozione.

Non ti crucciare più di tanto - gli risponde Alessandro Sarno.- Andremo lo stesso a divertirci. Alla fine lo sapevamo che potevano anche non venire con noi. Negli ultimi tempi, a Napoli, hanno fatto sempre gruppo a parte. E poi, chi se ne frega. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Con la comitiva di Sorbo sono andati Pietroantonio Pennetti, Alfonso e Mattia Marra e quel rompiballe di Vincenzo Santoro, il figlio di Don Mariano, l’impiegato comunale. Come vedete i conti tornano. Sono tutti filoborbonici fottuti e hanno come ospiti anche Achille De Cristofano, il farmacista e suo fratello Ferdinando l’avvocato, che manco a farlo apposta non hanno firmato al Plebiscito del 20 Ottobre scorso e che fanno come al solito il doppio gioco. Si mostrano Italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello. I Pennetti, poi, stavolta nessuno li perdonerà. Hanno vita corta a Volturara. Vincenzo, il segretario comunale, e suo nipote Gerardo l’avvocato soprattutto, si sono creati molti nemici e appena le cose si acquieteranno gliela faranno pagare cara. Lo stesso Mariano Santoro, non sottoscrivendo il Plebiscito ha le ore contate. Già si sente dire in giro che presto lui e Vincenzo Pennetti saranno licenziati dal Comune.-

5 Aprile 1861. Il basso clero complotta

Il clero spera di cavarsela ancora una volta, si sente parte della terra e ha le chiavi del cielo, ma le gerarchie capiscono che questa volta è diverso e non trasmettono completa sicurezza al basso clero come le volte precedenti. L’alleanza coi Borbone, trono e altare, esiste e resiste da molto tempo. Il clero possiede chiese e terre, conventi, monasteri, santuari, scuole, case palazzi e oro. È il frutto nei secoli di acquisizioni, lasciti, concessioni e privilegi. Il prete è santo e guerriero, va a caccia e insegna. Il clero possiede le anime, specie quelle delle donne contadine. A Napoli regna il re, ma è attorniato da cardinali che governano spesso più dei ministri. In periferia i vescovi soccorrono il potere temporale e lo controllano in molte circostanze senza apparire. Il prete fa parte della classe sociale che domina e sfrutta i contadini, non a caso i preti hanno il Don davanti al nome come i notabili. Il titolo di Don è contrazione dal medioevale donno, che a sua volta è il dominus, il padrone, in latino.

Tutto questo dovrebbe finire perché Garibaldi con mille banditi è sbarcato in Sicilia?

L’alto clero, dove non mancano le menti politiche e diplomatiche raffinate ha fatto le sue valutazioni. Si chiede come mai Garibaldi ha imbarcato mille volontari armati a Quarto di Genova e ha attraversato il Tirreno senza che nessuno gli desse fastidio. Si chiede come mai è sbarcato calmo a Marsala, che mancava solo dicesse al primo siciliano incontrato – Scusate, non sono di qui, un posto dove si mangia bene e si spende poco?-  Poi ha traversato la Sicilia nella quasi indifferenza della maggior parte del popolo siciliano. L’alto clero del regno valuta che questa volta ha contro Garibaldi, l’esercito Piemontese e la flotta inglese, spinta da interessi e rimorsi. Alleati reazionari dei Borboni in Italia non ce ne sono ormai più, a parte lo stato pontificio imbelle, le potenze europee a quanto pare se ne fregano di consumare risorse per Franceschiello. L’alto clero si rende conto che ormai anche nel Regno delle due Sicilie esiste una classe nuova liberale che ne ha le tasche piene del potere della Chiesa e delle scuole confessionali. L’alto clero questa volta se ne va con Franceschiello nella Fortezza di Gaeta e lascia al basso clero di allearsi coi briganti e chi capita per l’ultimo tentativo di restaurazione.

La Chiesa nel 1861 perderà tutto, se rimarrà presente è grazie al fatto che queste sono terre in cui i miti e il sopranaturale incombono da migliaia di anni. Dove Euclide e Pitagora considerarono i numeri sopranaturali. Dove molte rappresentazioni religiose attuali derivano da riti pagani. Dove si parla con Dio, mentre con i Santi ci si litiga, li si minaccia e li si prende in giro. Queste terre non possono fare a meno delle divinità.

Per questo la chiesa sopravvivrà, del tutto immeritatamente, anche perché non ci sarà la grande rivoluzione sociale con gli Italiani, le caste sociali rimarranno e i preti serviranno a mantenere buoni i contadini.

A Volturara l’ultima cospirazione del clero a favore dei Borboni è affidata a Don Nicolino Coscia.

Don Nicolino, finito di celebrare la Messa nella cappella del Cimitero di Montemarano, sale sul terzo dei tre carretti che aspettavano fuori sulla strada. Si cala il cappello sulla fronte, si avvolge il mantello sulle spalle e nell’anonimato del suo aspetto assume il ruolo leggendario del cospiratore. I carretti si avviano lentamente verso le Tavernole, in un silenzio rotto dal rumore delle ruote sul selciato.

La nebbia del Dragone sale verso i carretti e li nasconde in una nuvola irreale. Nella sua mente un tumulto di sensazioni che non traspaiono. Torna coi pensieri ai giorni precedenti fatti di preghiere e di fughe, di incontri e di persuasioni. Napoli sembra così lontana e non più il luogo rassicurante dove ci sono il Re, la Regina Sofia, il cardinale, il potere. La paura di essere preso dalle guardie piemontesi, più che per la sua persona è preoccupazione di non poter portare a termine il piano, di dover consegnare Napoli e il Regno a uno straniero amico dei notabili e dei potenti trasformisti, lontano dalle esigenze del popolo e della Chiesa.Cerca di riordinare le idee, di mettere a mente con chi deve o può parlare a Volturara, come vincere eventuali malesseri o ripensamenti.- Il dado è tratto - si dice. Mentre spontanee sorgono sulle sue labbra preghiere alla Madonna e a San Giovanni, che gli facciano ritrovare serenità e calma.

Gli occhi del conducente il terzo carretto si posano sul furtivo passaggio di una lepre che scompare dietro a un cespuglio. È un attimo, poi segue la curva della strada che appare indistinta nella nebbia. Quei vecchi ruderi sulla destra gli fanno fare il segno della croce e si ricorda del passeggero dietro di lui. Come è diverso da come lo conosceva. La lunga barba incolta, il cappello calato sugli occhi, lo fanno apparire uno dei tanti briganti della zona. Ma forse lo è diventato davvero. Cosa è rimasto del Don Nicolino che conosceva? La bonarietà è diventata determinazione, lo spirito allegro ha fatto posto a silenzi interrotti solo da discorsi seri che lui non capiva. Qualcosa sta succedendo, e senza volere un brivido lo fa sobbalzare. Perché Don Nicolino è così pensoso? che ci va a fare a Volturara? Mah, in fondo che me ne importa, l’importante è ritornare a Montemarano per finire di potare il vigneto. Franceschiello e i Liberali si possono strafottere. Le prime case della Tavernole frenano i pensieri del conducente. Tira le briglie, e le esclamazioni degli altri due conducenti per fermare i cavalli  fanno capire che fa troppo freddo. Il salto dal carretto serve a Don Nicolino per compiacersi che i quarantuno anni se li porta ancora bene. Saluta con la mano i cocchieri e si avvia verso il paese.

Angelo e Luigi Solito escono sulla strada nel momento in cui Don Nicolino appare dietro la curva, gli si fanno incontro. Si guardano intorno per vedere se sono spiati. Non vedono nessuno. Ma Nicola Raimo, spia per le Guardie Nazionali e per suo piacere, li sta osservando senza farsi vedere.’Stavolta li frego’, e se ne va verso Volturara. Con riverenza i fratelli salutano Don Nicolino e gli portano i saluti di Matteo Marino e Alessandro Picone che lo aspettano a Volturara. Chiedono della situazione e Don Nicolino li rassicura che tutto è pronto per il grande ritorno di Franceschiello.

- Figli miei, duecento persone sono pronte a Bagnoli, cento a Montemarano, cinquanta a Castelfranci. Domenica si parte. Volturara sta nel mio cuore e dovrà essere il centro della sommossa. I tanti amici personali che ho da voi vi daranno una mano senza comparire. Non vedo l’ora di incontrare Don Angelo, il parroco di Volturara, assieme a suo fratello, per avere le ultime notizie. –

- State tranquillo Don Nicolì siamo pronti anche a morire contro questi traditori che sono passati collo Scomunicato del Piemonte. - Le parole di Angelo Solito sono più per rassicurare sé stesso che il sacerdote. Sa che la situazione è difficile per loro, se non disperata.- Non si può consegnare il Regno agli stranieri ed essere ridotti in schiavitù - aggiunge.- Il Signore è con noi e ci aiuterà.- D’altronde, pensa, questo prete sta dicendo che a centinaia nei vari paesi si stanno muovendo e che il Re Franceschiello sta per tornare a casa vincitore.

I tre congiurati, Don Nicolino il prete e i due Solito, si avviano di buon passo e apparente buon umore verso la Piazza. Le prime casa di Volturara sono ormai davanti a loro. La spia Nicola Raimo li osserva e la loro allegria gli mette rabbia e fretta, si tiene una mano in tasca per proteggerla dal freddo con l’altra mano cerca di tenere bene serrato il mantello al collo per non sentirsi il gelo sulla gola. Il mio destino sta nelle mie mani, pensa, la mano che sta in tasca si terrà i denari che mi faranno guadagnare i favori che mi aspetto per aver fatto favori alla Guardia Nazionale, la mano che tengo al collo mi dovrà proteggere dalla corda che cercheranno di mettermi i filoborbonici se torna Franceschiello. Ma domani si vedrà, adesso c’è un problema immediato da risolvere. Trovare una persona fidata nella Guardia Nazionale e riferire quello che ha visto. Perché la divisione tra amici e nemici di Franceschiello è ambigua. In una stessa famiglia ci può essere un liberale e un filoborbonico. Ci sono poi i vincoli di amicizia e interesse, il vicino si rifiuterà di dare rifugio al vicino con cui ha scambiato frutta e pomodori fino a ieri? Il figlioccio farà arrestare il compare che lo ha tenuto a battesimo? Nicola Raimo tutto questo lo sa bene, cerca di farsi notare poco, si confida solo con gente che tiene le orecchie aperte e la bocca chiusa. Non vuole fare la fine del topo che vede la trappola, ma non vede il formaggio. Attraversa il Serrone e va in cerca di Don Ferdinando De Cristofano, Tenente della Guardia Nazionale, lo conosce bene e sa che il Tenente vuole mostrarsi il più duro, il più severo. Gira sulla Spiezeria ed è fortunato, lo vede venirgli incontro.

– Don Ferdinà muovetevi, sta arrivando. Arrestatelo prima che combini guai grossi. Questo è pericoloso più di quanto immaginate. Voi capite di chi parlo -.

I due insieme si avviano in Piazza, il Tenente adesso vede chi stanno cercando: Don Nicolino parlotta davanti al grande tiglio affianco al Campanile, dietro alla fontana. Una certa eccitazione si sta impadronendo di Don Nicolino, tutti la aspettavano con ansia, qualcuno con curiosità, mentre parla osserva gli astanti per carpire qualche sensazione. Vede Don Generoso Sarno salire al Campanaro e gli corre dietro. Sorpreso di vederlo Don Generoso, gli chiede il motivo del suo stare a Volturara e alle prime parole di risposta resta come interdetto, con una scusa lo saluta e riprende a salire verso casa.

 - Sempre lo stesso-, pensa Don Nicolino.- Eccolo qua il solito vigliacco che non si compromette e aspetta chi vince. Ma queste tue scuse te le devo mettere nel cappello che terrai in mano, quando verrai a cercarmi aiuto.- Si gira verso la Piazza e riprende il controllo di sé stesso. Sente passi leggeri dietro di sé, Don Ferdinando gli si è avvicinato e lo tira per il lembo del cappotto.

 – Buongiorno Don Nicolino, sono il Tenente De Cristofano. Posso offrirvi un bicchiere di vino? Vorrei scambiare due chiacchiere con voi -.

 Il prete resta sorpreso, ma accetta, rifiutare non si può e sarebbe un errore. Si avviano in silenzio al Posto di Guardia. Ma la Piazza ha occhi e orecchie a ogni pietra di lastricato. Qualcuno si stacca da un gruppetto che ha seguito quell’invito a bere che pare piuttosto una rispettosa cattura e ferma i due a mezzavia.

- Don Nicolino bello, che fai qui a Volturara?- Le parole di Don Salvatore De Cristofano, fratello del Tenente, spezzano l’aria tesa-. Non cambi mai, sempre in movimento. Chissà che stai combinando adesso -. Poi rivolto al fratello - Ferdinando, ti presento un caro amico di Montemarano. Abbiamo trascorso a Napoli tante belle giornate insieme.-

 Don Ferdinando lo guarda storto, vorrebbe picchiare il fratello, ma si mantiene.

- Va bene ho capito vi lascio soli, ci vediamo dopo.-

Don Nicolino si riscuote ha fatto un brutto sogno, si scioglie, chiede a Salvatore degli amici, dell’altro suo fratello Achille De Cristofano, di Don Nicola De Feo e degli altri.

- Don Nicolì, mio fratello Achille è sicuramente in Farmacia, andiamo a trovarlo.- Svoltano l’Orto della Chiesa, attraversano sulla destra la strettoia che va al Carmine, salgono sul ponte di legno posto sul vallone e si infilano nella Farmacia.  Secondo le buone regole il Farmacista, in quanto rappresenta la Ragione e la Scienza, è in contrasto col Prete che rappresenta l’Irrazionale. Ma a Volturara le cose non funzionano a questo modo.

Don Achille esce dal piccolo sgabuzzino, attirato dal suono del campanello alla porta. Alla vista dei due i suoi occhi sopra gli occhiali sembrano brillare di gioia.

– Don Nicolino bello, finalmente, vieni mettiamoci dietro, ci facciamo un bel bicchiere di vino.-

Salvatore improvvisamente sembra non sentirsi a suo agio, si avvia alla porta preso da una fretta improvvisa.

- Don Achì, io me ne vado che ho da fare - dice avviandosi alla porta.- Vi lascio soli -. E poi rivolto a Don Nicolino - Vienici a trovare qualche volta, resti a pranzo a casa mia.-

- Non lo pensare a mio fratello. E’ falso e contro di noi - fa Don Achille appena Salvatore chiude la porta.

- Ma come?- lo guarda stupito il suo ospite.- Appena due minuti fa mi ha sfilato dalle mani di Don Ferdinando, che mi stava portando al posto di guardia per offrirmi un bicchiere di vino intossicato.-

Ma Don Achille scuote la testa. – Eppure ti dico che è così. Tengo questi due fratelli, Ferdinando e Salvatore, il primo si è messo l’uniforme da giuda e sta coi Piemontesi per fare carriera, il secondo cammina con una scarpa nuova e una antica. Piuttosto fammi sapere, sono ansioso di capire quando si parte. Noi siamo pronti, gli amici ci aspettano.-

- Donn’Achì, le cose vanno bene.- E sorseggiando il bicchiere - Buono questo vino, scommetto che è del Saracino.-

La calma di Don Nicolino rincuora il farmacista, che si apre con determinazione.

- Li dobbiamo ammazzare tutti questi traditori cascettoni, si sono venduti per mantenere il potere, come sempre. Una pausa poi riprende.- Il popolo è con noi, è stato fatto un buon lavoro, gli amici si sono impegnati al massimo in questi mesi, soprattutto Matteo e Alessandro.-

 Don Nicolino coglie la palla al balzo - Li mando a chiamare?-

 - No, forse è meglio che io non mi faccia vedere, sono più utile se resto riservato. Questi sospettano tutto e non vorrei che ci scoprano prima di partire.-

Ma Don Nicolino è venuto a spingere. 

- Achì, non c’è più tempo. Domenica si deve partire tutti insieme in tutti i paesi dove possiamo arrivare. Il Re è alle porte della Campania, la flotta è nelle acque di Manfredonia secondo le ultime notizie. Dobbiamo creare confusione per alcuni giorni, prendere in mano la situazione e aspettare in stato di massima all’erta per creare un governo provvisorio. Li spazzeremo come nel ’99.- Poi aggiunge - senti, adesso io vado a trovare gli altri. Tu sai quello che devi fare.-

Si baciano, poi Don Nicolino ritorna in Piazza. La tensione che avvertiva all’arrivo sembra stemperarsi in questi incontri con amici, una specie di euforia gli pervade l’animo.- È meglio di quanto credessi - pensa. Ho fatto bene a venire qui, se riesco a far crescere la tensione Volturara può diventare il fulcro della rivolta. Va a finire che Franceschiello lo devo portare a Volturara per ringraziarli di averlo salvato, un giorno speriamo non lontano.-

È arrivato davanti alla fontana della Piazza, quando vede due suoi compaesani di Montemarano che di spalle passeggiano. Si avvicina e tira per l’orecchio Don Nicola Gallo, suo vecchio amico. Il fastidio dell’amico per il gesto ricevuto si trasforma in piacevole sorpresa appena si gira.

- Donnicolì e che ci fai qui? fatti guardare, lo sai che non ti riconoscevo più? Con questa barba sembri un brigante.- Nicola Gallo è veramente sorpreso. Sa qualcosa, sa anche che il prete è ricercato per i fatti di Napoli del Novembre scorso.

- Niente, sono venuto a trovare dei vecchi amici, ma tu, piuttosto, come ti trovi a lavorare a Volturara? Mi fa piacere vederti qui a Volturara. L’ho sempre detto che Volturara e Montemarano devono stare insieme, fare un unico paese, l’uno può aiutare l’altro.-

Mentre parla, con la coda dell’occhio vede arrivare Don Nicola De Feo l’Arciprete. Lascia i due amici montemaranesi all’improvviso, senza nemmeno salutarli, corre incontro al suo grande amico.

 - Don Nicola, come stai?- si abbracciano, si baciano con affetto, in nome di un’amicizia da ragazzi al Seminario di Nusco, culla dei loro impegni scolastici.

- Non mi chiedere perché sto qui, adesso so solo che sono contentissimo di vederti.-

- Nicolì, oggi resti ospite a casa mia, a pranzo, non dire di no, sennò mi arrabbio.-

- Vabbene, vabbene hai vinto tu. Ho tanto da fare, ma a te non saprei dire di no.- 

 - Oh, vedi però che adesso ho da fare. Sai, è morto Don Pasqualino Masucci, il dottore, e devo officiare il funerale, tu aspettami a casa mia che ti raggiungo subito.-

Don Nicolino si fa il segno della croce.

- Madonna mia, Don Pasqualino è morto? povero amico mio così giovane, mi hai dato una tristissima notizia.-

Pregherò per lui. Il Signore lo abbia in gloria.-

 Il cielo è coperto e livido, risuonano in lontananza di cupi rumori di tuono e dietro la collina di San Michele improvvisi bagliori fanno presagire un tempo non proprio primaverile. I due sacerdoti si avviano al Campanaro.

L’Arciprete fa strada ed è contento di annunciare la visita di un amico ritrovato dopo tempo.

 - Maria, oggi abbiamo un gradito ospite, non farmi fare brutta figura, prepara qualcosa di buono, io torno tra poco.-

La donna fa accomodare Don Nicolino nella stanza dove Don Michele, il padre dell’Arciprete, sta aggiustando una sedia. L’ospite montemaranese viene salutato cordialmente e invitato a prendersi un bicchiere di vino. Ma Don Nicolino è nervoso e avverte una strana sensazione di inquietudine dentro di sé, cercando di non apparire scortese chiede di potersi assentare.- Non posso perdere tempo - pensa.- Qua se non mi muovo rischio di rovinare tutto il filato.-

Scendendo attraversa la Piazza d’un fiato, dirigendosi verso il Freddano, gira sotto i Portoni verso la casa di Don Angelo, il parroco. Sa che troverà comprensione e aiuto, sa che Don Angelo gli indicherà la strada giusta. Al bussare il parroco si affaccia alla finestra e senza parlare scende ad aprire la porta. Solo dopo che Don Nicolino è entrato lo abbraccia con affetto. Si scambiano parole di circostanza e salgono al piano superiore.

Matteo Marino il fratello del parroco è lì. Alto, robusto, con baffoni tendenti al grigio, sopracciglia forti e nere, sotto una capigliatura castana e corta, incute rispetto, ma nello stesso tempo offre disponibilità al dialogo e senso di sicurezza. Don Nicolino ne aveva sentito parlare, ma trovarselo di fronte così come se l’era immaginato gli mette allegria e lo fa aprire senza remore.

- Matteo, dobbiamo muoverci. Solo tu puoi concretizzare i nostri sforzi e i nostri ideali contro questi traditori venduti allo Scomunicato.

- Don Nicoli’, fatevi salutare, e state senza paura, Volturara è con noi. Lo straniero non passerà. Garibaldi e Vittorio Emanuele pagheranno la loro tracotanza. Piuttosto come va negli altri paesi? quando ci sarà l’ordine di accendere il fuoco?-

- Il momento è vicino, sono qui per questo. Dopo domani comincerà in cento paesi una rivolta contro cui i pochi Piemontesi  potranno fare nulla. A Volturara prenderai tu il comando delle operazioni e con i tuoi amici costituirai il nucleo che attenderà il ritorno del nostro Re Francesco.-

- Ho già parlato con loro e sono pronti Comunque vogliono conoscerti. Abbiamo parlato tante volte di te che non vedono l’ora conoscerti. Non sanno ancora che sei qui a Volturara, ma se usciamo li troveremo senz’altro.-

 Don Nicolino non se lo lascia dire due volte e prendendo il cappotto dalla poltrona dice a Matteo di andare avanti, lui lo seguirà. Arrivano al fontanino del Freddano, mentre l’orologio della Piazza suona mezzogiorno e le campane ricordano a tutti che è ora di fermarsi a mangiare, prima di riprendere il lavoro nei campi, perché così vuole nostro Signore. I due si fanno il segno della croce senza neanche accorgersene, mentre si infilano nel sottano di Alessandro Picone, il punto di riferimento della congiura. Finalmente i capi della cospirazione sono a raccolta. Con Alessandro Picone ci sono suo fratello Luigi e Angelo Solito. Matteo Marino fa le presentazioni e invita tutti a fare una passeggiata al Dragone. Si parlerà meglio, senza occhi e orecchie indiscrete. Non si accorge che da dietro la finestra di fronte Pietro Candela li sta osservando con attenzione. Una sorta di euforia pervade l’animo dei congiurati. Matteo parla con Don Nicolino sugli appoggi che sono riusciti a ottenere tra i notabili. Fa il nome dei figli di Don Angelo Marra, i fratelli Mattia e Alfonso Marra, il nome di Don Gioacchino Benevento e di altri che pur essendo loro favorevoli non vogliono esporsi troppo, dato che le Guardie Nazionali tengono tutto sotto osservazione e conoscono i movimenti di tutti.

Alessandro Picone e gli altri due un poco più indietro guardano il prete ed esprimono i primi giudizi sulla persona. L’impressione che ne hanno ricevuto è senz’altro positiva. Ammirano la serietà del volto, nascosto dalla barba, la determinazione del linguaggio e la sicurezza che le sue parole infondono. Alessandro si sfregola le mani impaziente e l’eccitazione nei suoi occhi si concretizza nelle invettive contro quelli che si vogliono prendere il paese a danno degli altri. A turno i congiurati danno sfogo alle tensioni: Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Nunzio Pasquale sono coperti di insulti liberatori.

- Cascettoni, traditori, sempre loro, pur di comandare non esitano a mettersi con i Piemontesi, stranieri scomunicati -.

La passeggiata si conclude nei pressi dell’aia di San Michele in località San Carlo. Don Nicola osserva davanti a sé lo spettacolo della Natura e ne è impressionato.

- Avete un panorama degno del Paradiso, se non fosse per il freddo e l’umidità.-

Il Dragone è pieno d’acqua fin sulla stradina che lo costeggia e lo spaccato che hanno davanti agli occhi fa vedere solo acqua con mallardi che salgono e scendono, centinaia di uccelli che volteggiano sull’acqua creando figure geometriche che assumono mille contorni e mille forme. Il cielo grigio e minaccioso rende più colorata la superficie del lago e le pieghe dell’acqua con fare soffice sembrano cullare un mondo a sé, eterno, senza tempo.

È stato un convegno ben poco operativo, anzi nulla si è concluso. I congiurati non hanno un vero piano e si rendono conto della forza dell’avversario, che al momento controlla quasi tutto il territorio e ha spie dappertutto. Si rincuorano e si convincono l’un l’altro che i Borbone non cadranno mai, parlano e riparlano di flotte ed eserciti che si stanno muovendo a soccorrere Franceschiello. Non si risparmiamo imprecazioni e minacce contro i traditori, si ripetono i nomi dei paesi nel territorio pronti alla rivolta contro i Piemontesi. Ma dietro l’aria decisa si cela l’incertezza e dietro l’incertezza arrivano due compagne pericolose: nostalgia e insicurezza. Il brivido più di piacere che di freddo scuote Don Nicolino, i cui pensieri erano arrivati chi sa dove, facendosi il segno di croce invita i compagni ad affrettare il passo perché ha troppi impegni in paese.

- Devo passare da Don Nicola Gallo, non per altro quello si offende - pensa Don Nicolino mentre arrivano alle prime case del Freddano. Al fontanino li lascia non senza averli baciati a uno a uno. Una stretta di mano a Matteo come per dirgli vai avanti senza paura e si avvia verso la Piazza.

Trova Don Nicola Gallo che va a tavola. Un altro bicchiere di vino che gli viene offerto, senza ancora aver mangiato, gli mette allegria. Ritrovarsi con un collega e di Montemarano stempera quel nervosismo che lo aveva assalito da quando era arrivato a Volturara. Gli racconta che tutta l’Europa si sta organizzando per riportare sul Trono di Napoli Francesco II. Una flotta attaccherà a Manfredonia, un’altra a Palermo, mentre da Roma l’esercito marcerà su Napoli con in testa il Re per scacciare gli atei.

- Don Nico’ fra giorni mi tolgo la barba, l’incubo è finito. Torno a fare il mio dovere di sacerdote, non senza aver scacciato questi demoni che si sono venduti allo Scomunicato.-

Se ne va rinfrancato, attraversa la Piazza e al Campanaro e bussa alla casa di Don Nicola De Feo.

Chiede scusa per il ritardo, ma la simpatia che accoglie il suo ritorno gli fa capire che non sono offesi. A tavola l’aspettano in tre, tutti desiderosi di conoscere questo personaggio di cui avevano sentito parlare così bene. Giovanni, il fratello di Don Nicola De Feo, fidanzato con Agnese la sorella di Alessandro Picone, non fa che chiedere notizie su come si sono conosciuti e delle marachelle che combinavano in Seminario. Il padre Michele scruta l’ospite cercando di capire cosa voglia e la sua mente va ai moti del ‘48 e del ‘21. Questo Don Nicolino ha lo stesso furore negli occhi di quelli che allora volevano il contrario di quello che voleva lui. Quante vite bruciate per cacciare i Borbone e ora c’è chi ancora li vuole far ritornare. Cinquant’anni di lotte, di paure, di riunioni segrete. Ne aveva sentito parlare tanto da suo padre. I volti di Don Cosmo e di suo fratello Don Domenico, di Antonio Candela e tanti altri ballano davanti ai suoi occhi e si mescolano allo sguardo duro, accigliato, forse un po’ cattivo di questo prete che sembra un brigante. Si, questo è proprio un brigante, a me non piace, mi voglio fare i fatti miei, ma lo devo dire a Nicola di non fidarsi troppo. Questo porta guai appresso, glielo devo proprio dire. Il pranzo va avanti in silenzio, poi i due sacerdoti passano nel salotto e Don Nicolino spiega, come se fosse la prima volta nella giornata, tutto il piano per il ritorno di Francesco II con la stessa partecipazione e veemenza di sempre.

Gli dice che è in diretto contatto con Roma, tramite il fratello Mariano che sta a Napoli nascosto, dopo che tutti e due nell’anno precedente avevano partecipato a una rivolta ed erano riusciti a sfuggire alla cattura per un soffio.

Fuori sta calando la sera. I cinque rintocchi dell’orologio così vicini li scuotono, smettono di parlare. Con rammarico Don Nicolino si alza e abbracciando l’amico gli rinnova l’invito a combattere contro lo scomunicato e nemico di Roma, apportatore di rovina dei popoli.

Mentre dalla finestra lo guarda che attraversa la Piazza, Don Nicola De Feo a stento riesce a frenare il tumulto dei sentimenti suscitato dalla visita del suo amico. È turbato, sia perché lo ha visto sofferente, sia perché ha scatenato nel suo animo di uomo tranquillo orizzonti di lotte e di intrighi. Nei suoi occhi appaiono le figure di Don Gennaro Vecchi, di Don Salvatore Sarno, di Don Leonardo Masucci, i padroni di Volturara in questo momento. Come sarà possibile combatterli? chi ne avrà il coraggio? Potranno Matteo e Lisandro Picone far fronte a un potere forte con mille tentacoli?. Mah! forse è meglio non pensarci. Che Iddio li aiuti. Chiude la finestra, perché le prime gocce di pioggia portate dal forte vento penetrano tra le imposte creandogli fastidio agli occhi. Don Nicolino torna a Chianzano, e sa che la sua giornata non è finita. Per recarsi in paese, chiama Achille e Giovanni Mongiello e li prega di andare con lui. Ivi giunti si dirigono in Piazza all’osteria di Beatrice Picariello e si rilassano bevendo un bicchiere di vino.  Agli sfottò di Beatrice, la quale gli chiede come mai un prete porta la barba, Don Nicolino risponde che è un voto fatto per il ritorno del Re Francesco e che fra alcuni giorni se la taglierà, una volta raggiunto lo scopo. Un po’ infastidito, accorgendosi che l’ora è passata e la persona che aspettava tarda a farsi vedere, esce dall’osteria con i compagni e si avvia alla casa del fratello Silvio, dove conta di passare la notte. A letto Don Nicolino ripensa alla lunga giornata. Rimasto solo non ha più necessità di ingannare sé stesso per ingannare gli altri. Il vento ha girato e soffia deciso contro i filoborbonici. A Volturara tra gli amici tira un’aria di armiamoci e andate, figuriamoci poi gli indecisi. Si pente di aver spinto ed eccitato i pochi decisi, ha paura che andranno al massacro, confidando nelle sue parole sugli avvenimenti. Diventa sempre più irrequieto minuto dopo minuto. Senza neanche accorgersene pensa alle vie di fuga. Chiedere umilmente ospitalità al Santuario di Montevergine? Cercare la banda di Cicco Cianco? Avviarsi per Napoli e poi Roma? Sente voci dabbasso, guarda al fucile appeso alla parete e alla finestra, ma le voci sembrano amiche.

- Fate scendere Don Nicolino, ditegli che lo cercano e verranno qui di certo. Lo mettiamo noi al sicuro stanotte.- 

La persona che Don Nicolino aspetta a Chianzano non arriverà mai. Arriveranno poi le Guardie Nazionali per arrestarlo, ma senza trovarlo. Da questo momento si perdono le tracce di Don Nicolino. Per non essere arrestato, si nasconde nelle campagne di Chianzano.

Il 20 Giugno 1862 la Sezione di Accusa di Napoli lo accusa di “Cospirazione e attentato, avente per oggetto distruggere, cambiare il Governo e eccitare i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato Italiano”. Lo condanna in contumacia.

Il 19 Dicembre 1863 accetta l’Indulto emanato per tutti i reati politici legati all’Unità d’Italia e ritorna libero cittadino dopo tre anni di latitanza, ma è segnalato e controllato continuamente. Due anni dopo, il 29 Giugno 1865, un ordine di cattura per i vecchi reati riporta in vita una situazione che sembrava appartenere al passato.

Don Nicolino si affida a un Legale, che con lettera del 3 Luglio rintuzza le accuse mosse al suo cliente. La Corte di Assise in data 5 Luglio 1865 archivia la sua pratica, essendosi i reati estintisi con l’amnistia del 1863.

Il liberale e il filoborbonico                                                                                                           Non deve sorprendere che tra i caporioni delle opposte fazioni ci siano rappresentanti della stessa classe sociale e censo, che hanno fatto gli stessi studi magari assieme, che hanno frequentato le stesse persone. Ideali e interessi che dovrebbero sempre stare dalla stessa parte viceversa si combattono. Il fatto si è che la sfida a Volturara Irpina non è tra propriamente tra reazionari e liberali convinti, ma è un crogiolo dove si fonde e si rifonde di tutto. La piccola guerra civile si combatte tra quelli che hanno ricevuto un torto dalla parte Borbone e quelli che hanno avuto danno dai Francesi. Tra quelli che sperano di mutare la propria condizione e quelli che cercano di conservarla. Su un fronte ci sono le famiglie di filoborbonici, fedeli al Re per tradizione e parola data, sul fronte opposto ci sono le famiglie liberali di persone che hanno girato il mondo, almeno fino a Napoli, letto libri, servito negli eserciti di Napoleone. E poi ci sono i prepotenti e i furbi. E infine i preti, preti dappertutto, farsi prete vuole dire essere rispettati, anche se si è nati contadini, e aver da mangiare tutti i giorni, per il resto si vedrà. Manca quasi del tutto il conflitto sociale, la lotta di classe, i poveri e i ricchi stanno un poco di qua e un poco di là. La povera gente è analfabeta e non costituisce uno stato sociale, mette cipolla e fame nel pane, segue le vicende di questi giorni con indifferenza e paura, o con qualche speranza. La rassegnazione è per lo più lo stato d’animo dei contadini, però succede che essi seguano un capopolo, un prete o un brigante per dare sfogo all’odio, nascosto ma infinito, contro notabili e possidenti per la fame e le umiliazioni subite ogni giorno.  

Viva a Garibaldi, viva a chi comanda, viva a Franceschiello                                                   Nel 1860 Garibaldi che sale dalla Sicilia porta una ventata di idee e di novità. Quando viene consegnato  il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II, e si promuove il Plebiscito di annessione all’Italia del 20 Ottobre, molti aderiscono al nuovo ordine di cose (viva a Garibaldi), altri si fanno i fatti loro (viva a chi comanda), altri si schierano completamente contro coloro che vengono definiti invasori (viva a Franceschiello).
Al Plebiscito non firmano tra gli altri Mariano Santoro, impiegato comunale e il segretario comunale Vincenzo Pennetti.
Il Sindaco Gennaro Vecchi mantiene le fila cercando una mediazione con il Clero che, forte degli ordini del vescovo, vede nell’Unità d’Italia un affronto al Re e al Papa.
I figli di Antonio Picone assieme a Matteo Marino, il fratello del Parroco, tessono le fila dell’opposizione al nuovo regime. Tra i notabili gli unici che mostrano la loro disapprovazione ai Piemontesi sono gli avvocati Alfonso e Mattia Marra.
Leonardo Masucci viene eletto Consigliere Provinciale.
Un’epidemia di vaiuolo nella primavera del 1861 con molte vittime fa da preludio a una rivolta popolare il 7 Aprile, Domenica.
La repressione del Governatore della Provincia Nicola De Luca inizia il giorno dopo con, decine di feriti e centinaia di arresti. È un fuggi fuggi sulle montagne che spinge Volturara in un clima di terrore, preda di bande di ricercati e di briganti, tra le quali si distingue quella di Giuseppe Nardiello, padrona del territorio per quasi tutto l’anno.
Vengono arrestati il parroco Don Angelo Marino e suo fratello Matteo, gli avvocati Marra e quasi tutti gli implicati nella rivolta, su delazione dei notabili che li conoscono tutti.
Scontri tra le Guardie Nazionali e i rivoltosi avvengono quasi ogni giorno. La situazione degenera. Il Governatore ritorna a Volturara a sedare i disordini e scioglie la Banda musicale colpevole di aver suonato l’inno borbonico.
Il 15 Luglio con sentenza della Gran Corte Criminale di Avellino vengono prosciolti il Parroco e gli avvocati Marra, mentre la maggior parte dei rivoltosi viene condannata a varie pene. Alcuni come Alessandro Picone vengono condannati in contumacia.
L’11 Agosto lo stesso Alessandro Picone sfugge alla cattura in modo rocambolesco, mentre le autorità per tenere calma la popolazione provvedono alla spartizione delle terre in fretta e furia. A Settembre muore la moglie di Gennaro Vecchi, il Sindaco, che viene sostituito dal suo grande avversario Salvatore Sarno. Inizia la resa dei conti, mentre il territorio nel mese di Ottobre e Novembre è ancora in mano ai rivoltosi, che presidiano tutte le vie di accesso al paese ed impediscono il passaggio a chiunque.
Le autorità girano scortate dalla Guardie Nazionali e spesso sono vittime di rapimenti con rilascio dietro riscatto.

Sabato 6 Aprile 1861. Piani per la rivolta                                                                                                                      Il freddo penetra nelle ossa, un vento gelido e umido nello stesso tempo fa capire che la vita è anche sofferenza fisica a Volturara. La poca acqua caduta ieri è gelata nelle pozzanghere sparse qua e la per la strada. Un debole sole arancione, che non riesce a penetrare la nebbia sparsa dappertutto, segue finalmente alle tenebre di una notte passata senza dormire, con pensieri di odio e di rancore. I decisi tra i congiurati si risvegliano con lo stesso pensiero: o la morte o la montagna.

Alessandro Picone pensa già a domani: deve sembrare tutto spontaneo. Guai se capiscono le nostre intenzioni, qua arriva tutto l’esercito piemontese. Ci distruggono, questi non scherzano. D’altronde, quanti ci hanno abbandonato negli ultimi sei, sette mesi. Sembravamo in tanti, siamo rimasti una decina e qualcuno sembra fare proprio il doppio gioco. Volti ambigui che girano nella sua mente e non servono a dargli tranquillità. Ma poi ricorda le parole di Don Nicolino e immagina scenari di rivolte in tutti i paesi. L’ansia dei preparativi accresce la sua determinazione. Niente deve essere lasciato al caso, la continua presenza di Don Matteo lo aiuta a essere ottimista. A sentire Don Matteo infatti il paese è spaccato in due, molte famiglie sono favorevoli al ritorno del Re. Solo i marpioni si sono venduti allo Scomunicato. Gli viene voglia di metterne una decina al muro e fucilarli, se tutto va per il verso giusto. Il cavallo nel suo incedere piano lo fa sobbalzare, vuole scrollarsi di dosso questi pensieri, sa che deve arrivare presto alla masseria di Matteo alla Valle re ‘Mpeo. Deve sapere cosa fare. Lo trova mentre segue i braccianti nella semina, lo richiama da lontano e si avviano verso la Foresta.

- Alessandro tu sei il più coraggioso di tutti. Da te dipende il risultato finale. Oggi devi ritornare in paese e creare movimento. Se vedono che siamo forti, ci seguiranno tutti contro questi cascettoni che vogliono solo comandare sempre loro. Li sappiamo tutti: Don Linardo, Don Gennaro, quel caino di Don Vicienzo Luciani; e poi Don Marco, Don Salvatore, Don Ferdinando, Don Nunzio e quanti più ne metti. Ma se ritorna Franceschiello li dobbiamo spogliare di tutto quello che hanno, gli dobbiamo mettere la zappa in mano e qualcuno deve anche lasciarci la pelle. Più imbecilli sono e più si sentono importanti. C’è Giuseppe il falegname che si crede il padre di Gesù Cristo e sta proprio "cacanno o’ cazzo", prima o poi la pagherà, fanatico e fesso. Ma torniamo a noi, cerca Vincenzo, Angelo e Nicola di Bottino e fatevi sentire. I nemici dei Borbone devono incominciare a tremare.-

Alessandro Picone saluta Matteo e si avvia verso Volturara, un gelido vento taglia la faccia e lo fa piegare in avanti con il mantello chiuso sulle spalle, mentre nella mente si delineano i movimenti da fare durante la giornata per preparare la rivolta. Spedire i fidati nelle Cantine del paese a surriscaldare l’atmosfera senza dare nell’occhio. Mandare qualcuno nei locali della Guardia Nazionale a controllarne i movimenti ed entrare nei crocchi in Piazza per aizzare gli animi. Per la verità non à d’accordo con Matteo su come agire, ma vi si adegua perché conosce la sua capacità di organizzazione e sicuramente ne sa più di lui. Cerca di rincuorarsi ripensando alle parole sentire su quello che sta succedendo fuori di Volturara, a quanto si dice le cose vanno bene e la loro azione sarà sicuramente protetta da un intervento delle forze del Re, che come gli hanno fatto capire premono alle porte del Regno, dal Lazio per terra e da Manfredonia per mare. Arrivato in paese, lascia il cavallo al Freddano e si avvia lentamente verso il Candraone. Vicienzo Mele detto Carpato sembra aspettarlo, insieme ai suoi fratelli Angelo e Mattia, davanti casa. Nervoso e agitato Vicienzo gli si fa incontro e Alessandro deve fare ogni sforzo per restare calmo, per concentrarsi. Sa di essere ancora più impulsivo di lui, ma in questo momento ha il compito di organizzare gli altri e deve mantenere la calma per poter far calmare gli altri, d’altronde la tensione sale e conosce bene il carattere di Vincenzo, irruento e irrefrenabile quando perde il controllo, senza mezzi termini.

Spiegandogli la situazione e i propositi riesce a calmarlo davanti a un bicchiere di vino, messo loro davanti da Rosaria la madre di Vincenzo, dopo che si erano accomodati su di uno scanno vicino al fuoco.

- Tutto il pomeriggio e la sera dobbiamo passarli in mezzo alla gente, li dobbiamo convincere che il momento della liberazione è vicino. Un paio andranno nella Cantina di Antonio Pennetta, altri nel caffè di Angelo Discepolo, altri ancora in quello di Giovanni De Feo, i miei fratelli Luigi e Raffaele li manderò nella Cantina alle Tavernole, Raffaele Cotillo andrà nel caffè di Giovanni De Cristofano, mentre Luigi e Angelo Solito si fermeranno in Piazza nella Cantina di Nicolantonio Marra, che è amico nostro. Bisogna provocarli mostrando sicurezza, se il popolo ci segue i nemici dei filoborbonici sono cotti.-

A Vincenzo il piano di Alessandro piace, si riscalda, vuole entrare in azione subito.

- Nicola Marra, Pasquale Cutillo, Matteo Masucci, Raffaele Del Percio, Matteo Picardi, Nicola Montefusco, Mariano Risoli, Bernardo de Cristofano e Giovanni De Feo, che sono i più coraggiosi, devono stare in mezzo alla Piazza, girare per il paese casa per casa, chiamare gli amici a uscire allo scoperto. Devono muoversi già da oggi.-

Alessandro con la scusa di aver delle faccende da sbrigare lascia i tre e si avvia verso casa, vuole tranquillizzare Maria, la moglie, e concentrarsi per preparare ogni mossa nei minimi particolari. Arrivato a casa, chiama i fratelli Luigi, Nicola e Raffaele e davanti a una zuppiera di pasta e fagioli fumante dà loro le ultime raccomandazioni. Il più determinato sembra Luigi che, stanco di subire le oppressioni dei soliti, ricorda le sofferenze del padre Antonio contro quei tre o quattro che fanno il bello e cattivo tempo a Volturara: sfruttato e abbandonato, messo in ginocchio da un potere precostituito, gli avevano impedito di crescere e di migliorare la sua condizione, lo avevano costretto quasi alla miseria, lui che voleva mandare i figli a scuola per farli diventare qualcuno nel paese. Dalle sue parole sortisce un rancore sordo e profondo, che fa passare nella schiena di Raffaele un brivido fino ai denti ora serrati in una morsa d’acciaio.

Nicola capisce le tensione e li invita alla calma, per avere più concentrazione e non commettere errori. Un ultimo bicchiere di vino, versato da Maria, bevuto d’un fiato quasi per un rituale sacro e di sangue e all’unisono si alzano per andare a svolgere ognuno la sua parte.

Alessandro esce passando davanti al sottano dove la madre Gaetana sta stancelliando, vorrebbe salutarla ma l’istinto lo dissuade dal farlo. Tira diritto si avvia verso la Piazza.

- Povera mamma - pensa camminando.- Da quando è morto papà si è chiusa un in mutismo che mi preoccupa. Ormai è più di un anno e non riusciamo a farla nemmeno sorridere; i pensieri la uccideranno se continua così. Deve rassegnarsi e ritrovare la grinta che la contraddistingueva. Certo che noi figli, e io in particolare, non facciamo niente per aiutarla, anzi stavolta mi odierà per quello che sto facendo e non mi perdonerà mai di aver coinvolto anche Raffaele, che è cosi giovane e inesperto. Ma io non posso tirarmi indietro, se il Signore vuole che devo portare questa croce, la porterò fino alla fine. Forse è meglio andare a trovare il compare Don Angelo Marino, il Parroco, chiederò consiglio a lui e gli chiederò di pregare per me e la mia famiglia; può darsi che trovi anche il fratello Matteo, solo lui riesce a darmi la carica giusta, se no qui rischio di crollare senza combinare niente.- Svolta sotto i Portoni e scompare nel buio della scala.

Rullo di tamburi per tutta la tribù divisa in fazioni e sentimenti. Ognuno è tentato di uscire e unirsi a uno dei cori. Ma diverse sono le sorti degli indigeni. Uno è fermato sull’uscio dalla moglie implorante che addita i figli, le creature. Un altro invece è spinto fuori dalle sorelle erinni furibonde e vendicative. – Faglielo sentire bene chi sei, devono morire di paura.-

Un terzo poi vorrebbe salire su un albero per sentire e guardarsi intorno, in modo da non suonare dalla parte sbagliata. Chi può essere certo di quale dei due stregoni alla fine dominerà la tribù, Franceschiello o lo Scomunicato? A nessuno viene in mente di profittare del momento di assenza di un forte potere centrale per unire le tribù invece di dividerle in fazioni, per fare la Libera Repubblica Irpina intanto. Poi si vedrà a chi e come unirsi. 

Per tutto il pomeriggio il tam tam dei filoborbonici   passa la notizia dell’imminente rivolta contro l’invasore e i suoi cascettoni. Decenni di rancori e di maltrattamenti subiti ritornano con insistenza nei discorsi fra la gente; odi mai sopiti fanno accrescere la rabbia di chi sogna la rivalsa contro tanti, troppi torti subiti; una schiavitù oppressiva da cancellare con la forza della rivolta. Nelle parole di tutti i congiurati la voglia di fare giustizia sommaria di famiglie cattive e prepotenti. Qualcuno pensa di mettere la ghigliottina in Piazza come a Parigi cinquant’anni prima, altri pensano già a dove scappare in caso di fallimento, ma la sensazione generale è che le cose stanno cambiando e che andrà tutto bene per chi si mette dalla parte di Franceschiello. Nelle Cantine, nei caffè, nelle case, un’atmosfera di attesa, di parole nervose. Nelle campagne su tutto la speranza di poter appropriarsi di quelle terre da decenni coltivate per altri, per i soliti, senza ricevere in cambio nemmeno il minimo per sopravvivere.

La sera freddissima cala su un paese silenzioso. Una nebbia fitta sembra favorire le ombre che passano da una casa all’altra. Al Freddano soprattutto è un brulicare di persone che si incontrano. Dalla casa di Matteo Marino, sotto i Portoni, ogni tanto parte qualcuno con destinazione precisa per avvertire delle mosse da fare, altri salgono in casa per avere ordini. Vicino al fuoco a discutere ci sono i promotori, i più determinati. La vecchia cassapanca ospita Alessandro e Matteo, appoggiati al muro Luigi Picone e Giuseppe Nardiello li osservano in silenzio, nell’altra stanza Don Angelo, il parroco, fratello di Matteo, prega da alcune ore in solitudine.

 In campo avverso, a due passi, nel palazzo in Piazza dei Masucci, l’atmosfera è diversa, pesante. Si palpa dolore e preoccupazione. La morte del Dottore Pasqualino Masucci ha lasciato nello sconforto e nella disperazione i Masucci e i Vecchi. È una processione continua che sale e scende per le scale di Don Alessandro Masucci. Nello studio ci sono tutti i notabili a tenergli compagnia. C’è Don Salvatore Sarno con il figlio diciannovenne Alessandro, il dottore PietroAntonio Pennetti, l’avvocato Don Alfonso Marra, e Don Vincenzo Luciani. Lamenti e preghiere provengono dalla stanza affianco. Donna Clorinta, la moglie di Don Pasqualino ha continue crisi di nervi e a nulla valgono gli sforzi del fratello Don Achille Vecchi a prepararle medicine per risollevarla. Le amiche le tengono le mani e in silenzio piangono anche loro. Era il migliore di tutti, buono e disponibile, simpatico e allegro. Nessuno riesce a farsi una ragione della sua scomparsa. Nemmeno il tempo di rendersene conto e se ne è andato, strappato ad una giovinezza nel pieno fulgore e a una moglie che lo adorava.

Il Notaio Don Leonardo Masucci, Don Marco Marrandino e il Sindaco Don Gennaro Vecchi discutono nel salotto, nei loro sguardi preoccupazione e nervosismo. Sanno tutti e tre che la situazione sta precipitando e che hanno il dovere di far fronte a uno stato di cose grave e pericoloso. Non possono permettere lo stravolgimento voluto da pochi esagitati. Cinquant’anni di attesa non possono perdersi per superficialità e noncuranza. L’unita’ d’Italia è troppo importante e bisogna fare tutto per mantenerla dopo averla ottenuta con sacrifici e tante perdite umane. Il ricordo del Re Bomba e del suo dispotismo è troppo fresco per non farli innervosire al suo solo pensiero.

Don Marco è il più deciso, si rivolge a Leonardo Masucci e lo richiama alle sue responsabilità.

- Don Leona’ so che vi sto chiedendo un sacrificio troppo grande, so che il vostro dolore è una cosa tremenda, ma chiedo a voi e a Don Gennaro di essere forti e soprattutto calmi. Voi siete il nostro punto di riferimento, la nostra unica speranza. Anch’io ho sofferto, ho sofferto per una vita. Mio padre Ciriaco ha speso la sua esistenza in nome di un ideale unitario. Mio zio Orazio ha passato tanti guai, si è rovinato una vita per poter vedere un giorno l’Italia unita, senza quei bastardi dei Borbone. Ebbene, scusate, ma dovete superare il vostro dolore, avrete tempo per piangere Don Pasqualino, oggi occorre fermezza e determinazione. Quei facinorosi la devono pagare prima che combinino altri guai. Lo sapete che in questo momento o al massimo domani si ribelleranno. Hanno armi e munizioni, questi ci ammazzano come cani. Occorre far intervenire l’esercito per fermarli, la Guardia Nazionale paesana non è in grado di poterlo fare, anzi molti di loro parteggiano per quei fetenti.-

Smette di parlare per le grida di dolore che provengono dalla stanza affianco e per un attimo un silenzio pesante cala nel salotto, Don Gennaro Vecchi ha la testa fra le mani e qualche singhiozzo fa capire a Don Marco che sta piangendo sommessamente di nascosto. Don Leonardo Masucci si alza dalla poltrona e si avvia lentamente al balcone come per trovare concentrazione. È stato sempre di poche parole, ha preferito sempre l’azione e le cose concrete. Sa che il momento è pericoloso, la mente va indietro negli anni e ricorda altri momenti simili, ma mai pericolosi come adesso. Ricorda le parole di Don Pasquale, suo padre, “la calma è la virtù dei forti”, vorrebbe averlo vicino a lui in questo momento. Lui saprebbe cosa fare. Questa disgrazia in famiglia non ci voleva proprio, il suo povero fratello Alessandro quante ne ha viste, che vita infame, e la mente va al ‘46 quando gli morirono quattro figli in sei mesi. Sembrava finita, ma questo dolore è peggio di allora, è insopportabile. Poverino è sempre triste, gli è rimasto solo Generoso, stavolta sembra proprio finito. È passato un giorno dal funerale, ma sembra peggio di ieri. “Vorrei dormire e svegliarmi tra dieci anni”, pensa.

Lo fanno scuotere le parole di Don Gennaro Vecchi, che si è intanto riscosso dal dolore che procurano le grida della giovane vedova e ora pensa alla sua sorte.

- Don Leona’, tu sai il bene che volevo a Pasqualino. Non dimentichiamoci però che sono il Sindaco, e se lo sono è grazie a te e a Don Alessandro. Voglio da voi una parola di conforto, voglio sapere cosa devo fare, ho la mente vuota, c’è solo rabbia e dolore, ma se non ci decidiamo rischiamo il caos politico e sociale. Questi farabutti non hanno rispetto del nostro dolore, anzi ne approfittano perché siamo storditi e confusi. Non dimentichiamoci che lo stesso Don Salvatore, uno che in teoria sta dalla nostra parte, aspetta la confusione per metterci in un angolo. Siamo riusciti a frenarlo per tanti anni, ma stavolta vuole farci le scarpe. Lo stesso Don Nunzio si è alleato con lui per toglierci il Comune di mano, una volta che Franceschiello sia stato sconfitto definitivamente. Giuro però sull’anima di mio cognato, che li prenderò a uno a uno e non gli darò tregua fino alla fine dei loro giorni. E poi ci sono quei fessi dei filoborbonici che non vogliono capire e ancora si illudono. Ma qui la colpa è soprattutto di Alessandro Picone e Matteo Marino, sempre loro, sono peggiori dei loro padri, rompiballe e irriverenti. Ma li aggiusto io. Ho avvertito il Governatore De Luca a varie riprese, purtroppo la situazione di allerta è estesa a tutta la Provincia e non possono mandare uomini a perdere tempo qui a Volturara.-

Il suo interlocutore gli risponde deciso.

- Gennaro, amico mio, sei come un figlio per me e la tua sofferenza mi opprime. Non so che consiglio darti, ma forse consigli in questo momento non ce ne sono e non servono. L’unica cosa da fare è restare calmi e non prendere nessuna iniziativa. Se li affrontiamo a viso aperto ci ammazzano tutti, sono troppo determinati e non capiscono che stiamo facendo il loro bene. Un giorno i loro figli ci ringrazieranno per come ci siamo comportati, ma per adesso dobbiamo solo aspettare che passi questa bufera, questo terremoto. Non dico si salvi chi può perché non sono un vigliacco, ma meno ci facciamo vedere in giro e meglio è. D’altronde se succede qualcosa ho avuto anche io assicurazioni che verranno da Avellino ad aiutarci. Nicola Raimo sta seguendo gli sviluppi per noi. Anche lui è da ammirare. Si sta fingendo amico loro per sapere le loro mosse in anticipo. Rischia grosso, se lo scoprono lo ammazzano, ma ho fiducia in lui, sai anche tu quanto è determinato e coraggioso. Quanto a Salvatore Sarno, lascialo perdere, solo se sbagli le tue mosse può avere spazio, altrimenti resta isolato con Nunzio e Vincenzo Luciani. Piuttosto chiama Ferdinando De Cristofano e mandalo a controllare per il paese con le Guardie Nazionali , è l’unico di cui possiamo fidarci e certamente non si farà fare fesso.

Marco Marrandino approfitta del silenzio che si è creato e chiede permesso per andarsene, la scusa è che vuole lasciarli soli perché devono decidere cose importanti; si avvia per le scale con una certa fretta di uscire da quella casa un pò jellata. Incrocia suo cognato Don Salvatore Sarno e suo nipote Don Vincenzo, li saluta con un mezzo inchino, ma con freddezza. Loro non lo degnano di uno sguardo né di un saluto, continuando a parlottare tra loro.

I tre, Marco Marrandino, suo cognato e suo nipote stanno dalla stessa parte, quella che vincerà, meglio che già ha vinto, solo che a Volturara non tutti se ne vogliono far capaci. E quindi si pensa al dopo, alla divisione del bottino, sulla quale questi tre non sono d’accordo a quanto pare.

Don Vincenzo, il nipote di Marrandino, ha paura che i tre fratelli Masucci e i loro alleati fidati, una volta sconfitti e scacciati tutti i filoborbonici, si facciano tentare dall’ingrossare il bottino dei vincitori con terre e proprietà degli alleati di prima. 

Don Vincenzo, appena Marrandino si è allontanato lancia strali di maledizioni su di lui. La rabbia e la paura lo fanno partire con un discorso mezzo sconclusionato.

- Ecco uno dei soliti lecchini dei Masucci, è grazie a gente come lui e Nicola Raimo che i Masucci perpetuano il loro potere a Volturara. Don Salvatò, scusate la mia sfacciataggine ma se non prendiamo noi in mano la situazione, qui rischiamo di fare una brutta fine. Gennaro Vecchi è troppo morbido, troppo tollerante, a volte ho l’impressione che sia d’accordo con loro, i Masucci, per farci fuori, a volte sembra quasi che voglia tenersi buoni i filoborbonici, non si sa mai. Dobbiamo farci rispettare con la forza, devono capire che noi siamo l’ordine. Quei quattro cafoni analfabeti, sobillati da alcuni pazzi criminali vogliono solamente sovvertire l’ordine sociale, stabilizzato nel tempo dai nostri antenati. Vogliono impadronirsi delle nostre terre per comandare loro a Volturara e noi non possiamo permetterlo. Come loro non hanno più rispetto per noi, noi dobbiamo ammosciarli con la forza senza pietà, anche con le armi. A lavare la testa all’asino perdi acqua e sapone, questi bastardi bisogna ammosciarli con la frusta. Abbiamo fatto tanto per loro e non capiscono chi gli fa del bene. Sono carne da macello e si permettono di fare i giusti, e non rispettano chi rappresenta lo Stato.-

- Calmati Vincenzo, lo ferma con decisione Don Salvatore Sarno, non farti prendere dalla rabbia, non serve a niente. Oggi dobbiamo mantenere la calma, i conti li faremo dopo e chi deve pagare pagherà. Lo stesso Gennaro Vecchi dovrà rendere conto di come si sta comportando: è lui l’artefice di questo schifo. Cascettone e furbo, basta che comandi lui e va tutto bene. Piuttosto, domani mattina vado a Salza per votare il Deputato con Nunzio Pasquale e Nicola De Cristofano. Sicuramente spingerò perché mandino un distaccamento militare a Volturara a controllare la situazione. Oggi ho già fatto spedire da Don Scipione Capote da Montella un telegramma in merito. Spero che mi ascoltino. Come Ufficiale della Guardia Nazionale potrei fronteggiare la situazione in prima persona radunando tutti e armandoli, ma forse è meglio stare riservati, siamo in pochi e rischieremmo di morire tutti. La morte di Don Pasqualino, il dottore potrebbe giocare a nostro favore. Se i filoborbonici non sono proprio Caini, dovrebbero rispettare il dolore dei Masucci e stare calmi. Altrimenti per loro sarà a fine del mondo, non è possibile che riescano a farcela. L’esercito piemontese è organizzato bene e in due ore può arrivare a Volturara. Può contare su Piemontesi, Ungheresi e Guardie Nazionali di vari paesi del circondario comandate da Don Michele Tagle che sappiamo bene non scherza proprio. Le ultime notizie dicono che i contrari non sono bene organizzati e litigano tra di loro, d'altronde stai vedendo con i tuoi occhi quanta gente sale e scende a salutare e a tenere compagnia ai Masucci; questo vuol dire che contano ancora e che tanti preferiranno restarsene tappati in casa piuttosto che mettersi contro tutti noi. A cose finite sarò io stesso a fare l’elenco di quelli coinvolti, li farò marcire in galera per il resto della loro vita. Ora si fatto tardi e voglio andarmene a dormire. Domani devo alzarmi presto per andare a votare, ti raccomando di vigilare, perché come dicono tutti forse è proprio domani che vogliono attaccarci. Domani è Domenica e nessuno lavora, quando non lavorano pensano e quando pensano troppo sbagliano.-

7 Aprile 1861. Tentativo di rivolta

Il 7 Aprile 1861 a Montella in Piazza si suona l’Inno a Re Ferdinando e si balla la tarantella in onore di Franceschiello di Borbone, re delle Due Sicilie.

Montella, Volturara Irpina e i paesi del circondario tentano l’ultima disperata rivolta contro i Piemontesi invasori.

Torniamo a Volturara.

 Di prima mattina Luigi Picone si presenta in Piazza con una penna rossa sul cappello, provocazione bella e buona. Alle 17 Giovanni De Feo, seguito da altre persone, gira inneggiando a Francesco II. Alle ore 21:30 sul ponte del Freddano Giovanni De Feo grida “Viva Dio, Viva Francesco II”‘ al passaggio del parroco Don Angelo Marino e del sacerdote Don Nicola Marra, che escono dalla Chiesa di S. Sebastiano. Nel ’99 il clero borbonico aveva preso la guida della rivolta contro i Francesi e si era trascinato dietro il popolo. Stavolta si vorrebbe fare il contrario, ma non funziona. Ormai il clero a ogni livello ha fiutato il vento e comincia a defilarsi, la chiesa ha sempre goduto di una sua rete di informazione tanto occulta quanto efficace. Ora il parroco Don Marino si fa scudo della religione, pretende di essere estraneo alla politica. Don Angelo e Don Nicola non rispondono alla provocazione e se ne scappano sotto i Portoni. Davanti alla casa di Domenico Zirpolo fu Carlo, Alessandro Picone chiede a Don Angelo ‘”compa’, viva a chi?” Ma il parroco gli da una risposta evasiva, dicendo che gli interessa badare all’insegnamento della Dottrina ai giovani e indica i ragazzi che stanno con lui. Quando la chiesa suona i tre quarti dopo le Ventitré, Pietro Candela, vedovo della sorella di Alessandro Picone, dalla finestra di casa vede un gruppo di giovani visibilmente eccitati davanti al fontanino del Freddano, vicino alla casa dei Picone, che parlottano tra loro: sono Alessandro e Luigi Picone, Vincenzo e Angelo Mele, Nicola Marra detto Bottino, Raffaele Cutillo con suo figlio. Pasquale. Alessandro Picone è armato! In quel mentre dal Candraone compare Raffaele Del Percio armato di scure che al grido di “Viva Francesco II” invita tutti alla rivolta. È il segnale.  Pasquale Cutillo va a prendere una pertica, Nicola Marra un fucile e un panno bianco che issa in cima alla pertica in segno di bandiera borbonica, la danno in mano ad Angelo Mele e incominciano a muoversi verso il Freddano, gridando a squarciagola, girano per via Croce si dirigono al Carmine. Si forma una folla incredibile eccitata e determinata. Vanno per la Pozzella sparando in aria e tirando sassi alle case dei Don.

La Guardia Nazionale si eclissa, per timore di soccombere. Arrivano in Piazza, a centinaia e centinaia, molti i giovani, tentano di sfondare il portone del notaio Don Leonardo Masucci, Consigliere Provinciale e Comandante della Guardia Nazionale di Volturara (vi si trova nascosto la spia Nicola Raimo) vicino al Tiglio, ma non vi riescono il portone resiste. Si dirigono al posto di Guardia rompendo le effigi di Vittorio Emanuele e Garibaldi. Raffaele Del Percio e Giuseppe Nardiello detto di Zeza con una scure mandano in frantumi lo stemma dei Savoia e prendono i fucili. Altre armi le requisiscono ai notabili nelle case. Angelo Usignuolo armato bussa al portone di Don Nicola Marino per farsi consegnare le armi che ha in casa. Matteo Masucci e Matteo Picardo vanno verso il carcere, puntano le armi al collo del custode Pellegrino Scioscia di Altavilla e liberano tre detenuti Lorenzo Pedicino e i cugini Nicola e Giovanni Sarno. Il Sindaco Don Gennaro Vecchi sta a casa di Alessandro Masucci, padre di suo cognato Pasquale Masucci, morto il giorno prima. Avvertito della situazione riesce a raggiungere casa sua e tapparsi dentro. Don Ferdinando De Cristofano, ufficiale della Guardia nazionale, si nasconde nel primo buco che trova: il botteghino di Sebastiano De Cristofano.

Niente eccita e unisce di più gli uomini che il desiderio di abbattere un nemico. Volturara questa domenica è in cerca di eccitazione, gli serve un nemico da sacrificare e se ne crea uno. E un mostro informe con mille tentacoli che escono dalle finestre di certe case e da certi portoni, si nascondono nei vicoli. Ma non è un mostro reale, è un incubo fatto di illusioni, sogni odii, rancori, voglia di un giorno da raccontare, vino molto vino, parole molte parole sussurrate o gridate da capi-popolo o agenti borbonici ormai soli e disperati. Che cosa sa di Italiani e Piemontesi questo ruscello turbolento che ingrossa di ora in ora? Niente. Sanno solo che devono scannarli, distruggerli, scacciarli e prendergli le proprietà, perché è loro la colpa della fatica che devono fare tutti i giorni dalla mattina alla sera, perché hanno subito un torto un danno un’infamia da altri che si dicevano contro i Borboni. E una processione pagana armata di ferocia, forconi e qualche fucile, che cerca la vittima sacrificale. Dietro poche famiglie che sanno cosa vogliono e cosa fanno, o credono di saperlo, segue una turba in preda all’oppio della eccitazione collettiva che esegue un feroce rito pagano. Se i Liberali avessero avuto fatto scorrere più vino e avessero avuto qualche abile agitatore ora la ferocia sarebbe rivolta contro i seguaci di Franceschiello. Il popolo di Volturara non scende in Piazza perché è affamato, per difendere la libertà e il buon governo, per rivendicare diritti d’assemblea. Il popolo di Volturara Irpina non esiste. Cento e poi mille individui si ritrovano in strada per uccidere il mostro, veder scorrere il suo sangue, tagliare la testa, sbranare i tentacoli. Poi si vedrà.

 "Ci dovrà essere di più per tutti, o almeno per me, questa deve essere l’occasione buona”, si dice ognuno.

 

Mannaggia li muorti di Garibaldi

La folla sempre più numerosa continua a percorrere il Freddano in cerca di proseliti. Ormai i rivoltosi sono intorno ai mille. Sparano, gridano, inneggiano ai Borbone, sfogano la loro rabbia contro chi si è venduto ai Piemontesi. Verso le 23:30 Don Salvatore Sarno, Don Nunzio Pasquale e Don Nicola De Cristofano tornano da Salza, dove si sono recati per votare il deputato al Parlamento. I tre vedono l’immensa folla che percorre le strade, inneggiando a Francesco II e issando la bianca bandiera dei Borbone. Presi dalla paura scendono ad Avellino per avvertire le Autorità di quello che sta accadendo. Il corteo dei rivoltosi scende dal Campanaro e si avvia verso la Piazza. Nicola Marra fu Antonio scende in strada armato di fucile e cerca di fermare la folla che inneggiando a Franceschiello sembra un fiume in piena. Secoli di oppressione sembrano scomparire di fronte agli uomini che aprono il corteo. Alessandro e Luigi Picone, Raffaele Del Percio, Nicola di Bottino e gli altri sembrano gli angeli vendicatori, padroni del territorio e invulnerabili. Non c’è nessuno a ostacolarli. Sono scomparsi tutti. È troppo facile per essere vero, ma è vero! Come nelle processioni di San Sebastiano, il corteo rispetta nella sua composizione il prestigio dei componenti. Le prime file presentano i più determinati e i più forti nella scala sociale, seguono i poveracci, paurosi e tremanti, che si fanno coraggio nascondendosi dietro le schiene degli altri. Un giorno di gloria che potrebbe loro costare caro. Ma oggi non importa, succeda quel che succeda.- Viva Franceschiello, viva Franceschiello, viva Franceschiello! -

Gli antenati nizzardi di Giuseppe Garibaldi mai avrebbero previsto di essere maledetti qui.

- Mannaggia li muorti di Garibaldi che ci ha venduto! Impicchiamo i Masucci, i Luciani e i Vecchi.-

Dal fondo del corteo queste grida di giovani nascosti, chinati in avanti per non farsi scorgere da chi controlla i loro gesti e le loro parole, sembrano vendicare secoli e secoli di torti subiti, di angherie sopportate, di odio represso. Petto in fuori, testa alzata, passo fermo, Alessandro Picone per il Freddano, Raffaele Del Percio per la Pozzella e Pasquale Cutillo per il Campanaro mostrano tutto il coraggio della loro paura e sembrano voler coprire il volto di chi dietro di loro non può permettersi di avere coraggio. Sanno che è inutile, ma ci provano lo stesso. O uccisi o briganti. L’importante è coprire gli altri che non possono farsi notare col rischio di far morire di fame i figli domani. Se si è scelta la notte da parte dei capintesta, è proprio per sperare che le tenebre coprano i lineamenti degli altri, che con cappelli calati sugli occhi e mantelli intorno al viso sembrano spiriti in cammino. E se si è scelto i giovani è proprio per salvare i padri. Potevano essere tremila, ma avrebbero capito che erano tutti. Meglio essere in mille e imbrogliare sul numero. Chi nei giorni antecedenti era costretto a rispondere “viva in chi comanda e viva a Garibaldi” sta là in fondo al corteo a gridare “viva Franceschiello, viva la regina Maria Sofia” con rabbia e rancore. Sembra, ma forse è, una scena irreale, costruita. Sembra Carnevale, quando tutto è permesso e le Guardie Nazionali  fanno finta di non vedere. La paura diventa coraggio di continuare e voglia che il tutto non finisca mai. La folla sembra una palla di cannone che percorre la strada con una traiettoria precisa e decisa. Nicola Marra capisce e scappa nel suo portone per non essere travolto e annientato. Sale al primo piano e, affacciatosi con la moglie Maria Giliberti dalla finestra, sembra riacquistare la forza dell’arroganza e inveisce contro chi sa che non dovrebbe permettersi di mettersi contro chi comanda. Alessandro Picone prende bene la mira e la fucilata finisce contro la bocca della donna. Il marito non ha il tempo di indietreggiare, che il colpo di pistola del suo omonimo Bottino lo colpisce al braccio destro e al collo facendo schizzare il sangue fin sotto il soffitto. Le grida sono soffocate dalle grida, mentre la folla è arrivata in Piazza.

I rivoltosi tentano di sfondare il portone di Don Leonardo Masucci (nella sua casa vi si trova nascosto Nicola Raimo la spia). È lui, Don Leonardo, l’emblema del nuovo regime da abbattere, come Comandante in capo della guardia nazionale e Consigliere Provinciale del nuovo Governo Italiano. Ma non vi riescono, il portone massiccio e ben sprangato resiste. Si dirigono allora al posto di Guardia rompendo le effigi di Vittorio Emanuele e Garibaldi. Raffaele Del Percio e Giuseppe Nardiello con una scure mandano in frantumi lo stemma dei Savoia. Prendono fucili, mentre altre armi le requisiscono ai notabili del paese. Angelo Usignuolo, armato, bussa al portone di Don Nicola Marino per farsi consegnare le armi.

Al Campanaro intanto Giovanni De Feo, il fratello di Don Nicola De Feo, è il primo ad accorrere dal suo vicino Nicola Marra e la scena che vede lo blocca in una morsa di orrore. Marito e moglie, riversi per terra, sembrano morti; solo quando mette loro i sali sotto il naso si rende conto che possono essere salvati e con l’aiuto di altre donne li adagia sul letto. Nicola Marra non ha il coraggio di aprire gli occhi per paura di essere ancora colpito e nella sua mente vagano pensieri. “I freddanesi sono sempre gli stessi, bastardi e pericolosi. Per poco non mi uccidevano senza pietà e senza compassione. Ma domani la pagheranno cara. Li denuncio tutti. Alessandro Picone e suo fratello sembravano invasati, ma li farò arrestare e marcire in galera fino alla fine dei loro giorni”. Giovanni il farmacista capisce che non può risolvere da solo e manda una donna a chiamare Don Gioacchino Benevento il dottore. Nell’attesa cerca di medicare alla ben meglio la moglie di Nicola, che sembra la più grave. La donna mandata a cercare il medico si alza lo scialle intorno al viso e si affaccia al portone con timore e discrezione. Radente il muro scende verso la Piazza, ma la moltitudine di folla che sbraita senza senso la costringe a ritornare su i suoi passi e riferire che è impossibile muoversi nel paese. Ha visto, mentre ritornava su i suoi passi, Lorenzo Pedicino e i fratelli Sarno, detenuti nel carcere, mentre escono dalla prigione e si disperdono tra la folla festante.

La notte in casa dei Marra feriti passa lenta e piena di gente che vuol rendersi utile. Nicola semi tramortito continua a far finta di essere svenuto e riflette sul da farsi. L’idea gli viene improvvisa e geniale. Se teme la vendetta di Alessandro Picone su una sua eventuale denuncia alle guardie, può vendicarsi senza paura del suo vicino di casa Giovanni Cianciulli, dicendo che è stato lui a sparargli approfittando della confusione. Prenderebbe due piccioni con una fava e non rischierebbe una ritorsione da parte di uno dei tanti fratelli del Picone, che stanno dimostrandosi dei veri briganti. D’altronde quel bastardo del Cianciulli gli aveva scassato una tavola in testa prendendolo alla sprovvista nella Cantina di Nicolantonio Marra, e vederlo in galera potrebbe sminuire la sua rabbia impotente.

 

Il vino continua a scorrere. Alessandro Picone si ferma a bere nella Cantina di Antonio Pennetti. Sono feriti verso mezzanotte Nicola Montefusco e Carmela Giliberti. Fino alle due, alle tre di notte, i rivoltosi presidiano il paese. Un sonno tormentato dal dolore fisico e dalle grida, che piano piano si disperdono nella notte fredda e umida, si interrompe alla prime luci dell’alba su una Volturara deserta e piena di nebbia. Passano silenziose le ultime ore della notte tra il 7 e l’8 Aprile.  

 

8 Aprile 1861. Arrivano i Piemontesi

Il canto dei galli in lontananza sembra un richiamo per raccontarsi l’accaduto, mentre il cinguettio abituale degli uccelli diventa la colonna sonora di un giorno troppo particolare, che sarebbe rimasto per sempre nella memoria di tutti. Caso strano, poche mucche scendono dal Campanaro e dalla Pozzella per avviarsi in campagna, mentre gli accompagnatori nemmeno si guardano, ma col capo chino sembrano voler dire “io non c’ero”. Come se la sbornia fosse passata e con essa un brutto sogno che si vuole allontanare dalla mente. Nemmeno davanti al posto di Guardia nel Palazzo di Don Michele Masucci c’è anima viva e le solite due sentinelle di guardia sono scomparse nel nulla. Quasi tutti aspettano sperando che non succeda niente. Che sia una giornata come le altre. Pochi sanno quello che avverrà fra poco.

Il sergente della Guardia Nazionale Giuseppe Di Meo esce dal portone del Capitano Comandante Don Leonardo Masucci e guarda i sei rintocchi dell’orologio del Campanile, poi si avvia alla casa di fronte. Ne esce dopo alcuni minuti con Alfonso de Cristofano e insieme vanno a spedire un telegramma ad Avellino, indirizzato al Governatore Nicola De Luca. La risposta arriva verso le sette e mette i brividi ai due “Il Governatore della Provincia alla testa di mille uomini sta marciando verso Volturara, dove conta di arrivare alle nove. Tutti i responsabili dell’ordine pubblico si facciano trovare sul Comune per una riunione operativa, Sindaco in testa”.

Con fare serio e celere si avviano sul Comune già aperto e affrettando il passo si dirigono alla stanza del Sindaco. La concitazione delle loro voci richiama l’attenzione degli impiegati che prima dell’orario si erano recati al Comune su ordine del Sindaco. Capiscono che qualcosa di grosso sta per accadere e cercano di interpretare il senso dei discorsi tra Don Gennaro Vecchi e il sergente Di Meo. La scoperta della verità gela loro il sangue nelle vene. Vincenzo Pennetti, il segretario comunale, scende a pian terreno e chiama il guardaboschi Lomazzo, ben sapendo che è fedele a Re Francesco.

Come se già sapesse tutto, quest’ultimo cerca di rassicurare Don Vincenzo, e uscendo alla chetichella si avvia al Freddano.

Alessandro Picone sta davanti casa sua, mentre dà ordine al garzone di far uscire le mucche con calma dalla stalla senza bastonate. Il guardaboschi gli passa affianco, senza guardarlo e continuando a camminare gli sussurra veloce - Sta arrivando l’esercito, scappate! -

Lo sguardo di Alessandro si perde sulla schiena dell’impiegato, che continua a camminare senza voltarsi, come per capire il senso delle parole ascoltate. Come colpito da una fucilata, rientra in casa e gridando sveglia i fratelli. È un correre da una casa all’altra. È una voce da una finestra all’altra. Tutti scappano senza un senso, senza una meta. Chi verso la Costa, chi verso la Maroia, chi verso Ammonte. Donne con passo veloce e silenzioso da una casa all’altra diffondono la notizia. Ragazzi correndo senza passare dalla Piazza vanno al Campanaro e alla Pozzella ad avvertire i capi rivolta per farli mettere in salvo.

Un rumore sordo in lontananza si ripercuote nella vallata come un tuono che rimbombando si avvicina apportatore di una grande tempesta. Le donne chiudono gli usci e, rannicchiate sulle cassapanche di fronte ad un fuoco spento con l’acqua, stringono al petto ragazzi e bambini ignari di tanta paura.

Le prime fucilate dalla parte iniziale del Freddano, dal Carmine e dalla Cupa fanno capire che è iniziata una manovra di accerchiamento orchestrata e diretta da persone che conoscono bene il territorio e le vie di fuga. Una paura immotivata, primitiva fa scappare da dietro le finestre quei pochi coraggiosi che vogliono capire qualcosa e un silenzioso pregare si diffonde su tutti come in attesa della fine. Nel silenzio della paura gli echi degli spari sembrano colpire ognuno facendoli sobbalzare, stringere gli occhi e i denti, come raggiunti da ogni colpo sparato in lontananza.

 

Cronaca del giorno.

Nella mattina dell’8 Aprile 1861 il Governatore di Avellino con un esercito composto a maggioranza da Guardie Nazionali e soldati dell’esercito piemontese sale a reprimere la rivolta.

I rivoltosi cercano scampo per i boschi. Scappano sulle montagne Alessandro Picone, Raffaele Cutillo, Nicola Marra, Angelo Usignuolo, Bernardo De Cristofano, Mariano Risoli, Angelo Mele, Giuseppe Nardiello, Luigi Picone, Elia Petito.

Ore 9. Il governatore di Avellino Nicola De Luca arriva a Volturara, con cinquanta Piemontesi della quarta Compagnia del 30° Reggimento e con Guardie Nazionali di Atripalda, Bellizzi, S.Lucia, Santo Stefano e Candida quest’ultime guidata dal Capitano Michele Tagle, famigerato filosabaudo. Mille voci sono arrivate in paese all’alba, precedendo le truppe della spedizione punitiva. La gente presa dalla paura scappa sulle montagne, l’ordine è di arrestare tutti i rivoltosi. Viene perquisita la casa di Vincenzo Mele al Freddano e quella di Don Salvatore Sarno, quest’ultimo riceve tre colpi di fucile che lo sfiorano. Dalla montagna ricevono colpi di fucili anche coloro che vogliono aprire la casa dei Picone. I Piemontesi danno inizio una caccia all’uomo, sparando a vista contro chiunque resiste o si dà alla fuga.

 

Ore 9 e 30. Viene ucciso con una fucilata il giovane Giovanni Volpe, di 16 anni, innocente che tentava di scappare sopra il mulino al Candraone, preso dal panico.

Viene ferito ‘abbascio lo Freddano’ (fuori dall’abitato) Nicola Di Meo alla spalla destra da due Piemontesi che gli avevano intimato l’Alt. Generoso Picone, avvertito da Alessandro Picardo fu Angelo, scappa ma viene raggiunto da un colpo sparato da un piemontese che chiama rinforzi. Lo feriscono ancora in varie parti del corpo con quattro fucilate.

 

Ore 10. Il governatore telegrafa ad Avellino annunciando la repressione e la morte di un rivoltoso. Sul Comune il Sindaco Don Gennaro Vecchi segnala a uno a uno a uno i nomi dei rivoltosi al maggiore dei Piemontesi Gioacchino Orta. 

 

Alle 10 e 30. Emanuele Salerno si reca da Giovanni Salerno per farsi prestare l’asino. Al Crocevia, davanti alla Cantina del fu Domenicoantonio, Emanuele viene colpito al braccio da una fucilata dei Piemontesi, che al suo tentativo di fuga gli intimano l’alt.

Viene ferito alla testa e al braccio anche Giosuè Marino, mentre con zappa in spalla va a seminare le patate.

Matteo Masucci di 20 anni, dopo aver dato da mangiare alle mucche, si apparta per un bisogno fisiologico dietro una siepe, richiamato da due Guardie Nazionali forestiere mentre si alza, viene colpito da una fucilata che lo ferisce dietro l'orecchio sinistro.

 

 Ore 12. il Governatore invia un secondo telegramma affermando che erano stati uccisi altri tre rivoltosi.Verso mezzogiorno la situazione si calma. Sono stati catturati Alessandro Risolo soldato sbandato, Emanuele Candela, Antonio Buonopane, Luigi e Rosario Di Genua da Montella. Vengono perquisite le case di Rosa Marino, moglie di Alessandro Marra di Ermenegildo; Vincenzo Di Meo; Rosaria Masucci, moglie di Vincenzo Mele; Gaetana Picone, madre di Alessandro e Luigi. Alcuni oggetti d’oro vengono rubati dalle Guardie Nazionali.

 

 

Ore 13. Un terzo telegramma del Governatore ad Avellino fa capire che la situazione è sotto controllo. Continuano le perquisizioni e gli arresti per tutto il pomeriggio e nei giorni seguenti, dietro la delazione dei vari Don. 

 

Giovanni Volpe di 16 anni è ucciso dai Piemontesi. Sceso dal Candraone in Piazza per assistere all’arrivo dei soldati, mentre con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e vieni in Piazza, ammirando le divise dei bersaglieri e i cavalli degli ufficiali. 

Suonava la Banda per le vie del paese il 7 Luglio 1861, per festeggiare la falsa notizia del ritorno di Francesco II di Borbone a Napoli. Si dice che fu subito sciolta dal Governatore Nicola De Luca!

 

9 Aprile. Duecento rivoltosi scappati sulle montagne

Condizioni metereologiche pessime con pioggia vento e neve rendono la vita difficile ai fuggiaschi sulle montagne.

La nebbia fittissima e fredda, sparsa su tutta la vallata, si insinua tra i castagni e fa intravedere ombre che, passando da un albero all’altro, si abbracciano piangendo e cercano di fare il conto della situazione per capire in quanti siano e che fare per affrontare una realtà che si presenta drammatica e senza via di uscita. Una notte insonne è servita a tutti per mantenere i contatti e non cadere in imboscate.

In paese l’ordine del Governatore è perentorio. Nessuna guardia o soldato deve inseguire i fuggiaschi sulle montagne, per evitare perdite inutili su un territorio impervio sul quale i rivoltosi sanno bene come muoversi.

La notizia di questa che sembra una tregua, portata da un ragazzo inviato apposta, arriva passando di bocca in bocca dal Ceraso all’Acquameroli. Molti tirano un sospiro di sollievo, convinti di avere perlomeno il tempo per prepararsi e organizzarsi ad affrontare una vita che si preannuncia piena di sofferenze. Altri sono subito presi dallo sconforto di finire prima o poi con una pallottola nella schiena, sparata da un soldato. C’è chi vuole costituirsi subito, sperando nella clemenza dei vincitori, ma la determinazione e la cattiveria vista negli occhi dei Piemontesi toglie ai più la benché minima speranza di uscire in qualche modo da una situazione che può fare solo piangere. Il freddo è pungente. E per terra il nevischio, che la diminuzione di temperatura della notte ha trasformato in una sottile lastra di ghiaccio, cede sotto i piedi e lascia le orme di chi passa. Nessuno è organizzato a sopportare un freddo così intenso e la fame incomincia a farsi sentire.

Il passaparola indica in breve tempo che bisogna radunarsi in gruppi e che un esponente di ogni gruppo deve recarsi sul Cretazzuolo, nella radura della sorgente, a ricevere notizie e disposizioni e raccogliere i viveri, che i ragazzi e altri coraggiosi, sfidando il cordone di controllo delle Guardie Nazionali, stanno portando in montagna.

La cappa di nebbia che non accenna a diminuire sembra complice dei loro movimenti e davanti al pagliaio, verso mezzogiorno, ci sono tutti i capi rivolta infreddoliti, ma decisi.

Alessandro Picone prende la parola chiedendo il silenzio assoluto.

- Ragazzi, ormai Volturara è circondata dai nemici piemontesi, aiutati da quasi tutti i Don, i quali, capita la situazione prima di noi, si sono venduti allo straniero e ci denunceranno a uno a uno. Chiedo a voi idee e proposte per far fronte a questa situazione, che ci vede ormai tutti coinvolti.-

Chiede di parlare Ferdinando Candela, già alla macchia da alcune settimane.

- Era mio destino arrivare a questo punto. Ne ho passate tante e questa non sarà certo l’ultima. Io non voglio più tornare da pecora in paese e farmi arrestare per far contento qualche fetente della Piazza. Organizziamoci in gruppi che attaccheranno il paese e cacciamo i Piemontesi e tutti i loro amici. Chi ha paura può scendere di notte e sperare che nella confusione non si siano accorti della sua assenza e che nessuno dei traditori lo abbia messo nell’elenco dei rivoltosi. Io resto in montagna e vado avanti, chi vuole, può seguirmi per fargliela pagare cara a chi ci ha venduto. Adesso vi saluto e me vado.-

Alle parole di Ferdinando un brusio di approvazione si leva tra i presenti che cominciano a parlottare tra di loro, cercando di organizzarsi per creare le squadre e passare all’azione.

Alessandro Picone li guarda in silenzio e capisce che tutto è finito.

Il sogno di riportare Francesco II sul trono di Napoli si infrange contro la forza e l’esperienza piemontese supportata dalla furbizia di notabili saliti subito sul carro del vincitore. È un si salvi chi può in cui vincerà solo la violenza. Vedendo chi si avvicina a Ferdinando Candela per esprimere approvazione e stringergli la mano, si rende conto che i più facinorosi di Volturara stanno uscendo allo scoperto e si immagina gia che approfitteranno della confusione  per creare terrore e forse morte. Sa che Alessandro Masucci Malaoi, Alessandro Picardi, Giovanni Spatola, Giuseppe De Feo, Gaetano Picardo, Salvatore Di Meo e gli altri che confabulano con Ferdinando Candela sono tra i più spacconi del paese, sempre pronti a risse e spesso anche a furti pur di non lavorare. Non puoi far cadere nel fango un lavoro costruito con serietà e abnegazione e che, già distrutto dagli eventi, rischia di diventare una tragedia senza fine.

Alessandro Picone non ha paura per sé, ma per i tanti che credendo in lui lo hanno seguito in questo imbuto senza alcuna via di uscita.

Per un attimo pensa di eliminare Ferdinando Candela, ma desiste subito consapevole che un altro sconsiderato prenderebbe il suo posto e sarebbe ancora più pericoloso. Decide di aspettare gli eventi e dedicarsi all’organizzazione dei tanti fuggiaschi, per provvedere al superamento di questa fase terribile, senza provocare ulteriori e irreversibili danni.

Lo distrae dai pensieri Raffaele Del Percio.

- Non ti crucciare troppo, Alessandro. La colpa non è certamente tua per quello che è successo. Ci abbiamo provato e ci è andata male. L’importante adesso è non rimetterci la pelle. Alla fine non abbiamo ammazzato nessuno e se tutto va male potremo costituirci. Passeremo qualche mese in prigione, ma se scendiamo con le mani alzate non avranno certo il coraggio di spararci addosso. Però lascia che ti dica che mi sono divertito e succeda quello che succeda non scorderò mai quella notte. Sembravamo le legioni romane alla conquista della Gallia, come diceva il mio vecchio maestro Don Cosmo Benevento, pace all’anima sua. Non ci abbiamo pensato, ma era prevedibile che finiva in questo modo. Quando i Masucci e i Vecchi scelgono una barricata sanno già come va a finire. L’anno scorso erano borbonici contro i liberali, quest’anno sono liberali contro i borbonici. Beati loro.-

- Pilocroce, sei sempre il solito chiacchierone - gli risponde Luigi il fratello di Alessandro.- Non ti rendi conto di quello che sta succedendo in Piazza. Ci sono mille soldati schierati pronti a sparare su qualunque cosa si muova. Per adesso non dobbiamo muoverci dalla montagna. Dobbiamo aspettare perlomeno che se ne vadano, prima o poi dovranno farlo. Anzi se ci attaccano cerchiamo di salire verso il Terminio, dove avremo più possibilità di nasconderci e di fuggire da un eventuale accerchiamento.-

Elia Petito gli fa eco, non nascondendo nelle parole una preoccupazione che denota paura.

- Con noi abbiamo quasi duecento persone. Si, siamo quasi tutti giovani, ma non potremo resistere a lungo. Dobbiamo inventarci qualcosa per sopravvivere. Chi ha un’idea ce la dica, altrimenti mi si spacca la testa e non so di che cosa sarò capace.-

- Per prima cosa allontaniamoci da questi quattro bastardi che se combinano qualche guaio, come credo, faranno cadere la colpa su di noi.- Le parole di Nicola Marra Bottino creano un silenzio carico di tensione.- Conosciamo bene Ferdinando Candela. Un’infanzia senza il padre Luigi, che a sua volta era già mezzo sbandato per la perdita del padre in tenera età, introverso e scostante, spietato e nullafacente, approfitterà dell’occasione per ingrossare la sua banda di rapinatori e prevedo grossi guai per chi transiterà per il Malepasso. Già ci chiamano briganti, come quelli che cinquanta anni fa scapparono per non andare nell’esercito di Napoleone e di Gioacchino Murat, sperando nel ritorno dei Borboni. Braccati come bestie, li fecero diventare peggio delle bestie e come bestie li ammazzarono. Se qualcuno si salvò, fu perché sul trono di Napoli ritornò il bisnonno di Franceschiello. Stavolta non credo proprio che accadrà la stessa cosa. Secondo me in ogni caso siamo fottuti. Trovatemi una via di uscita, altrimenti esco pazzo anche io.-

- Ragazzi, su con la vita!- Angelo Solito li interrompe per tirare su il morale degli amici.- Alla fine siamo armati e in montagna. Diamoci da fare. Vediamo chi riesce a portare qualcosa da mangiare. Ci sono lepri e merli. Se Vincenzo Mele è quel cacciatore che dice di essere, dovrebbe portarci minimo un cinghiale bello e pronto da cucinare. Non voglio certo cibarmi di rape e radici di alberi.-

Una risata fragorosa accompagna queste ultime parole, ma non serve a far parlare Vincenzo Mele che seduto su una grossa radice di castagno con le mani appoggiate al mento guarda in lontananza tra gli alberi, mentre i primi raggi di sole fanno posto alla nebbia che si dirada lentamente. Non sa a chi stare a sentire. Da una parte vorrebbe seguire Ferdinando Candela e gli altri, per una guerra totale contro tutti, ma dall’altra non vuole abbandonare i suoi amici di sempre, per unirsi a gentaglia che ha sempre schifato ed evitato. Alla fine sbotta quasi gridando:

- La situazione è più seria di quanto volete farmi credere. Non voglio e non posso restare inerme ad aspettare un miracolo di San Sebastiano, che non arriverà mai. Stasera torno in paese a prendere le armi e se siete disposti a seguirmi li faremo tremare tutti di paura. Non seguiremo certo quei quattro fessi che si sono messi con Ferdinando Candela, destinati a fare una brutta fine, ma possiamo continuare la lotta contro i venduti ai Piemontesi in attesa che, se tornano i Borboni, come dicono, potremo ritornare a casa dalle nostri mogli e figli. E rivolto a Giuseppe Nardiello Zeza, continua - Peppino, tu hai fatto il soldato e sai come organizzare un gruppo di assalto. Prenderai, se vuoi, tu il comando, colpiremo con attacchi improvvisi e veloci su varie parti del territorio, ritornando sempre e velocemente al punto di partenza, per non farci sorprendere divisi e facile preda per le Guardie Nazionali.-

Alessandro Picone accendendo il fuoco chiede a tutti una pausa di riflessione, per evitare che la tensione nervosa possa provocare decisioni inconsulte, ma risponde subito a Vincenzo che personalmente non approva la sua idea, trovandola completamente sbagliata.

L’arrivo di Sebastiano Solito portatore di notizie dal paese, viene festeggiato con pacche sulle spalle e l’invito a sedersi e raccontare gli ultimi sviluppi della situazione in paese.

Il ragazzo con il viso stravolto dice della situazione che si sta vivendo a Volturara. Soldati che sparano a ogni movimento, senza chiedere spiegazioni, su qualunque cosa si muove. Decine e decine di persone ammanettate e condotte sul Comune, dal quale scendono dopo tempo per essere portate direttamente in carcere. Pianti, silenzi, imprecazioni, strilli di chi cerca di gridare la sua innocenza non creduta. Dice che il parroco Don Angelo Marino è stato arrestato in sagrestia, mentre si preparava per la messa, e con lui i fratelli avvocati Alfonso e Mattia Marra. Le Guardie Nazionali, finora impaurite e preoccupate, di fronte alla forza dell’esercito, capendo che indietro non si torna, cercano di mostrarsi fedeli al nuovo corso, al nuovo padrone, e arrestano tutti coloro che sanno restii a Garibaldi. Quel “viva a chi comanda” viene sostituito da una risposta univoca e ferma “viva a Garibaldi e a Vittorio Emanuele”. Sanno i nomi di tutti i rivoltosi a uno a uno, nessuno scamperà al carcere. L’ansimare del ragazzo è l’unico rumore che si avverte, tra gli sguardi preoccupati e tesi degli astanti.

- Stiamo calmi e riflettiamo. Non possono ucciderci tutti!  Riposatevi, ne avete il tempo. E tu, Luigi, vai verso la Costa e avverti della situazione Ferdinando Candela. Non merita, ma dimostriamoci disponibili. Potrebbe servirci.-

Con un cenno del capo Alessandro Picone invita il fratello a mettersi in cammino, con piglio di chi non lascia adito a riposta. E Luigi Picone, senza rispondere, si avvia verso il punto dove sa che il gruppo del Candela può essersi rifugiato. La salita è immane, e quando arriva alla cima della montagna gira a sinistra, calandosi per passare sotto i rovi, che sembrano una foresta inespugnabile. La vista della caverna sembra tranquillizzarlo e la voce alle sue spalle non lo coglie di sorpresa.

- Luigi, che vuoi da noi? pensavo che ti fossi arreso. Vedo che vuoi unirti al nostro gruppo, bravo! -

Alessandro Masucci Malaoi  parlando sorride in modo strano, quasi provocatorio. Ma Luigi non sembra farci caso. Gli ripete quello che aveva sentito poco prima e senza aspettarsi una risposta, se ne torna sui suoi passi. L’interlocutore più che sorpreso si mostra interdetto, quasi a chiedersi del perché della venuta del Picone e che abbia voluto dire con quelle parole, ma decide di riportare tutto a quello che ormai considera da qualche ora il suo capo. Attraverso un cunicolo lungo una ventina di metri e alto circa un metro, arriva in una grotta ampia e illuminata in un angolo da un fuoco che rende l’aria quasi irrespirabile, ma che spezza il freddo pungente e umido che le strisce di acqua, diventate di ghiaccio sprigionano dalle pareti rocciose. Un rifugio inaccessibile e protetto, che garantisce la tranquillità di non essere presi, abbastanza grande da contenere decine di persone.

Ferdinando Candela ascolta in silenzio le parole di Malaoi e prende spunto da quello che ha sentito per spiegare ai compagni le sue intenzioni.

- Innanzitutto, da oggi 9 Aprile 1861 dimentichiamoci delle nostre famiglie e dei nostri nomi. Il passato non conta più, perché è stato amaro e avaro con noi. Volevamo comandare su quelli della Piazza con la forza e non ci è stato possibile. Li comanderemo con la paura! Dovranno tremare dinnanzi a noi tutti. Buoni e fessi. Lavoreranno per noi e ci arricchiranno con le loro ricchezze. Dobbiamo subito dimostrare stasera di che pasta siamo fatti. Scenderemo in paese e ci procureremo con la forza il sostentamento. Il primo che dovrà conoscerci sarà proprio quel bastardo di Sindaco che tomo tomo fotte sempre tutti. Papalino e bigotto, è peggio di suo padre, l’esattore delle tasse. Comandava coi Borbone e comanda coi Piemontesi, caccia soldi anche dai santi e noi lo manderemo all’inferno, parola di Ferdinando Candela, anzi parola di Manc’alicani, come si faceva chiamare mio nonno Pietro, buonanima.-

Decidono di scendere verso l’imbrunire e in un’ora si trovano in contrada Occhitelli alla masseria Vecchi. Il custode al sentire i colpi alla porta si sveglia e nell’aprire l’uscio riceve in faccia la canna di un fucile. In un baleno arrivano al piano di sopra e svegliano sua moglie tappandole la bocca per non farla gridare. Legati i due nella camera da letto, scendono in cantina, decisi a trascorrervi una nottata indimenticabile tra tutto quel ben di Dio.

 

10 Aprile 1861. Il governatore rientra ad Avellino

10 Aprile. Il governatore rientra ad Avellino da Volturara.     

Il canto dei galli, e l’abbaiare dei cani in lontananza, trovano Ferdinando Candela e i suoi compagni semi addormentati sui sacchi di farina, sparsi alla rinfusa nel grande stanzone sottoposto alla strada. All’improvviso Malaoi, rimasto di guardia davanti la masseria, rientra nella cantina e scuotendo i compagni li invita a svegliarsi senza fare rumore, mettendosi l’indice sulla bocca.

Il sordo e ritmico rumore che si avvicina li fa sobbalzare e li avvicina alla porta socchiusa. Da lontano, nel cupo rumore della marcia, i soldati immersi in una nebbia irreale sembrano anime dannate dirette nel cammino della distruzione.

Sgranano gli occhi e si appendono con le mani alle grate delle finestrelle per osservare da vicino una scena che incute paura, mentre i soldati passano vicino alla masseria, a pochi passi dalla loro teste. Vedendoli piano piano scomparire in lontananza incominciano a saltellare abbracciandosi.

- Se ne vanno, se ne vanno! Siamo liberi. Si respira finalmente! -

Gaetano Picardo, sembra fuori di sé per la contentezza.

-Sbrighiamoci a raccogliere la roba, altrimenti appena fa giorno sarà difficile rientrare in montagna.-  La voce dura e decisa del capo li distoglie dal loro parlottare, da quel momento il prendere i cavalli nella stalla e caricarli di roba per poi andarsene in fretta e furia, si risolve in pochi minuti.

Attraverso Vallone Oscuro salgono verso le tre rocce appuntite, i cosiddetti caciocavalli, e si dirigono verso la proprietà di Giovanni De Feo, nella radura prima della caverna che è diventata il loro rifugio. La refurtiva viene messa in diversi posti, dalla cavità degli alberi a sotto le foglie dei pagliai della zona. Alla fine tutti seduti intorno al fuoco della grotta a riscaldarsi dal freddo patito. Ferdinando Candela, di solito taciturno, appare euforico.

- Ragazzi, abbiamo raccolto cibo per tutto l’inverno. Dobbiamo essere soddisfatti. È più facile di quanto credevo. Diventeremo ricchi e temuti. Questi conigli dei nostri compaesani si caleranno le braghe di fronte a ogni nostra richiesta e, se qualcuno oserà opporsi, giuro, gli taglierò la testa e l’appenderò al tiglio in Piazza come monito agli altri. Non avendo problemi di viveri, possiamo dedicarci per un poco di tempo a organizzarci in maniera ottimale sul territorio e impedire a chiunque di avvicinarsi al nostro nascondiglio. Meno siamo per adesso e meglio stiamo.-

Gli altri approvano con cenni di assenso distratti come sono a riordinare il bottino conquistato, mettendo da parte ogni cosa con cura.

 

L’atmosfera che si respira un paio di chilometri più giù è diversa e oppressiva. Il freddo, la fame e la paura di non rivedere mai più i propri cari ha fiaccato la resistenza della maggioranza dei fuggiaschi.

Alessandro Picone si sente responsabile di tutta questa catastrofe e passa intere ore appoggiato con le spalle a un albero con lo sguardo perso lontano.

Nella sua mente ruotano gli avvenimenti degli ultimi giorni e non riesce a trovare uno spiraglio che lo conforti dal suo rammarico. Vorrebbe scendere in paese con una pertica con una bandiera bianca in cima in segno di resa, non tanto per sé, ma per quelli che per seguirlo stanno distruggendo la propria famiglia, le mucche da alimentare, le terre da seminare, il grano da sarchiare. Ogni giorno che passa diventa un problema serio e tanti poveri cristi, protagonisti per un giorno, avranno sulla coscienza la fame dei loro figli nel prossimo inverno senza cibo e senza latte. Ma quale sarà la reazione delle Guardie nazionali che, forti dell’appoggio dell’esercito, possono avere reazioni forti e scomposte?  Qualcuno potrebbe lasciarci la pelle e non se la sente di far rischiare la vita a chi non ha commesso nessun reato grave. L’unica via di uscita è farli scendere uno alla volta in posti diversi per ritornare a casa alla chetichella, sperando di non dare nell’occhio. Lui ha deciso che resterà in montagna in attesa di eventi favorevoli, anche per controllare suo fratello Luigi, che nel seguire Vincenzo Mele e Giuseppe Nardiello non rischi di fare una brutta fine. La determinazione vista nei loro occhi non gli piace, ma può fare niente. Solo il tempo potrà aggiustare tutto.

                                                                                                                                            Alla macchia

11 Aprile 1861. Don Scipione Capone, Comandante della Guardia nazionale di Montella e del Circondario, in una lettera afferma che circa duecento volturaresi si sono dati alla macchia, dopo la repressione, e che essi rappresentano un pericolo costante, perché capaci di organizzarsi in bande armate. Iniziano i rapimenti a scopo di estorsione, ne resta vittima anche il Sindaco Gennaro Vecchi, rilasciato dopo pagamento di riscatto. Viene altresì rapito Don Nicola De Meo, farmacista, di anni 37, al quale per la paura, raccontano, diventarono tutti i capelli bianchi in una notte. Al rilascio dopo il riscatto sembra invecchiato di venti anni.

Un’altra vittima di rapimento è Pietro Lepore.

 

In questa piccola guerra civile tra volturaresi Guelfi e Volturaresi Ghibellini si agita di tutto, come succede in ogni guerra civile. Al soldato disertore si unisce il contadino in rivolta, ma anche il delinquente comune senza alcuna giustificazione sociale o politica: talora sono guidati da un ufficiale borbonico, lealista o ambizioso, che mai aveva pensato di comandare una tal compagnia. Tutti indistintamente sono chiamati briganti, la vita di latitante e le repressioni assai dure li rendono feroci: il sequestro di un possidente o di un notabile rimpingua il rifugio di viveri, munizioni e ducati. Il sequestrato scrive disperato alla famiglia.- Caro fratello, sono incappato nelle mani dei regi fedeli ai Borbone, se volete salva la mia vita dovete mandare la somma di dodicimila ducati d’oro. Vedi di mandarli presto e in gran segreto, altrimenti sono morto. Vendi la mia parte di terra.-    

La vita è in prestito.                                                                 

 

15 Aprile 1861. Ventisei ex soldati borbonici sono catturati intorno a Volturara.                                                                   

 

17 Aprile 1861. Vengono catturati in contrada Laura i seguenti: Nicola Marra e Raffaele Del Percio. In Sagrestia viene arrestato il Parroco Don Angelo Marino, mentre si accinge a celebrare la Messa.

 

8 maggio 1861. Una madre muore di crepacuore per i figli in carcere

Davanti al portone a crocchi decine di persone parlano sottovoce. Sulle scale appoggiate al muro le donne con il capo chino sembrano testimoni di una tragedia nella tragedia.  Chi sale ha poco spazio per passare in un silenzio di rispetto e di dolore.

 

- Povera Donna Annarella Marrandino, morire di crepacuore per i figli in carcere è la cosa più brutta che possa capitare. Quanti sacrifici per crescerli e mandarli a scuola. E poi per un sospetto, per una calunnia, essere trattati come ladri o assassini. Che brutti tempi. Brigida Marra  non sa darsi pace per aver perso la compagnia della signora. La vicina si intromette nel dialogo, affermando di avere novità.

- I figli hanno saputo la notizia in carcere e soprattutto Don Mattia piange come un bambino. Si sente responsabile della sua morte. Ma povero uomo, che colpa ha se lo hanno arrestato ingiustamente?-

- Sarà stato pure arrestato ingiustamente, le fa eco un’altra sottovoce, ma la voce pubblica afferma che i due fratelli sono i promotori della rivolta contro il nuovo Stato. Io voglio farmi i fatti miei, ma il Capitano Comandante Masucci ha fatto arrestare uno di Avellino, un certo Scarduzzo, che aveva appena consegnato una lettera a Don Alfonso, nella quale, si dice, c’erano tutte le istruzioni per la rivolta di un mese fa.-

- Non è vero quello che dici, risponde stizzita Brigida, la lettera l’ho vista io e conteneva solo notizie di una causa che si deve svolgere ad Avellino nella quale gli avvocati Marra erano interessati. La verità che stanno arrestando tutti, senza la minima prova. Ho l’impressione che i soliti hanno trovato l’occasione buona per vendicarsi di tutti quelli che erano loro antipatici. Solo dal 15 Aprile hanno arrestato 35 persone. E non dimentichiamo che Don Nicola De Feo, il sacerdote, solo per aver dimenticato un particolare, il 19 Aprile è stato arrestato in aula, mentre testimoniava, e che sta ancora carcerato. E con gli interrogatori che stanno conducendo i giudici mettono dentro chiunque sbaglia una parola, come Giovanni Sarno o Vincenzo Masucci. Non ho mai visto così poca gente alla processione di San Michele come oggi. Sono veramente tempi brutti.-

 

La prima Festa Nazionale

2 Giugno 1861. La prima Festa Nazionale. In un clima di tensione è istituita e festeggiata la prima Festa Nazionale dell’Unità d’Italia, in una Volturara in cui i rivoltosi mantengono il predominio del territorio fuori del paese.

La repressione attuata dai Piemontesi continua. Vengono arrestati più di cento volturaresi e il 5 Luglio condannati a pene di diversa entità: li troviamo tutti con nome, cognome e paternità, ma di Pagliuchella nessuna traccia.

 

2 Luglio 1861. Giuseppe De Meo, falegname e sergente della Guardia Nazionale di Volturara, viene ucciso in contrada Tavernole il 2 Luglio 1861 in uno scontro a fuoco con i briganti, sicuramente della banda di Giuseppe Nardiello.

 

17 Luglio 1861. Giuseppe Nardiello si costituisce. Fino al 17 Luglio, giorno in cui Giuseppe Nardiello si costituisce all’autorità, la sua banda è padrona del territorio, minacciando molti notabili locali e sequestrandone altri. Estorsioni vengono fatte in danno di Don Nicola Benevento, Don Achille Vecchi il medico e Don Gennaro Vecchi, che viene rapito e rilasciato dietro riscatto.     

 

30 Settembre 1861. Guardie Nazionali assolte per la fuga di Alessandro Picone

Mattia Picardo, Giovanni Ingino, Antonio De Feo, Alessandro De Feo, Michele De Feo e Giovanni Lomazzo, seduti davanti a una giara di vino, alzano i bicchieri in segno di brindisi e scoppiano in una fragorosa risata.

- Quel grandissimo fetente di Don Vincenzo Luciani pensava di giocarci. Ma alla fine è rimasto cornuto e razziato - sbotta Mattia.- Ci ha fatto fare quasi un mese di carcere, ma le parole del giudice Don Nicola Benevento me le conserverò nella mente per il resto dei miei giorni “La colpa della fuga del ricercato Alessandro Picone non è delle Guardie, ma del Capitano Luciani Vincenzo, che ha dimostrato nella circostanza imperizia e negligenza“. Bravo Don Nicola! Bevo alla tua salute e alla tua grande capacità di ammosciare sempre i prepotenti e i furbi.-

- Non alzare la voce, se no ci arrestano un’altra volta! -

Alessandro De Feo ha paura perché con la morte della moglie di Don Gennaro Vecchi, avvenuta una settimana prima, il potere comunale è passato nelle mani del nuovo Sindaco Salvatore Sarno, di cui Don Vincenzo è il fedele esecutore.

- Va bene che dobbiamo stare calmi, però lasciatemi ubriacare in santa pace e libertà, afferma Giovanni Lomazzo, perché se ripenso all’accaduto, mi viene ancora voglia di tagliare la testa a quel vigliacco di Don Vincenzo con una accettata. Non avrei mai immaginato tanta cattiveria e arroganza in una persona. Lecchino dei potenti e Caino con i deboli, ha la capacità di rendersi antipatico anche quando dorme.- E alla richiesta del gestore della Cantina racconta la sua disavventura.

- Era Domenica 11 Agosto. La giornata è passata tranquilla sotto il controllo costante delle Guardie Nazionali, che girano per il paese e le campagne per mantenere l’ordine. A tarda sera il Capitano della II Compagnia della Guardia Nazionale Don Vincenzo Luciani si avvia in Piazza con me, che impugnavo una mazza, per controllare la chiusura delle Cantine. Fa arrestare Nicolantonio Marra perché faceva giocare a carte gli avventori, cosa proibita il dì di festa.

Alle undici di sera si dirige verso il Freddano e sul ponte della Piazza saluta il Sindaco che si sta ritirando a casa, quest’ultimo gli consiglia di proseguire l’ispezione in compagnia di qualche guardia per evitare sorprese. Poco dopo dinnanzi alla casa di Capone Pascale si imbatte in Alessandro Picone seduto con il fratello Nicola e altri. Lo dichiara in arresto, lo invita a a seguirlo e gli fa presente di ritenersi fortunato di essere arrestato da lui “che se lo prendono i Piemontesi lo seviziano”. Arrivano subito sul posto le Guardie Nazionali Mattia Picardo, Giovanni Ingino, Antonio De Feo, Alessandro De Feo e Michele De Feo a dare man forte. Alessandro cerca di calmare il Capitano, chiedendogli di che cosa lo si accusa. Poi vista la mala parata gli chiede di poter andare in carcere senza manette, per non far preoccupare i familiari. Si avviano verso la Piazza e man mano che camminano si accresce intorno a loro il numero di persone che li seguono.

Sul ponte della Piazza incrociano la madre di Alessandro che incomincia a gridare contro il figlio

- Lo avete preso finalmente sto’ mariuolo, lo possa bruciare Gesù Cristo.-  La tensione cresce, la folla preme. Alessandro Picone ne approfitta e, facendo finta di raccogliere una pietra per scagliarla contro la madre, si china infilandosi tra le gambe dei presenti. Mattia Picardo lo afferra da dietro, ma resta con in mano solo la giacca che Alessandro portava appoggiata sulle spalle. Le altre guardie lo inseguono, ma sono chiuse tra la folla. In un baleno il fuggitivo scompare dietro la Costa, inutili sono le fucilate che gli spara appresso Alessandro Picardi. Il Capitano Luciani continua a corrergli dietro, ma ormai Alessandro è scomparso nella boscaglia. Il Capitano ritorna in Piazza e incomincia a inveire contro di noi, accusandoci di essere complici del Picone. La mattina seguente ci denuncia come sovvertitori e ci fa arrestare. Solo il 6 Settembre siamo stati rilasciati con nota di biasimo del giudice nei confronti del Capitano e abbiamo dovuto aspettare il processo celebrato il 28 settembre per essere completamente scagionati, grazie al buon senso del giudice.-

Ha parlato tutto d’un fiato quasi a liberarsi da un peso, sicuro di avere ragione, e detto questo riempie i bicchieri ai compagni, invitandoli a un ultimo brindisi alla faccia del Capitano.

 

15 Ottobre 1861. Don Giacobbe Benevento e la palommella rossa

In vico Zitonno al Campanaro Don Giacobbe Benevento, cassiere comunale, trascorre la serata facendo i conti con le entrate e le uscite della giornata, mentre la moglie vicino al fuoco prepara la cena. Teresa, la serva di Chiusano, si muove per la stanza senza parlare e mette sulla fiamma un pentolone pieno di castagne, perché sa che ai ragazzi piacciono molto i valani, le castagne bollite da succhiare calde e morbide. Sa che il padrone è nervoso, come del resto ormai da mesi, e cerca di non farsi riprendere per qualche gesto imprudente. Negli ultimi tempi, dopo la morte del giovane fratello Gioacchino avvenuta due mesi prima, Don Giacobbe si è chiuso in un ostinato mutismo, che le ultime vicende politiche hanno aggravato e reso quasi irreversibile. Certo che essere il cassiere comunale in un paese come Volturara, dove le spese e le entrate vengono scritte su dei semplici pezzi di carta non intestati e dove la totalità degli amministratori sono usurpatori delle terre comunali, non deve essere molto facile. Se poi ci aggiungi che il nuovo Sindaco Salvatore Sarno vuole penalizzare i Benevento e i Pennetti, rei di essere rimasti fedeli al vecchio regime, allora significa che il futuro è incerto e pericoloso. Si fa il segno della croce e decide di non pensare troppo. Sono cose da uomini e a lei in questo momento interessa preparare solo la cena con quella grande zuppiera di broccoli e patate conditi con un poco di piccante, che metterà sicuramente un sorriso sulla bocca di Don Giacobbe. Il bussare discreto alla porta le mette le ali ai piedi e rimane non poco sorpresa quando sulla soglia intravede la figura di Don Nicola Benevento, il giudice in persona. Balbetta qualcosa come a scusarsi, mentre si pulisce la mani lungo la gonna e si piega in un inchino fatto di rispetto e timore. Fa entrare l’ospite e lo accompagna verso lo studio di Don Giacobbe, annunciandolo con riverenza. Don Giacobbe si alza di scatto e fa accomodare il cugino, invitandolo a sedersi. Fa portare un bicchiere di vino e si risiede, adducendo al parente la scusa di essere stanco.

- Caro cugino, non sai quanto piacere mi fa vederti a casa mia stasera. Sono giorni tristi e parlare con te sarà un sollievo a quest’anima che non trova pace in tante sofferenze.-

- Non soffrire più di tanto. Non ne vale la pena. Tuo padre per mettersi contro Re Ferdinando ci ha rimesso la salute. E qua con la scusa di essere Italiani stanno prendendo in mano il potere e stanno dimostrando tutta la loro ingordigia. Mio cognato Salvatore Sarno ha perso la testa, lui e l’Italia. Farà la stessa fine. Non capisce che è entrato in un gioco più grande di lui e ci lascerà le penne. Come sai vuole licenziare Don Vincenzo Pennetti per accontentare la bramosia di Vincenzo Luciani, più avido del padre, che sembrava insuperabile in cattiveria. Ha già cacciato il tuo ex-cognato Raffaele Gioiella da agrimensore e vuole sbattere fuori dal Comune quel povero Ferdinando de Cristofano solo per il gusto di fargli soffrire il fratello Achille. Mariano Santoro, dopo trenta anni di servizio da impiegato comunale, ora che ha bisogno di soldi per far studiare da medico il figlio Vincenzo, rischia di dover chiedere l’elemosina agli angoli delle strade, se lo licenzia senza pensione come si dice in giro. Non può mandare a casa tutti quelli che non hanno firmato al Plebiscito dello scorso anno. Non si rende conto che Volturara ha bisogno di pace. Con tutti questi sbandati in cerca di cibo e di soldi, rischiamo di dover girare armati e con la scorta per evitare rapimenti.-

- Non hai tutti i torti. Ormai al Comune non si capisce più niente. Hanno tutti perso la testa. Pensa che il Sindaco mi ha costretto a dare un contributo alla moglie di Giuseppe De Meo, ucciso il 2 Luglio dai briganti, affermando che doveva essere considerato il primo eroe della nuova Italia e che stava pensando di intitolargli una strada, a ricordo perenne del suo impegno per il Nuovo Ordine delle cose. Io mi sono ritirato da Consigliere comunale per evitare grane, mentre Gerardo Pennetti, il padre di Pietroantonio il dottore, è stato costretto a non ripresentarsi in lista, visto il suo diniego ad abiurare il vecchio Regime. A questo punto ritengo che ci sia una regia occulta da parte di qualche famiglia per togliersi di torno le persone influenti del paese. Non voglio sbagliare, o forse è un caso, ma ancora una volta i Masucci tomi tomi stanno riprendendo il controllo assoluto del territorio, solo i Benevento e i Pennetti erano riusciti a frenarli negli ultimi decenni. Ti chiedo solo di mantenere serenità d’animo nel tuo lavoro di giudice sostituto e di non penalizzare troppo chi ha avuto il solo torto di voler difendere la sua Patria secolare o non è voluto andare a combattere contro i suoi fratelli, per difendere poi i nemici invasori.-

Tra una chiacchiera e l’altra il fiasco di vino se ne va velocemente e a un certo punto Don Nicola chiede il permesso di ritirarsi. Don Giacobbe le segue dalla finestra mentre si allontana alla fioca luce di una lanterna e perde i suoi pensieri in scene di racconti, che suo padre usava esternare nelle interminabili e fredde sere d’inverno della sua infanzia, dove al posto di Vincenzo Luciani c’era il padre Giuseppe e al posto di Gennaro Vecchi il padre Andrea o al posto di Leonardo Masucci c’era quell’altro fetente di Pasquale il padre o Giuseppe il nonno. Stesse famiglie pronte e sicure a vincere nei cambiamenti politici e sociali. Come è strana la vita, pensa, mio padre contro i Borbone e loro con i Borbone. Oggi noi con i Borbone e loro contro. Vinceranno ancora una volta e, se non usiamo accortezza, rischiamo di dovercene andare da Volturara. Chiude la tenda al richiamo della serva per andare a tavola e decide di rilassarsi dedicandosi a passare la serata con i figli.

Il piccolo Aurelio gli salta sulle ginocchia e gli chiede di sbucciare le castagne, perché scottano troppo. È un gesto che compie con piacere e con lena, dividendole tra Clodomiro, Francesca e lo stesso Aurelio. A un certo punto, come rispondendo a una scena già vista, incomincia a raccontare una favola che a sua volta aveva ascoltato da suo padre e che suo padre aveva ascoltato dal nonno.

 

La storia che vado a raccontare è la leggenda della Palommina Rossa. Questa leggenda si perde nella notte dei tempi e riporta alla luce un periodo buio, quando un’improvvisa incursione di barbari spinse i volturaresi a rifugiarsi in poche ore, grazie alle vedette sul Malepasso, nel Castello posto sulla collina che sovrasta il paese. Era primavera, la rigogliosità della valle e la enorme quantità d’acqua che riempiva la piana spinsero i barbari ad accamparsi, per aspettare i raccolti di grano, granturco, e fagioli che si preannunciavano ricchi. Inoltre i barbari confidavano che prima o poi gli abitanti si dovevano arrendere e i loro tesori sarebbero stati facile preda della loro avidità. Non era la prima volta che la popolazione era spinta a scappare nel Castello, costruito apposta per difenderli da queste incursioni. Avevano acqua sufficiente grazie al pozzo posto sul lato nord-est, costruito pazientemente negli anni incanalando una sorgente che scendeva dalle montagne della Faieta e sfruttando la capacità dell’acqua di risalire in un canale chiuso come in un tubo. Un dono dei  loro padri che l’avevano incanalata fin sopra, senza che nessuno lo sapesse. Nel tempo i volturaresi avevano anche costruito un cunicolo che, partendo dalla Piazza sotto il Palazzo del Padrone, saliva sottoterra al Castello permettendo fughe facili e nascoste. Il sottopassaggio continuava nella valle retrostante il Castello per favorire fughe, in caso di conquista dello stesso da parte di eserciti nemici, e sfociava in un torrente dietro la collina verso Ammonte. Il Castello, sempre ben fornito di viveri raccolti per ogni occasione, permetteva una resistenza che poteva durare mesi e mesi. Ma la primavera e l’estate di quell’anno passarono caldissime e piene di assalti da parte dei barbari. Nel mese di Settembre una sorta di stanchezza serpeggia tra i fuggiaschi e la scarsezza dei viveri crea non poche preoccupazioni per il futuro. Nessuno avrebbe immaginato un assedio di così lunga durata e solo un miracolo avrebbe potuto salvarli dalla fame dell’inverno volturarese. La preghiera restava l’unico rimedio a un destino che si preannunciava crudele e che avrebbe cancellato per sempre ogni traccia di abitante di quella valle. Quando tutto sembrava perduto, e già si vedevano donne e bambini distesi per terra stanchi e rassegnati a un destino inesorabile per il mancato cibo, San Michele, a cui si rivolgevano nelle continue preghiere, esaudì i loro desideri sotto forma di una colomba di colore rossiccio che si vide volteggiare nell’aria di un mattino pieno di sole su una vallata che la nebbia impediva di vedere. Il volo dell’uccello non passò inosservato e a molti sembrò che la colomba volesse indicare una strada, come invitando a  seguirla. Tre giovani decisero di uscire dal Castello, seguendo il passaggio segreto che portava dietro il Castello stesso. Nascosti tra i rovi, per non essere scorti dalle pattuglie dei barbari che aspettavano impazienti, s’accorsero che la colomba si dirigeva verso le montagne. Non fu un tragitto lungo e in un bosco vicino videro che l’uccello si avvicinava a loro per farsi vedere. All’improvviso la colomba si pose per terra, s’avvolse su sé stessa accovacciandosi  e scomparve tra una miriade di frutti: le bacche che davano da mangiare solo alle loro bestie.

Dopo un attimo di interdizione il più anziano sottovoce diede l’ordine di raccogliere quei frutti, perché aveva capito che San Michele indicava loro l’unica via di salvezza.

Ritornati al Castello distribuirono i frutti, che nessuno fino ad allora aveva mai voluto mangiare, tra la popolazione ormai avvilita dalla fame, dicendo loro di mangiarli perché erano dati dal Signore attraverso San Michele. I giorni che seguirono fecero capire che chi li aveva mangiato stava in forze e poteva badare alla difesa del Castello, per cui iniziarono delle spedizioni a prima mattina tra notte e giorno. A gruppi raccoglievano quanti più frutti possibili. L’inverno passò con questo cibo stentato, ma che dava pieno vigore. Le donne trovavano ogni giorno nuovi modi di preparare quel frutto per farlo piacere a tutti. Incominciarono a metterlo nell’acqua e mangiarlo cotto con la buccia che veniva spremuta e buttata via. Qualcuno mangiava anche la buccia! Quando, mettendolo vicino al fuoco si accorsero che la bacca scoppiava perdendo il contenuto, incominciarono a bucarla con una lama, e il risultato era una pietanza squisita e nutriente che piaceva tanto ai bambini. Anche senza buccia e cotta si accorsero che era squisita.

 Il freddo e la neve copiosa spinse i barbari a togliere l’accampamento e a dirigersi verso luoghi più ospitali e meno freddi.  Il popolo festante ridiscese in paese benedicendo quel frutto miracoloso che li aveva salvati. E per il colore rossiccio tendente al brunastro gli fu dato il nome di castagna.

Negli anni che seguirono impararono a essiccarla con e senza buccia per mantenerla più a lungo possibile e ne fecero anche della farina con la quale preparavano prelibate focacce.

 

6 novembre 1861. La paura fa venire i capelli bianchi

Felice Petretta, proprietario terriero di Volturara fu rapito dai briganti e portato nella grotta di Don Arcangelo sulla Costa.

Febbrili trattative con la famiglia che alla fine pagò il riscatto chiesto dai malviventi. L’esperienza vissuta fu fatale per il povero Felice che, appena tornato a casa, vide i suoi capelli diventare bianchi di un colpo e il suo fisico ammalarsi di giorno in giorno. Rifiutò il cibo e l’acqua, nello spazio di quindici giorni morì, forse per la paura subita. Era il 6 Novembre 1861. A nulla valse l’impegno del figlio Andrea che chiamò al capezzale del padre i migliori medici in circolazione.

30 Novembre 1861. Ferdinando Candela brigante cerca di vendere il fucile a un contadino                                                                                                             Domenico Del Percio segue l’asino carico di legna tenendolo per la coda, quasi a impedire che possa scivolare in quella ripida discesa che dal Cretazzuolo porta alla vallata di Volturara. Si guarda intorno preoccupato. Si è attardato troppo sul Terminio, a quell’ora è facile incontrare i guardaboschi e quelli non scherzano. Per un carico di legna sono capaci di arrestarlo. Sono le nove di mattina e un sole splendido su un cielo azzurro fa da contrasto a un mare di nebbia che copre la valle, nascondendola del tutto.

- Come è bello stare quassù - pensa.- Sembra il paradiso terrestre.

Quella nebbia che avvolge la campagna e il paese gli appare come il giusto castigo per la cattiveria degli uomini. Dentro quella foschia si consumano egoismo e sopraffazione, stupidità e grettezza, fanatismo e bigottismo.

- Come è bella Volturara da quassù, senza volturaresi! come è bello guardarla ogni giorno da lontano in tutto il suo selvaggio splendore, con quel verde che dopo la pioggia assume una tonalità intensa e carnosa che ti mette i brividi addosso. Sarà pure umida, con quel lago che dura quasi tutto l’anno, ma la pace e la serenità che ti danno i boschi, quando ti allontani dagli altri, non la si trova in nessuna parte del mondo. Peccato per la mentalità chiusa e piena di egoismo, con quell’ossessivo attaccamento al pezzetto di terra, che li rende feroci se raggirati, o furbi quando hanno a che fare con gli onesti. Un senso del possesso che mette fratelli contro fratelli e figli contro padri, in un vortice di rancori che prende la quasi totalità della popolazione. Non ce n’è uno che non si ubriaca, e nei fumi dell’alcool quante liti e quanti omicidi, e quante litanie di penitenza per i troppi peccati commessi e per le troppe messe seguite senza amore cristiano. A che serve andare in Chiesa, se poi sono così egoisti appena usciti? e a che serve poi ascoltare le prediche dei tanti preti, se sono loro stessi i primi peccatori e anche dei più incalliti?  Mah! forse è meglio quello che facciamo noi che ci alziamo alle quattro di mattina e ce ne andiamo in giro per i boschi a tagliare legna o a pascolare le pecore, senza mai passare per la Piazza, neanche a Pasqua o a Natale.-

- Minicù! ma che fai, gli amici non li saluti nemmeno?-

Domenico trasale. Completamente immerso nei suoi pensieri, si era lasciato trascinare dalla coda dell’asino che conosce bene la strada. Quella voce proveniente di lato era stata come lo schiocco di una frusta, sembra più un ordine che un saluto. Appoggiato a un castagno con il piede sinistro e la schiena, il fucile sulla spalla e i pollici infilati nel panciotto, Ferdinando Candela osserva, tra il divertito e lo sfottò, il compaesano irrigidirsi e in preda a un certo timore.

- Come va in paese? raccontami qualcosa.-

- Ferdinà, la situazione è triste. Mezzo paese è in galera. Altri stanno per essere arrestati. E poi stanno morendo come mosche un sacco di persone. Il vaiuolo entra nelle case e non ne esce senza aver procurato morte e dolore. Come sicuramente sai, se ne è andato il medico condotto Don Gioacchino Benevento, il figlio di Don Carmine, a 30 anni. Ha fatto la stessa fine di Don Pasqualino Masucci, per curare gli altri ci ha rimesso la pelle. Anche Don Gennaro, il Sindaco, ha perso la moglie, Donna Beatrice Bastano povera donna, a 40 anni. E tu Ferdinando, come te la passi? State attenti che vi prendono. Volturara è piena di guardie e di carabinieri che, se si dimostrano morbidi nei vostri confronti, vengono arrestati e messi in carcere. Dopo le dimissioni di Don Gennaro, il nuovo Sindaco è quel fanatico di Don Salvatore Sarno, il nipote di Piruoccolo, che sembra il nuovo Napoleone di Volturara. Arresta tutti. Per costringervi a costituirvi vogliono mettere in galera i vostri familiari fino alla terza generazione: allora si fermeranno, quando voi prenderete il loro posto in galera.-

- Minicù, non ti preoccupare. Passerà anche questo vento. E non ci prenderanno tanto facilmente. Ormai siamo collegati con Cicco Cianco e con le montagne di Montella. Possiamo sfuggire in qualunque momento e in due ore arriviamo a Calabritto o a Senerchia. Ormai siamo di più noi briganti che l’esercito regolare e venderemo cara la pelle. Tu piuttosto, vedo che ti piace il mio fucile. Se vuoi te lo vendo.-

- E quanto ti dovrei dare per averlo? potrebbe essere utile averne uno in casa con i tempi che corrono, anche se è proibito dalle nuove leggi.-

- Proprio perché sei tu, dammi sette ducati e l’affare è fatto.-

- Ma tu sei matto, Ferdinà, con sette ducati mi compro un pezzo di terra e ci campo la famiglia. E poi non è proprio il caso. Se mi trovano con un fucile addosso, mi mettono dentro per il resto della mia vita. Grazie lo stesso, ma preferisco non fare l’affare.- Domenico saluta il brigante con rispetto e si avvia verso il paese a passo celere, bastonando l’asino per fargli aumentare l’andatura si immerge nella nebbia sottostante, come a nascondersi da tutti.

 

5 Dicembre 1861. La grotta dei briganti                                                                             Piove da alcuni giorni e nella grotta di Don Arcangelo sopra la Costa nessuno dei presenti ha voglia di scherzare. Cicco Cianco con le spalle rivolte al fuoco e le mani aperte dietro la schiena come a fermare sul corpo il calore che sale dalla fiamma, guarda il soffitto di roccia che trasuda gocce di acqua, poi come a liberarsi da un peso sbotta

- Dobbiamo decidere che fare. Quando l’acqua supera la roccia significa che l’inverno è arrivato e se cala la temperatura farà tanta neve che ci sommergerà in questa maledetta caverna umida e fredda. I viveri sono finiti e quei quattro soldi che abbiamo racimolato faranno ricco solo chi li troverà insieme ai nostri cadaveri. Ormai dobbiamo scendere in paese e nasconderci da qualche parte fino a primavera. Lo so che è rischiosissimo, ma ci dobbiamo provare. Comunque vadano le cose, ci siamo divertiti e chi di noi vivrà pregherà per le nostre anime dannate. L’unica cosa che voglio in questo momento è rivedere mio figlio che ho lasciato nel vostro stramaledetto paese al Freddano in casa di Annarella la Borraccia, sperando che non lo prendano e me lo portino via per sempre.-

Il rumore delle mandibole che scricchiolano, mentre pronuncia queste parole, fa  capire a tutti che Cicco Cianco non scherza. Poche volte lo hanno visto così determinato e sanno che quello è capace di ammazzare un bue con un cazzotto in testa. Ferdinando Candela, Giuseppe Marino e Gaetano Picardi si attardano a osservare  Pietro De Feo che con gli occhi umidi sembra scoppiare  a piangere da un momento all’altro, mentre singhiozzi ritmici sembrano scuoterlo per tutta la persona.

- Che fine abbiamo fatto! Appena scenderemo in paese ci uccideranno come cani. Non è che ho paura di morire, ma essere costretti a andare per forza nella tana del lupo mi sembra come se una spia ci avesse venduto.-

- Non ti abbattere troppo, Petrì, interviene Ferdinando, se facciamo un giro largo e scendiamo dall’altra parte delle montagne, possiamo entrare nelle nostre case dalla parte posteriore senza essere visti. Quando fra poco verrà Antonio, il fratello di Giuseppe Marino, a portarci un piatto caldo di pasta e fagioli come ci ha promesso ieri, basta dirgli di far lasciare le porte socchiuse per poter entrare senza difficoltà. Una volta dentro, saremo al sicuro per due o tre mesi senza che nessuno sappia niente. A primavera ritorneremo in montagna.-

Bastano queste parole a stemperare l’aria afflitta degli altri. Prendono un mazzo di carte e decidono di giocarsi un bottiglione di vino a briscola.

Gaetano Picardi non partecipa al gioco e va verso l’uscita della caverna a guardare la pioggia che, mista alla nebbia, sembra assumere contorni ora mostruosi ora teneri. E davanti ai suoi occhi si materializza Maria con in braccio la piccola Rosina. È un attimo, la scena scompare e il suo sguardo si indurisce. Poi le rivede nella piccola cucina sedute sulla cassapanca davanti al fuoco, con nonna Maria che fa le smorfie per far sorridere la piccola. Incomincia a contare scorrendo l’indice della mano sinistra sulle dita della mano destra per non sbagliare e a voce alta esclama - Nove mesi e quattordici giorni! La mia Rosina tra poco compirà un anno. Non posso morire da fesso, devo pensare a lei, voglio vederla crescere e sposarsi.-

- Gaetano, domani è San Nicola. Mi piacerebbe assistere alla processione e vedere mia sorella e mia madre portare la candela per le vie del paese. Lo sai come noi del Freddano ci teniamo per questo Santo e sai anche che nei momenti difficili ci affidiamo alla sua santa mano miracolosa. Ebbene, troviamo il coraggio di pregarlo e chiediamogli perdono e protezione. Noi, alla fine, non siamo criminali. Non abbiamo ucciso nessuno. Perché almeno Lui non dovrebbe ascoltarci?-

Giuseppe Marino, di solito taciturno, gli si è avvicinato e sotto voce, quasi con timore ha osato interrompere i suoi pensieri. Gaetano lo guarda con  un sorriso e decide di rientrare con lui, invitandolo a fare una tirata di tabacco per alzare un pò  il morale.                                                                                              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Dicembre 1861. Cinque briganti in famiglia

La giornata scorre veloce. Al calar della sera, senza parlare e in fila indiana, i cinque briganti invece di andare a valle, salgono verso Acquameroli e scendendo lungo il vallone passano vicino al vecchio mulino arrivando al Candraone. Passano poi dietro le case rasentando la Costa e a un cenno di Cicco Cianco si dividono prendendo ognuno la via di casa, mentre da lontano i canti delle donne in processione dietro la Statua di San Nicola sembrano voler riscaldare un cielo che nel crepuscolo della sera viene solcato da fulmini improvvisi, con l’aria che diventa fredda e pungente. Leggeri fiocchi di neve fanno cadere in breve tempo un silenzio irreale su tutto il paese. Solo qualche muggito riceve una risposta da una stalla affianco come in un dialogo a distanza senza un significato conosciuto.

 

Cicco Cianco e il figlio Michele.                                                                                   Michele Cianco vede stagliarsi la figura del padre nel vano della porta e non crede ai propri occhi. Gli salta in braccio con un balzo felino e resta aggrappato a lui per un tempo che sembra interminabile. Ciccio Cianco gli tiene la testa nella mano e lo accarezza con dolcezza senza parlare. Poi lo fa scendere e lo fa sedere su di uno sgabello, mettendosi seduto davanti a lui. Gli fa segno col dito sulla bocca di stare zitto e dal tascapane caccia una pistola di legno con una canna in ferro e con una molletta a mò di grilletto.

- Questa pistola funziona perfettamente. Te l’ho fatta in montagna nei momenti di riposo. Ma tu non la devi mai usare, mi raccomando.-

Michele impugna l’arma e comincia a sparare e a correre per la stanza come alla ricerca di un bersaglio da colpire. Vincenzo Maffeo arrivato dalla stalla, dove era andato a mungere le vacche, osserva sorridendo la scena e si avvicina a Cicco Cianco abbracciandolo.

- Tuo figlio ti aspettava da settimane. Non faceva che chiedere quando arrivavi. Ci voleva proprio questa sorpresa. Anche se qui da noi si trova bene, sente molto la mancanza dei genitori. Ma che vuoi, di questi tempi non si capisce più niente. Rischiamo tutti in prima persona. Tu piuttosto come stai? non deve essere facile sopravvivere in montagna con questo freddo, anche se è meglio stare fuori che nel carcere di Volturara o Avellino, pieni di gente e di pidocchi, con questa malattia del colera che sembra un flagello di Dio mandata per punire la nostra cattiveria.-

- Vincenzo, ti ringrazio di tutto quello che stai facendo per noi e per la mia famiglia. Solo tu hai mostrato un briciolo di umanità e ti giuro che Cicco Cianco non si scorderà mai di te e di tua moglie.-

Anna Buonopane in disparte sorride compiaciuta e facendosi avanti invita Cicco Cianco a darle la camicia che indossa per lavarla, sostituendola con una del marito. Inattesa una nenia dolce e struggente sembra coprire i loro discorsi.

Gaetano Picardo canta la ninna nanna.                                                                             Nella casa affianco Gaetano Picardo, chino sulla culla, con la moglie che gli posa la mano sulla spalla, cerca di far addormentare la piccola Rosa cantandole la ninna nanna. Le parole, nel silenzio della stanza, ripetono un ritornello antico che, tramandato di bocca in bocca, richiama il nesso ancestrale tra l’uomo e la Natura, dove l’armonia e la musicalità assurgono a valore assoluto di genesi del mondo nelle intenzioni di Chi lo ha creato.

 Viene suonno e viene e no tricare

ca lo piccirillo lu vulimo curcare;

vieni suonno e vieni co la Maronna

ca lu piccirillo vole fa’ la nonna.

Nonna nonna nonnarella

lo lupo s’a’ mangiato la pecorella

se l’ha mangiata co tutta la lana

e male re ventre che lo pozza chiavane.

Santo Nicola no’ boleva canzuni

voleva paternuosti e oraziuni

Santo Nicola no’ boleva menna

voleva carta calamaro e penna.

Vieni suonno e vieni nonnariello

        e vieni co’ San Giuseppe vecchiariello.

 

 

Vieni sonno e vieni e non tardare

Che il piccolino vogliamo coricare

Vieni sonno e vieni con la Madonna

Che il piccolino vuol fare la ninna.

Nonna nonna nonnarella

Il lupo si è mangiato la pecorella

Se l'è mangiata con tutta la lana

E col dolore di pancia possa crepare.

Santa Nicola non voleva canzoni

Ma voleva paternostri e orazioni

Santo Nicola non voleva menna

Ma voleva carta calamaio e penna.

Vieni sonno e vieni nonnarello

E vieni con San Giuseppe vecchiarello.

(menna=seno)

La piccola si addormenta dolcemente come se avesse preso una medicina e i due si ritirano nella loro stanza a recuperare il tempo perduto.

Pietro e Concetta.                                                                                                         Pietro De Feo dal canto suo aveva deciso di trascorrere la serata in casa di Giovanbattista Masucci Malaoi, per riabbracciare Concetta la fidanzata. L’accoglienza è delle più cordiali, Pietro si accomoda vicino al fuoco sedendosi affianco al padrone di casa sulla cassapanca di legno, appoggiando le spalle e la testa alla spalliera di legno, quasi a distendersi e assaporare un po’ di calore dopo tanti mesi trascorsi al freddo della montagna. I discorsi cadono sull’esperienza vissuta e soprattutto sulla mancanza di una alimentazione adeguata che ti toglie le forze e ti fa sognare pranzi pantagruelici. Malaoi è un uomo rude senza troppi scrupoli, da mesi segue le vicende dei fuoriusciti, per la presenza tra di loro del figlio Alessandro, mantenendo i contatti e recapitando, insieme con Giovanni Pasquale, i messaggi che i briganti mandano ai familiari dei rapiti per chiedere il riscatto. Il suo nome come manutengolo è sulla bocca di tutti e le autorità lo seguono con discrezione in attesa di avere prove concrete, che l’omertà della gente impedisce di accertare. Vede di buon occhio il fidanzamento della figlia Concetta con il giovane e spera di migliorare la sua posizione economica sfruttando la refurtiva e i soldi che i briganti gli consegnano.  Rivolto al giovane incomincia a lamentarsi per la mancanza di soldi e di cibo con gli occhi furbi di chi tende una trappola. Pietro ascolta in silenzio, vergognandosi un poco di essere un peso per le magre entrate di quella famiglia e con una scusa chiede il permesso di poter uscire.  

Ritorna poco dopo con una pecora e un agnello sgozzati e invita Concetta e la madre a preparare una lauta cena. La serata scorre piacevole e a notte inoltrata tutti si ritirano a dormire nelle loro stanze.

Pietro si accomoda nel sottano e si distende su un mucchio di paglia per riposarsi da una giornata intensa, volge lo sguardo al soffitto con le mani dietro la testa, mentre i pensieri si intrecciano confusi e pieni di preoccupazione. Concetta appare all’improvviso, silenziosa come una gatta, e gli si butta tra le braccia baciandolo freneticamente senza pudore. Pietro per un attimo si blocca, ha paura che possa arrivare il padre. Sa che potrebbe ucciderlo, ma il calore del corpo della sua ragazza e la voglia di stringerla che lo aveva preso da quando era arrivato hanno il sopravvento. Sensazioni irrepetibili, in cui si mischiano amore, ingenuità, timore del futuro, passione e tabù ancestrali, rincorrono le ore, mentre una luna piena grande come una casa rischiara una notte colma di stelle su un paesaggio candido e immacolato di neve appena caduta.

 

Gli altri tre briganti vanno a trovare Giovanna.

Le chiese sono tutt’altro che rifugio e santuario sicuro per il cristiano inseguito dal briganti o dalle guardie. Dipende il Parrocchiano da che parte sta. Dunque in questi tempi bui non c’è luogo o casa ove non si facccia distinzioni di parte o di nascita?  Una ne è rimasta: i seguaci degli apostoli si sono divisi in fazioni, ma le braccia di Maria Maddalena sono sempre aperte.

Alla casa di Giovanna.

- Entrate. Avevo già spento il fuoco e me ne andavo a letto. Madonna mia che tempi, ci mancavano solo i Piemontesi.-

- Giovannnella, i Piemontesi come sono arrivati così se ne andranno.-

La donna guarda perplessa i tre ospiti, ancora coperti da mantella, cappello e sciarpa. Non riesce a capire chi ha parlato.-

La voce riprende in tono di scherno.

- Giovannella, viva a chi?-

I tre ora sono a viso scoperto.

Carmela sbarra gli occhi.

- Viva a soreta. Ve ne dovete andare subito.-

I tre sorridono, il “viva a tua sorella” non li ha offesi. In silenzio si levano anche le mantelle. Sono armati. La donna ha paura, meglio cambiare modi e tono.

- Ma carlini ne avete?-

Ferdinando Candela apre il palmo scintillante della mano destra.

- Ducati d’oro e carlini freschi. Appena colti.-

- E va bene, riaccendo il fuoco, ma poi ve ne dovete andare.- 

 

Giovanna Solito di Antonio nata nel 1820 era sposata a uno di Cairano, ma si divise col marito e tornò a Volturara. Viene definita scandalosa, perché faceva il mestiere più vecchio del mondo.

 

7 Dicembre 1861. Arresto del brigante Pietro De Feo                                                                       È ancora notte quando Francesco Petretta bussa al portone di Don Salvatore Sarno, Sindaco e Capitano della Guardia Nazionale. Ha visto il brigante Pietrillo De Feo rubargli le due pecore e dirigersi verso la casa di Malaoi. Sa che Don Salvatore balzerà dal letto appena saprà la notizia e lo vendicherà del torto subito.

Don Salvatore non se lo fa ripetere due volte e in pochi minuti sta già nel posto di guardia in Piazza. Manda a chiamare tutti i fidati e i reali carabinieri, quindi si mette in marcia verso il Freddano con una squadra di circa una ventina di uomini. La tensione è altissima. La posta in gioco enorme. Don Salvatore sa di poter sgominare la banda Cianco e mette in atto una manovra di accerchiamento con una squadra di guardie che passando per la campagna si ferma all’ingresso del paese, nella parte bassa del Freddano, in attesa dei primi chiarori del giorno. Pietro si era attardato per salutare Giovanbattista Masucci e appena le guardie entrano abbattendo la porta cerca di scappare dal retro. Seguire le sue orme sulla neve fresca è un gioco da ragazzi. Le due squadre gli intimano l’alt e lo arrestano. Cercano poi di scovare gli altri briganti nascosti, ma si rendono conto subito che se ne sono già scappati, sicuramente avvertiti da qualcuno dell’arrivo delle guardie. Il brigante ammanettato e scortato attraversa il Freddano, viene portato in Piazza nel posto di guardia, dove subisce un primo interrogatorio da parte del Capitano Comandante Don Michele Masucci. Il giovane ha paura e vuota il sacco. Dice i nomi dei manutengoli e dei complici, sperando di salvare la pelle. Il Sindaco intanto nelle perlustrazioni delle case al Freddano alla ricerca degli altri briganti arresta ventisei persone, tra le quali tutti i familiari di Ferdinando Candela, di Giuseppe Marino, di Gaetano Picardo e i componenti della famiglia di Giovanbattista Masucci.

 

6 Aprile 1862. Vicenzo Luciani segretario comunale                                                                      Il Sindaco prende la parola davanti a tutti i consiglieri comunali e propone la nomina di Don Vincenzo Luciani a nuovo segretario comunale. Con quattordici voti a favore e tre contrari, in una atmosfera sempre più tesa, i Consiglieri approvano. Achille De Cristofano vede il mondo crollargli addosso. Il suo peggior nemico, il più cattivo del paese, viene premiato da un Consiglio succubo di un potere precostituito. Si alza di scatto dalla sedia e chiede la parola, mentre i consiglieri sembrano ingobbirsi nella loro maschera di freddezza e tensione. Cerca di non sbagliare per non essere denunciato, ma ha deciso di andare fino in fondo e proclama

 

- Il sottoscritto Consigliere Comunale Achille De Cristofano fa osservare che il Segretario di ogni Comune deve essere adorno, e fornito, di tutte le qualità che ispirano alla fiducia, ed al contento dei Naturali (cittadini) non solo di essere soddisfatti nei loro rispettivi bisogni, ma nell’attendere con tutta precisione e scrupolosità agli interessi del medesimo Comune, che si considera come un vero popillo. Gli espressati riquisiti e qualità non si verificano affatto nella persona di Don Vincenzo Luciani poiché, non da pochi anni, e lui, e l’intera sua famiglia, è stato l’oppressore e la rovina di questa disgraziata popolazione, come potranno attestarlo i registri di sorveglianza politica che esistono in Avellino. Si sa bene da tutti che le oppressioni, e la tirannia praticate dal padre si manifestarono nell’essere sottocapourbano, Sindaco, Eletto e Capourbano, e tutt’altro. Si sa che i meriti della famiglia e de suoi altri parenti fecero meritare al nominato l’impiego in Avellino. Si sa pure che per le sue male portate furono destituiti, padre e figli da ogni impiego e carica, come pure nel 1849 si portò in Caserta in commissione per rinunciare a benefici costituzionali, ciò posto si pongono le Autorità a ben riflettere tale approvazione.-

Ha parlato tutto di un fiato, sperando di far leva sulle corde della dignità di qualche consigliere, ma il silenzio eloquente e imbarazzante di tutti è rotto dalla sola voce del Sindaco, che chiude la seduta invitando tutti nella sua stanza a festeggiare la nomina del nuovo segretario, senza curarsi minimamente dell’intervento del consigliere. Don Achille resta seduto con lo sguardo perso nel vuoto.

- Povera Volturara! Stiamo cadendo sempre più in basso. Sulle rovine di Cartagine ballano i corvi e gli avvoltoi. Ecco perché ci voleva la rivoluzione. Bisognava appenderne una sessantina al tiglio e il paese avrebbe cambiato aspetto. Tra queste montagne, dimenticate da Dio e dagli uomini, la civiltà non arriverà mai. Uomini come bestie e bestie come uomini, in un miscuglio senza valori e senza futuro. A duello ne potrei uccidere uno, al massimo due, ma poi farei la fine di quei ragazzi che, inseguiti come lepri, saranno catturati a uno a uno. Devo solo aspettare. Verrà il giorno in cui qualcosa cambierà e quel giorno si ricorderanno chi è Achille De Cristofano.-

La mano sulla spalla da parte di Leonardo de Cristofano lo distoglie dai pensieri.

- Achille, non affliggerti troppo. Era una battaglia persa in partenza. Si sapeva che eravamo rimasti solo io tu e Nicola de Cristofano. Ti ringrazio per avermi proposto e per avermi votato. Ma il consiglio che voglio darti è quello di fermarti un poco e riflettere. Non puoi commettere altri errori. Hai le qualità per poter restare a galla e migliorare il paese. Ma devi attendere. Oggi non è il tuo momento, oggi sono tempi bui. Da due mesi Volturara è circondata da truppe in cerca dei cosiddetti briganti e, dopo l’omicidio di Andrea Sarni del 23 Marzo scorso, la situazione è troppo tesa. Siamo come nel 1809. Ci scapperanno molti morti. Solo dopo parecchie vittime le belve si calmeranno, convinte di aver vinto su tutti i fronti. E allora potrai uscire di nuovo allo scoperto e li brucerai nei prossimi decenni. La vita ti darà tante occasioni e sono sicuro che non te le lascerai scappare. Devi solo tenere ben fissi nella tua mente questi momenti per non avere pietà di loro, quando si presenterà l’occasione. Cuore amaro e bocca dolce fanno di questi personaggi il parto di una natura maligna e avara, che rende Volturara incapace di migliorarsi. Usano la forma e la prepotenza, sostenute dal sempre più numeroso esercito di accoliti, che si accodano sulle loro posizioni di potere. Tu e io siamo filo borbonici, perché crediamo ancora nei valori della nostra Patria e della nostra Casa Reale, come ci hanno creduto i nostri padri e i nostri nonni, prima di loro i loro padri e i loro nonni. Questi invece cavalcano il cambiamento solo perché è potere personale, senza valori e senza ideologie. I più cattivi e i più furbi, guarda caso, sono diventati Italiani in un secondo. Merita rispetto il solo Don Nunzio Pasquale, l’unico che pur sbagliando ci ha sempre creduto in quest’Italia che non capisco, una Italia partorita dalla mente perversa di Cavour che ha saputo sfruttare perfettamente i limiti caratteriali e strategici di quel guerrafondaio di Garibaldi, con l’avallo delle potenze europee, che potranno tra poco togliersi di torno il loro vero obiettivo: il Papa.-

Achille alza il capo verso l’amico e con un sorriso e un sospiro, come a accettare la paternale, lo invita ad andare a prendere un caffè in Piazza.

30 Giugno 1862. Malaoi venduto per 12 carlini       

- Ma che fai, piangi?- Don Giacobbe Benevento il cassiere comunale guarda stupito l’uomo che ha di fronte e non sa darsi la ragione di quel comportamento. Ha appena guadagnato 12 carlini, per aver riferito ai Carabinieri dove era nascosto il brigante Alessandro Masucci Malaoi, e piange.

- Don Giacobbe, piango perché mi vergogno di me stesso. Come Giuda ho venduto la vita di un ragazzo che, per quanto cattivo, non mi aveva fatto mai niente di male. Ma i soldi mi servivano e la tentazione era troppo forte. So che non dovevo farlo. Chiedo perdono a voi e a Dio. Chiedo perdono ad Alessandro, anche se so che, appena capirà chi lo ha venduto, me la farà pagare cara.-

- Ma che dici fesso. Tu, a Malaoi lo hai salvato. Devi capire che questi non scherzano e che prima o poi lo avrebbero ucciso. Facendolo prendere mentre dormiva, significa che lo terranno un poco in galera, poi lo libereranno e potrà rifarsi una vita. Io ho paura per quelli che restano briganti. Non ne uscirà nessuno vivo. Si preannunciano tempi duri. Ormai li stanno accerchiando e li prenderanno con le buone o con la forza. D’altronde il tuo nome lo sanno in pochi e stai tranquillo che nessuno capirà mai chi ha contribuito alla cattura del brigante Malapi. Vattene a casa e comprati un po’ di sementi. Non andare a ubriacarti in qualche Cantina, perderesti la gallina e l’uovo.-

Un’altra famiglia distrutta, pensa Don Giacobbe. In un mezzo anno arrestati tutti i componenti, padre, madre e tutti i figli. Con il padre Giovanbattista ancora dentro, che ne avrà ancora per molto a sentire le accuse mossegli dal Giudice di Avellino. Certo che Salvatore Sarno si sta dimostrando uomo senza pietà, godendo di questa atmosfera oppressiva e tetra. Ricorda ancora l’applauso del mese scorso in Consiglio comunale alla notizia dell’arresto di Alessandro Masucci e la festa nazionale del 1 Giugno, quando il Sindaco aveva premiato con sei carlini i due carabinieri e le sedici guardie nazionali, più dodici carlini al loro comandante, per l’operazione compiuta. Come se avessero arrestato un pluriomicida o un pericolo pubblico. Certo che è stato un mese pieno di avvenimenti, pensa, fissando il libro mastro. Da quando la settimana scorsa si sono costituiti alle autorità Alessandro Picone e gli altri sei, in montagna dei nostri sono rimasti solo Ferdinando Candela, Giuseppe Marino e Gaetano Picardo. Mettendoci Cicco Cianco e qualche serinese, i briganti rimasti saranno massimo in sette o otto. Con tutto l’esercito sguinzagliato sulle montagne hanno ben poco da sperare per il futuro. Sa già che il solco tra loro e le autorità ormai è incolmabile e che solo la morte potrà portare pace nel prossimo futuro.

3 Luglio 1862. Uccisione del brigante Ferdinando Candela

La guardia nazionale di Volturara in perlustrazione sul Cretazzuolo, su segnalazione di qualcuno, accerchia il posto dove sono nascosti i briganti. Una raduna che è rimasta famosa come il "Sierro di Ferdinando". Attorno a un fuoco chiacchierano diversi briganti ignari del destino che li attende. Una pioggia di proiettili si abbatte sul povero Ferdinando che si sacrifica, mentre i suoi compagni si danno alla fuga e si perdono nella montagna. Il corpo del brigante ucciso viene caricato su di un mulo e portato in Piazza come monito per tutti coloro che sono contro l’ordine costituito. Appeso al tiglio da morto resta per alcuni giorni penzolante, finché viene messo in una fossa senza nome e senza identità, forse per scacciare la paura di un uomo che potesse servire da esempio a altri. Da dietro la finestra del Comune Don Salvatore Sarno osserva il corpo che penzola dal ramo del tiglio e rivolto a Don Vincenzo Luciani sorride soddisfatto.

- Il porco è appeso, anche se non è Natale! Ci ha fatto penare, ma alla fine ci ha dato tutte le soddisfazioni che volevamo-.

- Certo che possiamo essere contenti, finalmente! Due anni di tribolazioni, ma alla fine, abbiamo dato il colpo risolutivo ai quei pazzi criminali. Senza Ferdinando Candela, Cicco Cianco si allontanerà da Volturara e finalmente potremo respirare,- soggiunge Vincenzo Luciani.

Si stringono la mano per festeggiare e per suggellare un’alleanza che li ha portati a comandare su tutti nel paese, mettendo in un angolo sia i Vecchi che i Masucci. Si sentono ormai i padroni incontrastati e sanno che nessuno oserà più discutere le loro decisioni, per non fare la fine di Candela, prima ucciso e poi appeso al Tiglio centrale della Piazza.

- Caro Vincenzo, adesso dobbiamo stare calmi e non dare troppo enfasi a questo avvenimento. Rischiamo di farlo diventare un eroe per quei quattro fessi che credevano nel ritorno di Franceschiello. Domani mattina presto fai portare il cadavere in montagna e fallo seppellire in qualche vallone dimenticato. Se lo dovranno mangiare i cani. Il Cimitero non lo deve nemmeno vedere. Nessuno deve poter pregare sulla sua tomba.-

Detto questo, Don Salvatore chiede permesso per tornare a casa. Per non passare affianco all’impiccato esce da una porta secondaria e attraversando il Candraone si ritira nel suo palazzo. A tavola l’atmosfera è pesante. Don Salvatore, dopo essersi fatto il segno della croce, invita i familiari alla preghiera in un silenzio imbarazzante e dopo pochi bocconi si ritira nel suo studio, chiedendo scusa alla moglie per aver poco appetito. Il figlio Alessandro, appena tornato da Napoli, lo segue e cerca di farlo parlare, accorgendosi del suo stato d’animo. Sa che suo padre è un duro, ma non cattivo, e che la vicenda del brigante gli ha creato molto turbamento. Gli racconta degli esami sostenuti e della bella figura che aveva fatto con i professori, soprattutto sul Diritto Amministrativo, della fidanzata Immacolatina e dell’appartamento nuovo di via Duomo, dove vuole esercitare la professione di avvocato dopo la Laurea. Alla fine vedendo che il padre non partecipa ai suoi discorsi, gli chiede direttamente di raccontargli come è stato ammazzato il brigante. Salvatore Sarno ha uno scatto. Alza la testa con fare minaccioso come per cacciare fuori dalla stanza il figlio, ma si riprende subito e capendo la vera ragione della visita di Alessandro, che vuole sempre sapere tutto e di tutti, decide di raccontargli gli ultimi avvenimenti.

- Ieri mattina mi sveglia tua madre, dicendomi che era venuto Vincenzo Luciani a dirmi di prima mattina di aver saputo, da un suo informatore, che la banda di Ferdinando Candela nella giornata sarebbe scesa a valle per recarsi a pranzo in località Sava da certi suoi manutengoli in un pagliaio. Siccome la notizia era di quelle che aspettavamo da un mese, mi recai subito in Municipio, ove chiamai a raccolta tutti gli ufficiali e i sottoufficiali della guardia nazionale. Avevo deciso di non avvertire il Governatore della Provincia sia per agire con rapidità sia per non far divulgare la spiata, infine anche perché poi Ferdinando Candela era un fatto personale e volevo arrestarlo io e portarlo in catene a piedi fino ad Avellino. Il piano che avevo in mente non poteva fallire. Avevo deciso di mettere in atto la tattica della caccia al cinghiale, attaccando i briganti frontalmente, facendoli  arretrare  in un luogo dove li aspettavano le guardie già appostate. Mandai una trentina di guardie comandate da Don Vincenzo Luciani fino al Terminio, per poi farli ridiscendere verso il Cotrazzulo e posizionarsi nella valle dell’Orso, disponendo un uomo armato ogni venti metri. Don Michele Masucci lo mandai alla bocca del Dragone con un’altra ventina di guardie per coprire una eventuale fuga, raccomandandogli di controllare la Costa in caso di spari. Io con trenta uomini, partendo da San Marco nel primo pomeriggio, mi avvicinai al pagliaio deciso a farla finita per sempre con quella banda di assassini. Come previsto, il nostro arrivo fu notato dall’uomo di guardia che sparando un colpo di fucile in aria avvertì i suoi complici. Successe il finimondo! Colpi di fucile da tutte le parti, con i nostri che, distesi nell’erba,_ cercavano di rispondere al fuoco senza avvicinarsi, solo per stanare le belve e farle scappare. Nella sparatoria rimase ucciso Salvatore Di Meo il figlio di Minicuccio, mentre i briganti cercavano di arretrare verso Cruci, per risalire la montagna.

Dal Dragone colpi di fucile a cadenza fissa facevano capire che quella via di uscita era loro preclusa. Un silenzio innaturale calò all’improvviso nella vallata, come se tutti stessero ad ascoltare quello che stava accadendo. Ci incamminammo in una lenta ma determinata marcia, con un uomo ogni dieci metri a ventaglio, che aveva lo scopo di portare in trappola i malviventi, sparando colpi di fucile isolati per determinare il percorso obbligato. La sera calò con la sua grande luna piena che sembrava una torcia accesa da una mano superiore per rischiarare una scena che sarebbe rimasta immortale nel tempo. Le guardie dopo ore di marcia sembravano ombre allucinate che avanzavano senza paura e senza coraggio in un percorso che non conosceva ostacoli. L’eco degli spari arrivò alle nostre orecchie verso le nove di sera. Colpi riverberati in un’eco piena di morte con una cadenza precisa, un colpo preludeva a un altro colpo. Poi, dopo non so quanto tempo, il silenzio. Il sibilo prodotto con una cartuccia vuota, da lontano ci fece capire che tutto si era concluso, e con la nostra vittoria. Feci rispondere al segnale con un altro fischio per dare la nostra posizione e ci fermammo ad aspettare sulla strada che dal Ceraso porta al Terminio.

Nella semi oscurità quattro guardie con dei tizzoni fumanti facevano strada a un corteo preceduto da un mulo sulla cui groppa era adagiato di traverso a pancia in giù il corpo di un uomo. Mi avvicinai a Don Vincenzo Luciani che, impettito e raggiante, quasi stravolto, afferrò i capelli dell’uomo tirandogli su la testa in modo innaturale esclamando - Don Salvatò! Lo abbiamo preso, Don Salvatò.-

La testa tumefatta e deforme di Ferdinando Candela mi diede un senso istintivo di disgusto, che superai con non poca fatica. Ritrovai il controllo di me stesso cercando di farmi spiegare da quell’esagitato di Don Vincenzo che fine avevano fatto gli altri briganti.

“Signor Sindaco, Cicco Cianco, Gaetano Picardo e Giuseppe Marino sono riusciti a fuggire sotto una gragnola di colpi. Non so cosa esattamente sia successo, data l’oscurità, ma se la sono svignata senza che ce ne siamo accorti.”

Le parole di Vincenzo Luciani sembravano di scusa nei miei confronti, ma gli spiegai subito che non ero arrabbiato per questo, che l’uccisione di Ferdinando Candela era il colpo più importante che si doveva mettere a segno e che al ritorno in paese lo avrei proposto per una onorificenza ufficiale. Vincenzo sembrò calmarsi finalmente e incominciò a raccontarmi quello che era successo.

“Era da poco calata la sera e ormai disperavamo di portare a termine la missione in modo positivo. Non sapevamo che era successo a valle durante la giornata e, non avendo sentito sparare nessun colpo, pensavamo che la sorpresa fosse fallita. Eppure ci eravamo messi in modo tale da coprire tutta la zona, lasciando libero solo il lato di Montella, che presentava un burrone ripido e profondo, nel quale non poteva scendere nemmeno un gatto. La tensione stava calando e qualcuno già chiedeva di ritornare in paese. Solo la mia determinazione nell’essere quasi sicuro del risultato, conoscendo la vostra bravura, impediva agli altri di lasciare la postazione. Ero arrivato a minacciare di sparare a chiunque si fosse allontanato senza ordine. All’improvviso verso le nove, circa due ore fa, voci concitate nel silenzio della boscaglia avevano fatto drizzare i capelli in testa a tutti. Il momento era arrivato! Nessuno più se lo aspettava, ma era arrivato. Capivo che dovevo stare calmo per riflettere e stringere il cerchio. Ho atteso che si avvicinassero e con un cenno di mano ho mandato cinque uomini a chiudere in basso per bloccare una eventuale loro ritirata. Mi sono fatto il segno della croce e ho sparato il primo colpo come segnale. I quattro si sono bloccati, come folgorati. Nello stesso momento spari da tutte le parti fanno loro capire di essere circondati. Vedevo nella semi oscurità ombre che allargandosi a raggiera si buttano per terra, nascondendosi dietro agli alberi. All’improvviso uno di loro si alza, e urlando come un forsennato, incomincia a correre con il fucile e una pistola in mano nella nostra direzione. Al primo colpo barcolla, ma continua a correre. Al secondo e al terzo si appoggia la mano sulla gamba, ma la sua corsa sembra inarrestabile. Crolla a cinque o sei metri da noi, dopo un ultimo colpo a bruciapelo che gli devasta il volto. Nel silenzio che segue, nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto. Aspettavamo che i briganti superstiti sparassero nella nostra direzione, ma non succedeva niente. Per alcuni lunghi minuti il silenzio era interrotto solo da qualche colpo sparato dalle guardie, più per paura che per aver visto un bersaglio. Dopo una mezz’ora ho dato l’ordine alle guardie di scendere a raggiera senza perdere la distanza tra di loro e ci siamo ritrovati in fondo alla strada. Dei briganti nessuna traccia. Come abbiano fatto a sparire, senza che ce ne accorgessimo, è davvero strano. Hanno il diavolo dalla loro parte, altrimenti non sarebbero mai potuti scendere nel burrone laterale e dileguarsi nella notte. Quei due o tre minuti in cui abbiamo pensato solo al brigante che correva verso di noi sono bastati loro per scappare”.

Caro Alessandro, in quel momento non sapevo se ridere o piangere, ma visto allora che non potevamo ormai più inseguire i briganti superstiti, siamo scesi in paese e lo abbiamo fatto appendere al Tiglio. Chiudo il racconto per non tediarti, ma ricordati che, pur avendone viste tante e pur avendone ancora molte da vedere, sono sicuro che la giornata di ieri 2 Luglio 1862 rimarrà nei miei occhi e nella mia mente per il resto dei miei giorni. Anzi ti dico che anche tra 500 anni si parlerà ancora di questo brigante piccolo e smilzo, astuto e feroce, che incarna il prototipo del volturarese qualunque.       

 

L’ultimo brigante di Volturara                                                                              1 Gennaio 1864. L’ultimo brigante di Volturara.

La Piazza è piena di gente. Davanti ai caffè stazionano decine di persone, che si scambiano gli auguri di buon anno. Sotto i tigli crocchi di notabili sembrano aver messo da parte rancori e diffidenze e si sciolgono in chiacchiere sul tempo e sui futuri raccolti. Il Campanile suona mezzogiorno e dopo poco una folla straripante esce dalla Chiesa di San Sebastiano attardandosi a scambiare qualche pettegolezzo. Colpi di fucile in lontananza non creano più la preoccupazione di sempre, ma riflettono l’atmosfera di festa che pervade tutto il paese.

Don Leonardo Masucci, Don Salvatore Sarno e Don Gennaro Vecchi ricambiano i saluti dei tanti che si tolgono il cappello al loro cospetto, attardandosi a discutere del più e del meno prima del pranzo.

- Sembra che siamo usciti da un incubo. Volturara è libera finalmente. Con l’arresto dell’ultimo brigante volturarese in libertà, Gaetano Picardo, possiamo incominciare questo anno nuovo con più tranquillità e sicurezza per noi e per i nostri familiari.- Don Gennaro è su di giri e non lo nasconde, ma la risposta di Don Leonardo è gelida e lo blocca come una frustata.

- Gennà, fino a quando non verranno ammazzati anche quei quattro montellesi comandati da Cicco Cianco, non dormiremo sonni tranquilli.-

Salvatore Sarno fa eco alle parole di Don Leonardo esprimendo il suo disappunto per non essere riuscito a catturare tutta la banda.

- È vero che briganti volturaresi in circolazione non ce ne sono più e credo anche che per il futuro non ce ne saranno altri, ma il problema della sicurezza resta, anche perché ci sono ancora troppe connivenze. Il Freddano è da anni ricettacolo di ladroni che campano con la refurtiva delle rapine. Occorre insistere senza abbassare la guardia e, secondo me, passeranno ancora anni per eliminare questa piaga che, immettendosi nel tessuto sociale, rischia di camuffarsi con la quotidianità e diventarne parte integrante. Se non stiamo attenti, dal brigantaggio vero e proprio passeremo alla fase della mentalità brigantesca, che creerà malavitosi e corrotti a iosa in cui ognuno, fregandosene della legge e della legalità, cercherà di arraffare a quanto più non posso, per un senso del possesso che lo rende più forte sul suo vicino. Nella nuova Italia incominciano a circolare voci che vogliono annullare la Proprietà e creare uno Stato dove i contadini gestiscono i raccolti e le semine. Ormai siamo alla fine del mondo. Non c’è più rispetto per i valori che ci hanno insegnato per secoli. Se andiamo avanti così, di questo passo va a finire che i buoni le prendono e i fessi menano le botte, o come diceva mio padre succederà che le sciabole stanno appese e i foderi combattono -.

- Non è del tutto sbagliato quello che dici, ma se ci manteniamo uniti e saremo inflessibili, nessuno oserà alzare il capo più di tanto, gli risponde Don Leonardo, d’altronde in questi tre anni abbiamo dimostrato che, superata la iniziale fase di sbandamento, siamo riusciti a riportare la calma e l’ordine sociale a Volturara. Ora vi saluto perché è festa e voglio dedicarmi alla famiglia. È ospite a casa il fidanzato di mia figlia Filomena. Si devono sposare quest’anno e voglio godermi la presenza di mia figlia, prima che si trasferisca a San Michele di Serino, dove andranno ad abitare dopo il matrimonio.-

Più in là, davanti la Cantina, Alessandro Picone sta sorseggiando un bicchiere di vino in compagnia dei fratelli Nicola e Raffaele. Ha osservato i tre che si salutavano e non può fare a meno di scagliare bestemmie e maledizioni contro di loro

- Maledetti. Fanno come Ciao e Nicolicchio. Di giorno litigano e di notte vanno a rubare insieme. Sembravano nemici capitali e poi eccoli insieme a discutere per imbrogliare gli altri. Hanno distrutto la nostra vita e se la ridono come se niente fosse. Io ho dovuto fare due anni di prigione, Luigi poverino è ancora in carcere. Mi pento di non averli uccisi quella sera maledetta del 7 Aprile, quando eravamo padroni del paese.-

 Nicola lo zittisce arrabbiato.

- Alessà, ma non ti basta quello che hai passato? Questi sono troppo forti per noi e se non vogliamo fare una brutta fine, dobbiamo rassegnarci, come hanno fatto gli altri. Se ci guardiamo alle spalle, ci accorgiamo di quante famiglie hanno sofferto le pene dell’Inferno. Meno male che con l’indulto di due settimane fa quasi tutti sono tornati a casa. Tu non ti rendi conto che per loro dovresti stare ancora in galera. Quelli non perdonano i simboli e vederti girare libero in paese provoca in loro rabbia e risentimento. Non accetteranno mai che il figlio di Antonio Picone abbia potuto muovere un popolo contro di loro. Te la faranno pagare per il resto della tua vita, e per ogni cosa che succederà negli anni a venire ti verranno a prendere e ti porteranno in caserma, anche se non c’entri niente. Lo faranno per il solo gusto di provocarti e di vederti soffrire. Tu devi pensare a tua moglie e ai tuoi figli, senza di te moriranno di fame.

- Hai ragione, Nicò, ammette Alessandro, devo capire che l’Alessandro del ‘61 è morto e sepolto. Ho perso tutto, anche la proprietà, con tutte queste cause in tribunale, senza poter lavorare. Vi prometto che da oggi in poi anno nuovo, vita nuova. Anzi vi dico che non passerò mai più per questa Piazza maledetta che mi ha dato solo sofferenza e se devo andare alla Pozzella, faccio il giro per la campagna.-

Si alzano e si avviano verso casa al Freddano in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Alessandro rimugina nella mente scene già viste. Che anni maledetti! e come è lontano ormai il ricordo di un Re cacciato e perseguitato e che tutti vogliono dimenticare. Questa nuova Italia gli appare cattiva e troppo forte. Eserciti che arrivano in un baleno a stroncare ogni movimento sospetto, Guardie Nazionali che per una diaria sostanziosa denunciano tutti i sospetti. Come in un libro gli passano davanti agli occhi gli avvenimenti degli ultimi tempi, rabbrividisce pensando alla cattiveria e alla determinazione di un classe dirigente che, solo per difendere il suo potere e soprattutto la sua proprietà, ha determinato orrore e morte, deportazioni e rovine. Pensa ai ragazzi morti, spinti e rinchiusi in una trappola sempre più stretta, senza via d’uscita. Rivede gli amici condannati, immagina la scena della impiccagione di Ferdinando Candela con i sorrisi cattivi di chi opprime gli altri con la forza della cosiddetta Legge, di chi si nasconde dietro le sue regole per imporre soprusi e mortificazioni. Invoca nella mente l’eterno riposo per Giuseppe Marino, ucciso il 14 Ottobre di due anni prima e sotterrato in montagna come un cane randagio, per Raffaele Del Percio, morto misteriosamente in carcere il 9 Gennaio dell’anno precedente, per Giuseppe De Feo il figlio di Pasquale, ucciso sei mesi prima in una lite tra briganti e per il serinese Luigi Volta ammazzato il 26 Novembre precedente nell’ultimo grande rastrellamento delle squadriglie mobili all’Acqua degli Uccelli su al Terminio.

Poi corre col pensiero a quel 13 Marzo dell’anno precedente, quando nell’aula del tribunale di Avellino il giudice Vigorita aveva pronunciato le sentenze e la morte civile sua e di tanti altri. Gli risuonano nella mente, come un’eco che martella, le parole all’atto della sentenza.

 “In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele Re d’Italia, noi Giudici chiamati a giudicare i reati commessi il 7 Aprile 1861 in Volturara paese arretrato, feroce e sanguinario, restio ai novelli ordini civili, da Alessandro Picone e altri, accusati di cospirazione e attentato contro la sicurezza interna dello Stato … condanniamo Alessandro Picone e Raffaele Cutillo a venti anni di lavori forzati, Angelo Mele e Nicola Marra a sei anni, Bernardo De Cristofano e Mariano Risoli a un anno… .”

Una mazzata che era riuscito a evitare grazie all’indulto, per aver commesso solo reati politici senza rapine, che lo aveva rimesso in libertà controllata e che aveva permesso anche a Gaetano Picardo, l’ultimo della comitiva dei briganti volturaresi, di costituirsi, senza essere condannato, insieme con il biellese Giuseppe Rossetti, appena due settimane prima, il 17 Dicembre, giorno festeggiato dai Don come la fine del brigantaggio a Volturara Irpina.

Un turbinio di scene e di persone che lo turbano profondamente, e su tutto le parole del Sindaco Salvatore Sarno il giorno del ritorno a Volturara dal carcere.

- Alessandro Picone, sei stato la causa di tutti i mali di questo paese. Ma l’Italia ti ha perdonato, anche se non lo meritavi, dimostrando benevolenza e voglia di chiudere un capitolo doloroso. Non potrai mai dire che non sei stato fortunato. Per quello che hai combinato, avresti meritato la morte o il carcere a vita, perciò stai attento d’ora in poi a quello che fai. Non ti perdoneremo niente e, se ti renderai responsabile di altri guai, ti giuro che ti ucciderò con le mie stesse mani. Il paese ha bisogno di calma per crescere nel progresso e noi abbiamo tante cose da fare. Come hai potuto vedere è tutto un cantiere. Stiamo ricostruendo la Chiesa Madre, che diventerà la più grande d’Irpinia. Abbiamo rifatto il Campanile e messo il nuovo orologio, stiamo mettendo le luci per tutto il paese e la Piazza sarà lastricata con basoli bianchi per evitare tutte quelle pozzanghere piene di escrementi di vacche. Perciò l’ultimo avvertimento che ti do è di sparire dalla circolazione e di farti i fatti tuoi.-

La voce della figlia Teresa che lo chiama lo riporta alla realtà. Saluta i fratelli, la prende in braccio e baciandola sulla guancia promette a se stesso di chiudere con il passato.

 

Alessandro Picone. Eroe mancato
Capo rivolta del 1861 insieme con Matteo Marino. A suo nome è intestato il processo che seguì alla repressione. Alessandro Picone è un personaggio fondamentale nella storia volturarese nei giorni che fecero l'Unita' d'Italia. Figlio di possidenti, il nonno ed il
padre erano stati nella prima metà dell'Ottocento amministratori ascoltati, il padre Antonio nel 1854 era stato messo anche nella terna di nomi per l'elezione del Sindaco. Sicuramente analfabeta, spirito ribelle e caustico, non sopportava il peso oppressivo delle solite famiglie di notabili, che impedivano la crescita culturale ed economica delle classi deboli.
Una gioventù normale con l'iscrizione negli anni ‘50 alla Guardia
Civica ed il matrimonio il 15 Maggio 1857. Amico di Matteo Marino di qualche anni più grande di lui, ne seguiva le idee e le concretizzò nell'impegno contro l'invasione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Piemontesi.
Guardia Nazionale nel 1860, fece proseliti presso i suoi colleghi, che lo rispettavano e lo temevano. Di carattere allegro e pungente fu l'artefice nelle rivolte e negli avvenimenti del ‘61. In una Volturara divisa in due fazioni unì i popolani contro i notabili, cacciò fuori dai loro cuori il coraggio di ribellarsi e di dire la propria opinione, in un modo civile anche se polemico e concreto.
Mille e più persone lo seguirono nel corteo che la notte del 7 Aprile si snodò per le vie del paese inneggiando al ritorno di Franceschiello e contro i galantuomini. La capacità di aggregazione, e la scomparsa di tutti i notabili
dalle strade in quella notte, mette in evidenza la sua determinazione ed il suo ascendente sulla folla che divenne un tutt'uno senza commettere grossi errori e senza spargimento di sangue. Un capopopolo capace, in cui la quasi totalità
della popolazione credeva, che nei mesi seguenti ha mantenuto le fila della rivolta con fermezza, nonostante la repressione e la presenza di alcune frange estremiste.

Il tentativo di arresto subito nel mese di Agosto ci presenta un giovane gioviale, allegro, capace e furbo, pronto a sfruttare l'attimo giusto per mettere nel sacco e far fare brutta figura nientemeno che a Don Vincenzo Luciani, il figlio di Don Giuseppe, che negli anni seguenti si rivelerà potentissimo nell'amministrazione della Cosa Pubblica volturarese. Lo stesso Don Vincenzo nell'arrestarlo sembra mostrare nei suoi confronti, se non un moto reverenziale, per lo meno il rispetto dovuto a un capo.
Il fatto che, nonostante ci fosse un ordine di cattura nei suoi confronti, si trovasse seduto davanti al fontanino del Freddano a discorrere con gli amici, testimonia il suo coraggio. Il suo ardire lo mostra nelle risposte che dà all’ Ufficiale che vuole arrestarlo. Nello spazio di dieci minuti dal Freddano al Ponte della Piazza si mobilita una folla immensa per cercare di liberarlo, opprimendo e pressando fisicamente le Guardie nazionali armate,
che erano accorse al richiamo di Don Vincenzo Luciani. E' la testimonianza di un affetto che arriva allo sprezzo del pericolo ed è la prova che Alessandro è il Capo. La latitanza dopo la fuga è breve e difficile. La vita sulle montagne è grama e
piena di sofferenze fisiche e psicologiche. Si costituirà nel Giugno1862.
Nel marzo del 1863 viene condannato a venti anni di lavori forzati. Sarà liberato alla fine dell'anno con l'indulto promulgato dal Governo Italiano per i reati legati al brigantaggio. Controllato, deluso ed amareggiato passerà il resto della sua vita in una dignitosa povertà, dimenticato da tutti ed anche dalla Storia che non guarda mai agli eroi di un giorno.
Fossero tornati i Borbone, come le altre volte, avrebbe avuto un ruolo di primo piano ed ancora oggi parleremmo di lui e di Don Nicolino Coscia, il prete di Montemarano che fu nel 1861 l'ispiratore del suo impegno politico, con la venuta a
Volturara del 5 Aprile per dare il via alla rivolta.

 

La caccia a Cicco Cianco

1865. Due garzoni quattordicenni orfani di padre accusati di complicità in Brigantaggio.

Angelo Di Mattia fu Luca di Volturara di anni 14, (statura bassa,fronte piccola,capelli castani, occhi cervoni, naso grande, senza barba, labbra grande, pelle giallastra, corporatura giusta).

Domenico Di Vecce di Acerno.

Il 10 Febbraio 1865 le guardie al comando del sergente Francesco Cirino di Serino, in perlustrazione su ordine del Maggiore Gaetano Nicolais del Battaglione mandamentale, avvistano sul monte la Spina tracce di cavalli passati da poco e più avanti avanzi di pasta fatta a mano con resti di baccalà. Accelerato il passo, intravedono due individui che scappano nel bosco facendo perdere le loro tracce. Fermano allora due ragazzi di 14 anni: Di Vecce Domenico fu Pasquale di Acerno e Di Mattia Angelo fu Luca di Volturara, garzoni del vaccaio serinese Raffaele De Feo. Il sospetto è che i due hanno trascorso del tempo e forse pernottato con i briganti che hanno lasciato tracce di pasta e baccalà. Alla loro risposta negativa se avessero riconosciuti i briganti, li arrestano per complicità in brigantaggio, come manutengoli. Li trasferiscono in carcere a Serino dove vengono interrogati e successivamente ad Avellino dove rimangono per molti giorni. Il 30 Maggio dopo tre mesi e mezzo di carcere sono sottoposti a nuovo interrogatorio.

 

Domenico Di Vecce afferma che le guardie da lontano avevano scambiato lui ed il suo compagno per dei briganti armati di fucile, per via dei bastoni lunghi che avevano in mano. Per quanto riguarda i resti di pasta e baccalà sulla neve, il luogo dove erano stati ritrovati era molto più in basso da dove si trovavano loro due e potevano essere stati lasciati dai venditori di olio che ogni giorno si recavano da Acerno a Serino.

Angelo Di Mattia conferma la deposizione del compagno.

Vengono interrogate tutti i pizzicagnoli e venditori di alimenti di Volturara ed Acerno per capire chi sono i due, che disperatamente negano sia di non essere loro i due fuggitivi sia di non aver mai visto alcun brigante nella zona.

Per Volturara si presentano sei pizzicagnoli: MicheleAntonio Marra di anni 40 afferma di non conoscere il Di Mattia e altrettanto dichara Agostino Cianciulli fu Giuseppe di anni 30. Antonio Di Cristofano fu Gennaro,manda a dire che si trova a Pratola per affari. Alessandro Marra fu Ermenegildo di anni 40, Angelo Ingino fu Giovanni di anni 60 e Pietro Ristaino fu Giusepe di anni 60 affermano di non conoscere il ragazzo.

La Giunta comunale dichiara che il Di Mattia non ha conti in sospeso con la giustizia e che da due anni manca da Volturara, facendo il garzone nel serinese.

Il 13 Luglio 1865 dopo molti mesi passati in carcere, grazie alla testimonianza di loro compaesani e alla responsabilità che i Sindaci dei due paesi si prendono nell’affermare che sono solo ragazzi onesti e lavoratori, la sentenza del tribunale di Avellino li assolve ed i due vengono rilasciati ed liberati dall’accusa di essere complici dei briganti.

1866. Cattura di Cicco Cianco.

 Dal 1862 al 1866 le montagne di Volturara pullulano di briganti di tanti paesi, tutti sfuggiti alle repressioni dell’esercito regolare in nome di una unità d’Italia che nessuno voleva accettare e per non ingrossare, con la chiamata obbligatoria alle armi, le file di un esercito che consideravano nemico. Per primo viene arrestato Alessandro Masucci, Malaoi. Alla fine del Novembre ‘63 viene ucciso, in uno scontro a fuoco sul Terminio, il brigante Luigi Volta di Serino. Il 17 Dicembre viene arrestato il brigante Gaetano Picardi. Nel Giugno 1866 viene sterminata la banda di Francesco Cianci (Cicco Ciancio o Cianco) di Montella, di cui Ferdinando Candela era luogotenente. Il capobrigante ammazzato viene trasportato al suo paese e mostrato per le strade su un carro a monito per tutti.

 

Il clero alla riscossa

1868.
Durante l’estate Vincenzo Santoro scrive un Libello contro il Clero di Volturara “Ai Preti del mio paese o giù la maschera”.
Ottobre.
Il Clero lo denuncia.
Dicembre.
Il farmacista Don Vincenzo Pasquale risponde allo scritto con un libretto in cui stigmatizza la vita ed il comportamento di Vincenzo Santoro, attaccandolo come uomo “ Vincenzo Santoro suoi errori e menzogne, smentite pel farmacista Vincenzo Pasquale da Volturara Irpina”.
1869.
Vincenzo Santoro viene attaccato pubblicamente dall’Arciprete Alfonso M. Pennetti e dal frate Padre Pio Paradiso.
Vincenzo Santoro pubblica un altro libretto ”Vincenzo Santoro ai suoi Concittadini Civiltà, unione, progresso”.


Nel citato libello Don Vincenzo Pasquale riporta le vicende della vita di Vincenzo Santoro secondo una sua versione dei fatti molto personale, improntata a rancore e disprezzo, ove così conclude

“Vincenzo dalla miseria afflitto, credè per lui gran fortuna sposar per vivere una donna figlia di un certo bettoliere di Napoli. Tale matrimonio fu la spada che più amaramente trafisse il cuore degli sventurati genitori, sicché la madre di dolore ne moriva nel passato Novembre. Del corrente anno con testamento disponendo della sua mediocre proprietà a doversi dividere in parti uguali tra le figlie ed il traviato figliuolo. Questi che avrebbe voluto,servendosi della sua frase, farla da arraffa tutto, ha supposto che il confessore tanto abbia consigliato alla moribonda genitrice. Ed ecco nota a tutti è già fatta la causa, che ha spinto Vincenzo Santoro all’infamia, alla menzogna, alla sempre continuata cantilena di contradizioni, di bestemmie e contumelie. Povero stolto! se avesse esaminata la trascorsa e la presente sua vita, non avrebbe al certo degli atti di sua madre, che ultimi di giustizia compiva, incolpati i nostri sacerdoti, che per zelo ,senno,giustizia e carità cristiana in ogni tempo han saputo distinguersi, meritando gli elogi dei suoi. Mi è sembrato necessario dar contezza ai lettori della vita del Santoro acciocché sappino chi esso sia , e non aggiustassero fede al suo librettaccio, che altro non è che un cumulo di bestemmie contro Dio, contro quanto ha di divinità la nostra Religione, e contro l’esemplarissimo nostro Clero.

 

1870. La storia del cinghiale bianco

- È passato quasi un quarto di secolo, ma la storia di Antonio e del cinghiale bianco me la ricordo come se fosse ieri. Antonio Di Meo aveva quaranta anni, una mandria di mucche al Dragone sotto il controllo dei garzoni e una giumenta dal pelo nero lucente, che era la sua compagna inseparabile.

Quella mattina di ottobre si era alzato prima del far del giorno per recarsi alla selva su al Ceraso a raccogliere castagne come tanti volturaresi.

La rabbia nel vedere la selva piena di buche e per terra una distesa di castagne rosicchiate sparse dappertutto, gli fece maledire tutti i cinghiali del mondo. Ormai era una peste che aveva raggiunto il culmine. Vedere il frutto di sacrifici di anni distrutto in una nottata, lo faceva imbestialire. Tornò a casa, prese il fucile e disse alla moglie che sarebbe rimasto in montagna per un paio di giorni, giusto il tempo di uccidere quelle bestiacce, che gli stavano procurando un danno incalcolabile.

Tornato in montagna, lega la giumenta a un albero e si sistema nel pagliaio, accendendo il fuoco per il troppo freddo. La sera cala tra gli alberi portando una nuvola densa di nebbia, che impedisce la visuale oltre due o tre metri. Seduto su un tronco d’albero, il fucile appoggiato con il calcio per terra e la canna sul petto, tende le mani al fuoco, stringendo i denti a bocca aperta e chiudendo gli occhi, come a scacciare il freddo in attesa dei suoi nemici. La giumenta a pochi metri di distanza sembra dormire all’impiedi. Le ore passano lentamente e Antonio inseguendo i pensieri si assopisce a  occhi aperti. Il fruscio delle foglie e un rumore strano, che sembra lo sbuffo di un orso, lo riporta alla realtà e gli fa imbracciare il fucile automaticamente. Un bestione che sembra una mucca avanza muso a terra sbuffando come a tracciare un solco, mentre tutto intorno si alza una nuvola di terra e foglie che assumono mille luccichii nell’umido della nebbia. Antonio ha come un attimo di smarrimento e di paura di fronte a quel gigante che sembra uscire dalle tenebre dell’inferno. La bestiaccia ha il pelo quasi tutto bianco e sembra confondersi con la nebbia. Ferdinando lo segue con la canna del fucile e chiude gli occhi mentre spara. L’animale per un attimo sembra cadere come svuotato di energie, ma si riprende subito e si dilegua nell’oscurità in un baleno. L’uomo, come uscito da un incubo, esce dal pagliaio per seguire con lo sguardo quell’ombra che scappa, come a sincerarsi se la scena vista sia stata vera o frutto di un sogno. Fa alcuni passi in avanti fuori dal pagliaio e solo allora si accorge che la cavalla è stesa per terra coricata su un lato. Corre, preso da un oscuro presentimento, si rende conto subito che è morta. Un rivolo di sangue sotto l’orecchio sinistro gli fa capire che uno dei pallettoni sparati contro il cinghiale l’ha colpita al cervello, uccidendola sul colpo. Con le braccia stese sulla pancia della cavalla, passa tutta la notte a piangere e a imprecare contro la malasorte che gli ha tolto l’unica amica e compagna che aveva. Solo alle prime luci dell’alba infreddolito prende la zappa nel pagliaio, scava una buca profonda sette palmi, come d’uso in segno di rispetto per l’animale, e la sotterra, mettendo alla fine una croce di legno a ricordo della sua amica.

La moglie lo vede arrivare stralunato e con uno sguardo cattivo come non lo ha mai visto. Le racconta l’accaduto e senza aspettare risposta va a prendere tutte le cartucce che aveva conservato nella cassapanca, poi la bacia sulla guancia e ritorna in montagna a piedi.

Cala di nuovo la sera e nel buio più assoluto, senza accendere il fuoco, aspetta che il suo nemico ritorni.

Sa che i cinghiali vedono poco, ma sentono gli odori a decine di metri, e sa anche che percorrono sempre la stessa strada sia d’entrata che di uscita dal bosco. Si apposta sul sentiero, sapendo che passerà di là. Una scena già vista lo trova preparato a imbracciare il fucile e a sparare, appena il cinghialone appare nella semi oscurità. Il colpo fa fermare per un istante la bestia come folgorata, ma la sua corsa improvvisa e veloce sembra il calpestio di cento cavalli che rimbomba nel silenzio della notte. Antonio ricarica il fucile e sta per sparare di nuovo ma la montagna di muscoli e di rabbia si abbatte su di lui, producendo un rumore secco e grave. L’uomo sembra volare per poi schiantarsi ad alcuni metri di distanza, immobile e privo di sensi. Una nuova alba e le voci da lontano lo riportano alla realtà e solo il pianto sommesso della moglie gli fa capire che è ancora vivo. Un dolore sordo alla coscia gli impedisce di potersi alzare e accetta l’aiuto che i familiari, accorsi al richiamo di Anna che non lo aveva visto rientrare a casa. Prendono due aste di legno, vi infilano un cappotto rigirato, costruendo una rudimentale barella con la quale lo trasportano in paese dal dottore. La situazione appare gravissima nella sua drammaticità e per evitare infezioni, Don Carmine decide di amputare l’arto. La ripresa è lenta e difficile, e solo dopo un anno Antonio riesce a guarire completamente. Gli viene applicata una protesi rigida di legno con delle fibbie attaccate al bacino che gli permettono di deambulare con una certa facilità. Le lunghe giornate passate a letto e l’impossibilità di poter lavorare lo trasformano, rendendolo taciturno e introverso. L’unico pensiero è ammazzare quel diavolo che gli ha distrutto la vita. Appena riesce a rendersi autonomo nei movimenti, ritorna a varie riprese in montagna, per riprendere quella guerra interrotta un anno prima con due grandi sconfitte. Prepara l’ultima battaglia nei minimi particolari con trappole e percorsi obbligati, in attesa del grande momento in cui vedrà consumata la sua vendetta. Finalmente ai primi dell’inverno trova nella neve tracce fresche e profonde tipiche del suo nemico. Prepara un impasto di cibi, con granturco, castagne e altro, lo dissemina nella neve come richiamo irresistibile per la fame dell’animale. Aspetta con tre fucili caricati a palle singole e a pallettoni davanti al pagliaio. Arrivano silenziosi e leggeri come una folata improvvisa di nebbia e lo assaltano con un latrare che sa di fame e ferocia. I lupi! Antonio spara, spara a più non posso, ma il branco non scappa, avanza fino a raggiungerlo, a graffiarlo, a morderlo. Una furia bianca nel bianco si abbatte all’improvviso sul branco, caricandoli con il muso e sbattendoli in aria con i denti acuminati che sembrano zappe che scavano nelle membra degli animali. Antonio continua a sparare, senza mirare, e si ferma solo quando il silenzio cala nel bosco e sente le forze mancargli, per il sangue che esce dalle ferite provocategli dai lupi. Un’alba livida e fredda apre i suoi chiarori su una raduna imbiancata e solcata da miriadi di strie rosse di sangue dei tanti lupi sventrati, in mezzo un cinghialone e un uomo, che distesi su un fianco sembrano guardarsi con lo sguardo perso nel vuoto e nel freddo della morte.-

 

 Alessandro Marra osserva sorridendo sotto i baffi i figli Angelo e Nicola, con la consapevolezza di aver scatenato nelle loro menti sensazioni di ogni genere con quel racconto, che anche a lui procura sempre brividi nel raccontarlo. Ma ormai sono grandi abbastanza per far capire loro che la vendetta e il rancore non solo non portano mai bene e felicità, ma innescano un meccanismo perverso di autodistruzione, in cui alla fine non si sa mai chi ha torto e chi ha ragione, e nei suoi quasi settanta anni ha capito che farsi i fatti propri è il miglior modo per raggiungere la vecchiaia. Ricorda come spesso la vecchia madre Chiara gli ripeteva che tra due litiganti non bisognava parteggiare con nessuno; ci avrebbe perso tempo, danaro e amicizia per fare da testimone, perché quasi sempre succede che i due fanno pace tra di loro, mentre chi testimonia resta malvisto negli anni sia dell’uno che dall’altro. Con un gesto automatico, senza accorgersene, prende la pipa di creta dalla giacca di velluto, vi infila la lunga cannuccia ricurva dopo averci soffiato dentro per pulirla, ci mette un poco di tabacco premendo dolcemente da esperto tra il pollice e indice per creare un miscuglio omogeneo. Si china poi sul fuoco a prendere tra le dita callose un pezzo di carbone ardente e lo appoggia sulla pipa, aspirando con forza. La nuvola di fumo esce prorompente dalle narici, procurandogli un senso di sollievo e di calma. “Che tempi brutti”, pensa, sedendosi sullo scalino di pietra davanti casa. Con questi briganti montellesi che arrivano dappertutto e in qualsiasi ora, minacciando e rubando, non puoi neanche andare a lavorare in campagna da solo e senza armi. Rischi di trovarti una pallottola nella schiena. E quei fetenti del Freddano che li coprono e li aiutano per quattro misere lire che recuperano dalle refurtive.

Poveri figli miei, quale futuro vi attende. Se non ci diamo da fare, rischiamo di perdere anche quel poco di proprietà che abbiamo costruito in tanti anni di sacrifici e che ha permesso di non mandarvi a fare il soldato a morire in terre lontane a difendere la nuova Patria. Certo che ora che Roma è stata presa dai bersaglieri, e il Papa ha finito di sovvenzionare Franceschiello, è sicuro che non si torna indietro, ma qua sembra che sia arrivata l’anarchia con tanti criminali che sono usciti allo scoperto. E lo stesso Sindaco Salvatore Sanno sembra abbia perso tutto l’entusiasmo dei primi anni Sessanta, di fronte all’assalto al potere dei nuovi tiranni sia in paese che ad Avellino. L’ordine pubblico è ormai in mano ad avventurieri e opportunisti, che nel caos amministrativo cercano nuove ricchezze e sempre maggiore potere. Tutti questi lavori pubblici che stanno facendo in nome dell’Italia, per creare il cosiddetto progresso, alla fine si stanno rivelando solo occasioni di arricchimento personale e sono già dieci anni che la Chiesa Madre, nonostante tanti soldi spesi, è ancora da cominciare. Se andiamo di questo passo, credo che nemmeno i miei figli la vedranno finita. Tra quei filosofi di Vincenzo Pasquale e Alessandro Sarno e quel furbastro di Gennaro Vecchi, che sta sempre in mezzo e vuole solo comandare, il paese andrà sempre indietro e non avanti. Non parliamo poi dei preti che, da quando tre anni fa hanno perso potere e proprietà con le nuove leggi, si stanno scannando tra di loro per quella misera eredità di Don Domenico Benevento, buonanima, che destinata ai poveri è diventata il salvadanaio del parroco e dei suoi accoliti, con la scusa della Chiesa da costruire.

 

Ci aveva provato il dottorino Don Vincenzo Santoro a sputtanarli con quei libretti sulla loro cattiveria e malafede, ma lo hanno fatto scappare dal paese e ricordo ancora le parole che mi disse, quando andai a salutarlo il giorno della partenza

- Alessandro in questo schifo di paese, non ci tornerò mai più! Lo cancellerò dai miei occhi e dalla mia mente e se un mio figlio volesse ritornare, lo maledirò per il resto dei suoi giorni. Qui o sei povero e fesso e ne prendi, o sei ricco e capisci, e te ne mandano via. Sono sempre le solite sette otto famiglie, sparse intorno alla Piazza come avvoltoi, a guardare le vicende di tutti e stritolare la poca voglia di fare bene degli altri. Ti contano i peli che hai dappertutto e godono solo quando riescono a farti soffrire. Ma sono cose che già sai, è inutile che te le ripeta. Quel bacchettone del farmacista Pasquale si crede il censore del paese e, forte dell’appoggio dei soldi del padre, si fa bello coi preti scrivendomi quel libro contro. Non si rende conto che oggi lo usano contro di me, ma domani saranno pronti a scagliarsi contro di lui, appena vorrà fare qualcosa di buono. Me ne vado a fare il condotto a Giffoni Valle Piana e non ti invidio lasciandoti in questo paese. Abbi fortuna, perché sei buono di cuore e ti meriti tutto il bene possibile.-

Povero dottorino, poteva dare tanto al paese ed è scappato come un ladro, mentre i mammuoccioli della Piazza sorridono sotto i baffi, per essersi tolto di torno un altro rompiballe. Sanno che è come quando butti un sasso nell’acqua, fa rumore e cerchi, ma basta aspettare e tutto torna quieto come prima. Come se nulla fosse successo.

La voce di Angelo lo scuote dai suoi pensieri.

- Papà, non lasciarti andare come sempre alle tue arzigogolature mentali. Scommetto che, se andavi a scuola, avresti fatto il predicatore o lo scrittore come Patrammeo. So già che ti stai preoccupando del nostro futuro e vorresti che diventassimo ricchi e potenti. Noi vogliamo essere solo noi stessi, senza strafare. E piano piano, con l’aiuto di Dio, ci faremo strada nella vita, crescendo una famiglia e mandando i figli a scuola. Domenico di Mingone, il fratello della mia fidanzata, fa il sensale e guadagna bene, portando grano e fagioli al mercato di Gravina in Puglia. È riuscito a entrare nel giro e mi ha anche chiesto di aiutarlo nel lavoro. Mi ha incaricato di raccogliere la roba in paese e di mettere i prezzi. È importante. È il primo passo per migliorarci e se vuoi aiutarmi ti puoi iscrivere nel registro dei commercianti. Per la proprietà che possiedi, potrebbero accettare la domanda e coronerò il mio sogno di diventare commerciante vero. Non voglio zappare la terra e togliere la merda da sotto le mucche, né voglio emigrare nelle Americhe come stanno pensando tanti. Se devo perdermi per il mondo, preferisco fare la fame a Volturara. Certo sarà difficile, ma farò tutti i sacrifici del mondo e sarò parco anche nel mangiare pur di riuscire. Figurati che già gli amici mi hanno soprannominato cusuto, perché il sacco che uso per metterci la roba da comprare è ricucito con mille rattoppi. Non sanno che io quel sacco me lo tengo, un poco per risparmiare, ma anche perché mi porta fortuna e non riesco a buttarlo via.-

- Angelo, risponde il vecchio, il lavoro che ti accingi ad affrontare è difficile e pericoloso. Ci vorranno anni e forse generazioni per diventare commerciante. Qui pochi hanno soldi e quelli che li hanno non li daranno certo a te. Ti dovrai accontentare di fare crediti, dando merce in cambio di promessa di soldi che non arriveranno mai e nel frattempo rischierai di perdere il capitale.-

- Non ti preoccupare, papà. Starò attento. Ma non puoi e non devi proibirmi di migliorare la mia posizione sociale. E se non ci riuscirò io, dirò a mio figlio e al figlio di mio figlio che devono perseverare nel miglioramento familiare nella cultura e nella fede in Dio e nella Madonna, che ci aiutano e ci proteggono nel difficile cammino della vita. Adesso, papà, scusami ma voglio andare a trovare Giulia. Le ho promesso di portarla a messa e non voglio mancare all’impegno.-

- Vai in pace, figlio mio, e salutala per me, perché è brava e rispettosa. E sono sicuro che se avrai la fortuna di sposartela crescerai una bella famiglia. Vuol dire che sarà Nicola ad aiutarmi nelle faccende domestiche e ad accudire le mucche.-

Angelo si avvia lentamente a casa della fidanzata e strada facendo pensa alle parole di prudenza del padre.

- Come è strana la vita. Io e Alfonso, quasi uguali nel resto ma differenti al massimo come carattere. Lui lavoratore indefesso e calmo, io attirato dalle chimere della Piazza con la quasi certezza di poter fare brutta figura, ma determinato a compiere il passo, a costo di rimetterci la vita. Deve esserci qualcosa dentro di noi che determina il nostro futuro. Come quando nel caffè mischi le carte e non sai mai quelle che ti verranno in mano. Sarà l’angelo custode, sarà il destino o il caso, ma una cosa è certa, come dice sempre mio padre, che quando vuoi raggiungere un traguardo, se ci metti la buona volontà e l’impegno prima o poi ci riesci. Non so quando verrà quel prima o poi, ma sono sicuro che anche io raggiungerò l’obiettivo che mi sono fissato. Un bel negozio in Piazza e magari un figlio medico e, perché no, un nipote Sindaco come i Masucci che sono rispettati e temuti da tutti.-

 Nel fare la mossa da gentiluomo di calare il cappello di fronte all’improbabile nipote Sindaco, viene riportato alla realtà dalla voce del futuro cognato Domenico di Mingone.

- Angelo! ma ti sei per caso rimbambito? Non ti darò certo mia sorella in sposa se continui a dimenarti come se avessi il ballo di San Vito.-

- Ma no, Domenico, scherzavo con me stesso su un sogno difficile da realizzare. Piuttosto, stasera lascia stare i tuoi affari e accompagnami a casa tua. Solo se stai con noi, tuo padre mi può dare il permesso di portare Giulia in Chiesa e te ne sarò grato per sempre. Ho voglia di guardare la mia fidanzata negli occhi. Non potrai mai capire quanto sono felice appena la vedo.-

Il vento che si è alzato all’improvviso e le prime gocce di pioggia fanno loro capire che è meglio affrettare il passo.

Angelo correndo osserva Domenico davanti a lui e decide mentalmente che gli sarà sempre fedele anche dopo la vita, perché è grazie a lui e alla sua famiglia, che lo hanno accolto come un figlio, che ha raggiunto la felicità.

 

Oggi il brigantaggio è finito

20 Agosto 1873. Il banditore comunale si ferma sotto il tiglio e porta la trombetta alla bocca. Il suono è il segnale per i distratti passanti.Tutti, come d’abitudine, volgono il capo verso quell’inserviente comunale così comico nei suoi calzoni alla zuava, con la coppola più grande della testa, che sprofonda fino al naso rosso di vino, e con quei baffi all’insù che sembra il barone di Muenchhausen. Tutti aspettano che dopo il segnale incominci a gridare che è arrivato il pesce fresco in Piazza o che il solito verniciatore di pentole di rame vuole dare il numero dei giorni in cui si fermerà in paese nel solito sottano di via Freddano.

- Sono finiti i briganti! c’è stato il distruggimento del brigantaggio del crudelissimo suicida Manzi.-

Le parole si perdono negli occhi degli astanti, che si osservano quasi a interrogarsi di aver capito bene. Poi un mormorio, un applauso sempre più forte, un’unica voce che grida nelle vie e per la case. Gente che esce dai vicoli e scende in Piazza, musicanti che corrono a prendere gli strumenti, come se fosse il giorno del Santo Patrono, è un ballare senza meta e senza sosta che coinvolge giovani e vecchi, notabili e popolani, donne e fanciulli. È la fine di un incubo che attanagliava il paese da ormai tre lustri e che negli ultimi sette otto anni era diventato una cappa sulla vita di tutti, con quei montellesi padroni del territorio che facevano rintanare tutti nelle case al loro apparire. Sono finiti i barbari! viva la libertà! queste le voci che si rincorrono, mentre il giovane Don Pasquale Sarno prende una bandiera tricolore e incomincia a dirigersi verso il Freddano, per un corteo liberatorio con la banda in testa. Lo seguono in centinaia tra canti e balli, come si è soliti fare a Carnevale.

Alessandro Picone, attratto dal frastuono, si affaccia alla finestra della cucina e sgrana gli occhi vedendo quella moltitudine di persone avvicinarsi a casa sua e proseguire verso la Croce. Una processione festante in cui è difficile distinguere il sacro dal profano, un’atmosfera mai vista in quaranta anni di vita paesana. Si stropiccia gli occhi per capire se è un sogno o se è la realtà. Arriva la figlia quattordicenne Teresa e gli spiega che tutti i briganti montellesi sono stati uccisi o catturati e che è tornata la libertà. Alessandro si fa il segno della croce, forse per festeggiare a modo suo l’evento, ma forse anche per un saluto ai tanti caduti in nome di eventi che strada facendo avevano perso l’obiettivo prefissosi, trasformando un’aspirazione politica in una bagno di sangue, di orrori e di morte.

- Tredici anni e quante sofferenze. Quanti volti dai lineamenti giovani asciugati dalla spugna degli anni trascorsi, sacrificati sull’altare della vita e nel nome di un ideale che nessuno più ricorda. I Borbone scomparsi insieme con il Papa nelle grinfie di uno Stato oppressore, che al posto delle terre ha portato nuove tasse e una miseria sempre più nera, che spinge i già poveri a vendersi tutto per pagarsi un viaggio di sola andata in America, maledicendo il paese e le case, le madri e i padroni della Piazza.-

 Guarda nella penombra della sera il corteo che si snoda saltellando in modo abnorme e che scompare all’orizzonte nel suono di una marcia trionfale che gli riempie l’anima di pena, mentre vengono accese le luci da poco messe per le strade e a ogni finestra viene acceso un lume come partecipazione e come liberazione da un brutto sogno che pareva non finire mai.

Non può non pensare a quelli che, come suo fratello Luigi. non hanno avuto la sua stessa fortuna e sono ancora al carcere duro dei lavori forzati dopo dieci anni. Li vede con quella catena al piede che gli procura ancora tanto dolore. E mentre lacrime fredde gli scorrono sulle guance vede davanti ai suoi occhi quel ribaldo di Pietrillo De Feo, mai domo e per questo condannato a venti anni suppletivi oltre i sedici comminatigli dal tribunale il 10 Marzo 1865 con il suo sogno spezzato di una vita con Concetta, della quale gli resta solo e sempre il ricordo di quelle ore precedenti al suo arresto. E Giuseppe Nardiello Zeza, scappato e persosi nelle Americhe per non scontare i quasi venti anni di carcere comminatigli. Meno male che quell’Alessandro Picone è ormai scomparso, preso come è dal tanto lavoro per mantenere una famiglia che cresce sempre di più, si ripete mentalmente, quasi a volersi convincere che i tempi sono cambiati e che è meglio dedicarsi alle mucche e ai quattro figli che dovranno ripartire da zero per sopravvivere, in questo paese arretrato e privo di sbocchi economici. Si allontana dalla finestra e cerca di rilassarsi osservando in silenzio la moglie Maria che sta preparando sul fuoco nel tegame di terracotta una bella zuppa di cocozza, patate e fagioli: un invito a passare una serata senza pensieri con davanti una bella bottiglia di vino appena acquistata nella vicina Cantina. Fuori il corteo sempre più numeroso continua a marciare tra canti e balli ricevendo applausi e incoraggiamenti da tutte le porte e da tutte le finestre aperte e illuminate. Solo in qualche casa si chiude l’uscio come a isolarsi da un momento collettivo che provoca rabbia e dolore mai sopito.

Alessandro Candela seduto sulla cassapanca di legno si stringe la testa tra le mani quasi ad allontanare quel frastuono che rimbomba nelle sue orecchie e offende la memoria di suo fratello Ferdinando e dei tanti uccisi come animali sulle montagne di Volturara. Maledice il giorno in cui suo fratello era tornato come soldato sbandato e aveva conosciuto Giuseppe Nardiello cadendo in un vortice senza uscita.

Rivede ancora la scena di quando gli aveva infilato il coltello in pancia, perché lasciasse in pace suo fratello, ma non era servito a niente perché, appena costituitosi Giuseppe Nardiello, era arrivato quel maledetto di Cicco Cianco, che aveva fatto diventare Ferdinando ancora più cattivo fino a quando lo avevano braccato e ammazzato come un animale selvatico.

Un periodo nero come la pece che, in uno stesso maledetto anno, aveva portato a morte uno appresso all’altro Giuseppe Marino, ucciso e infossato sul Terminio come la carcassa di una vacca morta per caso, senza messa e senza preghiere. Poi Raffaele Del Percio e Giuseppe De Feo e Luigi Volta. Finalmente, come una liberazione aveva chiuso il cerchio il 21 Novembre 1866 l’uccisione di Cicco Cianco, giornata indimenticabile che aveva vendicato la morte di tanti poveri giovani circuiti dalla cattiveria del montellese e dei suoi compari.

Nella casa affianco, Raffaele Picardo applaude alla gente che gioisce e gira la testa all’interno a osservare il fratello Gaetano.

- Era meglio che morivi, quel giorno di dieci anni fa. Povero Gaetano feci tanto per farti costituire, ma ogni giorno mi fai maledire il mio gesto. Il signore mi ha voluto punire e io accetto questa croce in suo nome. È finita un’epoca stasera, ma i residui morali ed economici ce li porteremo per il resto dei nostri giorni.- Sembra parlargli, ma è solo un pensiero che rimbomba e resta nella sua mente. Gaetano Picardo, l’ultimo brigante di Volturara, è una larva umana, schiavo del vino e dei suoi tormenti.

La folla continua la sua marcia. Attraversa il Carmine, gira per la Cupa e sale alla Pozzella. Achille De Cristofano esce in strada e aiutato dai familiari offre bottiglie di vino a tutti, e tutti lo festeggiano con passi di tarantella cui risponde facendo finta di ballare. La Spezieria è tutta un’esplosione di gioia, con gente accalcata e festante. Poi lentamente la banda musicale intona l’inno italiano poi tra applausi e cori si dirige in Piazza. Achille si ferma a guardarli mentre si allontanano, asciugandosi il sudore dalla fronte, resta con la mano tra i capelli perdendosi in mille considerazioni. Rivede davanti agli occhi il fratello Ferdinando, ormai morto da otto anni a soli quarantacinque anni, lasciando la moglie con il piccolo Sebastiano in uno stato di totale disperazione. Rivede se stesso, idealista e ingenuo, caduto nella trappola di invidiosi e corrotti. Rimpiange quell’Achille di dieci, dodici anni prima, ma accetta mentalmente la situazione attuale di un uomo che si impegna nel lavoro, nella famiglia e nella politica paesana combattendo i soprusi e le cattiverie dei vari Vincenzo Luciani e compagni.

    - Incredibile! sembra lo stesso corteo del 7 Aprile 1861 Aprile. Allora nacque la morte. Oggi rinasce la vita e in mezzo una dozzina di anni e di morti ammazzati. Si partì per difendere la Patria, oggi si balla contro quella Patria e sembrano tutti contenti. Diventarono briganti per fame e per orgoglio, li ammazzarono come animali selvatici. Risero con i piedi sui loro petti e li malmenarono anche dopo morti. Li dissero feroci e sanguinari, ma li uccisero spietati e crudeli. Restano lacrime e disperazione in chi amava senza riserve quei poveri giovani e sapeva che il loro destino era nato senza colpe di scelta, ma per un gioco del fato che aveva trasformato in un attimo gli amici in nemici da combattere, i nemici in alleati contro i loro vecchi amici, in un gioco perverso, dove i fessi subiscono e pagano sulla loro pelle errori o scelte di altri.-

    Si fa il segno della croce e rientra in casa.

La Piazza è piena di gente. La banda schierata sotto il tiglio centrale riprende a suonare marce militari e patriottiche, ripetute a squarciagola da una marea di gente, che non vuole smettere di gioire. Il Palazzo Masucci è illuminato a festa e dal balcone del primo piano si affaccia Don Leonardo, sostenuto dai figli Achille e Annibale. Una ovazione saluta il grande vecchio, che non usciva dalla sua stanza ormai da mesi. Con le mani alzate i Masucci rispondono ai saluti, e restano a guardare la festa con il popolo che balla al centro della Piazza e i vari notabili intorno a osservare divertiti, come per dire ci sono anche io. Don Leonardo guarda i figli ed esclama:

- Voi siete nati per comandare e, per comandare questo paese ingestibile, è necessario che seguiate delle regole. La prima è che non dovete mai schierarvi per una fazione o per un’altra. Dovete mandare i vostri uomini e i vostri alleati a farsi i nemici o a creare amici. Voi dovete aspettare l’evolversi degli eventi e vedrete che le situazioni si chiariranno da sole. Ricordate che l’alleato di oggi può essere il peggiore nemico di domani e viceversa. Noi abbiamo combattuto e aiutato i briganti, senza che si siano mai permessi di toccarci con un dito. Se guardate bene in Piazza molti dei Don, che si sono arricchiti con la refurtiva in cambio di protezioni mai date, come i De Feo e i Raimo, oggi sembra che abbiano vinto chissà che cosa, quando poi ospitavano nelle loro cantine, o nei loro pozzi prosciugati, fino a pochi mesi fa, i più feroci assassini e i loro protettori, per non farli arrestare. I veri briganti sono stati e sono ancora loro, traboccanti di ipocrisia e di sete di danaro e di proprietà. Con la nuova Italia diventeranno sempre più potenti con i referenti che si creano ad Avellino o a Napoli. Ma non potranno mai arrivare a scalfire la nostra supremazia, perché Michele Capozzi è amico nostro e se, come penso, diventerà il padrone politico della Provincia per gli anni a venire, voi avrete la supremazia sugli altri, che dovranno venire da voi a chiedere di intercedere con le Istituzioni. Mio nonno e mio padre hanno messo in un angolo i Pennetti, che comandavano da secoli, sapendo fiutare il vento del cambiamento nelle tante trasformazioni sociali, anticipando le conseguenze degli eventi. Volturara non si comanda dall’interno, ma con una rete di amicizie esterne, che condizionano le scelte locali e impediscono la crescita di chi vuole fare il passo più lungo della gamba. Oggi il brigantaggio è finito e il popolo festeggia il pericolo scampato, ma voi già dovete capire che chi festeggia qualcosa ha già perso il futuro. Si osserva e si resta in attesa, cercando di capire i prossimi mutamenti. Un avvenimento storico scaccia un altro. Il 1820 fece dimenticare il 1799. Il 1848 mise l’oblio sul 1820, e il 1860 fece scomparire la repressione del ‘48. A Volturara nessuno si ricorda più di Don Domenico, di Don Carmine Benevento e dei loro ideali liberali, le nuove generazioni non conoscono nemmeno più il nome dell’ultimo Re borbonico. Oggi l’eroe è Garibaldi e il Re è Vittorio Emanuele, che non ha fatto niente altro che raccogliere i sacrifici del padre Carlo Alberto, che nessuno del popolo conosce. Per qualche anno ancora si parlerà dei tanti giovani uccisi, carcerati e emarginati. Poi solo i bambini sapranno dai racconti dei nonni di questi briganti che rubavano ai ricchi per dare ai poveri. Fino a quando un altro grande avvenimento, che potrà essere una guerra europea o un grande terremoto, come ce ne sono stati tanti, cancelleranno il ricordo di questo periodo e tutti parleranno di nuovi avvenimenti e delle loro conseguenze. La Storia non la raccontano gli uomini, che siano i vinti o i vincitori, ma i Governi che la impostano secondo i loro interessi e i loro obiettivi, facendo passare per grandi i mediocri e viceversa. Finché ci sarà il mondo, nascerà sempre qualche Napoleone, che usando filosofi e storici, imporrà idee e guerre in nome di valori assoluti che servono solo a coprire interessi milionari di gruppi economici e di potere, in un gioco perverso in cui non si saprà mai se è il Napoleone di turno a comandare e a decidere, o sono i gruppi di potere nascosti che hanno inventato il despota per aumentare il loro peso economico o sociale. Non mancherà poi qualche monarca pazzoide, che per soddisfare i propri istinti getta la sua Nazione in conflitti mostruosi, usando migliaia di soldati come birilli da far cadere, per soddisfare il gioco della noia o della pazzia.-

Capisce che sta parlando troppo per il suo carattere, invita i figli a rientrare e tornando in casa chiude il balcone su una Piazza che va lentamente spopolandosi.

 

Sessione municipale

Nella sala della Segreteria comunale di Volturara Irpina, destinata alle sessioni municipali, convocatasi regolarmente la Giunta Municipale, intervenuti i Signori Gennaro Vecchi Sindaco e assessori Bernardino Luciani, Alfonso Marra e Vincenzo Di Feo.

Il presidente, trovando l’adunanza costituita nel numero a potere validamente deliberare ha proposto significarsi le congratulazioni al Real Prefetto della Provincia e il giusto entusiasmo che destò nel popolo di Volturara Irpina la distruzione della comitiva di Manzi.

La Giunta!

considerato il terrore che tutto giorno gettava sui popoli la facinorosa banda di Manzi, e le funestissime tracce, che da per ogni dove lasciava;

Considerato le tristissime condizioni in cui versavano i popoli irpini, che continuamente venivano infestati da questo branco di masnadieri;

Considerato che l’egregio Prefetto Casalis con mirabile ingegno e indescrivibile vigilanza sulla pubblica sicurezza, finalmente ha resa tranquilla tutta quanta la Provincia di Principato Ultra, colla distruzione della spaventevole banda in parola;

Uniformemente delibera,

che facendosi interprete dei pubblici voti, uopo è rendersi omaggio alla giustizia del Governo del Re ( D.G.) e portarsi le sue inesplicabili congratulazioni al veramente real Prefetto Casalis, benemerito della Patria, per attestato della pubblica satisfazione. In paritempo sia da manifestarle che, all’arrivo del lieto annunzio, il popolo tutto con ineffabile entusiasmo, previi bandi per l’organo dell’inserviente comunale tra i festosi gridi di canti e di gioia non cessava di applaudire al distruggimento del brigantaggio dal crudelissimo suicida Manzi, girando con la banda musicale per il circuito dell’abitato intero adorno nelle singole abitazioni dell’illuminazioni notturne.

 

È l’ultimo documento sul brigantaggio volturarese.

Da questo momento miseria ed emigrazione nelle lontane Americhe, nonché emarginazione sociale, sono le condanne civili verso chi non aveva voluto o saputo adeguarsi al nuovo ordine delle cose.

Nuovi protagonisti e nuovi personaggi si affacciano sulla scena politica e amministrativa di Volturara, portando il paese nel difficile cammino del progresso e dell’ineluttabilità della vita. I poveri Cristi, eroi per un giorno, scompariranno nell’oblio delle cose comuni sopraffatti dai detentori del potere precostituito. Negli anni a venire un alone romantico circonderà la figura dei tanti briganti, che armati di scoppetta e con un cappellaccio in testa, rapivano e rapinavano i ricchi nascondendo i marenghi d’oro nel cavo degli alberi, e che secondo la teoria del Lombroso avevano i volti truci dei criminali perché nati tali e tali destinati a diventare.

Il “viva a chi?” del 1861 riferito a Garibaldi o a Franceschiello, a cui si rispondeva con un filosofico “viva a Chi comanda” espressione di una paura ancestrale di fronte all’impossibilità di prevedere il futuro e, “o la morte o la montagna” di Alessandro Picone in attesa della rivolta del 7 Aprile 1861, ben definiscono un periodo storico importante e dimenticato, in cui chi era potente poteva salvarsi sconfessando le proprie idee e azioni, mentre chi non contava assolutamente niente nella scala sociale era costretto all’azione sbagliata per essere disintegrato e servire da esempio agli altri.

 

                                                    

             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

                          IL DRAGONE

 

Il Terremoto del 4 e 5 Dicembre del 1456
Tutto ebbe inizio dopo la distruzione totale, dopo il secondo diluvio universale che fece ballare la nostra Provincia per molti minuti. I pochi sparuti superstiti uscivano da sotto le pietre fradici di fango e di neve e in ginocchio, non sapevano se pregare per essere sopravvissuti o per invocare di essere risparmiati da quei tuoni e quei bagliori, che ancora continuavano in lontananza e facevano presagire l’apparizione davanti ai loro occhi del Grande Distruttore che li avrebbe seppelliti tutti per sempre, per punirli dei loro peccati e delle loro eresie.
Un mentone di pietre, un mucchio di macerie, che quella luna grande, specchiandosi sulla neve, faceva apparire come un punto nero nel candore del bianco. I lamenti e le grida si disperdevano tra le gole dei torrenti mischiandosi agli ululati dei lupi e al latrare dei cani, che sembravano scambiarsi il grido di dolore. Appena la stanchezza fermava ogni rumore ci pensavano altre scosse violente e sussultanti, come se un gigante desse spallate ritmiche per uscire da sotto terra, a far riprendere una nenia che si affievoliva sempre di più man mano che le ore passavano. La scossa più lunga durò sei minuti e sbriciolò interi paesi e città. Napoli ebbe 40.000 morti, Avellino fu distrutta.
Una manciata di sopravvissuti scappò sul Castello che aveva subito seri danni, ma poteva permettere loro di superare quel rigido inverno, grazie alle provviste che il padrone aveva accumulato. Don Giacomo Antonio della Marra e sua moglie Donna Biancamano Zurlo fecero aprire le porte del Castello per accogliere quei poveri disgraziati che, in lenta processione e inzuppati di acqua e di lacrime, arrivavano alle prime luci dell’alba con in mano tizzoni fumanti per farsi luce. Quella notte era durata un’eternità!
A giorno fatto dalle finestre del Castello la vallata sembrava intatta nel suo candore intorno al lago, come se l’uragano non avesse lasciato tracce, ma nei giorni seguenti tutti dovettero ricredersi, perché l’acqua del lago incominciò a decrescere fino a scomparire quasi del tutto lasciando uno strato di melma spesso e nauseabondo. Solo allora si accorsero che sotto la Costa si era aperta una voragine che aveva inghiottito tutta l’acqua, come risucchiata dal nulla. Nelle settimane seguenti i coraggiosi scendevano a valle con cautela in perlustrazione e davano conto dei danni. Dei tanti casali sparsi intorno alla piana non ne era rimasto in piedi nessuno e i sopravvissuti si contavano sulle dita di una mano. Solo in località Serra i piccoli tuguri, forse perché costruiti sulla roccia, avevano mantenuto e i sopravvissuti erano molti. In località Tavernole anche l’altro lago del paese era scomparso del tutto, risucchiato in una voragine apertasi con le scosse del tremendo terremoto.
In una sola notte era cambiata la topografia della vallata e la storia dei suoi abitanti.
Del passato era rimasto in piedi solo il Castello sulla collina e mucchi di macerie sparse dovunque, che il tempo e il fango avrebbero ricoperto con una folta vegetazione.
La capacità di adattamento dell’uomo alle condizioni avverse e improvvise ancora una volta ebbe il sopravvento. Quelle poche centinaia di persone salvatesi si diedero da fare per rimettere a posto un mondo che non poteva e non doveva scomparire.
Rimisero a posto il Castello, salvezza immediata nel dopo terremoto con le sue provviste messe a disposizione dal feudatario, poi raccolsero nella fede intorno alla nicchia di San Michele Arcangelo, protettore dalle sventure umane e santo della pioggia.
Il Castello era stato costruito intorno a un pozzo e l’acqua piovana, attraverso un sofisticato sistema di filtrazione nel terreno si raccoglieva la pioggia nel pozzo, per fare da riserva nei lunghi e nevosi inverni o in caso di attacchi di nemici dall’esterno. Quando la pioggia scarseggiava, nella zona venivano anche dai paesi vicini a pregare San Michele perché facesse il miracolo di far piovere, e allora si fermavano di pregare, solo quando le prime gocce incominciavano a cadere dal cielo. Cosa che avveniva puntualmente dopo un periodo più o meno costante.
Ricostruirono le prime case sulle macerie e ricostruirono con le proprie mani nella Piazza del Re Travicello la Chiesa Madre con un piccolo Campanile laterale che dedicarono a San Nicola, il cui culto portato dalle Puglie dai piccoli commercianti, i viatecali, soppiantò quello di Santa Felicita Patrona del paese fino ad allora. L’inaugurazione della Chiesa agli inizi del nuovo secolo rappresentò l’inizio di un nuovo mondo e mise nel dimenticatoio della storia l’avvenimento di cinquanta anni prima. Nella fede trovarono la panacea alle loro sofferenze e in questi anni costruirono fuori le mura anche la Chiesa della Madonna del Carmine, che dedicarono anche a San Francesco, e la Chiesa di San Sebastiano, che dotarono, con i propri lasciti di un patrimonio terriero sempre più consistente negli anni, e che dava da mangiare a tante famiglie con affitti e sub affitti.
Nuove generazioni di volturaresi videro nella piana davanti al paese una nuova occasione di lavoro. Migliorò l’agricoltura, la pastorizia e l’allevamento delle mucche.
Dalle montagne si spostarono nella campagna, che divenne la principale fonte di sostentamento. Diedero tutto all’Università (così si chiamavano i Comuni fino al 1806) e pagavano un fitto per ogni tomolo che coltivavano. Con i soldi raccolti, il bilancio dell’Università provvedeva a pagare i medici che curavano gratis tutti, poveri compresi, e a pagare le tasse al padrone di turno che comprava il piccolo feudo per qualche migliaio di ducati. La popolazione cresceva negli anni, fino a quando nel 1520 i Lanzichenecchi di passaggio misero a ferro e a fuoco il paese e distrussero completamente l’insediamento alla Serra, che era sopravvissuto al terremoto. Rimasero circa in trecento abitanti in una lotta perenne contro le avversità naturali e quelle create dall’uomo tra ignoranza, superstizioni e fede. Mucca e zappa per le campagne, asini e legna in una perenne processione verso la Faieta, armati sempre di accetta per evitare spiacevoli incontri tra lupi, orsi e qualche fuoriuscito, che alla chiamata in guerra del padrone di turno preferiva scappare in montagna piuttosto che farsi ammazzare da una freccia o una spada di un nemico che non conosceva neppure. Un paese senza storia e senza protagonisti, con un paio di famiglie referenti del feudatario che, esigendo le tasse per consegnarle al padrone, facevano il bello e cattivo tempo protetti dai loro bravi che spadroneggiavano sui contadini.

 

La venuta degli ebrei a Volturara
Un altro evento, che trasformò non poco la vita e il futuro del paese, si preparava all’orizzonte. Il Re cacciò da Napoli verso la metà del ‘500 tutti gli ebrei, in una delle tante diaspore. Per sfuggire alla morte, molti si rifugiarono sulle montagne dell’Irpinia, cambiarono nome e religione, ripartirono da zero. Molti di noi volturaresi, e nessuno lo sa, discendono da loro. Per capirlo basta guardare i cognomi, che proprio in quei tempi cominciarono a distinguere le persone e le famiglie. Quelli che hanno il nome di una città o di un sostantivo concreto hanno nell’animo la voglia di emergere, che è tipica del popolo ebreo. I naturali del luogo li accettarono senza problemi e si mischiarono a loro, creando le premesse di un miglioramento sociale ed economico che ebbe ripercussioni nei secoli a venire. Nascosti e scaltri, seppero crescere in silenzio, mantenendo per generazioni un legame tra di loro di solidarietà e di vincoli matrimoniali, fino a quando si confusero con il resto della popolazione.

 

La rivolta di Masaniello del1647 e la Peste del 1656
Lo chiamarono il periodo della rivolta dei popoli. Il suo ricordo restò per decenni e decenni nella mente di chi lo aveva vissuto e nelle generazioni seguenti. La rivolta era iniziata a Napoli, dove un pescivendolo, nominato Masaniello, si erse a capopopolo e cacciò il Re dalla città. Seguì un periodo dove tutti gli ordini sociali furono sovvertiti. Comandavano i “fessa” e tutti i potenti rischiavano la vita. La rivolta si estese in tutto il Regno in un baleno e non ci fu paese dove il popolo non prese possesso del potere e cacciò chi aveva comandato fino a allora.
Furono abolite tutte le tasse e un senso di liberazione si impadronì della gente. Il mondo tanto vagheggiato di libertà, uguaglianza e privo di balzelli sembrava essere arrivato, con esso il Paradiso terrestre. Ma era un sogno e come tutti i sogni svanì ben presto. L’intervento di nazioni straniere rimise sul trono il Re e Masaniello fu impiccato l’anno seguente nella pubblica piazza. L’ordine fu ristabilito in tutto il Regno in brevissimo tempo e molti, troppi, pagarono con la vita quel breve periodo di felicità.

Per difendere le insegne del Re, il padrone di Volturara Gian Vincenzo Strambone corse a liberare Ariano in mano ai rivoltosi. Molti errori determinarono la sua sconfitta e  l’entrata in paese dei rivoltosi, che lo decapitarono, esponendo il suo corpo alla furia dei cani randagi. Dopo la restaurazione, il Re per premiare la fedeltà della famiglia donò al figlio Andrea il titolo di Principe di Voltorara e Duca di Salsa.
Per la prima volta lo Otrale, ovvero Volturara, ha il suo Principe ed era tanto in gamba che risolse molti e molti problemi, anche se appena prese possesso del feudo successe la fine del mondo nel resto del Regno.
Era il 1656 e già da tempo si vociferava che la “Pesta” uccideva uomini e animali a Napoli e nelle sue Province. Le preghiere per tenere lontana questa infame malattia, mandata da Dio per punire la gente della sua cattiveria, erano l’unico rimedio e trovava tutti d’accordo per la prima volta. Nobili e poveri, eretici e preti si misero tutti a pregare. Stavolta era una cosa seria. Non c’erano rimedi. Per sfuggire alla guerra c’erano le montagne, ma stavolta niente poteva fermare questo alito silenzioso e strisciante che penetrava tra le fessure delle case e consumava tutto sul suo cammino. Cadevano come mosche, morivano come mosche, senza accorgersene. Ma il rimedio che trovarono a Volturara era semplice e lo stabilirono in assemblea pubblica in Piazza, appena si sentirono le notizie che si avvicinava. Chiusero tutte le strade di accesso al paese e da quel momento allontanarono tutti quelli che si avvicinavano al paese con le buone o con le cattive. Pattuglie armate di frecce e di schioppo circolavano sul territorio e sulle strade di accesso, tiravano al primo movimento di persone o animali sospetti. Il Sindaco in carica ordinò di isolare i malati ai primi sintomi della malattia e appena dopo morto li bruciavano. Durò sei mesi fino alla fine dell’anno e i morti a Volturara si contarono sulle dita di una mano. Basti pensare però che a Napoli furono quarantamila e che a Montemarano rimasero vive solo ventidue persone. Un’altra importante barriera la creò il Dragone con le sue melme puzzolenti, che frenarono il contagio. In effetti, l’isolamento dal resto del mondo, che è stato e sarà sempre penalizzante per uno sviluppo economico e sociale, in quell’occasione si dimostrò l’arma vincente.
Passò così anche quel castigo di Dio. Lentamente il paese si riprese e continuò a crescere di abitanti, superando le seicento unità.

Il paese era in mano a poche famiglie. I Pennetti, esattori del padrone, che poterono mandare i propri figli a scuola e tenere il mano il potere, con medici, avvocati e notai. I figli del barone Decio Masuccio di cui uno, Antonio (1618 - 1681), divenne prete e famoso scrittore a Napoli. I Di Meo da cui nacque Patrammeo (1726 – 1786). I Maurello, che finirono a metà Settecento per mancanza di eredi maschi. I Di Feo che con Giuseppe notaio e Antonio, il figlio, comandavano in tutte le congreghe e altrove. Non si hanno molte notizie di questi personaggi, se non i nomi, e qualche atto notarile di compravendita di terreni, ma erano uomini duri che si facevano rispettare. O eri lupo o pecora. E quando una pecora voleva diventare lupo, erano cazzi amari. I padroni della Piazza potevano permettersi di fare tutto, ma quando si trattava di problemi che riguardavano il Dragone o i vaccari, dovevano stare attenti, di fronte ai capipopolo che di volta in volta imponevano scelte nell’interesse di tutti.

 

Il Catasto Onciario del 1742. Piovono lapilli e tasse
Dopo l’eruzione del Vesuvio del 1731, con fuoco e cenere fino a Volturara, Carlo III di Borbone, per non farsi sfuggire nessun introito, fece istituire in ogni paese e città il Catasto Onciario, con i nomi di tutti i capifamiglia e componenti della famiglia. Fu il primo passo verso la modernizzazione e la prima vera schedatura dei popoli. Ti contavano anche i peli e dovevi pagare sul guadagno. Alla fine pagavi al Re, pagavi al padrone feudatario e pagavi al Comune (Università) per i pochi servizi che riusciva a offrire. Di buono il Sindaco dava il servizio della condotta medica gratis per tutti. Dall’inizio del ‘700 i medici erano due, Don Antonio e Don Gaetano Pennetti, che si prodigavano in un ambiente povero, misero, senza il minimo necessario, in condizioni precarie, specie in occasione delle tante epidemie che mietevano vittime a decine. Il Catasto Onciario fu la Bibbia di Voltorara, dalla quale partì un futuro delineato nelle proprietà e nello stato sociale.
E’ interessante conoscerlo, perché capisci subito che nobili a Volturara non ce ne sono mai stati, dopo il Barone Decio Masuccio, e che tutti i notabili hanno un’origine popolana. I Marrandino che venivano da Taurasi, per esempio, erano scarpari e qualcun altro era barbiere in Piazza.
I miglioramenti li hanno avuti nella Cultura, mandando i figli a scuola, e non era facile, o facendo un figlio prete, che a sua volta inculcava le prime nozioni a qualche nipote, permettendogli poi di andare a studiare in seminario e di potersi prendere una Laurea, che gli avrebbe dato ricchezza e potere. Iniziavano così le dinastie che controllavano il paese in tutti i suoi aspetti economici e sociali. Le professioni più in voga erano i medici, gli avvocati, i notai e soprattutto i farmacisti.
Ma la scelta principe era sempre l’abito sacerdotale. Durante tutto il ‘700 troviamo un centinaio di preti, in moltissime famiglie, che non sono pochi in un paese che contava al massimo duemila abitanti.
Preti dal carattere forte che determinavano scelte economiche e soprattutto politiche. Non c’era e non ci sarà una rivolta in seguito, che non veda come protagonista o organizzatore un prete, il quale trascinerà nelle sue scelte le vicende dell’intera sua famiglia. Scelte spesso sbagliate di fronte allo svolgersi degli avvenimenti, con Governi nella capitale che cambiavano dalla sera alla mattina, mettendo in un angolo o portando al potere famiglie che si trovavano da un momento all’altro o in paradiso o all’inferno.
La seconda metà del Settecento vede il paese crescere nell’economia e nel numero degli abitanti. Si accresce l’influenza dei Pii Stabilimenti di San Sebastiano, un’organizzazione che gestiva l’Ospedale dietro la Chiesa Madre, la Ruota dei proietti, la Chiesa di San Sebastiano in Piazza e una grande quantità di terreni e selve affittati a centinaia di contadini, che ne traevano la principale fonte di sostentamento. Nel 1754 fu abbattuto il vecchio campanile che risaliva al ‘500, al suo posto venne costruito quello ancora esistente con pietre della Maroia e con l’apporto di tutti i cittadini. Il Presidente della Congrega di San Sebastiano di quell’anno era il notaio Giuseppe Di Feo, che doveva essere anche il Sindaco. Nella costruzione le fondamenta cedettero sul lato destro, ma lo si continuò a costruire lo stesso dandogli l’impressione di pendere su quel lato. Dopo il 1861 verrà fatta la parte superiore e la cupola in pietra. (Quest'ultima verrà abbattuta da imbecilli, nella baraonda del dopo terremoto del 1980, con il silenzio complice degli amministratori).

Della seconda metà del Settecento non abbiamo grosse notizie, ma fu un periodo di mutamenti e di turbamenti. Con personaggi forti e determinati come Alessandro Marra, che comprò da Sindaco nel 1768 il vecchio comune dai preti; o come Sebastiano De Cristofano; o Lodovico Petito, che incominciò le prime opere di bonifica alla bocca del Dragone; o come Giuseppe Masucci, patriarca assoluto che visse quasi cento anni a esigere le tasse per il marchese Berio, facendo il bello e cattivo tempo, imponendo la sua legge e carcerando chi non si adeguava al suo volere.

Giuseppe Masucci, padrone assoluto del territorio, determinava Sindaci, amministratori e medici. A stento sapeva mettere la firma, ma quanto a scaltrezza e furbizia non lo batteva nessuno. Rimase famoso un Parlamento in Piazza, quando prima del voto dichiarò che tutti dovevano votare per Don Giuseppe Pennetti e non per Don Andrea. Così fu, all’unanimità!

Poi vennero Nicola De Cristofano, Gennaro Petretta, Nicola Salierno: meteore analfabete, ma potenti. Gestori determinati e crudeli in un clima di sopraffazione e di prepotenze, che i loro figli e nipoti pagarono nel tempo, in un “cane, canazzo come me fai te fazzo” (cane, cagnaccio come ti comporti tu con me, così faccio io con te) che ha rappresentato la filosofia di vita di tutta la storia di questo sfortunato paese: che ha voluto bene a tanti, ma che in pochi gli hanno corrisposto amore.
In questa storia senza protagonisti,arriviamo alla fine del ‘700, con la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova realtà che conduce ai giorni nostri.

 
Messa cavallonia nel ‘700

Si raccontano infinite storie di affetto e amicizia tra il contadino e le sue bestie.

Come la storia di quel contadino talmente affezionato alla sua cavalla, che quando gli muore vuole farle celebrare una messa dal suo amico prete, e quest’ultimo, per accontentarlo, nella celebrazione mattutina incomincia a parlare in latino con frasi strane e sibilline. La funzione religiosa, tra lo stupore dei suoi colleghi che non riescono a capire, finisce con una benedizione in dialetto che fa pressappoco così
- Peronia, peronia, messa cavallonia, per carlini trenta sia benedetta l’anima della iommenta, per carlini cinquanta sia benedetta l’anima di tutti quanta!- (Pregate, pregate per questa messa dedicata a una cavalla, per i trenta carlini ricevuti sia benedetta l’anima della giumenta, sia benedetta inoltre l’anima di tutti gli altri che hanno dato i rimanenti venti carlini). In effetti, come ebbe a dire al sagrestano che gli chiedeva spiegazioni, aveva detto un messone che valeva pè tutto lo mentone (mucchio), cioè con una sola messa corposa aveva soddisfatto le esigenze del padrone dell’animale e degli altri parrocchiani che avevano richiesto altre messe.

 

Anno 1714. Trasporto vacche a Napoli
Rimase famosa nella memoria di tutti la vicenda del 1714, quando 590 vacche, per ordine del Marchese Serra dovevano essere trasportate a Napoli per la macellazione.
Prelevate nel Dragone da soldati armati di tutto punto, per far fronte a eventuali contestazioni, furono trasportate verso Napoli, ma giunte a Monteforte dovettero far ritorno a Volturara, perché nello breve spazio di una mattinata a voce di popolo una folla abbastanza numerosa si era radunata in Piazza e il capopopolo di turno era salito dal Sindaco,  minacciandolo apertamente se non faceva riportare la vacche a Volturara, perché l’economia ne avrebbe sofferto in modo grave. Come sempre era accaduto prima e sarebbe accaduto anche in seguito, il Sindaco dovette implorare il marchese Serra di ritornare sulle proprie decisioni e riportare le vacche a Volturara per evitare tumulti popolari, con danno diretto alla sua persona. Fece insomma capire che una schioppettata nelle spalle gliela avevano promessa a chiare lettere.

 

La leggenda di Gesio
Si narra che tanti secoli fa si nascondeva in una profonda caverna un feroce drago con tre grandi teste e un solo occhio al centro della fronte. Questa terribile creatura, era stata catturata e portata in catene dai barbari discesi dal Nord e messa a difesa di un enorme tesoro d’oro. Il drago sopravviveva mangiando quotidianamente animali ed uomini, per cui tutte le persone che vivevano nel vicino villaggio, ma anche nelle zone limitrofe, vivevano in un clima di continuo terrore. Un giorno del mese di Maggio, arrivò a Voltorara un giovane forte e coraggioso con gli occhi azzurri di nome Gesio, armato di una lunga e pesante spada. Si inoltrò nella caverna e affrontò il drago che stava mangiando un bovino, lo accecò infilandogli la spada nell’occhio fino ad arrivare al cuore. Il drago sputò tutto il fuoco dalla bocca e gridò così tanto per il dolore che si udirono le grida al di là delle montagne. Alla fine si accasciò sulle zampe e sprofondò nelle viscere della terra. Come segno indelebile dell’accaduto, rimasero tre voragini con la forma delle teste del mostro, che ancora oggi è possibile osservare in questo luogo, che da quel tragico evento fu soprannominato La Bocca del Dragone. Il tesoro fu recuperato e il paese si impossessò di tutti gli oggetti preziosi conservati nella cassa. Il valoroso Gesio fu acclamato da tutta la popolazione per il coraggio dimostrato e per aver liberato il paese da quel mostruoso animale. I naturali volevano che restasse con loro, ma Gesio, così come era misteriosamente arrivato, scomparve dal villaggio la sera stessa.

 

Si ritiene ragionevole l’ipotesi che Gesio sia rimasto deluso dalla totale mancanza di damigelle in pericolo nella sua leggenda.

 

Se pozza appilà la occa re lo Traone (si possa otturare la Bocca del Dragone!)

Non c’era peggiore bestemmia che si potesse rivolgere a un volturarese, era il ritornello più usato dai forestieri per pungere o offendere. La risposta del volturarese di turno pronta e pungente era “se pozza appilà la fessa re soreta” (si possa chiudere la vagina di tua sorella).

Qualche volta però finiva a botte o anche peggio. Si racconta di Pasqualuccio di Barracca che, all’ennesimo sfottò di un serinese, gli sferrò un’accettata sul braccio e lo tranciò di netto. Si fece molti mesi di carcere, ma ne rimase orgoglioso per tutta la vita, entrando nel detto popolare come uno che aveva vendicato secoli di torti subiti.

 

L’origine del detto nasce dalle continue inondazioni del Dragone, che in periodi di piena arrivava con l’acqua fino al paese, costringendo la popolazione a rifugiarsi sulle montagne. Una eventuale chiusura definitiva della Bocca del Dragone avrebbe avuto come conseguenza la fine del paese.

Ne è testimonianza, nel corso degli ultimi tre secoli, l’impegno profuso dai vari amministratori per pulire la bocca e fare opere di miglioramento, al fine di evitare un simile possibile disastro.

Nel ‘700 era obbligatorio per il Sindaco in carica fare la pulizia annuale del canale che porta l’acqua alla bocca.

 

Allagamenti del Dragone.

Numerosi allagamenti si sono verificati nel corso della storia. I più importanti e di sicuro ricordo sono quelli del 1752, 1805, 1831, 1842, 1851, 1853, 1854, 1915, 1917.

Considerati nella credenza popolare un castigo mandato da Dio per punire i peccatori, hanno procurato non pochi guai. Fino al 1900 infatti il paese è rimasto nelle zone alte, al Carmine c’erano solo le Chiese della Madonna del Carmine, del Cuore di Gesù e dell’Addolorata. L’estremo limite a valle era piazza Mercato. La memoria corta fa dimenticare che la storia è la memoria dell’uomo. Infatti, con il terremoto del 1980 caddero le case al di sotto della Piazza, mentre le case in alto sulla roccia furono solamente lesionate, anche se erano antiche, e non procurarono vittime. Vittime invece numero di cinque si ebbero tra la Piazza e il Carmine.

 

Negli allagamenti del Dragone, causati da torrenti di pioggia dalle montagna, l’acqua saliva di venti metri fino alla strada che collega Volturara e Montemarano e arrivava fino alle porte del paese, costringendo la popolazione a scappare sui monti. Il fenomeno era spiegato dal fatto che la Bocca del Dragone, un’apertura di sfiato naturale di circa 40 cm, si ostruiva per la presenza di materiali di riporto, la piana non avendo sfiato d’aria l’acqua veniva inghiottita troppo lentamente. Bastava un’invernata di piogge più abbondanti, che avveniva il disastro. Era un vero e proprio incubo per i volturaresi il fatto che si “appilasse” la bocca del Dragone. Per fortuna con il passare del tempo gli eventi sismici hanno creato all’acqua dai monti molti percorsi sotterranei, per cui ai giorni nostri è quasi impossibile che si ripetano questi eventi. Inoltre a fine ‘800 fu costruito affianco alla bocca un pozzo parallelo, che fungesse da sfiato dell’aria in aggiunta. Dal terremoto del 1980 l’acqua resiste solo per alcuni giorni e solo in seguito a piogge molto forti d’inverno. Nel 1998 a seguito di piogge torrenziali il livello dell’acqua è salito di circa un metro nelle campagne circostanti, si allagarono parecchie cantine di volturaresi, che nella loro incoscienza hanno costruito quasi dentro la piana.

                                               

Altri tempi                                                                                                                 Quello che ricordo ancora nitidamente è il volto austero scavato del mio dottore, Don PietroAntonio Pennetti, che mi voleva tanto bene e mi raccontava sempre storie antiche di orchi e di briganti. Diceva sempre, anche se io non gli credevo, che i briganti li aveva visti davvero, e che anzi lo avevano sempre rispettato e lo avevano anche chiamato qualche volta in montagna a curare qualche loro compagno ferito. Vecchio e ammalato, tornava la sera dal Comune, dove svolgeva la funzione di Sindaco del paese, e spesso veniva a prendermi a casa, perché restassi con lui e la moglie a cena.

Aveva una casa grande piena di belle cose e dei grandi quadri alle pareti. E mi incantavo a guardare quei personaggi austeri, seri in volto con barbe lunghe, tutti con una penna in mano, che seppi poi essere lo stemma di famiglia.

“Don dottore”, così lo chiamavo, mi spiegava a uno a uno chi erano e quello che avevano fatto per Volturara. In particolare si soffermava sempre, pensieroso, davanti al ritratto di un uomo con la barba lunga e occhi fissi in lontananza, ma dallo sguardo dolce e accattivante.

- Questo è mio nonno Pietro, visse più di novanta anni ed ha visto tutto quello che è successo in questo paese, anche prima della Rivoluzione Francese. Nacque nel 1734 e morì nel 1824, ebbe cinque maschi e quattro femmine, che sposò alle migliori famiglie volturaresi e irpine.

Tante storie che ti ho raccontato le ho apprese da lui, tramite mio padre, che me le trasmetteva, quando ero piccolo come te, davanti al fuoco nelle sere d’inverno sempre piene di neve.

Erano altri tempi. Per andare a Napoli ci voleva una giornata e la vita si svolgeva sempre in questa pianura e tra queste montagne, sempre piene di banditi pronti a spararti se non gli davi quello che volevano. Chi poteva girava armato e chi poteva, come la nostra famiglia, aveva uno o più guardiani che ci accompagnavano in giro per preservarci da brutte sorprese. La gente si alzava la mattina prima dell’alba e tornava a casa all’imbrunire dopo una giornata faticosa in campagna, che brulicava di gente e di animali. In piazza i soliti mestieranti pronti ad azzannarsi tra di loro o ad allearsi all’occasione propizia contro altri, per avere il sopravvento. C’era un Consiglio comunale quasi ogni giorno e si fittavano i terreni comunali. Chi aveva soldi poteva aumentare il capitale, gli altri dovevano accontentarsi di ricevere la terra in sub affitto (alla parte) da questi grandi affittuari, che appoggiati da due o tre famiglie, mettevano i prezzi che volevano, anche con la forza. Alla fine non solo non pagavano l’affitto, ma si impossessavano dopo alcuni anni dei terreni: con complicità di familiari e amici sul Comune ne divenivano proprietari. Oltre l’affitto pretendevano che i contadini dovevano portar loro gratis la legna per l’inverno, ed erano processioni lente e continue al Terminio con quegli asini, talmente sovraccarichi con un incedere lento e faticoso, che ti dava l’idea di cosa fosse la fatica. Le mogli poi dovevano lavare sempre gratis i panni alle loro signore ed erano decine e decine che si mettevano sotto la cascata del torrente al vecchio mulino a lavare coperte e lenzuola nell’acqua corrente, trascurando figli e famiglia. Capitava spesso che se le portavano anche a letto. Guai a ribellarsi. Arrivava la miseria più nera, perché nessuno ti accettava più come affittuario, per una solidarietà di cattiveria tra loro. Al primo furto di vivande o alimenti per sfamare i figli ti arrestavano per mesi. Chi aveva soldi faceva il servizio militare in paese nella guardia civica, gli altri scelti con bussolotti quasi sempre falsificati venivano mandati alla guerra a morire . Chi non voleva partire era costretto a scappare sulle montagne, per poi finire ucciso come bandito. La sera, al calar delle tenebre, nel buio assoluto, per passare da una casa all’altra si munivano di un tizzone ardente, preso dal fuoco, per farsi luce nei vicoli pieni di fango e di merda di vacca. C’era un funerale ogni giorno. Morivano giovani, bambini e vecchi. Molti nascevano già morti e molte mamme morivano con loro. E poi tanti preti, troppi! Da piccolo, un giorno, ne contai ventinove, nella sola Chiesa Matrice in piazza.-

                                         

La strega di Volturara a fine ‘800

Alla fine dell ‘800, una certa Arcangela era considerata come una strega ed una veggente.

La gente, ma in special modo le donne, va a casa sua per parlare con i defunti morti e dietro pagamento chiedono di sapere dove stanno i loro cari nell’al di là.

 

1854. Nicola Volpe accusato di spargere il Colera e scatenare una sommossa popolare contro lo Stato borbonico
In Agosto 1854, il morbo asiatico, che affliggeva la Capitale e le diverse contrade del Regno, avvicinavasi al territorio di Volturara. E le voci che precorrevano su le vittime di tanto flagello, eran congiunte alle altre che, non la Divina, sebbene la mano dell’uomo era quella da cui tanto male partiva, collo spargimento di sostanze velenose. Tra le verità e le chimere ondeggiava perciò l’animo della popolazione e, nella crassa ignoranza, alle ultime piuttosto prestava fede.
Avveniva nel 15 detto, che Nicola Volpe dello stesso Comune penetrò nel fondo del paesano Giuseppe Pascale dove, dopo la di lui partenza, ebbe costui a causare il guasto di taluni piedi di granone, colla mancanza delle spighe; e di più una piccola e tenera zucca franta ed internamente annerita, che fu raccolta e gittata. Sia per opera del Pascale, sia di un uomo, e di due donne che, da fondi limitrofi osservarono Volpe nella proprietà di quello, si levò voce che colà Volpe erasi portato per introdur veleno negli ortaggi. A tal riguardo, la popolazione s’incitò, si radunò e, ritenuto Nicola Volpe autore dello spargimento di veleno, accorse a torme per disfarsene, tentando financo di scassinare la porta della propria casa, dov’erasi rinchiuso per sottrarsi da pericoli. Alla notizia di questo fatto, fece sopra luogo la forza pubblica, il Sindaco, e il sacerdote Don Vincenzo Masucci; ed a sedare il tumulto fu fatta visita domiciliare presso Volpe, ma niente di criminoso essendosi rinvenuto, si cercò persuadere il pubblico che l’idea di veleno era chimera. Volpe intanto fu arrestato, e l’ordine pubblico ottenne la sua calma. Per incarico del Sig. Intendente della Provincia, procedevasi a raccogliere le pruove del fatto, in linea di polizia, da che ne seguì anche l’arresto di Giuseppe Pascale, come fonte da cui si ritenne essere scaturito tutto lo avvenimento.
Gli arrestati col loro interrogatorio eran negativi, Volpe sostenendo di non esser penetrato ne anco nel fondo di Pascale, e questi di non aver nemmeno elevato il pensiero di veleno.
Occupavasi di poi la Giustizia Regia, per ordine Superiore, della istruzione giudiziaria , ed assodava che nello avvenimento non vi era concorsa la idea di essersi con ciò voluto turbare la interna sicurezza dello Stato.
Nell’interrogatorio in carcere Nicola Volpe di Angelo di anni 27 afferma di non essere mai entrato nel fondo alla Foresta di Giuseppe Pascale, il quale il 16 Agosto mentre rincasava nel rione Freddano lo aveva picchiato affermando che aveva sparso il veleno della malattia nel suo fondo e che, vedendo che il popolo voleva linciarlo attribuendogli la colpa di diffondere la malattia, si era rifugiato in casa, rischiando di essere ucciso se non fosse intervenuta la forza pubblica.
Giuseppe Pascale 48 anni di Emanuele afferma che un certo Michele de Meo, Pelecce, gli aveva riferito di aver visto Nicola Volpe entrare nel suo fondo, per cui recatosi sul posto aveva trovato una zucca rotta e annerita, ma non aveva pensato nemmeno lontanamente al veleno. Ciò nonostante la voce che Nicola Volpe avesse sparso del veleno si era diffusa in paese con una rapidità improvvisa.
Il 14 settembre iniziano gli interrogatori dei testimoni.
Don Vincenzo Masucci di Sebastiano, sacerdote, afferma di essere accorso alla casa del Volpe e di aver calmato con le parole l’ira del popolo, fin quando non era arrivata la forza pubblica.
Don Nicola Benevento di Alessandro dice di aver saputo dell’avvenimento, ma di non aver mai detto né in pubblico né in privato che l’accaduto fosse stato messo in atto scientificamente per creare turbative interne alla Stato e spingere il popolo alla ribellione contro il Re e che il tutto dipendeva dall’ignoranza della plebe, che credeva il colera creato dalla mano dell’uomo e non da quella divina.
Don Ferdinando De Cristofano di Sebastiano,avvocato, afferma di essere accorso in via Freddano in qualità di guardia urbana e ripete la stessa versione del testimone precedente.
Michele de Meo, Pelecce, conferma di aver visto Nicola Volpe entrare nel fondo da una fornace piena di calce posta lì vicino e di averlo riferito ingenuamente a Giuseppe Pascale, senza aver pensato che avesse sparso del veleno.
Teresa de Feo di Salvatore afferma di aver visto il Volpe entrare nel fondo e di aver pensato che avesse potuto spargere il veleno, date le voci che giravano che “sotto l’ombra del morbo dominate si andava spargendo veleno per distruggere l’Umanità”, aggiunge di non averlo detto a nessuno e di essersi ritirata in casa.
Teresa Buonanno di Domenico ripete la stessa deposizione della precedente testimone.
Michele Masucci,Chiovetto, di Nicola; Angelo Zirpolo fu Nicola; Michele Gioiella, barbiere, di Geremia confermano i fatti ed affermano chi gli arrestati sono brave persone dediti ai lavori di campagna.
Don Michele Masucci farmacista e II Eletto funzionante da Sindaco afferma di essere accorso in via Freddano verso le 23 del 16 Agosto e di aver arrestato Nicola Volpe per sottrarlo all’ira della folla. Mentre lo trasportava in carcere, in Piazza la folla aveva ripreso a tumultuare gridando, fischiando e lanciando anche alcune pietre all’indirizzo del Volpe.
Aniello Pagnozzi, Caporale al comando della Brigata della Gendarmeria Reale, conferma la deposizione del Sindaco facente funzione.
Dal registro del Tribunale si evince l’esistenza di piccoli procedimenti penali a carico dei due arrestati. Nicola Volpe era stato arrestato tre mesi prima per furto nel fondo di Giosuè Clora e rimesso in libertà dopo due mesi di carcere.
Con sentenza del 26 Ottobre 1854 il Giudice assolve i due imputati, sia dall’accusa di voler spargere veleno del colera per distruggere l’Umanità, sia dall’intendimento di voler sovvertire l’Ordine interno dello Stato, (siamo alla vigilia della sommosse che porteranno alla caduta dei Borbone e all’Unificazione dell’Italia), liberandoli dal carcere di Volturara dopo due mesi e dieci giorni di reclusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI?  BRIGANTI E NOTABILI

                            
                             vita da brigante

 

 Breve vita felice di Luigi Solito, brigante Cicerone (1795 – 1814)

 La sua storia comincia e finisce così.
“L’anno 1814 a 8 del mese di Luglio, noi Giacomo Bottigliero Sindaco e Ufficiale dello stato civile di Voltorara, Provincia di Principato Ultra, avendo ricevuto da Nicola Di Feo ed Alessandro Di Meo notizia per l’atto di morte di Luigi Solito Cicerone di Voltorara per esecuzione, di ciò che è prescritto dal codice civile ne facciamo l’inscrizione. Quindi essendoci conferiti noi con i descritti testimoni Nicola Di Feo scoppettuolo bracciale di anni cinquanta e di Alessandro Di Meo Santimei bracciale di anni quarantasei naturali di Voltorara, in campagna luogo detto la Costa, e colà ritrovato un cadavere senza testa; ed avendo imposto ai medesimi di riconoscerlo confrontando la testa col busto, sono venuti a dichiarare di conoscere bene essere lo stesso il disertore Brigante Luigi Solito di Sebastiano Cicerone nativo di Voltorara”.


Notizie scarne e raccapriccianti che descrivono una scena eterna nella sua crudezza e semplicità. Siamo alla fine del decennio francese nel Regno di Napoli e il Re Ferdinando è ancora in esilio. Luigi Solito non ha risposto alla chiamata alle armi nell’esercito francese per andare magari a morire in Russia. Si è dato alla macchia. La sua latitanza finisce in un giorno di Luglio insieme a Felice Forino di Paterno con le teste mozzate. Si usava così allora.
Il mese successivo il fratello Michele, che di mestiere faceva il secchiaro, mise al figlio appena nato il nome del fratello ucciso.

Circa cinquanta anni dopo, nel 1861, Luigi Solito è arrestato per aver partecipato alla rivolta del 7 Aprile contro i Piemontesi.

                                                         

La spia

Negli anni che vanno dalla fine del ‘700 al 1873 la zona di Volturara è piena di banditi e briganti, che assumono spesso politica connotati politici legati alle cacciate ed ai ritorni del Re borbonico in carica. Ogni tentativo delle autorità di frenare il fenomeno del brigantaggio, si rivela vano perché

 

“essendo situata la Terra di Voltorara alla falda di una montagna, la quale ha comunicazione da un lato colle montagne di Montella, Bagnoli ed Acerno, e dall’altro con quelle di Serino e Giffoni, perciò nell’inseguimento tali facinorosi internandosi nelle montagne suddette dalla gente di armi se ne perde la traccia, né per quante ricerche e maneggi si fussero fatti sin ora non si è potuto avere una spia fedele per essere a giorno nel luogo del loro ricovero”.

 

Ai primi dell’800 imperversa la Banda Rinaldi, (Nicola Rinaldi, Aniello Rinaldi, Antonio Di Feo, Giosuè Raimo).

Nel 1805 si tenta di affrontare definitivamente il problema e viene mandato a Volturara il tenente Lorenzo De Conciliis con l’ordine di tentare con ogni mezzo di chiudere la questione. Nel mese di Aprile vengono arrestati parecchi fuorilegge, responsabili di assalti ai mercanti  viatecali e ai viandanti nei mesi precedenti.

Il tenente De Conciliis organizza un reparto di guardie paesane, scelte tra persone del paese probe ed attaccate al governo. Minaccia i governanti di accollare loro l’importo di eventuali furti perpetrati ai danni dei cittadini. Arresta Giuseppe Gambale di Montemarano e Giuseppe Marra di Voltorara “rei di omicidi, uomini facinorosi e componenti della comitiva di criminali della zona, insieme al loro ricettatore Michele Masucci, protettore della medesima comitiva e detentore di armi proibite”.

Grazie alle fedeli spie, riesce a sapere il nascondiglio dei briganti sulla Faieta in un luogo quasi inaccessibile e con una squadra arriva sul posto.

In una grotta piena di cibo e di danaro scovano Antonio Giggi di Chiusano, rimasto di guardia: lo arrestano e restano in attesa dell’arrivo dei suoi complici. Un’attesa vana perché gli altri, capita la trappola, prendono il largo. Dopo una notte al freddo della montagna, alle prime luci dell’alba decidono di tentare l’irruzione in altre grotte della zona, su indicazione del chiusanese, il quale furbescamente indica loro nascondigli ormai abbandonati da tempo.

Un clima di paura si impadronisce del paese! La spiata scatenerà l’ira dei briganti e la loro vendetta sembra una mannaia sulla testa di molti.

Chiedono protezione e sul posto viene mandata una squadra di 24 soldati, che deve affiancare il tenente ancora in zona. Si decide di provare uno stratagemma per tendere una trappola mortale ai briganti.

Scovano un certo Francesco Ferrandina, in carcere dal febbraio del 1799 per due omicidi, il quale in cambio dell’amnistia per i suoi reati per tornare in libertà si offre volontario. Il piano  è una finta evasione per unirsi ai briganti, tradirli e consegnarli alla giustizia. Un piano perfetto che riceve il benestare del Re in persona con la sola clausola che il traditore Ferrandina ha due mesi di tempo per mettere in atto il piano. Allo scadere del tempo le autorità si riservano qualsiasi iniziativa contro la sua persona. La paura, che una volta libero tenti di fare il doppio gioco, rende nervosi gli ufficiali e fa quasi frenare l’iniziativa. Si decide in ultimo di tentare, non dopo aver minacciato di morte per l’ennesima volta il Ferrandina. Alla fine di Novembre il galeotto, aiutato dall’oscurità e senza trovare guardie sul suo cammino, evade dal carcere di Avellino. Da questo momento di lui si perdono le tracce e dai documenti nelle nostre mani non sappiamo il seguito della vicenda. Possiamo azzardare qualche ipotesi su quello che sia avvenuto. E’ infatti facile intuire che, una volta libero, si sia reso uccel di bosco senza mantenere la sua promessa o che al massimo i briganti, invece di accettarlo nel loro gruppo, lo abbiano ucciso prima che diventasse per loro pericoloso. Anche perché continuarono a scorazzare tra le montagne del Terminio e solo nel 1809, precisamente il 10 Ottobre, Aniello Rinaldo,il capo dei briganti volturaresi e luogotenente di Laurenziello fu ammazzato in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine.

                            
Anno 1827. Il Capourbano viene ammazzato
Gli anni tra il 1820 ed il 1840 furono turbolenti e difficili con parecchi morti ammazzati nel contrasto tra liberali della carboneria e i fedeli dell’assolutismo borbonico. In particolare nel 1827 si ebbero numerosi scontri sul territorio. Ci lasciarono la pelle in molti. Ricordiamo Nicola Di Marino 48 anni, fu Angelo e Antonia Picone, marito di Giovanna Luciano, possidente, capourbano, ammazzato il 1 Luglio.

Nella memoria di tutti restò per tempo immemorabile che il notaio Mattia, figlio di
Don Nicola Marino, eletto a sua volta capo urbano, fumò nella sua pipa i capelli del brigante che aveva ammazzato il padre.
Per il suo pessimo carattere, nessuno dei discendenti ha mai più dato il nome di Mattia ai loro eredi.

La storia di ‘Ngillo ò breante (1836-1900)
Angelo (‘Ngillo) Mele di Nicola aveva avuto un ruolo molto importante negli avvenimenti del 1861 insieme a suo fratello Vincenzo. Ambedue amici ed estimatori di Alessandro Picone, il capo della rivolta del 7 Aprile, lo seguirono nella fuga e nella latitanza. ‘Ngillo, arrestato dalla guardia nazionale, condannato come brigante a venti anni di lavori forzati, fu poi destinato in domicilio coatto a Bagnoli Irpino.
Mesi passati in solitudine e riflessione con una rabbia che niente poteva mitigare. Lunghe passeggiate solitarie per i tornanti del Laceno in attesa di qualche visita di familiari, i quali per vederlo dovevano superare blocchi di carabinieri e delatori. Persa ogni speranza del ritorno dei Borbone e persa ogni idealità nel carcere duro di Avellino, il futuro senza sbocco e senza futuro, il presente una cappa di malinconia e rancore da non poter mostrare per non essere ulteriormente penalizzato. Né fessa, né notabile, “una mezza calzetta “ che non poteva lavorare per mantenere la propria famiglia, mentre Vincenzo era ancora carcerato. Se va bene alla famiglia ci pensa Mattia, l’altro fratello miracolosamente rimasto fuori dalle retate. Ma qualcosa bisogna inventare per non passare inutilmente la giornata. L’idea è suggerita dalla visita di suo cugino omonimo Angelo Mele, ò taratufolaro, che attraverso Campolaspierto e Verteglia era arrivato di nascosto a Bagnoli in quella fredda mattina di primavera.

- Parè! io vivo di tartufi. A Volturara vengono i migliori notabili di Salerno, qualcuno anche da Napoli, a comprarli a 10 lire il chilo. Sono afrosisiaci (afrodisiaci) e chi ha soldi fa di tutto per averli. Qualcuno se li mangia crudi; altri lo fanno a fette e con olio, aglio, prezzemolo e sale, lo mettono sul pane e se lo pappano. Altri ancora con la punta del coltello lo fanno a pioggia fine sul sugo rosso della Domenica e sembra il nettare degli Dei. Le montagne di Bagnoli dovrebbero essere uguali a quelle del nostro Terminio e sotto i faggi non è detto che non li trovi. Il cane te lo presto io, se non ne trovi uno, per lo meno passi le giornate senza annoiarti. La mancanza di calma mentale e di serenità interiore dovrebbero scoraggiare ‘Ngillo dall’intraprendere l’iniziativa, ma la curiosità di provare è più forte di quanto pensasse. Di lì a qualche giorno molti bagnolesi osservarono con curiosità mal celata il girovagare di quel forestiero tra i faggi del Laceno in un periodo in cui funghi non ne crescevano. Arrivarono persino ad avvertire i reali Carabinieri della cosa e da quel momento fu sottoposto ad assidui anche se discreti pedinamenti. Da Lontano la scena che si presentava ai curiosi era simpatica e misteriosa. Il forestiero, ormai da tutti chiamato ò breante di Votorale, lasciava il bastardino libero dalla fune che lo teneva legato e aspettava interessato. D’improvviso correva nella direzione del cane che era intento a scavare col muso e gli toglieva dalla bocca un coso nero, che pensavano una bacca secca caduta da un albero. Bisognava andare fino in fondo e capire bene la situazione, che assumeva sempre più un aspetto misterioso ed affascinante. Il Sindaco, avvertito della cosa, decide di mettergli alle costole un suo fidato. Per la prima volta dopo mesi, verso il calare della sera, la solitudine di Angelo Mele viene interrotta da un bussare discreto alla porta. Non è il solito giro dei carabinieri per controllare la sua presenza. Domenico Del Mauro entra nella misera stanza illuminata dalla tenue fiamma di un “ascistarulo” (lampada a petrolio), con fare deciso si presenta e spiega il motivo della sua visita.

- Abbiamo saputo della tua storia e in me trovi un estimatore ed un amico fidato. Ti ammiro per il tuo attaccamento al vecchio ordine delle cose e tutti i guai che hai passato rendono onore alla tua persona. Di fronte a tanti cascettoni che hanno rinnegato le proprie idee, tu hai preferito il confino al rinunciare alle tue idee, se hai bisogno di qualche cosa puoi far affidamento sulla mia famiglia. So che te la passi male, ma ti ho portato un po’ di patate e pane di granturco, sperando che possa servirti. Io lavoro tutto il giorno, ma la Domenica, se vuoi, puoi venire a trovarmi a casa al quartiere della Giudecca, per bere insieme un bicchiere di vino, quello buono fatto in casa.-
Angelo non sa cosa rispondere e lo accomiata con una gentilezza che pensava aver perso restando solo. Disteso sul letto, con lo sguardo rivolto al soffitto, cerca di far mente locale. L’unico pensiero è di non cacciarsi in altri guai, pensa che possa essere un trucco per incastrarlo definitivamente, ma nemmeno è pensabile che possa restare solo in eterno a pagare una colpa di cui non sa ancora farsi una ragione. Una notte, tormentata da incubi e ricordi ancora recenti, lascia il posto al canto dei galli in lontananza. Le campane della Chiesa annunciano la prima Messa della mattina e solo ora si rende conto che è Pasqua.
- Se Cristo è risorto, risorgerò anche io e potrò tornare a lo “Otrale” da mia moglie e i miei figli.-

Un pensiero a Vincenzo ancora in carcere e poi verso la montagna a dimenticare il presente. Domenico Dello Mauro sembra camminare distratto e senza una meta, ma appena scorge in lontananza Angelo si avvicina e gli chiede se può accompagnarlo. Si avviano verso il Laceno e dopo un’ora di buon cammino si riposano all’ombra di una quercia vicino alla sorgente di acqua, alla quale si dissetano. Angelo,quasi intuendo i pensieri del compagno, gli spiega senza domanda che passa il tempo a cercare taratufoli, frutti neri che stanno sotto terra fino a mezzo metro e che danno una puzza incredibile, ma che sbucciati sono prelibatissimi da mangiare. I cani sono adattissimi a cercarli per il loro grande fiuto, ma i migliori cercatori sono i maiali e i cinghiali. Domenico resta interdetto e imbarazzato, ma segue il compagno nella ricerca. A metà giornata si ritrovano di fronte ad una ventina di tuberi neri, lucenti, vellutati e duri, che emanano una ripugnante puzza di zolfo.
Al gesto di Angelo di volergliene donare qualcuno, Domenico con una smorfia rifiuta e tornato in paese corre dal Sindaco a spiegargli l’accaduto.
Il Sindaco, per niente sorpreso, gli spiega che è vero il fatto dei tartufi e che più di cento anni prima, e precisamente nel 1734, i notabili di Bagnoli dell’epoca avevano portato una cesta di quei frutti al nuovo Re del Regno di Napoli Carlo III, in occasione della sua venuta in Avellino, ma che poi nel corso degli anni la pratica della ricerca era andata scemando fino a perdersi del tutto. Anche perché il Re non si era mostrato molto disposto verso il nuovo alimento. Ora il fatto che o’ breante di Votorale li cercasse non aveva nessuna importanza e non rappresentava nessuna novità di rilievo.
Il discorso del Sindaco non va giù a Domenico che decide di andare fino in fondo e cercare di provare a mangiare qualche tartufo. Detto fatto, anche grazie alla disponibilità di Angelo, dedicò molte delle sue domeniche alla ricerca del nuovo fungo e nelle discussioni serali davanti al fuoco incominciò a far interessare della cosa alcuni amici. Nel tempo i cercatori aumentarono di numero e i tartufi divennero oggetto di regali da portare a Napoli o ad Avellino per medici o avvocati o sacerdoti amici. Arrivò il giorno in cui Angelo finì il suo confino a Bagnoli e nell’accomiatarsi dai molti amici che si era creato provò un senso di tristezza diverso dalla rabbia che aveva in corpo all’arrivo. Era il dispiacere di lasciare tanta brava gente che lo aveva rispettato e che ogni giorno lo aveva fatto cenno di saluto al passaggio. Sapeva anche che non sarebbe mai più ritornato in quel paese, anche se vicino al suo, per tagliare definitivamente ogni legame con un passato che voleva ad ogni costo dimenticare. Non si rendeva conto di andare incontro ad un futuro pieno di amarezze e dispiaceri, in una Volturara che non gli avrebbe mai perdonato il fatto di essere stato un brigante, come Cicco Ciancio o Pagliuchella, e che da lì a qualche anno sarebbe partito per l’America, per annullarsi nel dimenticatoio del tempo.

 

VIVA A CHI?  BRIGANTI E NOTABILI

 

                             GLI STATI SOCIALI

La nuova classe                                                                                                                                 Il 4 Dicembre 1806 è una tappa fondamentale nella storia dei Comuni, che fino ad allora si chiamavano Università. Con l’arrivo dei Francesi nel Regno delle Due Sicilie e la fuga di Ferdinando di Borbone a Palermo, in questo giorno con una Legge viene posto termine al Feudalesimo.

I possedimenti del feudatario di Voltorara, che era il Marchese Francesco Maria Berio di origine genovese, passano al Comune. Viene istituito il primo Consiglio comunale. Il Sindaco è Giuseppe Savina, fratello del sacerdote Pasquale, vice parroco del paese.

Gli eletti sono Giuseppe Masucci fu Luca e Giovanni Marra di Giuseppe.

Il primo Consiglio Comunale (decorionato) è composto da Carlo Pennetti, Nicola Di Meo, Nicola Pasquale, Domenico Raimo, Nicola Di Marino, Angelo Di Marino, Giacomo Raimo, Nicola Di Cristofano, Matteo Picone analfabeta, Segretario Nicola Pennetti.

I possedimenti, ormai divenuti comunali, vengono dati in fitto a chi economicamente può permetterselo, perché il Comune ha bisogno di soldi per sanare il Bilancio. Poche famiglie che mettono il monopolio sulla gran parte dei terreni e dei boschi da tagliare.

Nasce una nuova classe dirigente, definiti grandi affittuari, che a loro volta, non potendo gestirli in prima persona, li affittano “alla parte“ ai piccoli coloni, che li coltivano chiamando a lavorare la sterminata e poverissima schiera dei “bracciali”, ai quali tocca l’unico guadagno di un pasto o di una manciata di sementi o ancora una “pizza” di pane di granturco da portare ai figli affamati. Negli anni i grandi affittuari, gestendo il potere amministrativo in prima persona, comprano dal Comune con pochi ducati, o spesso senza niente, interi appezzamenti di terreno, che entrano a far parte del loro patrimonio familiare, diventandone usurpatori. Centinaia di cause contro il Comune per mantenere un possesso troppo spesso illegittimo, ma quasi sempre vincenti per troppe connivenze o imposizioni. Chi tenta di rimettere qualcosa a posto viene bloccato, denigrato e isolato. Alla fine dell’Ottocento si giunge al paradosso che tutti i Consiglieri comunali devono ritenersi decaduti, perché tutti dichiarati usurpatori di terreni comunali.

Ogni tanto, per mantenere la calma sociale, si tenterà qualche quotizzazione dei terreni comunali, donandoli al popolo, come nel Luglio del 1861 in piena rivolta contro i Piemontesi, facendo apparire concreta la chimera del possesso dei terreni quotizzati. L’anno successivo, dopo parecchie epurazioni e sicuro controllo del territorio, la quotizzazione e la conseguente spartizione dei terreni tra i poveri viene bloccata e sospesa con cavilli burocratici.

 La prima vera quotizzazione sarà effettuata nel 1900, in pieno periodo di emigrazione verso le Americhe, quando Volturara si riduce in tre anni a due terzi della popolazione preesistente. Altre quotizzazioni saranno tentate senza successo negli anni ’30. E arriviamo all’occupazione delle terre del 1948, quando i comunisti di Volturara (Pupetto, Casieri, Sandruccio De Meo) con parte del popolo occuperanno le terre comunali, rivendicandone il possesso. Il Sindaco Renato Masucci, per non provocare disordini, concede di fare le graduatorie per l’assegnazione; ma quando vede che anche alcuni proprietari avevano presentato la domanda fingendosi poveri, blocca tutto e le tante dure lotte devono dichiararsi tutte perse. Gli stessi organizzatori dell’occupazione demoralizzati prendono quasi tutti la via dell’emigrazione, scomparendo per sempre da Volturara.

La sissantera, ovvero i Vip
La sissantera (la sessantina ) era la casta che contava in paese.
Far parte della sissantera era di pochi e ben scelti, in base al lignaggio ed al reddito. C’era chi vi faceva parte per eredità e chi vi entrava per meriti. Poteva partecipare alle decisioni che determinavano il futuro di tutti.
Occorrevano meriti speciali, come la Laurea, per poter essere ammessi ad essere considerato uno che contava nel paese, uno di fronte al quale il popolo doveva togliersi il cappello e chinare la testa in segno di ossequio. Trae sicuramente origine dalla lista politica degli eleggibili, creata dal 1806 nel periodo francese, per determinare chi poteva votare o essere votato nel decorionato (Consiglio comunale) in base o al titolo di studio o al reddito. Era il traguardo massimo a cui si poteva aspirare nella vita. Era composta da circa sessanta persone e si rinnovava ogni anno con decisione del decorionato, con entrate ed uscite che provocavano ricorsi e rancori verso il gruppo di maggioranza, il quale determinava in modo inappellabile le scelte. Si doveva aspettare il Sindaco successivo per avere la speranza di essere riammesso nella lista che determinava privilegi e rispetto.
Nell’aneddotica comune è rimasto famoso l’episodio di un forestiero che arrivato a Volturara chiese al primo incontrato quante persone perbene vi fossero in paese. La sua risposta, “siamo una sessantina”, determinò la dicitura sissantera e fece capire che chiunque poteva vantarsi di farne parte, fino a prova contraria.

Mezzecaozette (mezzecalzette)
Classe sociale volturarese tra i Don e i fessa. Chiamati così per le calze che arrivavano a metà gamba, erano i referenti dei notabili e vivevano alla loro ombra.
Costituivano un cuscinetto sociale, ed il rispetto che richiedevano ai bracciali era pari alla sudditanza che mostravano ai Don. Spesso accumulavano proprietà in modo lecito od illecito.  Mandavano i figli a scuola. La loro Laurea, il loro diploma o la tonaca del sacerdozio, significava il salto di qualità nella classe soprastante per le generazioni future, entrando così a far parte della sissantera.

 

La Cantina
In tutti i paesi le Cantine sono sempre state nei secoli un punto di incontro, dove viandanti e commercianti stanchi si fermavano per rifocillarsi e dissetarsi con del buon vino prima di rimettersi in viaggio. Pronti a scambiare quattro chiacchiere, facevano conoscere gli eventi e gli avvenimenti dei paesi vicini, rendendo i locali partecipi di situazioni politiche ed economiche interessanti e oltremodo importanti.

 A Volturara, paese lontano dalle grandi vie di comunicazione la Cantina era un luogo particolare, rionale, legata agli avvenimenti spiccioli della giornata, punto di ritrovo, forse unico rifugio per il popolino, per gli sfaticati, o per chi, dopo una giornata trascorsa ad ammazzarsi di fatica in campagna, voleva fare due chiacchiere bevendo senza freni o controlli. Ogni via aveva la sua Cantina e ogni Cantina serviva agli abitanti del rione stesso, quelle della Piazza invece erano per tutti e per i pochi forestieri che, di passaggio, volevano assaggiare un pezzo di baccalà in umido o un soffritto di carne (la Piattella), innaffiati da un vino che prometteva una provenienza pugliese e che scendeva a barili interi. Una padrona di casa gentile ma risoluta, indaffarata a tener sotto controllo, nel fumo e nelle bestemmie, un miscuglio di odori e di caratteri che mettevano a dura prova ogni capacità di sopportazione. Partite a carte interminabili che finivano “a sotto e padrone” con qualcuno da mandare “all’urmo”, cioè a non farlo bere, che era una scusa per scolarsi svariate bottiglie di vino tutto d’un fiato. Personaggi che entravano sobri e ne uscivano a notte fonda completamente ubriachi, dopo aver scolato litri di vino, dimenticandosi di mogli e figli, pronti poi ai primi albori dell’alba a rimettersi la zappa sulle spalle e andare a lavorare come se niente fosse successo. Una mentalità, un modo di essere che era accettato anche in famiglia con rassegnazione o forse per evitare botte rabbiose. Soppiantate dai Bar, dal dopoguerra in poi le Cantine sono andate diminuendo nel tempo, fino alla botta finale e decisiva del terremoto del 1980, che ha consegnato alla storia solo il ricordo della loro esistenza. Le nuove normative igienico-sanitarie hanno creato i ristoranti, ma a un osservatore attento non sfugge alla vista di persone che, appoggiate al bancone senza attardarsi a pranzare, passano intere ore a scambiarsi quattro chiacchiere tra un bicchiere di birra e l’altro.

 

1887. Volturaresi, la Piazza è la rovina del paese

In un pubblico discorso nel 1887, Antonino Del Vecchio Regio Commissario Speciale inviato a Volturara per risanare il bilancio, parlando dei Volturaresi diceva

“Nelle infime classi popolari, nel villico che lavora e produce, lo dico con sicura coscienza, la pubblica educazione è molto più innanzi che negli alti ceti sociali. Nella classe che si intitola civile, parlo di pochi, il contatto assume un’attitudine di esplorazione e una diffidenza affatto giustificata. I naturali del luogo si lacerano a vicenda: non c’è fama incontaminata che non si tenti di maculare, non vi è condotta onesta che non si denigri, non uomo politico la cui fama non sia lacerata da malignazione. La insinuazione poi è un vizio predominante di questo paese e vi lascia nel cuore un senso di disgusto. Signori, è tempo che cessi questo sconvolgimento di senso morale. Vi muova a pietà l’onore del natio loco.

Se questo onore paesano vi è caro, insorgete tutti a combattere questo pernicioso sistema. Riabilitare nella stima della Provincia il Comune di Volturara e operate in modo che gli uffici pubblici al solo nome del vostro paese, non si preoccupino, né guardino con diffidenza gli atti che partono da voi. Se non fosse per pochi mestatori, che invece di lavorare se ne stanno sotto il Tiglio maestoso dell’unica vostra Piazza, colla predominante idea di addentare tutto e tutti, e coll’evidente scopo di pescare nel torbido, specialmente nei negozi municipali, in Volturara si potrebbe vivere una vita tranquilla”.

 

Dello stare in piazza

Ci sono sempre state due Volturara. Una fatta da persone senza stimoli, con un tira a campare senza fregarsene di niente, tra zappa e vino, senza scocciare e senza voler essere scocciati nel proprio microcosmo e l’altra fatta di voglia di emergere, di primeggiare o perlomeno di “stare in mezzo” e partecipare per criticare ogni iniziativa.
I primi hanno sempre odiato la Piazza, gli altri stanno sempre e solo in Piazza per i loro scopi , in un passeggio avanti e indietro in cui vengono stritolati situazioni e persone, problemi e famiglie. Se vuoi stare in mezzo, figlio mio, devi imparare a sopportare le loro fesserie, tanto tre più tre in piazza non fa mai sei, ma zero. E ogni volta che comanda uno, si alleano con il suo avversario, per poi lasciare anche quest’ ultimo appena diviene vincitore, in un gioco perverso in cui credono di fare corrente di opinione e di essere superiori a tutti. E le mogli a sgobbare da mattina a sera, pur di aver il proprio uomo in Piazza, seguace fedele di una o dell’altra famiglia importante, per ottenere qualche favore o pezzo di terra da coltivare “alla parte”, Hanno sempre bisogno di essere sudditi di una o dell’altra corrente per appoggiarla incondizionatamente nelle sue malefatte nella gestione del bilancio comunale. Pronti a gongolare in caso di vittoria del loro referente o soffrire e criticare in caso di sconfitta. O vincono o perdono, senza sapere che restano fregati sia nel primo che nel secondo caso, vittime di marpioni che una volta saliti sul Comune si spartiscono la torta, protetti da referenti esterni a livello provinciale, di cui sono amici personali ed ai quali portano regalie periodiche per vincere questa o quell’altra causa, abbiano o meno ragione.
E’ il gioco della vita, che qui da noi purtroppo assurge a livelli insopportabili. La troppa ignoranza e saccenteria, unite a malignità ed individualismo esasperato, determinano un’arretratezza unica in Provincia. Più ignoranti sono e più si credono padreterni. Per migliorare la situazione bisogna partire dalla scuola e dalla Chiesa, ma senza insegnanti o catechisti volturaresi.

                                                           

Carlini e Cavalli                                                                                                                         Nell'Italia preunitaria il Ducato era una delle monete del Regno delle Due Sicilie. Il Ducato era diviso in 10 Carlini, ciascun Carlino in 10 Grana, ciascun Grano in 2 Tornesi e ciascun Tornese in 6 Cavalli. Esistevano multipli in oro e frazioni in argento.

La guerra dei due Pennetti                                                                                                           Dall’inizio del ‘700 i medici erano due, Don Antonio e Don Gaetano Pennetti, che si prodigavano in un ambiente povero, misero, senza il minimo necessario, in condizioni precarie, specie in occasione delle tante epidemie che mietevano vittime a decine.

Gaetano e Antonio. Cinquanta ducati ciascuno e tutti contenti.                                                                                                      Nel Settecento a Voltorara c’erano due medici condotti Gaetano Pennetti ed Antonio Pennetti, quest’ultimo zio di Padre Alessandro Di Meo, i quali prendevano come stipendio cinquanta ducati ciascuno. I due Pennetti figurano esser legati da parentela, in quanto cugini.

La guerra dei due Pennetti. Giuseppe contro Andrea.                                                                                             Ove si parla della medela (Condotta medica) di Volturara e della guerra tra i due medici condotti dottori fisici. Giuseppe Pennetti ( 1752-1822), figlio di Gaetano ( 1707-1780), contro Andrea Pennetti ( 1749-1818), figlio di Antonio( 1704-1771).
Una storia di altri tempi, dimenticata come milioni di altre storie, ma utile a farci conoscere e capire un periodo di cui non abbiamo molti documenti.
Su tutto il rapporto di Carlo De Marco del 1796, dal quale si evince un clima socialmente teso, con amministratori e Sindaci facinorosi delinquenti. Con capipopolo capaci di manipolare il voto dei consigli comunali (si chiamavano Parlamenti), svolti in Piazza, ove i banditori pubblici chiamavano a raccolta i capifamiglia su argomenti che interessavano la Comunità. Il Comune si chiamava Università e così sarà chiamato fino al 1806.
La famiglia dei Pennetti, con due medici (Giuseppe e Andrea), due avvocati (Vincenzo e Nicola), un notaio (Carlo) e diversi sacerdoti, condiziona le scelte di tutto il paese, facendo eleggere i Sindaci a seconda dei propri bisogni e tornaconti, con guerre di carta bollata infinite e senza esclusione di colpi.

Medico condotto per diritto ereditario.
Alla morte di Antonio, nel 1771, subentra il figlio Andrea, senza deliberato del Parlamento dei capifamiglia, ma percependo sempre cinquanta ducati.
Ma alla morte di Gaetano, l’altro medico condotto, Andrea, approfittando del Sindacato di un suo cugino, pretende, avendo grossa considerazione di sé e credendosi un nuovo Esculapio, tutti i cento ducati, con la scusa che la popolazione dei pazienti da seguire era raddoppiata, essendoci ora un sol medico, lui medesimo.
La questione sembra finita e definita quando nel 1779 Giuseppe riceve la condotta, che era stata di suo padre Gaetano, affiancando Andrea. Abbiamo di nuovo due medici condotti, prendendo cinquanta ducati l’uno.

Andrea contro Giuseppe.

Invece subito Andrea e Giuseppe prendono a scannarsi. Ne1780 Andrea Pennetti, ritenendosi più valido ed esperto del collega Giuseppe, pretende uno stipendio maggiore e la scelta di un collega anche esterno, se Giuseppe non risulta di suo gradimento, o in alternativa restare solo e prendersi duecento ducati. Giuseppe fa ricorso contro le pretese di Andrea.


Nel 1781, in pubblico Parlamento in Piazza, il Sindaco Nicola Di Feo concede al dottor Andrea Pennetti, di cui è cugino, ducati centocinquanta all’anno, mentre il dottor Giuseppe Pennetti riceve solo cinquanta ducati all’anno, stante la sua “tenue abilità e inespertezza”. Il segretario comunale è Nicola Pennetti, fratello di Andrea. In Parlamento Michele Masucci si oppone e chiede che ai due medici vengano dati cento ducati ciascuno, ma la sua proposta viene respinta. Inizia un contenzioso che durerà più di venti anni. Manco a dirlo, Giuseppe impugna il deliberato.

Nel 1783 il tribunale della 3° Ruota decide che i duecento ducati devono essere divisi in tre parti, di cui due parti ad Andrea Pennetti, ducati 133 grana 33 e cavalli 4, perché ritenuto più esperto e una parte a Giuseppe Pennetti, ducati 66 e cavali 8.

Peraltro, in un documento del 1786, Carlo De Marco, rivolto al Caporuota Basilio Calmieri, sostiene che Voltorara da dodici anni è stata in mano di gente facinorosa contro le leggi e gli ordini di Sua Maestà e alla Signoria Vostra, ma che finalmente ha deciso darsi il possesso per questo anno alli governanti fortunatamente eletti tra le persone per bene e che per riparare all’avvenire convenga escludersi dai Parlamenti tutti coloro che sono stati servi della pena e li malviventi ed inquisiti tutti, colli loro congiunti consanguinei e affini sin al quarto grado e vedersi e rivedersi con precisione rigore e zelo li conti da dodici anni in qua, tolti i cavilli e dilazioni.

Dieci anni dopo. Cento ducati a testa.

Siamo al 1793, Domenica 1 Settembre. Dopo dieci anni si riparla del problema. Ci risiamo con Giuseppe Pennetti e Andrea Pennetti, medici condotti in lite.

Non inferiore alla Atene di Pericle, Volturara chiama in Piazza il popolo, quando è l’ora delle decisioni.
Il Parlamento pubblico in Piazza, chiamato il Sindaco Lodovico Petito con il I eletto Michele De Cristofano, il II eletto Giuseppe Mele e il III eletto Pietrangelo Di Meo, decide che i due medici condotti Giuseppe e Andrea Pennetti debbano ricevere 100 ducati a testa. Andrea Pennetti accusa il collega di aver fatto eleggere a Sindaco Lodovico Petito, un uomo cha non poteva a tal carica aspirare, perché da poco tempo era uscito dalla regia Galea (carcere) a piano di infiniti altri acciacchi. Costui nel primo giorno da Sindaco, il 1 Settembre, uniti con sé pochissimi cittadini aderenti convocò Parlamento, col quale conchiuse che darsi si fussero anche al dottor Giuseppe cento ducati.

 

Ma Andrea si piglia tutto.
Manco a dirlo, nel 1794 Andrea Pennetti non riconosce il deliberato del Parlamento dell’Università di Voltorara e si prende anche gli altri cento ducati del collega e parente, “con orrore e scandalo universale”.
Giuseppe denuncia Andrea, affermando che non solo non cura i cittadini, ma si fa anche pagare da loro per le prestazioni professionali prestate e che spesso andandosene a zonzo nei paesi vicini lascia tutto il lavoro sulle sue spalle.


La questione arriva innanzi alla Real Camera di Napoli.

Nel 1794 anche la Real Camera di Napoli dà ragione a Giuseppe, Andrea si oppone.
Ma a Volturara nel 1795 il Sindaco Gennaro Petretta conferma i duecento ducati ad Andrea Pennetti, ammettendo che è più bravo di Giuseppe anche di fronte alla Real Camera di Napoli. Invano, perché la Real Camera, dove Giuseppe è difeso da Vincenzo Pennetti, conferma i cento ducati a testa ai due medici. Allora il dottor Giuseppe chiede la restituzione dei soldi che gli spettano e che il Sindaco per puro capriccio non vuole dargli.

Nel 1796, in una lettera alla Real Camera, Giuseppe fa la cronistoria del contenzioso, mettendo in cattiva luce Andrea e chiedendo la restituzione dei soldi che gli spettano, dal momento che Andrea, a suo dire, mai ha lavorato, lasciando sulle sue spalle tutto il peso di assistere l’intera popolazione volturarese. La Real Camera dà i due terzi ad Andrea ed un terzo a Giuseppe.

Scontento della sentenza di Napoli, nel 1797 Giuseppe decide di non curare più nessuno gratis e si nega ai malati. Andrea chiede tutti e duecento i ducati per sé.

Nel 1799 il Parlamento, convocato il 7 Settembre, con il Sindaco Nicola De Cristofano appena eletto e parente di Giuseppe, decide di dare a Giuseppe centotrentatrè ducati, carlini tre e cavalli quattro.
Andrea stanco di essere trattato come “uno schiavo venduto”, con lettera scritta al Sindaco si sospende dal servizio e presenta ulteriore reclamo alla Real Camera.

Ma nel 1801 nuovo colpo di scena!
Ritorna come Sindaco Gennaro Petretta, estimatore di Andrea e denigratore professionalmente di Giuseppe. Appena eletto il 27 settembre, convoca il Parlamento in Piazza e fa ritornare come medico condotto Andrea Pennetti con centocinquanta ducati, dando a Giuseppe solo settantacinque ducati.

E siamo al 1802.   

Nel Parlamento del 31 Gennaio 1802, il Sindaco Petretta, stanco della faccenda, licenzia tutti e due i medici. Cosicché “ il denaro che si dà ad essi s’impiegherà in usi migliori ed in sollievo della povera gente. E chi vuole il medico lo chiami a sue spese”.
Giuseppe denuncia il Sindaco, accusandolo di non fare il proprio dovere. Dai suoi comportamenti l’Università potrebbe “ ritrovarsi in danno irreparabile per saziare l’altrui privata ingordigia”. Il Sindaco risponde con una contro-denuncia, dando spiegazioni anche sulla sua attività amministrativa.
Giuseppe Pennetti, insieme all’Arciprete del paese Don Nicola Benevento, suo parente, porta alla Real Camera alcuni volturaresi a testimoniare la pessima amministrazione del Sindaco.

 E’ un anno movimentato. Ai volturaresi piace cambiare Sindaco spesso. Il 3 Ottobre il nuovo Sindaco Nicola Di Feo, soprannominato Colarazzo, in Parlamento pubblico decide di dare centocinquanta ducati ad Andrea e settantacinque a Giuseppe, minacciando il licenziamento in caso di ulteriori liti e di fare ricorso ad un medico forestiero. Giuseppe Masucci fu Luca, padre di Leonardo Masucci, vota per primo e invita tutti a votare come lui all’unanimità. L’unico che vota contro la proposta Masucci è Ferdinando Santamaria, definito un uomo del barone.
La reazione è immediata con una denuncia di Giuseppe Pennetti, in cui chiede la nullità dell’atto del Parlamento per diversi motivi, tra cui le minacce di Giuseppe Masucci, che viene definito prepotente e capopopolo.
Andrea ribatte che il voto del Parlamento è valido e che il Sindaco, accusato di omicidio e d’essere uomo di Capozzi nonché amico di Giuseppe Pennetti, è stato costretto a riprenderlo in servizio a voce di popolo ed invita la Camera Regia a far licenziare Giuseppe. Questo Capozzi. di cui altro non si trova nelle cronache, doveva essere un mestatore prepotente.

La causa viene discussa nel 1803. La Camera Regia se la prende calma.
All’ultimo momento gli avvocati difensori dei due medici decidono di presentarsi davanti alla real Camera, ma si avvalgono della facoltà di non rispondere. La storia continua per anni senza un verdetto definitivo. Giuseppe Pennetti muore il 4 Agosto 1822, scosso per la morte avvenuta nel 1817 dell’unico figlio maschio Gaetano a 23 anni. Nel 1819 il fratello sacerdote Francesco Saverio lo definisce in non retti sensi, perché smemorato. Delle tre figlie due si sposano una a Cassano e l’altra a Montella, mentre la terza Teresa sposerà Luigi Di Meo , medico,Sindaco nel 1820,’21 e ‘22 , acceso carbonaro che verrà penalizzato nella repressione degli anni venti. Con lui finisce il ramo di Gaetano Pennetti,essendo anche un altro fratello Alessandro sacerdote e non avendo figli nemmeno l’altro fratello Vincenzo,famoso avvocato a Napoli. Costretto a rincorrere per una vita uno stipendio che sia uguale a quello di Andrea l’altro medico condotto, che accusa di prepotenzai superbia e poco impegno nel lavoro, attacca vari Sindaci (Gennaro Petretta, Nicola Di Feo, Nicola De Cristofano) che non vogliono riconoscergli l’assiduità nel lavoro e l’equità di stipendio. Aiutato dal fratello avvocato Vincenzo,  porta decine di cittadini, compreso l’Arciprete Nicola Benevento, a Napoli davanti alla Regia Camera per dimostrare la bontà delle sue tesi, quasi mai riconosciute.
Andrea Pennetti, celibe, zio di Don Dottore PietroAntonio ( 1836 - 1918) e Gerardo( 1829-1905). Dalla travagliata storia della sua condotta medica esce la figura tipica del buon medico volturarese che conscio delle sue qualità assume l’atteggiamento del superuomo, che deve essere cercato per la sua professionalità e rispettato per la qualità di lavoro. Non esita a farsi pagare dai malati, nonostante che l’essere condotto lo proibisce, né esita a farsi aspettare dagli stessi per essersi recato in altri paesi vicini o chiamato per lavoro o per semplice divertimento, né tanto meno esita a mandare tutti al diavolo se osano paragonarlo al cugino Giuseppe del quale si crede nettamente superiore. Pretende il triplo dello stipendio del collega e trova diversi Sindaci, che a torto o a ragione lo assecondano, anche perché il fratello Nicola, cancelliere comunale per tutto il secondo Settecento fa il bello e cattivo tempo sul Comune che si chiama ancora Università. Non esita a dare del delinquente al Sindaco Lodovico Petito che nel 1793 divide in due parti uguali lo stipendio della condotta medica tra lui ed il collega Giuseppe.
Alla fine uno dei tanti episodi di ripicche e vendette, di cui è stata sempre piena la storia di Volturara.
Una storia simile si vivrà a Volturara nel dopoguerra del XX secolo.

I pazienti volturaresi non avranno sofferto troppo di questa guerra tra dottori. La scienza medica dell’epoca è tutta affidata alla abilità ed esperienza personale del medico, doti assai scarse di regola nei medici  del paese. I dottori raramente sono tali per vocazioni e abilità naturale. Di solito la famiglia lo ha spinto, se non costretto, a fare la scuola di medicina a Napoli, avendo già in casa preti e avvocati. Lo studente si è trascinato di esame in esame, finché i docenti, stanchi di vederlo e sollecitati da amicizie e regalucci, gli hanno messo in mano il famoso pezzo di carta da incorniciare e appendere al muro dello studio. Quando non si tratta di malattie palesi e note, come il vaiolo e il tifo, il dottore non sa che pesci pigliare e si attacca all’indigestione o all’etilismo, avendo le statistiche dalla sua parte. I malati ben poco si fidano della sua scienza e sanno che un buon medico mai verrebbe a esercitare tra queste montagne e tra questa gente. Per cui è assai diffusa la stregoneria, con le commari che applicano impiastri di varia natura. Questo stato di cose si protrarrà fin dopo la Seconda Guerra Mondiale.

 

Causa che dura quattro generazioni                                                                                  Prestito al Sindaco Mattia de Cristofano, con causa che dura quattro generazioni.
Una causa lunga cinquanta anni attraverso quattro generazioni per prestiti avuti da Mattia De Cristofano di Vincenzo, negli anni 1739-1748-1751, da parte di Salvatore e Bartolomeo Di Donato, una famiglia di notabili atripaldesi, conosciuti per essere arroganti e prepotenti. Mattia aveva chiesto i prestiti quando era Sindaco di Volturara per far fronte alle spese di gestione. Ne pagano le spese prima il figlio Domenico con suo fratello sacerdote Don Sebastiano e poi il nipote Mattia, figlio di Domenico. Mattia nipote a fine secolo deve ancora rispondere del debito all’amministratore dei beni degli atripaldesi, anche loro ormai deceduti da anni.
Mattia viene condannato nel 1792 a pagare 170 ducati al Barone Nicola M. Belli amministratore dei beni degli atripaldesi. Nello stesso anno muore lo zio sacerdote Don Sebastiano, lasciando Mattia unico erede delle sue proprietà. Mattia fa ricorso adducendo di  aver ereditato quasi niente dal nonno. Il tribunale nel 1798 nomina due esperti delle cose di campagna, di nome Benedetto Masuccio e Domenico Mele. Nel 1803 Mattia muore. Il Barone se la prende con i figli di Mattia, pronipoti del debitore originale. Nel 1805 viene messa in vendita la masseria ed altre proprietà dei De Cristofano. Nessuno compra.

 

                                    

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

 

                   preti, bestemmie e abiure 

 

Fine ‘700. Il Vescovo di Montemarano contro il Clero di Voltorara
Onofrio Maria Gennari, nativo di Maratea, fu l’ultimo Vescovo della Diocesi di Montemarano, che comprendeva Volturara, Castelvetere e Castelfranci. Eletto da Papa Clemente XIV, vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1805, nonostante ripetute richieste, mai accettate, di trasferimento in altra sede, per motivi di salute legati all’altitudine che gli procurava fastidi. In verità ebbe continui contrasti con il Clero di tutti i paesi della Diocesi e in particolare con il Clero di Volturara, che allora comprendeva trentadue elementi.
La querelle riguardava una antica usanza, secondo la quale il Clero di Volturara doveva partecipare in toto alla processione di San Giovanni, che si teneva ogni anno in Montemarano nel mese di Agosto. L’usanza, abolita intorno al 1750 dal suo predecessore, il Vescovo Passante, fu ripristinata nel 1790 con tanto di decreto Reale e provocò contrasti in seno al Clero di Volturara, che si spaccò in due tronconi con 19 favorevoli a Onofrio Mari e 12 contrari.
Il Sinodo diocesano del 1791 mise in evidenza in modo palese questo strappo con gli oppositori, i quali dichiararono pubblicamente di essere stati maltrattati dal Vescovo in occasione della processione di San Giovanni di quell’anno, minacciando di far ricorso al Re contro le decisioni del Sinodo, anche se tre di loro, pur rimanendo in contrasto col Vescovo, ritirarono la loro adesione al fare ricorso al Re. I diciannove preti favorevoli a Onofrio, con in testa l’Arciprete Don Nicola Benevento, ribadirono la loro fedeltà al Vescovo, dicendo pubblicamente che, durante la citata festa e processione di San Giovanni, erano stati trattati in modo gentile e garbato, e che erano stati ospiti nel Convitto ecclesiastico, mangiando cibi scelti, preparati nella cucina del palazzo vescovile, e che al ritorno a Volturara avevano lodato l’operato del Vescovo nei loro confronti, mettendo in evidenza l’accoglienza ricevuta ed esaltando in modo particolare il pranzo, che era stato abbondante per qualità e quantità.
Il ricco menù comprendeva:
buona minestra, con bollito di carne vaccina e di agnello frameschiato
ragù impasticciato dell’istessa carne di agnello
formaggio e frutti con ottimo pane e miglior vino.


Le incomprensioni e i rancori continueranno negli anni, acuendosi nel 1799, quando il Vescovo, come pure il Sindaco di Volturara, viene accusato di essere amico dei francesi e l’anno dopo deve discolparsi di fronte al tribunale per aver accettato dal popolo la carica di Presidente della Municipalità. La causa si chiuderà solo nel 1802 con assoluzione piena.
Il Vescovo Gennari morirà nel 1805 e da allora non venne nominato altro vescovo a reggere la Diocesi di Montemarano, per motivi di opportunità. Solo nel 1818, per essere troppo piccola e priva di seminario, verrà aggregata alla Diocesi di Nusco fino alla fine del ‘900.

Al tempo del vescovo Onofrio i medici erano barbieri, i notai erano gli unici a sapere leggere e scrivere. Ai notai tutti si rivolgevano per comprare un fondo o per donare, prima di morire, un pezzo di terra alla Chiesa in cambio di un posto in Purgatorio o in Paradiso con messe periodiche in suffragio della loro anima. Era un piccolo mondo di povertà e di miseria, che vedeva nell’aldilà un mondo migliore di questo, da raggiungere al più presto per porre fine alle sofferenze quotidiane.

I preti, salvo rare eccezioni, erano vampiri in attesa del malato di turno che lo gratificasse di una donazione in vita e post mortem. Capitava qualche volta che al letto del moribondo il prete si avvicinasse il più possibile, chiedendogli se volesse donare i suoi beni per una messa perpetua in memoria della sua anima, mentre con la mano dietro la nuca gli alzava la testa in segno di assenso e il gioco era fatto. Un’altra anima aveva contribuito al patrimonio ecclesiastico. D’altronde il prete valeva come garante legale dell’atto, che veniva trascritto, con la testimonianza del sagrestano, nell’apposito registro ed era valevole a tutti gli effetti di legge.

 

Un momento difficile

Alle ore 16 del 25 Marzo 1814, l’Arciprete Don Nicola Benevento muore di broncopolmonite, dopo 41 anni nell’arcipretura.
Il suo vice Don Pasquale Savina, oratore famoso in tutta la Provincia, gli dedica un discorso di addio commovente e pieno di significati, come si usava fare una volta, quindi ne prende il posto come Arciprete.
Il paese per una volta ha una persona giusta al posto giusto, in un momento difficile dove tutti girano armati o in compagnia di altri, per paura di essere rapiti dai tanti feroci briganti che infestano le montagne.
Dura lo spazio di una primavera, finché una sera, ritornando a casa dopo la messa, Don Pasquale se li trova davanti all’uscio. La paura per un uomo mite come Don Pasquale determina uno brutto scherzo. Cade stecchito ai loro piedi.

 

 

 

1875. Prete mandante di omicidio

 “Dove lo trovate, lo prendete”, con queste parole si rivolge al brigadiere dei Reali Carabinieri recatosi a casa sua per arrestare il fratello Alfonso, autore di un omicidio nella Piazza di Volturara alcuni minuti prima, con la voce del popolo che mormorava il suo nome come mandante.

Se ci aggiungiamo che tre mesi prima era stato fatto segno da un colpo di pistola alle spalle da uno rimasto sconosciuto, e che due anni prima aveva sfidato a duello Don Luigi De Meo, reo di essere stato scelto al suo posto come maestro di scuola superiore, minacciando di “prenderlo a palate”, ci facciamo un’idea di che carattere fosse il sacerdote Don Alessandro Petito

(1833-1884) .

Né si possono dimenticare le due sospensioni a divinis da parte del Vescovo, nel 1858 e nel 1863, per essersi recato più volte a Napoli senza il permesso del Parroco. Eppure, come maestro di scuola e quindi educatore, doveva essere un punto di riferimento di comportamento e di azione. D’altronde la storia dell’omicidio è una storia complessa con colpi di scena e testimoni falsi, che mettono in luce un paese dove la vita non era facile, dove chiunque avesse un ruolo lo usava per gestire potere personale con arroganza e spesso con prepotenza. Don Alessandro era in definitiva uno dei tanti preti che, invece di scegliere l’abito talare per dedicarsi alla parola di Dio, usava il suo stato per avere una vita agiata e piena di privilegi.

E non erano pochi i sacerdoti che si rendevano colpevoli di reati gravi. Il  tempo ha cancellato dalla memoria molti episodi, ma quanti di loro furono arrestati per l’impegno politico, per reati comuni, per liti, per tentati o riusciti omicidi.

In definitiva però la lezione che riceviamo è che queste storie mettono in evidenza, e con grande risalto, le figure di altri uomini di fede come Alessandro o Giuseppe De Meo: fulgidi esempi di cultura e disponibilità verso gli altri, che hanno portato nelle loro prediche o impegni la parola di Dio senza secondi fini, ma solo per fede incrollabile.

 

L’amante del prete nel 858
Avendo pienamente verificato che il sacerdote Don Giovanni de Cristofano persevera nello illecito attacco colla donna Fortuna Discepola, la quale vive da serva in casa di Gelsomina Benevento, perciò a mettere codesto sacerdote nel dovere di edificante ecclesiastico ella lo sospenderà dalla celebrazione della messa e gli intimerà di recarsi tra i Riformati di Montella fino a nuovo ordine.

 

Sacerdote spara nel 1894

Il sacerdote Don Antonio Candela il 28 Settembre 1984 ferisce a colpi di pistola Costantino Santoro. Il Santoro, benché ferito, gli si avventa contro. Nella colluttazione che ne segue l’ecclesiastico riporta la frattura di un braccio e colpi di bastone alla testa. Il 29 Maggio 1895, Don Antonio viene condannato a quattro mesi e dieci giorni di carcere rigoroso.
Il 9 Novembre 1897, su invito della Curia di Nusco, Don Ermenegildo Marra comunica a Don Antonio Candela la cessazione della sospensione a divinis e la riabilitazione, con la promessa di una condotta di vita irreprensibile.
Fu Maestro nella scuola per oltre un ventennio.

 

Il Parrocchiano                                              

Don Riccardo Carluccio (1869–1948) Parroco della Chiesa dell’Immacolata Concezione, alla Pozzella, aAbitava al vico Benevento II, che da lui prese il nome de L ’Arco del Parrocchiano.

Espressione pura della commistione tra sacro e profano, egli sapeva unire ai doveri ecclesiastici una salutare inclinazione alle donne. Come molti preti di Volturara, aveva amante e figli; se lo ricordano ancora quando andava alla Cerreta con l’amante sulla sua carrozza, coperta d’inverno ed aperta d’estate, trainata da un cavallo bianco.

Aveva un fratello Salvatore, celibe, cui voleva far sposare una donna per poi prendersela in casa per ovvi motivi. Il fratello non volle mai. Alla fine donò tutti i suoi averi, non ai numerosi nipoti,ma ai monaci che rivendettero ai privati. Un suo figlio Michele partì negli anni ‘50 per l’Argentina.

Come per ogni volturarese che combinava qualcosa anche per lui c’era una canzone:

“Carrozza,carrozzella

Passa uai ( guai ) Aitanella”

Aitanella ( Gaetanella) era una ragazza di Montella che lavorava in casa di Don Riccardo come serva.

L’Arciprete che ha trecento anni
Don Alessio Lepore non è un Arciprete, è l’Arciprete!
Lo ha fatto per trecento anni, senza apparire, con discrezione. E’ morto irrimediabilmente e per sempre nel 1971. Iniziò nel 1725 nato da Costantino Lepore fino al 1800. Ricominciò dal 1801 ed era figlio di Pietro Lepore e di Domenica Luciani, dai quali era nato nel 1771. Durò fino al 1842. Ma l’anno prima era nato da Giuseppe e da Francesca De Cristofano, ed esercitò la carica fino al 1931. Da allora, figlio di Costantino e Maria Picardi, esercitò fino al 1971. Dopo la sua morte nessun Arciprete paesano e nessun prete paesano, in un paese dove ogni famiglia di notabili aveva avuto fino ad allora uno o più sacerdoti sempre presenti. Secoli di presenze forti, qualche volta ingombranti, sempre comunque punti di riferimento dei loro familiari, che sono cresciuti economicamente e culturalmente sotto le loro ali. Potere spirituale e temporale di pari passo, con pochi sbagli e molte imposizioni sugli altri. Chi non cercava di fare un figlio prete?  Secoli di aspirazioni per crescere nella scala sociale, immobile nella solita e sempreterna “sissantera”. Quanti figli o “nipoti” divenuti ricchi e importanti per lasciti sostanziosi o per studi facili nei seminari più in voga.

Le chiese erano cinque fino al 1856. Da quell’anno si aggiunse un’altra chiesa alla Pozzella,fonte di polemiche e di imbrogli per anni, dedicata all’Immacolata Concezione. Misero la legge che i morti della Pozzella non potevano essere presi ed accompagnati al Cimitero dai preti delle altre chiese. Era un modo per far campare il parroco di turno.

Mannaggia l’anima di chi ti ha creato

Anno 1858. Giovanni Marino arrestato per bestemmia.

Intorno alle ore ventidue e trenta del 22 Novembre 1858, nel largo della strada consolare, che da Montemarano mena a Melfi, Avellino e altrove, precise non guari (molto) lontana dalla taverna esercitata da Nicola Chiancone, un uomo dappoi liquidato per Giovanni Marino di Volturara, sacrilegamente eruttò la seguente bestemmia esecranda, dirigendola ad un compagno di lui, che standogli avanti, credeva ostacolarlo nel cammino col traino che guidava, “mannaggia l’anima di chi ti ha creato”, profferendola ad alta voce e al cospetto di molti individui.

Venne là per là arrestato il Marino e tradotto al carcere locale. Soggettato indi ad interrogatorio, protestò la propria innocenza.

Tre testimoni presenti all’accaduto lo narrano come dianzi. Dichiarando di avergliene udito la bestemmia “mannaggia l’anima di chi ti ha creato“ profferita dall’arrestato.

Altri la depongono per detto altrui nell’atto dell’arresto, sendosi trovati non guari lontani dal luogo del reato.

I vicini depongono che nel giorno dell’avvenimento non furon nella loro abitazione, laonde sepper la bestemmia per pubblico racconto. Eglino hanno casa accanto alla strada consolare e dicono che questa sia frequentata e sogliono rimanervi abitualmente persone riunite.

Gli individui che resero le dichiarazioni in margine distante furon spettatori del fatto, ma udirono unicamente “e come il Signor vi ha fatto così ……” dal labbro del prevenuto rivoltosi ad un suo compagno di viaggio, che col carro ostacolavagli il transito.

Le abitudini morali dell’impriggionato vanno plausibilmente deposte. Egli dacché subì condanna per complicità in un omicidio (son anni parecchi) non ha fatto mai osservare in contrario sulla sua condotta, che anzi è stato dal pubblico di Volturara, sua terra natale, ammirato per essersi unicamente dato al travaglio.

Attuatasi perizia sul luogo onde istabilire la sua pubblicità, se sia ovver no capace di abituale crimine, è risultato che il punto ove venne dilabrata la bestemmia è posto in mezzo la strada rotabile, ma al di fuori dell’abitato, quindi non solito a rimanervi l’abituale riunione d’individui.

Il catturante Carmineantonio Gambale non ha dati lumi per la maggiore accerto del vero.

I periti sotto giuramento affermano che non trattasi di un luogo pubblico, perché fuori dall’abitato di Montemarano.

 

I testimoni dichiarano.

Generoso Di Dio, garzone del tavernaro, chiama come testimone Gabriele Valentino di dieci anni, figlio di un trainante di Marigliano, che afferma di aver udito per intero la bestemmia.

Maria Todino, moglie del tavernaro, filatrice, afferma di non essere stata presente al fatto,ma di averlo udito da altri.

Costantino Fusco, trainante di Montamarano, dice le stesse cose.

Grazio Corso, domestico del tavernaro, afferma di aver udito solo la seconda parte della bestemmia.

 

L’imputato dichiara.

L’imputato Giovanni Marino trentaquattro anni fu Nicola, garzone di trainante al servizio di Michele Giammarino di Lacedonia, condotto davanti al giudice afferma di non aver bestemmiato, ma di aver detto solo “ma mò vuoi camminà, mannaggia l’aria toia”! (ma ti vuoi muovere, mannaggia l’anima tua).

 

Il giudice invita a deporre tutti i vicini del tavernaro, ma nessuno era presente al fatto.

Il Giudice chiede al Sindaco di Volturara, Gennaro Vecchi, notizie sull’imputato. Il Sindaco invia quattro persone dal giudice.

Michele Raimo fu Giovanni, ciglione, afferma che venti anni prima Nicola Raimo aveva commesso un omicidio, uccidendo Nicola Pasquale fu Salvatore. Condannato ed espiata la pena, era tornato al paese mantenendo una condotta irreprensibile, fino a che non era emigrato a Lacedonia intorno al 1850, prendendo moglie.

Serafino Marra di Giuseppeantonio, Alessio Risoli e Mattia De Feo fu Michele confermano la deposizione Il Giudice ordina ai periti Fabrizio Gambale fu Francesco di anni 73 e Don Giuseppe Todino un sopralluogo per stabilire se il luogo del fattaccio è pubblico o no.

Dai registri del tribunale di Volturara si evince che Giovanni Raimo la sera del 7 Novembre 1841 fu complice di Daniele Mele, che aveva ucciso premeditatamente a coltellate Nicola Pasquale, morto nei 40 giorni successivi.

Il Giudice ordina per il 29 Dicembre un confronto, mettendo Giovanni Marino in mezzo a tre individui quasi simili a lui e chiamando di nuovo i testimoni per il confronto.

Gabriele Valentino, Generoso di Dio, Orazio Corso, Giovanni Doto, Carmela Sullo lo indicano e lo toccano con la mano.

Il Giudice il 17 Gennaio convoca i periti, nominando altri tre periti nuovi per definire se il luogo del fatto era pubblico o meno.

I periti affermano che è strada pubblica, posta fuori dell’abitato, in aperta campagna e non di abituale riunione.

Il 26 Gennaio viene chiesto al Tribunale di Avellino di convalidare l’arresto dell’imputato.

Il 28 Gennaio 1859 la Gran Corte criminale di Avellino non accoglie la richiesta e ordina la scarcerazione dell’imputato.

Giovanni Marino per aver detto “Mannaggia l’anima di chi ti ha creato” si era fatto sessantasei giorni di carcere a Montemarano.

 

 Porca fottuta, stai attenta la prossima volta

1855. Empia esecrazione del sangue della Madonna in luogo pubblico in pregiudizio di Alessandro Volpe.

Nel giorno 28 Giugno ultimo, Michelantonio Marra, fu Giuseppe di Volturara, verso le 22 stando nella sua bottega di pizzicagnolo in questa pubblica piazza, venne in briga col paesano Alessandro Volpe, colà recatosi per farsi pesare della suola. Nel diverbio il Marra ingiuriò l’avversario di ladro, quindi proferì l’esecranda bestemmia “del sangue della Madonna col mannaggia”. Di questo fatto Alessandro Volpe se ne querelò, chiedendo la punizione del colpevole. Con altra dichiarazione pari del giorno 5 Luglio, il querelante Volpe dichiarò che per parte sua rinunziava alla querela avanzata contro Marra, rimettendo l’ingiuria sofferta; e riguardo poi alla bestemmia non aveva altre pruove a somministrare alla giustizia. La perizia, eseguita con l’intervento dei periti, del querelante e dei testimoni presenti al fatto, stabilì che il luogo ove fu pronunziata l’empia esecrazione è pubblico, perocché è una pizzicheria aperta al pubblico, ed ha comunicazione con la bettola che si tiene dallo stesso Marra.

Nel compilarsi istruzione acclarate la seguenti pruove:

I testimoni Antonio de Marino e Nicola D’Onofrio affermano di aver sentito la bestemmia dal Marra nella Pizzicheria.

Don Raffaele Gioiella, Antonio D’Onofrio e Alessandro Gioiella affermano di aver visto il diverbio, ma di non aver sentito la bestemmia.

Alessandro Volpe riferisce la sua versione dei fatti davanti al giudice e dice di essere entrato nella bottega per pesare della suola e che, avendo visto una piastra d’argento sul tavolo, scherzando l’aveva presa ed aveva chiesto al pizzicagnolo di cambiarla in spiccioli. Vedendo che il Marra era caduto nello scherzo, gli aveva detto che scherzava e che la piastra era sua  perché stava sul tavolo della bottega.

La reazione del Marra, che poteva essere di allegria, invece è piena di rabbia. Incomincia ad inveire contro il giovane chiamandolo ladro e bestemmiando, affermando di volerlo quasi ammazzare. Poi si scaglia contro la moglie apostrofandola con “porca fottuta, stai attenta la prossima volta“. Di qui la denuncia per bestemmia in luogo pubblico.

Giovanni Cianciulli e Michele Gioiella, chiamati a testimoniare, affermano che Michelantonio Marra è un pessimo soggetto, che il locale è sporco, che lo stesso è stato in galera per omicidio e per altri reati e che è un grosso bestemmiatore.

Richiamato a testimoniare Alessandro Volpe il querelante ritratta la denuncia, perché Il Marra gli ha chiesto scusa.

Nel continuare le indagini si verifica che Micheleantonio Marra nel 1846 fu accusato di detenzione di arma vietata con due mesi di prigione; nel 1848 assolto per ingiurie contro Agnese Benevento; 1851 danno volontario contro Don Raffaele Gioiella; 1851 ferite e percosse ai danni di Antonio D’Elia con 29 giorni di arresti domiciliari; 1854 assolto da danno forestale alla Cerreta.

Il 16 Agosto 1855 il pubblico ministero, visti gli atti, chiede l’arresto di Micheleantonio Marra.

Il 14 Settembre 1855 la Gran Corte Criminale di Avellino assolve l’imputato.

 

San Sebastiano sempre trafitto. Costretto alla abiura per poter emigrare
Il culto di San Sebastiano, martire con il corpo trafitto da una moltitudine di frecce, a Volturara Irpina si perde nella notte dei tempi. Tanti volturaresi portavano e portano questo nome. Nei secoli scorsi, ogni 18 Gennaio, la sua statua era portata in processione per le vie del paese con accompagnamento musicale e spari. In Piazza, dove adesso si erge la casa comunale, era intitolata una chiesa a suo nome. Ancora a suo nome era un Pio Stabilimento che amministrava un sostanzioso patrimonio; il quale nel ‘700 comprendeva la chiesa, Il Pio Ospedale dietro la Chiesa Madre, il Carcere affianco all’Ospedale, la ruota dei Proietti dove venivano raccolti i neonati abbandonati dai genitori, nonché  molti terreni dati in fitto alla popolazione. Il bilancio, amministrato da un cassiere eletto dal Consiglio Comunale, era abbastanza sostanzioso ed appetito da tutti coloro che partecipavano alla vita pubblica. Con la interdizione al culto della Chiesa Madre nel 1856, perché inagibile, la chiesa di San Sebastiano, costruita nel 1646 ai tempi della rivolta di Masaniello, assurse a ruolo di Chiesa principale fino alla fine del secolo.
Quando fu inaugurata la nuova ed attuale Chiesa Madre, ai primi del Novecento, la Chiesa di San Sebastiano fu demolita, al suo posto fu costruito un Asilo Infantile che durò fino al terremoto del 1980. L’edificio terremotato, ricostruito nel 1990, fu adibito a Casa Comunale.
Nei secoli scorsi la festa di San Sebastiano era un momento importante della vita religiosa volturarese, ma con la demolizione della sua chiesa la festa fu abolita e la statua del Santo fu relegata in un angolo buio della Chiesa Madre, nella navata di destra dietro il pulpito delle prediche. 

 

Nel 1960 Casieri, al secolo Alessandro Di Meo, per poter partire emigrante in Canada e raggiungere la moglie, decide di organizzare una festa religiosa, a dimostrazione della sua conversione da una condotta di vita non proprio irreprensibile e da un comunismo esasperato.  Un passato che gli aveva procurato due condanne penali e che gli impediva di avere il visto di partenza dalla autorità preposte. L’intercessione di un noto politico provinciale e del Vescovo di Nusco gli offrono l’unica possibilità di porre rimedio alle sue marachelle precedenti, a condizione di un avvicinamento alla vita religiosa per avere il perdono e il visto per emigrare in cerca di migliore fortuna. La scelta cade su San Sebastiano, perché Casieri vede in quel Santo dimenticato e martoriato dalle frecce, il simbolo delle sue sofferenze. Ottenuto il permesso dell’Arciprete e organizzato un Comitato Festa composto di tanti giovani nelle sue stesse condizioni, il 30 Giugno 1960, di fronte ad una folla strabocchevole ed entusiasta, San Sebastiano ebbe il suo grande ma unico giorno di gloria del ventesimo secolo. Casieri ebbe il visto e raggiunse la moglie in America. Gli altri che erano con lui lo seguirono sparsi nelle tante nazioni del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

          

                               DRAMMI

 

Una promessa mantenuta                                                                                                  Antonio Raimo (1836 – 1930), ammanettato e circondato da carabinieri, scende dal Campanaro con sguardo fiero, di chi non ha paura di quello che lo attende. Siamo agli inizi del 1862, in pieno periodo del brigantaggio, e il giro di vite del nuovo Sindaco Salvatore Sarno porta in galera a uno a uno tutti i sospettati di brigantaggio. E’ una scena usuale, in una Volturara dove quasi tutte le famiglie hanno un componente carcerato. Di fronte agli arresti chi piange, chi si dispera, chi sfida le autorità più per rabbia che per convinzione politica. Antonio Raimo è un duro, forse un poco sconsiderato, passare per la piazza davanti ai tanti curiosi, e mostrare paura, non rientra nel suo carattere di montanaro solitario. Accetta la realtà come una sfida e la sua baldanza lo rende euforico. Mentre un piccolo corteo sta per entrare nella Chiesa di San Sebastiano, lui lo vede come in sogno  Tutti girano lo sguardo ad osservare l’arrestato che procede tra due ali di gente.

Antonio si ferma e chiede alla guardia che lo tiene per la catena

- Chi è quella bambina che portano a battezzare?-

La guardia titubante gli risponde che è la figlia di uno soprannominato Toto. Al che Antonio nel silenzio generale con voce forte afferma:

- Quando uscirò di galera sarà mia moglie.- E continua nel suo incedere.

Gli anni di galera furono molti, ma venti anni dopo Antonio mantenne la sua promessa. Scontata la pena portò all’altare Maria Michela Masucci, la bambina che aveva ricevuto il battesimo il giorno del suo arresto.

Coremo, l’ultimo delitto con l’accetta
Coremo era un pastore montellese che abitava sopra a Cruci con la moglie.
Fu trovato in montagna ammazzato da una gragnola di accettate agli inizi degli anni Sessanta.
Nessuno fu arrestato per il feroce fatto di sangue che ebbe come vittima Coremo.
L’importanza del fatto, al di là delle motivazioni che potevano essere passionali o di interesse, deriva dall’essere stato l’ultimo omicidio eseguito con l’accetta avvenuto a Volturara. Ultimo di una catena secolare e numerosa che ha fatto conoscere il paese in Provincia ed oltre per ferocia e cattiveria. L’accetta è stata sempre fedele compagna dei montanari, pronta a procurare da vivere, ma pronta anche ad essere usata come strumento di morte, per un popolo che non si poteva permettere una pistola o un fucile per mancanza di mezzi economici. Appoggiata a braccio flesso nella piega interna del gomito, con la punta rivolta all’infuori per evitare ferite accidentali in qualche caduta, ha rappresentato il deterrente contro chi avesse cattive intenzioni, ed ha sempre procurato un senso di sicurezza per chi doveva abituarsi a vivere per giorni o per mesi nelle montagne, lontano da casa, a custodire un gregge o una mandria. Oggi l’accetta non esiste quasi più, ma è stato uno dei mezzi più utili a far sopravvivere, anche se impeti di rabbia o di odio hanno procurato centinaia di vittime, sparse su tutto il territorio ed in particolare verso la bocca del Dragone: luogo strategico, ove appostarsi per eliminare qualche avversario o nemico. E’ il caso di Arcangelo Di Meo, che nel 1901 uccise il fratello Mariano con una decina di accettate, per motivi di interesse legati alla vendita di un gregge, buscandosi sedici anni di carcere. Di omicidi o tentati omicidi, con questa implacabile arma da taglio, nel Novecento ne sono stati perpetrati molti, legati a singoli avvenimenti o a bande che hanno attraversato il territorio nel secondo dopo guerra. Ci si ricorda ancora di Antonio Mele, che negli anni Cinquanta ammazzò Mario Sciascione, sempre con l’accetta, davanti all’arco del parrocchiano al Candraone.

                                           

Vincenzo Sperduto

Erano ormai passati sette giorni, da quando aveva incominciato a sparare all’impazzata su chiunque si avvicinava o veniva a contatto con lui.

Aveva visto il sangue schizzare dalla testa di quel contadino, di cui non ricordava nemmeno il nome, e non sapeva farsene una ragione.

Un attimo di follia che aveva sconvolto la sua vita, ma del quale non riusciva a pentirsi, nemmeno rifugiandosi nella preghiera.

Lo avevano tutti accusato ingiustamente di aver rubato le galline in quella masseria e avevano anche inventato prove per incastrarlo e farlo arrestare.

Che paese infame! che gente infame! Vincenzo Masucci non è un ladro, e guai a chi vuole dimostrare il contrario.

Povero si, ma non mariuolo! invece alla fine, nessuna comprensione da nessuno, solo cattiverie e infamità. E lui non poteva permetterlo. Andare in galera senza aver fatto niente è uno schiaffo che si può perdonare a nessuno .

E allora, se deve andarci in prigione, perlomeno ci andrà dopo aver sparato a quasi dieci persone, così si ricorderanno di che pasta era fatto Vincenzo Masucci.

La testa fra i capelli, cerca di trovare una soluzione, concentrandosi a tal punto che sembra dormire o forse si addormenta davvero. E nel sonno l’idea di andarsene lontano arriva come uno schiocco di frusta.

La sera cala lentamente e andare alla casa di Alfonso Cristofano, spiegargli la sua situazione, pagare profumatamente per avere un biglietto per le lontane Americhe si risolve in due ore.

Non gli Stati Uniti, dove ci sono troppi paesani, ma in Brasile, per scomparire per sempre e non avere nessun ricordo di un paese che lo ha maltrattato ingiustamente.

A piedi arriva a Napoli. Al molo dove l’impiegato gli chiede nome e cognome risponde

- Mi chiamo Vincenzo Sperduto e voglio andare in Brasile!-

Scomparirà nel tunnel dell’emigrazione.

 

Peppo, figlio di Filicione, ammazza due di  Montella

Peppo re Filicione ‘nfossa due montellesi.

La storia è inverosimile e sicuramente inventata, ma la racconto lo stesso perché rientra in un discorso di rancori e odio tra Volturara e Montella.

E’ una storia che parla come sempre di una Volturara antica e cattiva, dove la legge del taglione rappresentava, fino a cinquanta, anni fa l’unica giustizia terrena e dove i prepotenti erano uomini di carattere, a cui puzzava il baffo. Capipopolo e Caporecazzi che imponevano leggi e regole, in barba a qualsiasi legge o regola.

Siamo agli inizi del Novecento e Giuseppe, rampollo, si fa per dire, di una famiglia prepotente e numerosa, sfida i montellesi sulla proprietà di un pascolo in località Vallone del Cavallo, scacciandoli in malo modo per pascolarci le sue vacche.

La risposta dei montellesi è unica e rigorosa. Chi si mette contro di loro deve morire! Peppo re Filicione lo sa e decide di giocare d’astuzia.

Accende il fuoco davanti a un pagliaio, pianta una mazza che ricopre con il mantello, con la punta coperta dal cappello. Lui si nasconde con la scoppetta carica dietro un albero in attesa della vendetta dei montellesi. La trappola è pronta e può funzionare. Passano le ore, e al calar della notte due ombre furtive si avvicinano al pagliaio, intravedono la figura curva vicino al fuoco e sparano. Quando si accorgono che è tutto un trucco, è troppo tardi. Filicione alle loro spalle li fulmina a bruciapelo con due scoppettate. Con calma serafica scava una buca profonda, vi deposita i corpi dei due montellesi e ritorna a casa, come se niente fosse successo.

Passano gli anni, senza che i due siano mai stati ritrovati. Solo verso gli anni Trenta, Peppo sul letto di morte, non riuscendo a trattenere il suo terribile segreto, e non volendo morire portandosi nella tomba un rimorso che lo ha attanagliato per più di trent’anni, racconta tutto ai figli.

 

Un gelo terrificante e inaspettato distrugge i raccolti           

Anno 1892. Nei giorni 2 e 3 Luglio un gelo terrificante e inaspettato distrugge i raccolti.
“E’ un vero flagello di Dio. Per effetto di detta brina buona parte del ricolto è perduto. Le piante di granone, di patate e fagioli, i cui prodotti costituiscono i generi di premissima necessità del paese, sono completamente distrutte, gli steli di ogni pianta e le foglie si sono seccate al segno da potersi dire spoglie. Se si dà uno sguardo alla campagna si è certamente di ritirarlo contristato in pensando alle verdi piante che lo adornavano cangiate in un giallo nero dalla brina gelata caduta da renderlo un vero lutto. E il popolo geme per tal fatto, e rimpiange le dure fatiche e i semi sparsi con speranza di fertile ricolto. Si affanna e si dispera in pensando alla fame che soffrirà e all’angustia che gli cagioneranno i proprietari dei fondi per avere soddisfatto il fitto annuo”.

 

1910. il dramma di Don Matteo e Don Vincenzino                    

Una delle storie più intense del Novecento volturarese ha come protagonisti due sorelle gemelle e due giovani notabili di Volturara.

Due storie d’amore intrecciate da una grande gioia di vivere e chiuse in modo drammatico da un destino atroce e ineluttabile.

Le gemelle.

Giuseppina e Maria Masucci, figlie gemelle di Don Annibale Masucci, nacquero nel 1880, quando il padre era Sindaco del paese. Un’infanzia felice e una gioventù trascorsa tra studi e ricami. Molti i giovani del paese che facevano la corte alle due inseparabili ragazze appartenenti a una delle famiglie più in vista. Le gemelle scelsero due giovani veramente bravi. Giuseppina si fidanzò con lo studente in Medicina Matteo Marrandino di quattro anni più grande di lei, mentre Maria scelse Vincenzino Pasquale suo coetaneo e  figlio di Don Vincenzo, il farmacista in Piazza. Primi anni del Novecento trascorsi con serenità e gioia in attesa di un matrimonio da celebrare con entusiasmo.

All’improvviso il dramma. Il 4 Marzo del 1910 Giuseppina muore di broncopolmonite virale e la sorella Maria, che non l’abbandona mai un istante, è colpita dalla stessa malattia e muore anche lei l’8 Luglio dello stesso anno.

I due fidanzati affranti giurano sul letto di morte delle due ragazze che non si sposeranno mai più!

 Vincenzino parte per l’America, ritornando due anni dopo in cerca di un equilibrio interiore che non riesce a ritrovare. Nemmeno l’opuscolo del padre, pubblicato nel 1912 e dedicato a questa delicata storia d’amore, riesce a lenire il suo dolore. Passano gli anni e con gli orrori della Grande Guerra ‘15-18 viene dimenticata anche la vicenda delle figlie di Don Annibale.

Matteo esercita con dedizione e abnegazione la professione di medico chirurgo, restando nel cuore dei volturaresi per la sua bontà d’animo e per l’impegno continuo profuso in difesa dei malati, soprattutto quelli poveri, ai quali dava anche soldi per comprarsi le medicine.

Vincenzino apre un bar in Piazza, nel locale sotto la casa che la fidanzata Maria morendo gli aveva lasciato insieme ad altre proprietà, come pegno estremo d’amore. Non si sposerà, mantenendo fede al giuramento fatto.

Matteo invece nel 1934, all’età di 58 anni, si sposa con Amelia, la sorella di Don Michele Masucci, sperando di costruirsi una vecchiaia serena insieme al fratello sacerdote Don Marcellino. Da quel momento è un susseguirsi di guai che portano il medico all’esaurimento nervoso, con diversi ricoveri in ambienti psichiatrici, l’ultimo dei quali a Napoli, dove muore nel 1939. Una folla immensa in pianto ed in preghiera veglia per giorni e notti nella Chiesa del Carmine quello che consideravano tutti un santo, oltre che un validissimo medico. Un uomo che dava invece di chiedere e che aveva sempre una parola buona per tutti.

Il mormorio del popolo riferì subito le sventure di Don Matteo all’essere venuto meno al giuramento, che aveva fatto in quella notte di trenta anni prima sul feretro di Maria, la sua fidanzata, di non sposarsi mai.


La storia di Clelia Marra. Anno 1911
Figlia dell’avvocato Don Alfonso Marra, sorella del legale Don Roberto e del medico Giannangelo, Clelia fu protagonista di una storia di cronaca nel 1911. In via Gennaro Vecchi, davanti a tutti, sparò, uccidendolo, a un volturarese che l’aveva violentata. Assolta, si sposò nel 1913 con Pasqualino Del Giudice, seguendolo a Trani dove lavorava. Negli anni venti tornò ad Avellino col marito che poi lasciò, crescendo con amore le due figlie avute da lui.

 

 

La Spagnola del 1918

L'epidemia dell'influenza spagnola del 1918 fece centinaia di vittime a Volturara. Vecchi e giovani, bambini e donne. Nessuna famiglia fu risparmiata. Si contavano quattro o cinque morti al giorno.

Una delle vittime illustri fu il Sindaco in carica Don PietroAntonio Pennetti, medico, che morì l'8 Novembre.

Le salme venivano caricate a spalla senza bara e, coperte da un lenzuolo, venivano portate al Cimitero.

Un giorno,si racconta , il cadavere, che stavano trasportando verso la Croce,si alzò dalla connola, formata da due tavole oblique portata a spalle da quattro becchini. Con voce tremante chiese di non essere portato al Cimitero, perché non era morto. I becchini noncuranti continuarono a camminare.

Strada facendo uno di loro gli rispose rimproverandolo con voce dura

- E' inutile che ti lamenti tanto pure ti dobbiamo portare domani. Il lavoro è troppo, non possiamo perdere tempo.-

Lo seppellirono ancora vivo scaricandolo direttamente dalle spalle nella fossa già pronta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

                               NOVELLETTE

 

Centoventi lire                                                                                                                         Salvatore raggiunge il cancello rosso dell’orto e comincia a gridare.

- Commare Ersilia, commare.-

Dalla casa si apre una finestrella e appare la testa di donna Ersilia. Salvatore aveva pensato di cominciare con una frase gentile, di blando interessamento, qualcosa come "Stamattina vostro marito, Don Antonio, è andato alla banca?" Anche se tutti sanno che tutte le mattine Don Antonio prende la corriera per andare a lavorare all’agenzia della Banca Agricola di Atripalda. Donna Ersilia intanto è scesa al cancello e tiene Salvatore sotto la mira di due occhietti neri più del carbone.

- Dove sei andato a finire tutti questi giorni? Mio marito è venuto da tua madre a chiedere di te non so quante volte.-

Salvatore è preso da presentimento. "Stamattina finisce che mi spezzo la schiena a raccogliere l’uva per questi due, che tengono quattro grappoli appesi e si pensano re Ferdinando e la regina Carolina."

- Ebbene, donna Ersilia, adesso sono qua. Come vi posso servire?-

- L’uva della vigna dalla parte della chiesa è matura, me la puoi raccogliere? Mio marito ha raccolto il resto della vigna la mattina prima di andare e la domenica, ma si è sfinito, in banca dorme.-  

- E quanto mi volete dare?-

- Centocinque lire.-

Salvatore fa la faccia di uno che ci sta pensando sopra. “E quanto sono lunghi i filari?” Chiede. Ma tutti in paese lo sanno quanto è grande la vigna di Don Antonio.

- Lo sai benissimo quanto sono lunghi i filari, per tutte le volte che ti sei venuto a mangiare i grappoli migliori.-

Salvatore fa la faccia divertita.

- Donna Ersilia, ma mi avete preso per un somarello? Davvero pensate che vi finisca la raccolta della vigna per centocinque lire?-

- E che volevi? Un milione? Si tratta di un giorno solo di fatica. Pure i muratori dell’impresa si prendono centocinque lire a giornata.-

- E che significa? Quelli hanno un lavoro regolare. Gli irregolari come me hanno diritto a prendere di più.-

- E chi ti ha mai impedito di fare un lavoro regolare?-

Salvatore nel venire aveva notato che i grappoli erano ben maturi, a lasciarli ancora al sole avrebbero cominciato a marcire.

- Donna Ersilia, sapete cosa vi dico? Che io prendo e me ne vado.-

Salvatore comincia a incamminarsi e la commare gli grida dietro per il viottolo.

- Sta bene, sta bene, dimmi quanto vorresti.-

- Mi dovete dare centosessanta lire per raccogliere tutta l’uva.

- Te ne do centoquindici, se no vattene.-

- E perché non mi chiedete di lavorare per niente? Non Avete vergogna a sfruttare un povero disoccupato?

Donna Ersilia se ne sta zitta, guarda per terra e pensa all’uva matura.

- E sta bene, ti voglio fare contento, centoventi lire.-

È tentato di farle la corte per ottenere qualcosa in più, giusto un complimento con qualche allusione. Ma tutti in paese sanno che è una di quelle donne contente solo quando contano i soldi. Salvatore non ha voglia di lavorare alla vigna tutto il giorno per pochi soldi, è anche stanco di perdere tempo con una donna testarda e senza sentimento.

- Vado a fare colazione, torno tra una mezz’ora.-

- Ma neanche per idea, se te ne vai non ti vedo più. Te la preparo io la colazione.-

- E che mi date?-

- Quante pretese. Ti faccio due uova sode, fresche delle nostre galline, con una fetta di pane fatto in casa. Una tazza di latte e poi anche il caffè.Ti tratto meglio di un signore. Siediti là che vado in cucina.-

Gli indica un tavolo di legno grezzo, con due panche. La colazione arriva su un grande piatto di terracotta bianco con tre giri di bordi blu. Sul guscio delle uova sono rimasti i segni di piccole pagliuzze incollate nel pollaio, il latte ha un anello di schiuma sul bordo interno della tazza, il caffè bollente in un bricco di ferro smaltato è atteso da una tazzina antica di porcellana su un piattino sbeccato.

- Ma le uova me le avete fatte ben sode?-

- Sbrigati a mangiare che ti si fa freddo il caffè.-

Salvatore risponde con la bocca piena.

- Mi dovete dare un secchio bello grande e leggero, e i tronchesini col tagliente affilato. Speriamo che i grappoli non siano bassi, se no me torno a casa piegato.-

- I grappoli stanno al posto giusto, al posto loro. Pensi che ci crescano le patate nella vigna nostra?-

- Dovreste levare la vigna e piantarci alberi da legname, così non vi rompete la testa a raccogliere l’uva e venderla al mercato tutti gli anni. Ogni dieci anni vendete gli alberi e la segheria ve li viene a prendere.-

- Mio marito Don Antonio ci vuole mettere pomodori da insalata al posto della vigna.-

- Ma una volta non avete messo le fragole?-

- Facemmo un esperimento disgraziato. Quell’anno venne la gelata e rovinò tutto il fragoleto. Non ci voglio pensare.-

Finito l’ultimo goccio di caffè, Salvatore esce dall’orto ed entra nella vigna con secchio, tronchese e aria professionale. A ogni passo, i grappoli di media altezza sono i primi a essere raccolti, poi il braccio si allunga a quelli in alto, infine la schiena si piega e anche i grappoli bassi vengono deposti nel secchio. Il secchio viene portato al carretto. Donna Ersilia se ne è rientrata in casa. Passa il banditore col giubbetto rosso e i calzoni verdi, suona il corno e grida che oggi è mercato di pesce.

- Correte Donna Ersilia, pesce, pesce fresco.-

Al richiamo lei si riaffaccia dalla finestrella.

- No, vi ringrazio. Oggi no, tengo ancora tonno e sardine da consumare.-

Il banditore continua a guardare donna Ersilia, poi muove il capo verso la vigna.

- Commare, ma voi veramente avete messo Salvatore a raccogliere la vostra uva?-

Salvatore mette un grappolo pieno d’acini nel secchio.

Il banditore ha bisogno di una pausa, suonare il corno stanca, è il momento di dare consigli.

- I grappoli vanno colti dall’alto in basso, lo sanno tutti.-

Un altro grappolo cade nel secchio.

- Vi dispiace se faccio a modo mio?-

Donna Ersilia pensa bene di sostenere Salvatore, ci manca solo un pretesto perché si metta a litigare e lasci tutto a mezzo.

- Lasciatelo fare a modo suo.-

Concerto di corno a svanire, il banditore se ne va. Il sole è alto, il nostro lavoratore suda e ha fame, per fortuna arriva una tovaglia annodata con dentro salame e patate arrostite sotto la brace.

- E vino non me ne offrite?-

- Devi lavorare, adesso torno con la brocca d’acqua fresca, la frutta è davanti a te.-

Salvatore continua a lavorare fino alle sei del pomeriggio, dalla finestrella lei lo vede deporre il tronchesino nel secchio vuoto e avviarsi verso l’orto.

- Commare, adesso chiudo.-

- Ma non hai finito tutta la vigna.-

- Me ne manca solo un quarto, sì e no.-

- Benissimo, hai due ore di luce buona davanti a te. Finisci il lavoro.-

- Io smetto di lavorare alle sei, come fanno tutti i cristiani.-

- Ma stamattina hai cominciato alle dieci, eppoi sia come sia ci siamo messi d’accordo che avresti fatto tutta la vigna.-

- Mi dovete perdonare, commare mia, ma adesso me ne devo proprio andare. Vengo domani mattina a raccogliere l’uva che è rimasta.-

La donna diventa una furia.

- Nossignore, avevi promesso di finire oggi.-

- Ma quando mai vi ho fatto questa promessa? E poi che danno vi faccio se torno domani mattina?-

- Beata a chi ti vede domani mattina.-

- Commare, se non vi fidate di me, io che ci posso fare? Vorrà dire che invece di pagarmi centoventi lire me ne darete solo novanta adesso.-

- E perché novanta lire?-

- Non sapete fare i conti, voi che avete fatto la maestra di scuola? Io non sono neanche riuscito a prendere la licenza elementare.-

- Sta bene, aspetta che torni mio marito, la questione dei conti e degli acconti te la discuti con lui, sarà qui a momenti.-

- E perché devo aspettare Don Antonio? Ho fatto la mia giornata di fatica e voglio essere pagato.-

- Non ti pago. Perché ti dovrei pagare? L’accordo era che ti davo centoventi lire per raccogliere tutta l’uva rimasta nella vigna.-

- Mi state facendo una grossa ingiustizia, commare bella. Sfruttate e approfittate di un lavoratore che non dispone di capitali finanziari. Non provate vergogna? Mi dovete pagare adesso, in questo momento.-

- Te ne puoi andare all’inferno, non ti pago.-

Le voci si sono alzate. Nell’udire i rumori di guerra, un vicino esce di casa.

- Che succede, commare Ersilia?-

- E che deve succedere? Salvatore si era impegnato a finire di raccogliermi l’uva dalla vigna, ma lui se ne vuole andare prima di finire ed essere pagato per quello che ha fatto. Dice che torna domani: il domani di Salvatore.-

- Non pagatelo fino a quando ha finito il lavoro. Dove lo trovate un lavorante che vi finisca il poco di vigna rimasto?-

Rivolto a Salvatore, il buon vicino aggiunge la buona misura.

- Nessuno si fida di te.-

Il quale Salvatore assume un’aria solenne.

- Fatemi il favore di non mettervi in mezzo. Questo è affare che non vi riguarda. E quanto a voi, donna Ersilia, attaccate il cavallo al carretto, ce ne andiamo a vendere l’uva che ho raccolto a chi fa il vino. Io mi prenderò novanta lire, a voi il resto. Ma vedete voi con che donna devo trattare.-

L’ultima frase è per gli angeli, alzati gli occhi al cielo.

Donna Ersilia non si smuove di fronte alla minaccia di andare a vendere l’uva. Si fa silenzio, i due avversari si guardano. Salvatore cede per primo e grida.

- Mi dovete pagare.-

Da tutti invocato e atteso, finalmente appare Don Antonio nel viottolo, senza aspettare che passi il cancello la moglie lo chiama al soccorso.

- Corri a vedere che succede qua, Salvatore si era impegnato a raccogliere tutta l’uva oggi per centoventi lire, ne ha fatto tre quarti e se ne vuole andare.-

Salvatore rimane freddo.

- Pagatemi che me ne devo andare.-

Donna Ersilia rimane a muso duro.

- Ci sono ancora due ore di sole, mantieni l’impegno.-

- E perché non appendete le lampadine alle piante? Così vi posso lavorare fino a mezzanotte.

- Don Antonio non vede l’ora di entrarsene in casa.

- Moglie mia, quanti soldi gli hai promesso?-

Salvatore irrompe.

- Centoventi lire. Ho fatto tre quarti del lavoro, chiedo novanta lire.-

Don Antonio tira fuori dal portafogli novanta lire e glie le mette in mano.

- Vi ringrazio, Don Antonio, sono proprio contento che siate arrivato.-

La gratitudine di Salvatore è sincera, ma la donna parla in fretta torva.

- Non lo dovevi pagare, chi finisce il lavoro nella vigna adesso?-

- Non vi ho forse promesso di tornare domattina alle nove?-

Salvatore è accomodante, ma anche Don Antonio non pare da meno e prende ancora qualche moneta dal portafogli.

- Prenditi queste altre due lire per buona paga, ma fammi il favore di non tornare. La vigna me la finisco io, ci lavoro la mattina presto prima di uscire e la sera quando torno.

In silenzio, Don Antonio si avvia a entrare in casa.

Anche Salvatore si avvia rapido, passa davanti alla chiesa e mette le due lire nel cappello disgraziato sui gradini, all’osteria gli amici lo aspettano col mazzo di carte.

                

 

 

                                       

Alla fontana                                                                                                                Madre e figlia.                                                                                                                  

 - Ci vado io a prendere l’acqua alla fontana, tu stai qua che mi guardi il pane nel forno.-

- Ma oggi è giorno di fiera. In Piazza vengono i forestieri a vendere frutta fresca, pesce fresco, rame, scarpini nuovi e chi sa che più. Magari mi compro una sottanina colorata e vi porto un poco di pesce fresco, che vi piace e vi fa bene. Dobbiamo sempre  mangiare fagioli e patate?-

- E magari la fai vedere a quello del pesce la sottanina colorata.-

- Io non do confidenza.-

- Ma se tieni in testa la secchia dell’acqua, come me li porti il pesce e la sottanina?

- Mi farò aiutare da una amica.-

- E ci vengo io a fare l’amica. Non li senti quando dicono che sembriamo due sorelle, invece di madre e figlia? Mi voglio comprare un paio di scarpini nuovi e intanto che stai con me stai sicura che non ti capita  come a quella di Bagdà.-

- E dove sta questa Bagdà? E tu come la sai la storia?-

- La raccontava un ebreo, di quelli che mandarono via da Napoli e venne a stare qua. La storia l’aveva sentita da un saracino moro, che l’aveva sentita da uno che passava col cammello nella Terra dei Mori e veniva da Bagdà.-

              

                             

                 L'ultima fontana di Baghdad

L'ultima fontana di Baghdad, quella in fondo al viale dei palmeti, non è la più bella e la più famosa della città, ma è di sicuro lì che dovete andare a portare il vostro cammello, se volete conoscere i i misteri e i segreti delle notti di Baghdad. Tenere fanciulle, con gli occhi di gazzella scintillanti dietro i burka, che le avvolgono e le nascondono agli sguardi, siedono timide sul bordo, ove audaci freschi zampilli ardiscono frangersi contro le loro timide forme voluttuose di fiori appena sbocciati.

Mercanti grassi e avidi, i loro vestiti sono unti e consumati dalla schiena dei cammelli, fanno l'ultima sosta alla fontana dei palmeti prima di uscire dalla città. La mano della paura cerca di trattenerli dall'andare. - Dove vai Assam, non sono abbastanza pieni di monete d'oro gli orci di terracotta nelle tue cantine? Cosa sarà della tua casa, se il berbero assassino ti taglierà la gola nella notte del deserto, mentre dormi nell'oasi con la tua piccola carovana?.-  Assam trema, frena i cammelli, si volta inquieto indietro, ma la mano dell'avidità lo spinge più forte. - Corri Assam. Corri, le signore di Aleppo ti daranno tutto quello che vuoi per i gioielli e le sete che hai caricato sui tuoi cammelli. Al ritorno potrai comprarti un'altro palazzo e metterci dentro nascosta quella danzatrice circassa, che sembra così lieta di bere con te.-

I cammelli di Assam hanno già finito di bere ed egli si avvia al suo destino. L'acqua scorre e altri destini si vengono a compiere alla fontana di Baghdad. Ora alla fontana arriva Shera con la sua conca di rame dorato. I cammellieri che la conoscono da tempo le sorridono complici, perché ella è Shera Occhi-di-Gazzella e Unghie-di-Tigre. Per ogni mercante che esce uno entra. Il sole è già alto e Shera può distinguere i viaggiatori che arrivano a Baghdad. Chi è quel tipo campagnolo con la barbetta nera e gli occhialetti cerchiati in oro? Sulla groppa del suo cammello c'è una gualdrappa rossa, intessuta di fili d'argento, e ai miglioli porta pietre preziose, una verde e una gialla. Questo tipo si da arie di piccolo sultano, pensa Shera, mi pare quasi di conoscerlo. Il tipo con la barbetta nera che avanza sicuro alla conquista di Baghdad è Yussuf, di famiglia mercanti di olio di noci di cocco. Come tutti sanno, in Oriente le generazioni si alternano, una generazione accumula oro, la successiva lo spende. Yussuf è la generazione che l'oro lo spende, naturalmente tra le maledizioni dei parenti. Zie, cugini, nipoti mai che ti lasciassero godere la tua vita in santa pace, sempre a maledirti e lamentarsi, branco di pecore avide e lagnose. Insomma Yussuf aveva pescato a piene mani monete d'oro nella cassa di famiglia e se ne era venuto a Baghdad con l'idea di mille e una notte, o almeno una dozzina. Ai vicini era stato detto che Yussuf era partito con l'intento di aprire nuovi mercati alle noci di cocco. Ma appena i suoi parenti si giravano, i buoni vicini si sorridevano l'un l'altro e si picchiavano l'indice sulla testa “Yussuf le noci di cocco le ha in testa”.

Ma già i primi alberi di palma impediscono ai raggi di sole di abbagliare Yussuf, egli intravede la fontana, la fanciulla e la conca di rame. Yussuf la guarda con intensità. Una gazzella inesperta, pensa soddisfatto tra sé. Le mostrerò qualche fazzolettino ricamato per distrarla. Ora Yussuf è a poca distanza dalla fontana e gli pare che la fanciulla sia troppo florida per essere ancora un bocciolo, i loro occhi si incontrano ed entrambi sono presi da confusi ricordi.

- Perla di Baghdad, lascia che beva un sorso di acqua fresca dalla tua conca. Il tuo sorriso mi disseta sotto il sole rovente.-

Ma si, è proprio quel maiale di Yussuf, quel campagnolo imbroglione. Le stesse parole di dieci anni fa. Prima il sorriso che disseta e poi ''Vieni nel mio albergo. Sarai la regina della mia casa. I raggi della luna nelle notti ardenti si rifletteranno sui tuoi gioielli. Le tue stanze avranno scrigni di pietre preziose a ogni angolo”. Questo mi diceva il maiale campagnolo. Uscivo di nascosto la sera per raggiungerlo e me tornavo tremante all'alba nella mia casa. Se mi avessero scoperta sarei finita sepolta nella sabbia del deserto, con la sola testa fuori cosparsa di miele. E cosa mi fa il grande Yussuf? Una notte, appena prima dell'alba, mentre dormo e sogno, se ne va e trovo dieci monete d'oro al risveglio. Ma vedo che il porco ancora non mi riconosce. 

- Bevi mio signore, la mia miserabile conca è appena degna delle tue labbra, (figlio di cane).-

Madre e figlia sono arrivate in Piazza. Gli occhi rapaci sul sorriso falso dei venditori le valutano.

- E come finisce questa storia?-

- Finisce che siamo arrivate in Piazza e te lo dico un’altra volta.-

                                            

Commercio di anime

La strega veggente e l’Arciprete al confessionale. Chiesa di Santo Nicola.

Non è più notte, ma non è ancora mattina.

- Allora Zì Nicola lo mandiamo in Purgatorio, siamo d’accordo?-

- Ma solo al primo piano per adesso. Quando i parenti avranno fatto dire altre messe con offerta, si vedrà.-

- Ma la moglie di Zì Nicola ha già fatto dire dieci messe da sette carlini. Almeno mettiamolo al secondo piano.-

- E allora diciamo che è salito provvisoriamente al primo piano del Purgatorio. Se la moglie si comporta bene con le opere di carità, ci sono buone speranze che l’anima di Zì Nicola salga presto al secondo piano. Se no finisce che mandiamo subito tutti in Paradiso e finisce il commercio. Ma adesso basta con gli affari. Vieni qua dentro che mi racconti tutto quello che si dice in paese.-

-Arciprè, dentro al confessionale ci stiamo stretti. E poi è meglio che me torno a casa, prima che la gente cominci a uscire. Venite a trovarmi quando volete.-

 

Tizzoni ardenti. La veggente e la cliente. Casa della veggente.

- Che dice il diavolo? Arriva la commarella mia?-

 Un tizzoncino rosso fumante ondeggia davanti alle due donne.

- Eccola, eccola, la sento.-

- Veramente la sentite? E che dice? Oi commarella mia, zia mia, anima benedetta del Purgatorio, dove stai? Come ti trovi?-

La veggente scuote la testa.

- Dice che non sta in Purgatorio. Dice che il diavolo non la libera, per via di quei fetenti di nipoti, maschi e femmine, che non spendono neanche un soldo di messe.-

Il tizzoncino si spegne, saltellando nell’aria dietro a una scia acre di fumo grigio.

- Ma che fa? Zia mia se ne andata? Madonna mia, che dobbiamo fare?-

- E adesso te lo dico io quello che devi fare. Domani vai dall’Arciprete e prenoti dieci messe con offerta da otto carlini ciascuna. Quando le messe sono state dette, torni qua e vediamo a che punto siamo.-

La nipote dell’anima benedetta serra le labbra e scuote il capo rassegnata.

- E va bene, faccio come dite voi. Ma giusto per avere una idea, volendo far salire in Paradiso la commarella mia, zia Immacolata, quanto ci potrebbe venire a costare di messe? –

La veggente racchiude a pigna le dita della mano destra e muove la pigna davanti agli occhi della sua cliente.

- Per adesso di Paradiso non se ne parla proprio. La vogliamo fare santa con quattro messe la commarella tua? Con tutto quello che sappiamo che combinava?-

L’interlocutrice appare assai risentita.

- Sono tutte chiacchiere di donne invidiose e acide.-

Ma la veggente sa come tirare il collo alle sue pollastre.

- Bella mia, quali chiacchiere e calunnie, sul registro del diavolo ci sta tutto scritto. Anima numero tale e talaltro, elenco dei peccati commessi nella sua Cantina a danno dei clienti: mazzo di carte truccate, acqua nel vino, credito usuraio a chi non poteva pagare il vino, accertata complicità nel derubare gli ubriachi dei miseri denari rimasti loro in tasca. Mancata denuncia dei bestemmiatori. Imprecazioni contro il governo che mette le tasse alle Cantine.-

La cliente è livida.

- Ma queste cose come le sapete?-

La veggente guarda in alto e in basso.

- Tengo chi mi riferisce. Vogliamo anche parlare di quando la commarella tua mandava fuori tutti gli avventori alla chiusura? Tutti meno uno, e non sempre lo stesso.-

La cliente fa segno di no.

- Vogliamo parlare poi di quando andava al confessionale dall’Arciprete con due bottiglie di vino rosso garantito? si metteva in lacrime e diceva “mi pento, mi pento, non ci devo più cadere, assolvetemi. Bevete un sorso, arciprè, tanto chi vi vede?”. Ne vogliamo parlare?-

La cliente fa segno di no.

- Brava, adesso vai. La strada la conosci. Salutami l’Arciprete, digli che per le messe ti mando io.-

 

 

 

 VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI  A VOLTURARA IRPINA

                              TEMPI MODERNI

Anno 1903

Volturara ha 5106 abitanti, dei quali i tre quarti sono poveri.

Un paese povero e arretrato vede partire per le Americhe decine e decine di famiglie.

 

 

Fontane galeotte

Galeotta fu la fontana e la conca dell’acqua limpida, che portavi sul capo come una regina.

Una consuetudine, che si è persa nel tempo, era la continua e inarrestabile processione giornaliera delle donne, che con la secchia di rame in testa si partivano da casa per andare a prendere l’acqua alla fontana della Piazza. Un andare e venire che non terminava mai. La fila davanti la fontana rappresentava il momento più importante della giornata per sapere le novità, scambiandosi le proprie impressioni e le notizie che poi circolavano in paese. Chi era nato, chi era morto, chi era malato, chi si era fidanzato. Notizie condite con impressioni e giudizi personali, che diventavano vere e proprie sentenze.

Adolescenti, che cercavano di guardare da lontano il proprio spasimante, aspettavano con ansia l’ordine, dato magari con velata complicità materna, di poter andare a prendere l’acqua, sapendo di aver dato l’appuntamento tramite l’amica del cuore.

Ragazze che con la secchia piena e pesante ancheggiavano nell’incedere austero, suscitando lo sguardo interessato dei passanti, che le seguivano con la coda dell’occhio fino a quando scomparivano dietro la curva di un vicolo.

Donne che dialogavano su piccoli e grandi problemi quotidiani della famiglia o delle amiche, lanciando strali e consigli.

Vecchie che sembravano piegarsi sotto il peso del recipiente che doveva essere, per orgoglio, sempre pieno fino all’orlo.

Era un rito che si ripeteva da millenni. 

Era una cerimonia preparata in ogni minimo particolare, che assumeva una sacralità pagana. Per non compromettere un equilibrio precario, che avrebbe prodotto la caduta dell’acqua dalla secchia, i piedi dovevano strisciare sul terreno senza alzarsi nel cammino, per impedire movimenti bruschi, le ginocchia e le cosce si muovevano in un unico movimento a leva, i glutei gioco forza, dovevano ancheggiare ritmicamente, il tronco restava rigido e teso per compensare il movimento degli arti, la testa e lo sguardo rivolto in alto, con i soli occhi a muoversi per controllare il cammino e poter recepire ciò che le circondava. In testa sotto la secchia, per attutire i contraccolpi del peso il curuoglio, un fazzoletto torto su se stesso e girato in cerchio per non avvertire dolore nel movimento. Guai a far cadere l’acqua! la vergogna diventava pubblica di fronte a tanti spettatori interessati. La sventurata rischiava di non potersi sposare per la nominata.

Uno spettacolo irrepetibile. Quante ragazze hanno trovato marito con il loro ancheggiare con la secchia in testa.

Poi venne l’acqua corrente in tutte le case. Finirono le processioni delle donne a prendere l’acqua alla Fontana della Piazza.

 

Il lavatoio pubblico al Carmine
Il lavatoio pubblico, posto dove adesso è ubicata la Guardia Medica, servì fino agli anni Settanta per le tante donne volturaresi che andavano a lavarvi i panni, non avendo l’acqua corrente in casa. Era un grosso stanzone di venti metri di lunghezza, con un muro centrale alto un metro e mezzo dal quale uscivano ogni due metri dei rubinetti da una parte e dall’altra del muro. L’acqua, che arrivava dalle sorgenti dell’Acquamieroli, cadeva in una vasca, larga un metro e alta un metro, lungo tutto il muro da una parte e dall’altra. L’acqua sporca andava a finire nel vallone vicino .
L’emigrazione e l’acqua corrente in tutte le case lo portò in disuso. Resta il ricordo dei canti che le tante ragazze innalzavano, in un coro che tramutava la fatica in gioia.

 

Lettera di Alessandro Sarni a suo nipote Monsignore. 1920                Ove si leggono i buoni consigli di Alessandro Sarni a suo nipote Amilcare, il quale peraltro non pare averne bisogno, in quanto ben avviato nella carriera ecclesiatica.

 Caro Amilcare 8 - 12 - 1920
Ho letto il giornale il “Corriere d’Italia” del 21 scorso portante la notizia che S.S. Papa Benedetto xv siasi degnato di nominarti “Cameriere Segreto soprannumerario”, titolo onorifico nella gerarchia ecclesiastica, in omaggio e premio alla tua cultura letteraria scientifica, alla giovanile e feconda attività nel Provicariato generale della Diocesi Ulifana, ed al tuo apostolato di fede e d’amore per il bene della tribolata Umanità, che è pure il bene di tutti e di ciascuno. Tale attestazione di benemerenza ti eleva e distingue dalla folla anonima dell’odierna società dell’homo hominis lupus.

La gotta rende pessimisti.

 Ed ora che la gotta mi concede un po’ di calma e lascia libera la mia mano, ti scrivo la presente per esprimerti tutto il mio compiacimento, e farti i più sentiti complimenti auspicanti alle maggiori ascensioni.
Con questo augurio mi sia lecito un monito di mia personale esperienza, perché possa servirti di norma nell’aspro cammino della vita e nello sconvolgimento generale, politico, economico,sociale e morale, di tutto un vecchio mondo di negazione, di oppressione,e di miseria, crollante sotto il peso di orrendi delitti e di nequizie umane!
Quando io venni al mondo nel primo Dicembre del 1842 in Volturara Irpina, antichissimo territorio della distrutta Sabazia dal ferro romano, regnava ancora la Santa Alleanza dei Potentati della Terra e la ragione umana, che distingue l’uomo dal bruto, e lo avvicina a Dio,non aveva posto tra gli uomini!
Il Diritto era la forza, e la violenza legalizzata ridotta a sistema di governo. Il Dovere l’ubbidienza al più forte. La Morale una sfacciata ipocrisia. La Giustizia rifugiata in cielo in grembo a Giove di là da venire!

Tutto era in mano ai preti e a re Bomba.

Tutto lo scibile umano, l’educazione e l’istruzione, veniva impartita dai Preti,nelle Scuole Pie e nei Seminari Diocesani, ed ai preti era ancora confidata la Polizia di Stato!
La indagine del Perché di tutte le cose e del mondo, nel quale si vive, e senza del quale l’uomo non può vivere, e cesserebbe di esistere,costituiva un Delitto, ed era punito con la morte civile dell’individuo, assai più feroce dell’antica schiavitù pagana!

Dalla Scuola Pia io passai ben presto al Seminario Nuscan, quotato per uno dei migliori sotto il governo della negazione di Dio: Re Bomba Ferdinando II di Borbone così appellato dalle stesse Corti di Europa!!!

Mai fare troppe domande in Seminario.

Quantunque io primeggiassi per sapere e per condotta disciplinare in tutti i Corsi ed in tutte le classi sopra ai miei compagni di studio, da meritare costantemente l’ottimo distinto tra tutti gli alunni ottimi, e conseguire il premio mensile ,che elargiva l’Eccellentissimo Vescovo Monsignor Adinolfi, pure la mia rapida ascensione doveva spezzarsi di fronte al veto del Perché, ed essere colpito dalla pena della morte civile dell’anima e del corpo, che costituiscono la personalità umana!
Io volevo sapere il Perché delle cose e del mondo, che ci circonda. E spesso e volentieri ne domandavo ai miei Maestri e Superiori. La risposta,che ne avevo, era questa:”Allorché tu entrasti in Seminario,il Perché lo lasciasti abbasso alla Postiera ”. Naturalmente io non ero soddisfatto di questa loro risposta . E ad ogni occasione volevo reiterarla. La risposta era sempre la stessa, con qualche appendice o monito, e pena contravvenzionale al veto del Perché.

Altrimenti finisci nella lista nera.

 Finché, al meglio dei miei studii, a 14 anni appena, quando io ignoravo che cosa fosse Politica di governi o di Stato, un’enciclica episcopale del medesimo R. mo Ill. mo Vescovo, che mi premiava tutti i mesi ed in tutti i corsi annuali, decretò la mia espulsione dal Seminario nuscano e l’annotazione nella lista degli assendibili politici dello Stato.

Con una condanna irreparabile.

Era questa la pena della morte civile, inflitta senza essere inteso e senza pubblico giudizio, con la quale si isolava e bandiva dalla Società l’individuo-uomo, lo si escludeva dal frequentare altri Istituti culturali, e lo si privava di conseguire qualsiasi diploma professionale, negandogli per tal modo il diritto alla vita, che è annessa e connessa alla produzione e riproduzione delle sussistenze!
La mia condanna era irreparabile in quei tristi tempi! Ma il pensiero e la volontà vincono le difficoltà. Anche Cristo fu condannato alla pena infamante della Croce come fellone! Ed il Cristianesimo doveva redimere l’Umanità dagli dei falsi e bugiardi del Cielo e della Terra!

Alla quale si ripara solo con una raccomandazione.

Io venni ricoverato occultamente, ed ammesso nel Convitto dei padri Dottrinari in Sorbo Serpico, mediante la cooperazione di un mio zio Nicola Benevento, che aveva in moglie la sorella di mia madre, vicegiudice del Regio Giudicato di Volturara, titolare il Mainente oriundo di Bagnoli Irpino.
Nel detto Convitto proseguii gli studii letterari e filosofici, e divenni professore nello stesso Convitto.

Ma i tempi precipitano, arriva una rivoluzione.

 I tempi precipitavano. Il Re Bomba, negazione di Dio, era decesso. Saliva al trono il figlio Francesco II.
All’alba del 1860 io fui rivoluzionario e ribelle a tutte le oligarchie e consorterie. Conseguii diplomi e Laurea in Giurisprudenza nella Università di Napoli, che fu e rimase la mia sede principale.

E dopo arriva la delusione.

Nel 1866 capitanai il grande movimento della gioventù studiosa, proclamando pel primo in Italia “il principio della libertà d’insegnamento, libera Università ed abolizione dell’istruzione ufficiale”. Posi il Siloca alle porte del Regio Ateneo e ne consegnai le chiavi al risorto Municipio di Napoli, che appoggiò il movimento divenuto popolare, indi represso con la forza da un governo frangifede!
Quel mio grido di libertà  dopo oltre mezzo secolo si ripercuote nelle Aule Parlamentari dell’attuale legislatura, tarlata e rachitica, uscita dal suffragio dell’ignoranza!

Conobbi Camerille.

Collaborai nel giornalismo avanzato per la redenzione dei popoli oppressi. Previdi la immane catastrofica guerra mondiale dei decorsi anni 1914 - 1918, a distanza di un secolo dalla Santa Alleanza del 1815. Peranco cessata con la pace peggiore ancora della guerra!
Pubblicai nel 1867 il Giornale per tutti, politico-letterario-scientifico, per la reintegrazione della coscienza umana. Indi il battagliero Fieramosca per combattere le ingiustizie sociali. Non volli entrare nella Magistratura togata, che e’ un punto interrogativo, complice di tutte le nequizie umane, e se ne lava le mani come Pilato!

Non accettai impieghi, ne’ croci. Conobbi Camerille di Corti e di Stato, ed ebbi orrore!!!

E ora abbi fede

Ho avuto fede e speme nell’avvento di un nuovo mondo della Verità e della Legge della Vita, che armonizzi il Pensiero con la Natura e faccia del Cielo e della Terra il Paradiso comune; e cessi l’Inferno delle tribolazioni di questo nostro basso Pianeta, che pure è opera divina
Ed ora abbi fede, e credimi sempre aff.mo Zio Alessandro Sarni

 

                                              

La grande guerra                                                                                                                               E la guerra. Ricordo la preoccupazione di mia madre, per le notizie che arrivavano dal fronte dalle Alpi. Ogni mese uno o due giovani morti. Ogni giorno il pensiero che potesse arrivare la notizia che era toccato anche a uno dei suoi familiari. Un continuo informarsi, poi il mormorio su un nome che diventava voce popolare in poche ore ed era una lenta e mesta processione verso la casa dello sfortunato ragazzo, a consolare il dolore di una madre o il silenzio duro di un padre che aveva perso un figlio, per una guerra che nessuno voleva e di cui nessuno conosceva le ragioni. Toccò anche a noi e non riuscimmo a farcene una ragione. Mio fratello Michele, appena sposato, lasciò la propria giovinezza su una montagna sperduta, dilaniato da una granata. Era il 1916, io mi salvai grazie a lui che era già partito al mio posto. La chiamata alle armi non si arrestava mai, ragazzi sempre più giovani erano prelevati e portati via dai Carabinieri, senza sapere dove andavano, se e quando sarebbero ritornati. Molti diventavano disertori, nascondendosi dentro le “mete di paglia”, quegli enormi accumuli di paglia che servivano da riserva per gli animali per l’inverno. Alla fine ne morirono oltre sessanta.

 

                                                    

Allegri farmacisti 

Il Conte ed il Marchese. Don Enrico Masucci, dentista, e suo cugino Don Alessandro Masucci erano discendenti di una famiglia di notabili volturaresi e frequentavano ambienti in a Napoli durante il corso di Studi universitari.
Erano protagonisti dei migliori salotti e la vita mondana napoletana li vedeva partecipi tra Teatri e ristoranti. Una sera incontrarono alcuni Nobili, che colpiti dal loro savoir faire e dalla loro affabilità li vollero ospiti a casa loro. Per non sfigurare si presentarono Enrico come Conte ed Alessandro come Marchese; da allora le loro amicizie aumentarono e furono protagonisti per anni della Napoli bene.
Nel tornare a Volturara raccontarono loro stessi l’episodio che li aveva visti protagonisti ed i due epiteti rimasero per la vita come soprannomi.

Alessandro, Zi’ Marchese, lasciò una nipote nubile e intristita. Ella si stringeva lo scialle al seno, quando le veniva chiesto del carabiniere veneto che l’aveva corteggiata, ma fu poi trasferito.

La Bottega di farmacista, un gioiello di vasi e vasetti in porcellana del ‘700, sparì col terremoto.


Farmacista anni ’30. Dopo la prima guerra mondiale, alla morte di Don Giuseppe Di Meo, essendo suo figlio Don Giacinto partito da Volturara per svolgere la professione di medico in Toscana, la Farmacia Di Meo fu affidata ad un farmacista di Napoli. Personaggio simpatico ed estroverso passava intere giornate in Piazza nel Bar della moglie di Carmelo Benevento (oggi Bar Terminio). La maggior parte delle volte la farmacia rimaneva chiusa e dovevano andarlo a chiamare mentre giocava a carte. Stanco delle chiacchiere di scarso impegno sul suo conto, venuto a sapere che la farmacista di Aquilonia cercava marito, partì alla volta di quel paese, senza dire nulla a nessuno. Lo stanno aspettando ancora a Volturara, perché arrivato a Aquilonia sposò la farmacista e si fermò per il resto dei suoi giorni in quel ridente paese.

 

Il butto dei cani nel 1928

Nel 1928 il Podestà Cappiello mise una tassa sul possesso dei cani. La voce popolare diceva che, siccome era donnaiuolo e la notte girava per consolare qualche donna disponibile, era ossessionato dalla presenza di una moltitudine di cani che mettevano in pericolo il suo fondoschiena.

Per non pagare la tassa, molti volturaresi incominciarono a disfarsi dei loro cani, andandoli a buttare sopra il Mulino sulla strada per Ammonte. Da allora il punto preciso da dove venivano lanciati nel vallone sottostante per ucciderli fu chiamato “butto dei cani”.

 

Nicola Lomazzo e Benito Mussolini. Eia, Eia, Alalà. Anno1936

Si racconta che Mussolini, appena giunse a Volturara per le Grandi Manovre del 1936, chiese notizie di un certo Nicola Lomazzo. Alla sorpresa del Podestà Costantino Sarno, che non riusciva a capire il motivo di tale interessamento, Mussolini spiegò che durante la prima guerra mondiale aveva un caporalmaggiore suo diretto superiore, che lo aveva punito per una mancanza fatta. E siccome si ricordava il nome e sapeva che era di Volturara voleva salutarlo, prima di ripartire per Roma.

Il podestà, sicuro di fare un piacere al suo capo supremo, va direttamente a casa di Nicola Lomazzo e gli racconta il desiderio del Duce di volerlo rivedere.

Si dice che Nicola, al ricordo del fatto e capendo con chi aveva avuto a che fare, cambiò diverse volte colore, ma promise di andare in paese a salutare il Duce, che però lo sta ancora aspettando. Nicola Lomazzo da quel momento, per paura di ritorsioni, scomparve per molti e molti mesi senza lasciare tracce.

 

Il figlio di Mussolini. Anno 1937                                                                                              Durante le Grandi Manovre dell’Agosto 1936, Costantino Sarno, il podestà, avrebbe fatto dormire con Mussolini, del quale si vantava essere amico personale, una bella ragazza volturarese a casa del notaio Ercolini, sul ponte della Pozzella. Dall’unione sarebbe nato un figlio ancora vivente, che somiglierebbe in modo impressionante al Duce.        

      

Violenza carnale nel 1936

Durante le grandi manovre si verificò un episodio di violenza carnale di un bersagliere ai danni di una contadina di Volturara. Nel processo che ne seguì, il bersagliere fu assolto, perché la ragazza anche durante il processo gli rivolgeva occhiate di compiacenza e sorrisi.

  

L’abito da sposa

Pilota alleato ucciso. 22 Settembre1943.

Il primo aereo alleato passa nel cielo di Volturara nelle prime ore del mattino. La contraerea tedesca apre il fuoco e lo colpisce. L’aereo perde quota, si abbatte al suolo in una nuvola di fumo e di fiamme in contrada Tortoricolo.  Ci sono due uomini d’equipaggio, uno muore nell’impatto dell’aereo con il suolo, l’altro, il pilota, lanciatosi con il paracadute era sceso in contrada Mela e si era nascosto nel pagliaio di Domenico Candela.

Ma aveva la sorte segnata.

I tedeschi, che avevano l’accampamento in contrada Ceraso, si precipitano sul luogo e, visto che il Candela non collabora, lo picchiano. Poi incominciano a sparare all’impazzata cercando di far uscire allo scoperto il soldato nemico. Nella sventagliata di mitra che investe il pagliaio, il soldato alleato nascosto viene ferito alle gambe. L’urlo di dolore segna la sua fine. Dopo averlo fatto uscire allo scoperto, lo fucilano all’istante. Dopo mezz’ora, verso le dieci, avviene il primo bombardamento alleato. Una squadriglia di aerei lascia cadere alcune bombe sull’abitato provocando lievi danni in via Cupa, tre morti ed un ferito grave in via Nocecupone.

La notte passa tranquilla e il giorno dopo molti, pensando che il peggio sia passato, decidono di rientrare in paese. Il telo del paracadute del pilota ucciso fu usato in seguito da Emanuele Candela per confezionare l'abito da sposa della fidanzata Rosa Marra

 

Anno 1943. La sera in cui Costantino Sarno rinnegò il fascismo

Tutto avrei potuto immaginare, fuorché Costantino Sarno avesse abiurato il fascismo. Eppure la storia che segue me l’ha raccontata il testimone diretto di quell’avvenimento.

Interprete classico del gerarca fascista, autoritario e fedele al Duce fino all’inverosimile, Costantino Sarno era stato Podestà di Volturara dal 1935 al 1941 e vantava l’amicizia personale col Duce stesso, che aveva portato a Volturara nel 1936 per le Grandi Manovre dell’esercito italiano. Non amato ma temuto,il Sarno era rimasto in disparte dal Marzo del 1942, quando era stato sostituito nella carica dal maestro elementare Nicola Picardi.

 

Quella sera dell’Ottobre 1943 Costantino Sarno sta rincasando, quando viene fermato in Piazza da una pattuglia di soldati marocchini comandati da un ufficiale francese, arrivati dopo i bombardamenti del 22 e 24 Settembre a prendere il controllo del paese. L’ufficiale dopo avergli chiesto i documenti decide di arrestarlo, perché è sicuro che sia un fascista e che merita di essere passato per le armi.

Superato il primo momento di paura, Costantino Sarno viene salvato dal suo sangue freddo, già dimostrato in più di una circostanza in due guerre combattute con decorazioni al valor militare. Dice all’ufficiale di non essere stato mai fascista e chiama a testimone il primo volturarese che passa. Gennaro Mele dei Carpati, diciassette anni, sta ritornando a casa. Alla domanda perentoria dell’ufficiale, che gli chiede se conosce il signore che gli sta davanti, risponde affermativamente, alla seconda se quel signore è stato mai fascista, il giovane risponde di sapere con certezza che non lo è mai stato.

Costantino Sarno salva la pelle e viene rilasciato.

Gennaro, tornato a casa e raccontato l’accaduto al padre, riceve un sacco di botte dal genitore, a cui l’ex Podestà, suo vicino di casa, era antipatico, perché alcuni anni prima gli aveva ucciso con un colpo di pistola il cane, colpevole di abbaiare troppo.

 

 

Notte silente

- Stille Nacht.-

- Sdille Naa.-

- Nein! Stiilleee  Naaacht.-

- Sdriilleeee  Naaght.-

- Nein! Lento, calmo, Sandrino. Stille Nacht.-

- Sdrille Naat.-

La testardaggine teutonica si arrende: impossibile cacciare nell’ugola irpina il suono ch aspirato di Nacht.

-Va bene Sandrino, per oggi basta. Hai portato la scamorza fresca?-

- E come no? Guarda qua, un cestino pieno e poi due bottiglie di quello del Saracino.-

Sandrino mostra ridendo una bottiglia e la guerra si interrompe.

 

 

A un altro angolo, l'inflessibile caporale, che sta pulendo l'arma secondo il manuale, scuote la testa e sospira. La sua sposa è in cucina che arrostisce salsicce nella piccola casa linda dello Schwarzwald. Il caporale sente il profumo, vede il fumo uscire dal camino. Ma ci saranno ancora salsicce in Germania? Il destino è stato onesto con me - pensa il caporale. Potevo finire sul fronte russo, oppure in Polonia in mezzo a quelle teste di patata dura. Eccomi qui invece nei boschi come a casa, al sicuro, lontano dalle strade di comunicazione. Il fronte degli Alleati avanza e magari noi rimaniamo qui tagliati fuori, aspettiamo la fine della guerra e ce ne torniamo a casa. Cominciano a correre voci che la guerra dura solo pochi mesi ancora. Abbiamo perso ma siamo vivi, risaliremo verso casa, questi ragazzi li porto tutti indietro. Davvero il destino non mi ha giocato brutti tiri. Mi poteva portare in Yugoslavia. Una notte il coltello di un partigiano mi avrebbe tagliato la gola. Cosa avrebbe avuto indietro la mia sposa? La gente di qui, i paesani, sono amici, siamo i loro alleati, e poi pensano solo a zappare la terra e a passeggiare la domenica in Piazza. Stiamo bene qui, abbiamo tutta la legna che serve per i fuochi.-

 

Sono passanti molti e molti anni. E qui, ormai è di nuovo in arrivo Natale. Siamo alla Vigilia. Ho appena ascoltato il concerto di Natale per televisione. Il primo brano, Stille Nacht (Notte Silente), mi ha immediatamente sprofondato nei ricordi. Ho abbassato la testa e ho chiuso gli occhi. Come un qualsiasi vecchio stanco.

Era il 1943. Io allora non conoscevo questo canto.

Avevo 16 anni. Mi trovavo sfollato con la numerosa famiglia a Volturara Irpina, uno sperduto paesino di montagna nell’ Avellinese. Io, tanto giovane, dovevo badare ai miei cari al posto di mio padre che il lavoro costringeva a Napoli, sotto i quotidiani bombardamenti. Alla caduta del fascismo, che apprendemmo il 25 luglio dall’altoparlante nella Piazza, ci ritrovammo una mattina il paese presidiato da soldati tedeschi, un nucleo ben addestrato che si attendò in zona periferica, su di una collinetta. Erano tutti giovanissimi, intorno ai venti anni, poco più poco meno.

Fu per noi ragazzi un piacevole diversivo, un bell’avvenimento. Ogni giorno correvamo da loro e stabilimmo una cordialissima amicizia. A sera, con la luna piena, qualcuno tirava fuori una chitarra e si cantava, felici di stare assieme, dimenticando gli orrori della guerra in quel momento lontana.

Uno di questi soldatini era particolarmente gentile e sorridente. Ne ricordo ancora il nome: Fritz Bachinger. Era biondo, occhi azzurri, l’aspetto del cherubino. Fu lui, con molta pazienza, a insegnarmi Stille Nacht, in tedesco, e ancora oggi ricordo benissimo le parole. Conversare con lui era utile oltre che dilettevole, perché il tedesco lo avevo studiato al ginnasio e mi si offriva l’opportunità di un proficuo esercizio.

 

8 settembre. Armistizio. L'Italia non combatte più a fianco della Germania.

Come ogni sera arrivammo gioiosi all’appuntamento con i nostri amici. Fummo accolti gelidamente. Il nostro stupore aumentò quando il gelo diventò aperta ostilità. Un alsaziano, non ricordo il nome, era particolarmente incattivito. Ci guardava con odio e cominciò a insultarci. E noi zitti, quasi increduli. Non poteva essere uno scherzo, perché dunque ci trattavano così?

Cercai con lo sguardo Fritz. Lo vidi dietro a tutti, quasi nascosto nella penombra. Lo fissai intensamente, volevo sapere perché tutto era cambiato. Fritz abbassò la testa, vidi certamente i suoi occhi bagnati di lacrime. Mi lanciò uno sguardo obliquo, dolcissimo, girò la schiena e scomparve tra gli alberi.

Seppi poi che quei ragazzi soldati erano stati tutti trucidati, al passaggio del fronte nella zona avvenuto dopo poco.

Ecco cosa mi ha ricordato Stille Nacht. Ho pensato a Fritz e ho pregato per lui. Ho voluto raccontare questa storia perché è il passato che ci prepara il futuro.

 

L’aereo lancia scarpe. 1943

Erano settimane che decine e decine di famiglie si erano radunate a San Michele, come richiamate da un atavico bisogno di difendersi dai nemici. Il Castello con la chiesa di San Michele è il grembo protettore di una madre, pronta ad aiutare i figli nel momento di bisogno. I tedeschi, partiti dal paese l’8 settembre 1943, erano ritornati all’improvviso l’11 ed avevano messo sottosopra il paese. Quasi tutti erano scappati sulle montagne per sfuggire all’ira di Mussacchione, quel sergente tedesco che voleva uccidere tutti, inferocito per il voltafaccia  degli italiani.

Antonio Monzione detto Sulia, teneva la cucciolata di figli sempre vicino a sé. Solo di sera scendeva in paese, con Don Ettore Di Meo, a fare provviste di patate per sfamare tante bocche.

Onorio ha undici anni e passa intere ore a seguire le evoluzioni degli aerei sopra il cielo di Volturara.Quante volte con le mani sulla testa pensa di nascondersi, quando le raffiche di mitra dalle Mezzane si scagliano contro gli aerei alleati che attraversano il cielo di Volturara.

Osserva quell’aereo che colpito in pieno si dirige a cadere dietro le montagne di Montemarano, con quella farfalla che volteggia nell’aria e cade lentamente al suolo. Non può capire che è un aviatore alleato, il quale una volta toccato terra sarà uccisi dai tedeschi inferociti contro tutti. E’ il 22 settembre.

Non piove da mesi. l’autunno fresco e caldo come solo a Volturara sa essere, tranquillizza un poco tutti, in attesa che quei maledetti tedeschi se ne vadano sotto la spinta delle truppe alleate che si sanno vicine:gli alleati sono partite da Salerno e muovono da Acerno verso Avellino attraverso le montagne del Terminio.

La sera del 23 Don Ettore decide di scendere in paese, convinto che dopo il bombardamento del giorno prima la situazione si sia calmata. A nulla valgono i pianti e le richieste delle figlie di non tornare in paese per paura dei tedeschi. E’ irremovibile.

La mattina dopo, il 24 settembre 1943 ore 12, il cielo è azzurro e l’aria calda. Onorio guarda dalla terrazza di San Michele la vallata di Volturara e il rumore che sale da Bolofano gli fa girare lo sguardo. Uno stormo di aerei sale verso il paese e dalle loro pance escono aggeggi di varie dimensioni.

- Tatì, l’apparecchi ottano scarpe!- ( Papà gli aerei lanciano scarpe).

Punti neri che riempiono il cielo e seminano terrore e morte. Una nuvola di polvere arriva fin sulla chiesa di San Michele, nascondendo allo sguardo tutta la vallata. Sembra un mare di nebbia, come si vede nella mattine di primavera guardando dall’alto di un monte.

La prima bomba cade sulla casa di Don Ettore Di Meo, sceso in paese, uccidendolo insieme alla moglie, a una figlia e alla sorella. La seconda scoppia davanti al Campanile, la terza inesplosa nei pressi del torrente Pozzella, la quarta centra in pieno il rifugio al Monnezzaro dove si erano c’erano una trentina di persone. E’ una carneficina. Molte bombe per fortuna si schiantano sul Mortariello. Alla fine i morti tra i civili saranno quarantacinque.

 

Questi non hanno mai fatto del bene

Il 24 Settembre 1943 un tremendo bombardamento alleato su Volturara distrugge il paese provocando 45 morti tra i civili.

Si vide una scena che riassume l’odio di classe, sempre nascosto.

Una bomba cade sulla casa di un notabile in Piazza, distruggendola. Lamenti strazianti da sotto le macerie attirano l’attenzione di alcune persone. In particolare un giovane cerca di prestare soccorso e chiama il primo che arriva, invitandolo ad aiutarlo.

La risposta, di fronte a tanto dramma, fu sconcertante e cinica. - Lasciali perdere. Questi non hanno mai fatto bene a nessuno.- E se ne andò.

Si seppe in seguito che il signore deceduto aveva provocato il bombardamento che gli era costato la vita, riferendo agli americani la presenza certa dei tedeschi a Volturara.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI  A VOLTURARA IRPINA

                  BEFFE, DIAVOLI E RAPIMENTI

 

Petrolio a Volturara anni Cinquanta 

Periodo di raccolta di barbabietole da zucchero nella campagne volturaresi di fine anni ‘50. Un barlume di ricchezza che naufragò negli anni seguenti .

Centinaia di camion, che venivano a prelevare nelle campagne quintali e quintali di barbabietole, caricandosi oltre misura nel rispetto della legge del cottimo: più ne porti, più te ne paghiamo.

Un incidente banale, sul un piccolo ponte alle Peraine, porta un camion a scassare il serbatoio della nafta, che subito cade copiosa e inzuppa il terreno. Infatti, sentito il botto, l’autista si era fermato subito a guardare il danno. Dopo alcune ore e dopo aver lasciato sul ponte litri e litri di nafta, il camion se ne va maledicendo Volturara e la sua arretratezza. La disavventura provoca un seguito ricco di colpi di scena, che tennero il paese in sospeso per settimane. 

Erano passati due o tre settimane dall’episodio, quando Casieri decide di mettere in atto il piano, che lo avrebbe portato alla fine ad un’altra denuncia a suo carico.

Facendo finta di passeggiare si porta con alcuni amici sul ponte ed incomincia ad annusare per terra. L’odore di nafta è evidente, con moto di stupore prende fra le mani un pugno di terra impregnata di una sostanza che sembra proprio petrolio. Gli amici incominciano a scavare con le mani, più vanno giù più sentono e vedono quel liquido nerastro che per loro potrebbe essere fonte di ricchezza inaspettata. La notizia fa il giro del paese ed i soliti sapientoni si portano nella zona per appurare il miracolo. Il figlio di Don Luigi Pennetti, Vincenzo, diventa l’esperto del gruppo e si fa carico di mandare una zolla di terra ad Avellino, per le analisi finali e definitive. Nel contempo si diffonde la psicosi del ritrovamento del petrolio in ogni strada di Volturara. Alla Sava, macchie d’olio sull’acqua provocano  la venuta di Casieri e compagni, che danno spago alla scoperta, chiamando l’esperto della situazione, che come al solito dice che potrebbe trattarsi di petrolio. L’ultimo colpo lo danno al povero Don Vincenzo Pennetti, quando nel vallone del Monnezzaro da un cunicolo prelevano un materiale nerastro, sicuramente  muffe, che viene prelevato con tutte le precauzioni per essere analizzato. Il risultato di tutte le analisi, naturalmente negativo, provoca l’ennesima denuncia del Brigadiere a Casieri per turbativa dell’ordine pubblico. La denuncia è recapitata a mano nel negozio di Giovanni il barbiere in piazza, dove erano soliti preparare i loro scherzetti.

 

Il trovatello di Volturara 1955

Mariuccio re Capacchione, che diventerà poi cognato di Casieri, sposando la sorella Giovanna, si presenta in Piazza in Vespa, con dietro il cesto per vendere uva insieme ad un ragazzino sporco e con cenci addosso. Con aria sconsolata afferma di averlo trovato sulle Tavernole ed è sicuramente un bambino sperso, nel senso che è un trovatello che chissà da dove viene. Muto come un pesce con un cappello rotondo in testa, sembra un brutto anatroccolo. L’istinto buono di Casieri lo spinge a prendersene cura. Va subito nel negozio di sarto e barbiere di Giovanni Meo, suo amico, in Piazza e lo costringe a cucirgli un paio di calzoni nuovi con le buone e con le cattive, promettendogli che lo avrebbe pagato dopo, facendo una colletta tra gli amici. Poi si avvia verso il Freddano e da Ossequio assume l’aspetto di chi chiede l’ultimo ed estremo favore, con un viso rattristato per la sventura del povero ragazzo. Racconta la sua storia e commuove la moglie di Ossequio, riuscendo a farsi regalare una camicia. Riattraversa la Piazza sempre seguito dal ragazzino muto e silenzioso e si avvia verso il Campanaro. Una piccola folla di ragazzini segue la scena e si accoda ai due. Arrivato al negozio di scarparo di Tore re Matella, con aria contrita riracconta la storia del bimbo ed alla fine ottiene un paio di scarpe, che avrebbe pagato dopo la colletta pubblica. Ormai la Piazza segue la situazione con attenzione e aspetta il risultato finale. Lavato per bene con addosso i nuovi panni, il trovatello sembra un altro. Casieri chiama il fotografo per immortalare la scena e consegnarla ai giornali di Avellino, che avrebbero dovuto dare risalto alla tenera storia. L’arrivo del Brigadiere come al solito rompe un’atmosfera deamicisiana e dolcissima. Chiama Casieri e lo invita ad andare in caserma perché denunciato per sottrazione di minore.

Al povero Casieri che cade dalle nuvole il brigadiere racconta che il padre del ragazzo, Peppo re Betta, inviperito lo aspetta per ammazzarlo di botte per avergli rubato il figlio. In effetti il ragazzo, di nome Gerardo Petretta, era di Volturara e non un trovatello, come aveva riferito Capacchione. Casieri era stato tratto in inganno dal mutismo del ragazzo e dalla furbizia di Mariuccio re Capacchione, che gli aveva teso un bel tranello per ridere alle sue spalle.

La denuncia del padre in seguito fu ritirata, ma Casieri per diversi giorni dovette girare alla larga dalla Piazza per paura delle botte di Giuseppe Petretta che voleva vendicarsi del torto subito.

                                      

Il ratto di Carmela

Ai Cancielli una grande luna piena illumina una notte piena di stelle. Il cane incomincia ad abbaiare alle ombre che si avvicinano alla masseria.

Carmela si sveglia di soprassalto e scuote Mariuccio che dorme. Il cane abbaia, saranno i ladri.

- Mariu’,Mariu, lo cane allucca, so’ venuti li mariuoli!-

Mariuccio mugugna qualcosa nel sonno e si rigira sull’altro lato. Non le resta che alzarsi e andare a vedere. Lei piccola e minuta ha paura, trema un po’ ma pensa che sia il freddo della notte. Scende la scala esterna e si ferma sotto la vigna scrutando nel buio alla ricerca di un qualcosa che la faccia gridare.

L’abbaiare del cane è assordante, ma non vede niente che possa preoccuparla. Mah! Sarà qualche volpe, chissà.  Prende la lampada, l’ascistarulo, appoggiata sulla finestra e la accende per capire meglio. Si avvia verso la stalla per vedere se gli animali stanno a posto. Il pensiero di svegliare i figli le attraversa la mente proprio quando le calano addosso il sacco.

Grida soffocate, bestemmie, rumori in un momento mescolate all’abbaiare del cane, poi il silenzio. Solo la fiamma dell’ascistarulo tra le pietre e l’erba nel soffio del venticello della notte. La macchina aspetta poco distante. La mettono in mezzo sul sedile di dietro incuranti delle urla, mentre l’autista parte di slancio, preoccupato ma deciso.

Minacce di botte inducono Carmela a stare zitta, mentre il sacco vibra sotto il tremore della sua paura. Quanto tempo è passato? La macchina si ferma. La fanno scendere e tenendola per le braccia l’accompagnano dentro. La luce fioca di una lampada rafforza il nervosismo dell’uomo che aspetta, lo rende più cupo. Con un gesto sbrigativo toglie il sacco dalla testa della donna per rassicurarla, per dirle che l’ama .

L’espressione del volto diventa una maschera di rabbia e di stupore.

- Scimuniti! aiti pigliato la mamma, scimuniti.-

Le ricala il sacco sulla testa quasi a nascondere il tutto e si cala sul tavolo a battere i pugni.

I tre compari capiscono tutto, guardandosi a volo. Rimettono in moto la macchina, imprecano e corrono. Passando davanti al Cimitero di Montemarano si fanno un segno di croce propiziatorio e liberatorio. Si buttano giù per la scorciatoia verso i Cancielli. Davanti la masseria il cane ricomincia ad abbaiare fino a quando un calcio lo zittisce. Carmela un poco sollevata dal ritorno a casa indica la stanza dove dorme la figlia. Uno dei tre entra a controllare se è sveglio Michele, il fratellino.L’altro preleva la ragazza insonnolita, la  prende per un braccio, la porta nella macchina quasi trascinandola.

Il rumore del motore si perde nella notte, mentre Mariuccio si gira sull’altro lato borbottando nel sonno. Erano gli anni Sessanta.

La storia non finisce qui. La ragazza pur violentata non accetta di sposare il montemaranese che l’aveva fatta rapire e ritorna a casa dopo alcuni giorni. Si sposerà con un volturarese un paio di anni dopo ed insieme a lui emigrerà in Belgio.

                                              

Ottorino e il diavolo

Ottorino l’ultimo eremita di San Michele.

Negli ultimi secoli e fino agli anni Sessanta, San Michele ha avuto sempre il suo eremita: un  custode che viveva sulla collina, guardando il Santuario dai ladri e aprendolo ai fedeli, che a frotte salivano a pregare San Michele Arcangelo.

A memoria d’uomo prima di Ottorino c’era stato Masto Fabio, personaggio caratteristico e ricordato in molti racconti persi nel tempo. Alla sua dipartita il posto di eremita fu preso da Ottorino. I ricordi sfocati dal tempo lo rivestono di pantaloni e panciotto di velluto marrone, con i lineamenti di statura medio bassa su un viso ben rotondo. Si accompagnava con una cavalla rossiccia, la quale portava una barda ai cui lati pendevano due sacchette sempre piene o di grano o di fagioli o ancora di patate, frutto della bontà dei popolani, che lo aiutavano a sopravvivere per custodire il Santo.

Nel palmo della mano, con il gomito flesso, portava sempre una cassettina del diametro di una decina di centimetri, con davanti l’effigie del Santo, per raccogliere le offerte in danaro che tra la povertà generale riusciva a racimolare. Una vita tranquilla tra la collina, le Cantine, dove consumava tutte le elemosine raccolta durante la giornata, e la casa di Fiorangela, cugina del Rettore del Santuario, Don Marcellino Marrandino, sempre pronta ad accoglierlo.

Finché un giorno di Agosto un fulmine, attirato dagli zoccoli di ferro, cade diritto sulla cavalla che pascola dietro la collina, uccidendola sul colpo.

La fine di una vita tranquilla! L’inizio di un calvario finito male.

Ottorino, dà la colpa al Diavolo, acerrimo nemico di San Michele, che il Santo aveva scacciato dalla collina mettendoselo sotto i piedi. Non trova pace, fin quando, armato del pugnale che aveva da sempre nella cintola, sferra un colpo negli occhi del serpente posto ai piedi della statua nella Chiesa del Santo, quasi per accecarlo o per offenderlo del torto subito. La voce corre in paese e giunge alle orecchie dei carabinieri, che lo denunciano per oltraggio alla statua. Subsce un processo, da cui esce indenne, ma provato.

Non passa molto tempo. Una mattina qualunque Ottorino fu trovato, guarda caso, bruciato nel fuoco della sua cucina. Si disse in paese che forse, ubriaco come al solito, inavvertitamente era caduto nelle fiamme trovando la morte. Una voce tra la gente però sussurrava che Ottorino aveva osato sfidare e offendere il Diavolo, e ne aveva pagato le conseguenze, con l’unico mezzo che il Diavolo sapeva usare. Da allora nessun eremita salì più sul Santuario di San Michele. Col terremoto del 1980 la chiesa ed il Castello caddero sotto i colpi di quella sera maledetta.

 

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

 

                         STRATEGIE ELETTORALI

 

San Michele e le elezioni del 1952
Era dal 1946 che Renato Masucci, con l’appoggio del fratello Don Achille, era diventato Sindaco. L’opposizione, con a capo il cugino Annibale Masucci, cercava di dargli battaglia per toglierlo dal Comune. L’occasione si presenta nelle elezioni amministrative del 1952, quando alla lista di Renato contrappone la sua con il simbolo di San Michele, scelta per scopo augurale o forse per ingraziarsi il Clero che era sempre potente elettoralmente. Una fortissima gelata l’8 Maggio colpisce Volturara bruciando tutti i raccolti. Una vera catastrofe per una popolazione già povera.
Le parole incominciano a girare in sordina per poi diffondersi in pochi giorni a voce di popolo. San Michele, offeso per essere stato usato politicamente come simbolo di una lista, ha mandato la gelata per far capire il suo disappunto. L’Arcangelo Vendicatore ha mal sopportato la scelta fatta da Annibale e i suoi amici. Si fa capire velatamente e subdolamente che, se la lista usurpatrice dell’immagine sacra dovesse vincere, la punizione potrà essere ancora più forte.
Uno strano clima di tensione incomincia a serpeggiare tra la gente. I dubbi crescono e si manifestano prima in modo sporadico, poi in un crescendo di mormorii e di anatemi verso i candidati. Siamo ancora in periodo post bellico con una mentalità arretrata e bigotta. Credere che i Santi possano determinare situazioni negative è ancora nei pensieri della gente. D’altronde San Michele si manifesta nei simulacri come un guerriero nell’atto di sottomettere e di sconfiggere il diavolo, come nell’atto di sconfiggere qualunque nemico che si fosse posto sul suo cammino. In pochi giorni nell’animo della gente nasce il sillogismo che votare la lista di Annibale Masucci equivalga a votare il diavolo, con tutte le conseguenze per chi si fosse permesso di farlo. Sarebbe diventato nemico personale del Santo.
Quando alla fine di Maggio si vota, la sconfitta preparata con atavica furbizia dagli amici del Sindaco determina una debacle completa per la lista di Annibale Masucci. Dopo questa vittoria schiacciante, il Sindaco durerà in carica ininterrottamente fino alla fine del 1964, con un ventennio di fila che non ha precedenti e sicuramente non si verificherà nemmeno in futuro nell’intera storia di questo paese.

 

Discorso dal balcone

Il senatore Nicoletti di Avellino, uomo di destra, tiene un discorso in Piazza dal balcone di Edoardo Masucci. Siamo alla metà degli anni ‘50. I comunisti soffrono la sua presenza e decidono di preparargli un tiro mancino.
Naturalmente chi deve muoversi è il solito Casieri, che con Giggio si porta all’inizio del paese, verso Bucarone, dove mettono di traverso sulla strada alcuni enormi macigni. L’oscurità della notte e la debole luce dei fari dell’autovettura di Nicoletti combinano il resto. Il senatore va diritto sulle pietre in mezzo alla strada e scassa la macchina. Carabinieri, confusione e inizio di indagini. Una scena che i due mascalzoni non vogliono perdersi.
Il ritorno sul luogo del delitto, però, come era da immaginarsi, è l’inizio dei loro guai. Il brigadiere non appena vede Casieri ridere sotto i baffi, lo arresta e lo porta in caserma. La denuncia è automatica e il processo ai due si conclude con la condanna a cinque anni di carcere, evitato con raccomandazioni e promesse di non organizzare mai più altre bravate del genere.

 

Elezioni amministrative nel 1956. Il Gallo perde
Nell’odierno ricordo una stagione intensa, che riporta alla luce personaggi dimenticati, ma non per questo poco importanti.
Un mondo preludio al nostro, con personaggi tipici e a volte caratteristici, in un’onda lunga di emigrazione che si prendeva gli sconfitti e chi aveva niente nonostante tutto.
Per le Amministrative quattro Liste in campo in un frazionamento politico-amministrativo, che si basava come sempre sull’esasperazione del personalismo e dei rancori piuttosto che sulla volontà comune di costruire qualcosa.
La Stella di Renato Masucci, capolista con l’appoggio di Don Achille, il fratello già vincente da due tornate elettorali.
Il Gallo, antagonista per eccellenza, capeggiato dall’Ingegnere Giuseppe Di Feo. Comprendeva fra gli altri Annibale Masucci, Marino Raimo, Edoardo Masucci, Rocco Sarno.
La Stella e Corona dei Monarchici con a capo Vincenzo Pennetti, ultimo discendente di una grande e potente famiglia contrapposta ai Masucci: alla fine prese meno voti di preferenza del numero di Consiglieri in lista.
La Trombetta, lista dei Comunisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori con magri risultati. Ne facevano parte Eliseo Catarinella, Vincenzo Di Meo ”Pupetto”, Raimo Gerardo e Terremoto.
Campagna elettorale infuocata e discorsi infuocati. Famoso quello di Pupetto che anagrammando il nome del capolista della Stella, Renato Masucci, minacciava dal palco “Accisum Tanero”, senza che nessuno capisse niente di quello che voleva dire, e prendendosela in continuazione con una ragazza molto attiva nella lista sempre di Renato Masucci.
Altrettanto famosa la frase dell’Arciprete Don Alessio Lepore, sostenitore della lista del Gallo. Era in Chiesa a celebrare messa. Alla notizia della sconfitta, parafrasando il Vangelo affermò davanti ai fedeli allibiti
- Andate, andate che il Gallo ha perduto. Avete fatto della mia Chiesa una spelonca di ladri.-
Al che un ragazzo, forse Pasqualino D’Andrea, gli rispose con fare preoccupato “ma, zi Arcipré, fuori piove”.
E Don Alessio di rimando

- Andate, andate, andate lo stesso, banda di manigoldi.-
Vinse la Stella, senza Corona, con pochissimi voti sul Gallo. Molti giurarono che i brogli elettorali furono enormi. Si diceva che qualcuno, ne facevano anche il nome, di notte avesse scritto sulle schede bianche una croce per votare la lista di Renato Masucci.
Un’appendice colorita, ma feroce, ricorda che a quasi tutti i galli di Volturara fu torto il collo per mostrarli poi come trofeo per la Piazza, le strade e davanti alle case degli sconfitti. Volturara era un tappeto di piume.

 

Elezioni amministrative del 1975. Colomba contro Stretta di Mano

Erano dieci anni che Marino Raimo comandava il paese, anche se dal 1972 aveva dovuto mettere come Sindaco al suo posto l’assessore Amabile Raimo, per le note vicende legate alla Società che doveva gestire il Terminio nel suo sviluppo come area turistica, e che era stata fermata da ricorsi e denunce. Qualcuno disse che, avendo lo stesso cognome, firmava sempre lui solo col cognome Raimo, dando la responsabilità però al suo sostituto Amabile, ma era una delle solite calunnie dei volturaresi seminatori di zizzania.

Ma ecco le elezioni del 1975. Stretta di Mano contro Colomba.

L’attesa è enorme e ripercorre le grandi sfide degli anni precedenti. Una grande coalizione di tutte le famiglie contrarie al Sindaco in carica aveva superato gli steccati dei rancori personali e aveva presentato una nuova lista di ispirazione democristiana con a capo Edoardo Masucci, medico di famiglia e dirigente Inps, che non era ben visto da parecchi suoi stessi alleati e che Giusino Cristofano, ormai padrone della politica dopo la dipartita di Don Achille Masucci, aveva dovuto sorbire forse a malincuore. Ma l’avversario doveva essere sconfitto e tutto poteva essere utile.

Si arriva al grande giorno e la situazione appare nei sondaggi ancora favorevole alla lista di Marino Raimo, “la Stretta di Mano”.

La Colomba attua un martellamento continuo e implacabile sulla popolazione: i Colombini non vogliono perdere altri cinque anni con una sconfitta dura da assorbire. I primi risultati danno ragione a Marino Raimo, che si era ripresentato di nuovo come capolista e appare nettamente in vantaggio con i voti di lista. Ma a un conteggio finale, per il gioco delle preferenze date a ogni singolo candidato, la Colomba vince le elezioni con un minimo scarto, ponendo fine al decennio Raimo. Inimmaginabili le scene di sconforto da una parte e di giubilo dall’altra.

Ma qual mai Volturara sarebbe, senza brogli o almeno il sospetto di essi?

Si vocifererà in seguito che un componente di un seggio elettorale, uomo di parte Colomba, con una minuscola punta di matita infilata sotto l’unghia del mignolo destro, durante spoglio, mentre caccia le schede dall’urna e le apre, opera un trucco infernale. L’infame scrutatore traccia di nascosto un segno sul simbolo della Colomba nelle schede bianche, facendole diventare valide per la Colomba, e ripete lo squallido trucco anche su molte schede votate Stretta di Mano, facendole annullare per doppio voto. Un trucco da prestigiatore inimmaginabile, che contribuisce a capovolgere una situazione di netto vantaggio della lista di Marino Raimo, il quale dovette incassare una sconfitta che non meritava. Ma il mignolo magico non sarebbe bastato senza l’esperienza mefistofelica di Giusino.

Giusino la volpe mette in azione i suoi galoppini.

L’esperto Giusino operò a favore della Colomba con il gioco delle preferenze, messo in atto in modo scientifico, per togliere voti al suo avversario. Dai suoi galoppini faceva chiedere solo preferenze a chi era fedele di Raimo, sapendo di non poterne ottenere il voto di lista. Le istruzioni erano di far intendere, all’elettore di turno, che le preferenze ai candidati Colomba e il voto di lista a Raimo erano cose diverse. 

 

Galoppino della Colomba all’elettore inesperto – Tu vuoi votare per la lista di Marino Raimo? E fai pure, ma metti un segno di preferenza su uno dei nostri, che poi quando ti serve un favore sai a chi ti devi rivolgere.-

Elettore inesperto – E ti pare allora che io nego un piacere a Giusino?-

 

L’elettore inesperto non sa che ogni sedici preferenze diventano un voto di lista e che moltiplicato per decine e decine si arrivava a ottenere moltissimi voti di lista inaspettati. Vuoi una cosa, vuoi un’altra, alla fine i voti della Colomba superarono quelli di Marino Raimo, determinandone la sconfitta clamorosa e immeritata.

Vita movimentata.

Per la cronaca fu un’amministrazione difficile, con il Sindaco costretto alle dimissioni dopo un anno e con vari assessori facenti funzione di Sindaco a turno fino al 1978, anno delle nuove elezioni. Da rimarcare la non elezione a consigliere comunale dell’imprenditore Silvio Sarno, cancellato nelle preferenze dai suoi stessi alleati e rimasto tra i non eletti, insieme a Ferdinando Zirpolo che subentrò in secondo momento al consigliere Salvatore De Cristofano, dimessosi dalla carica per un contenzioso con il Comune che ne sanciva l’ineleggibilità.

 

Auto blu

L’automobile blu con autista arriva in Piazza. Desiderata e temuta. L’uomo politico nazionale scende, sembra riconoscere e salutare tutti. Giusino gli si fa incontro, si abbracciano, si baciano. Giusino ascolta in silenzio quello che gli viene sussurrato in un orecchio. L’automobile blu riparte.


Anno 1980. Tutto balla

Il sibilo comincia all’improvviso, diventa un tuono, mentre tutto si agita in modo sconquassato. Se ne va la luce e nel buio emergono le paure ancestrali di chi è di fronte alla morte nella sua solitudine umana. Cerchi di capire che cos’è mentre ti aggrappi alla parete che nemica si allontana dalla tua mano. Poi un lampo ti squarcia la mente. Il terremoto, non sai cosa fare.

Forse è Iddio che vuole il cambiamento, ma non riuscirà nel suo intento di migliorare gli uomini.

Una domenica come tante, 23 Novembre 1980 ore 19:34. L’Avellino, in serie A, ha vinto 4-2 contro l’Ascoli, due gol del suo negretto brasiliano Juary, che dopo i gol danzava intorno alla bandierina del calcio d’angolo. In televisione è incominciata da poco la replica di

Inter-Juventus. E’ già sera con una luna piena grande come una casa. Fa appena appena un poco freddo.

Brancoli nel buio per cercare un appiglio, per vedere una luce, ma la polvere che si alza ti fa capire che sei finito. Tutto balla. E’ ridicolo a pensarci, ma tragico nel viverlo. Cammini senza capire, senza morire. Tocchi i tuoi cari che urlano e vuoi calmarli. Usciamo fuori, ma il fuori dov’è? Ti accucci le mani sulla testa per non sentire dolore dai calcinacci che cadono. Poi il silenzio e polvere, solo polvere, tanta polvere. Tossisci, tossiscono tutti.
Gridano ancora, chiamano i nomi. Si abbracciano piangendo, li abbracci piangendo. Ti allontani dalle case all’aperto per una istintiva paura, poi incominci a contare i parenti. Non manca nessuno, mentre tutti pregano. E’ la fine del mondo. Dio ci punisce per i nostri peccati. Madonna aiutaci. Madonna! saranno morti tutti. Si incominciano a intravedere ombre vicino a noi, passano e gridano, piangono e pregano. Sono storditi, confusi, abbracciano chiunque incontrano, piangono e pregano. Qualcuno ride, più per nervosismo che per essere scampato alla morte. Guardo l’orologio, sono le 19:45. Sento tremare sotto i miei piedi e mi blocco. Gli stessi brividi di prima, lo stesso sudore, la stessa paura. Ricomincia. E’ un attimo, la ragione mi dice che non sarà come prima, ma ho paura lo stesso. Via Carmine è un unico mucchio di macerie. I primi piani sono crollati sul marciapiede e si sentono lamenti dei feriti.

A pochi metri, con sulla pancia metri di pietre e polvere, si intravede il volto dell’ing. Di Feo pallido, bianco di polvere, rantola senza parlare, sudato. Ci vuole molto tempo prima di estrarlo dalle macerie, sulle gambe la base della finestra del primo piano, che pesa un quintale. Povero uomo, è morto. Lo prendono e a braccia lo portano via, non so dove.

Ombre che vagano. Sporche di polvere e di paura, vanno e vengono alla luce della luna, in un mormorio che sovrasta le persone e rende la scena immortale, senza tempo nei ricordi di chi l’ha vista. Finisce la polvere, sono le 20:05. La luce della luna rischiara la sera. Piccoli fuochi si accendono intorno a persone spaurite. Qualcuno si ferma chiedendo notizie e ringrazia Iddio a una risposta positiva. Altri più in là si abbracciano e raccontano.

Scendo verso piazza Mercato, un ragazzo piange, non è di Volturara, indica un luogo pieno di polvere a gesti senza saper parlare. Lo aiutano a scavare. Il suo amico è là, soffocato sotto mezzo metro di polvere, con la faccia in giù. Si dispera. Sono venuti da Montella a trovare le ragazze. Il suo amico ha trovato la morte davanti al portone dei Mingone: vedendo il Palazzo delle farmaciste cadere, si è buttato sull’altro lato della strada, ma non è stato fortunato.


Le prime notizie incominciano a circolare. Dietro ai Portoni hanno trovato Immacolata sepolta dalle scale mentre fuggiva.
Davanti al monumento ai Caduti Pasqualino Sarno cerca qualcuno che lo aiuti a trovare la madre e la sorella Elvira. Ha un oscuro presentimento. Arcangelo Marra lo porta al Freddano, dove abita. Chiamano a gran voce, ma tutto intorno è crollato. Un’altra scossa improvvisa consiglia loro di allontanarsi. Le trovano il giorno dopo sotto le scale abbracciate nell’ultimo inutile tentativo di mettersi in salvo.

Una scena che mi colpisce giù al Carmine. La mamma di Rosetta Lomazzo, ostetrica a Sant’Angelo, piange e vuole essere portata dalla figlia, che era andata a lavorare in Ospedale. L’istinto di una madre intuisce una tragedia senza averla vista e capisce disperandosi. Non è passata nemmeno un’ora dal terremoto.
Rosetta, vent’anni di bellezza e di semplicità, è stata accompagnata dal fidanzato a Sant’Angelo, dove sono giunti alle 19:25. Lasciato il ragazzo, comincia a lavorare nell’ala dell’Ospedale che non crollerà. Alle 19:30 una partoriente le chiede di portarle una stufa che si trova nell’altro corridoio, perché ha freddo. Attraversa il corridoio prende la stufa e sta per tornare indietro. La morte la prende davanti alla porta di divisione tra l’ala che crolla e quella che resiste. E’ una delle centinaia di vittime di Sant’Angelo dei Lombardi, dove la classe del 1963 scompare mentre assiste alla partita.

 

La maledizione si rinnova, il diavolo scacciato dal monte San Michele che sovrasta Volturara si vendica ancora, scende nella Piazza, emana i suoi malefici su tutti

 

Vengono estratti vivi dalle macerie.
Continua Inter-Juve nel bar prima della Piazza.

Cerchiamo di portare aiuto a chi ha bisogno, mentre decine di macchine portano i feriti all’Ospedale.

In via Croce Fiorenzo Meo, con il dente dell’epistrofeo rotto. Il cugino Lucio De Feo con le gambe rotte, salvato poi dai medici di Bologna, dove si ricovererà in seguito e sua madre Antonia Pennetti, a cui volevano amputare un piede. Vivi per miracolo.

In via Dante Alighieri, sotto la casa crollata come una pila di libri, vengono estratti vivi Masucci Michele e la moglie Del Percio Elisa. Ognuno racconta e sono tutte tragedie sfiorate.

In via Vincenzo Pennetti, nella discoteca di Antonio Sarno detto lo Scarso, c’erano una ventina di ragazzi, tutti salvi per miracolo. In Piazza la Chiesa Madre e le pietre del Campanile sembravano rincorrere tutti quelli che scappano.

A piazza Carmine crolla tutto. Secoli di fede distrutti in novanta secondi. Scompare la Chiesa del Carmine, il Cuore di Gesù, scompare la Chiesa dell’Addolorata. Tutto piatto con cumuli di macerie sparse qua e là. Un orizzonte irreale, mentre ombre vaganti si abbracciano.

Moltissime persone si rifugiano dietro al Serrone, portando i vecchi nelle automobili all’aperto vicino al Campo sportivo. La scossa dell’una di notte è forte quanto la prima, ma più breve. Non ci sono vittime perché tutti stanno all’aperto. Dal Serrone si vedono crollare interi fabbricati in prolungamento via Cupa, mentre la terra sembra cullarti in modo ondulatorio.
La paura passa lentamente quando le prime luci dell’alba si alzano sui racconti di passati terremoti e sventure, fra gente infreddolita e piena di sonno. Manca acqua e luce, la giornata è fredda. Pensi che sei rinato e che vuoi goderti la vita attimo per attimo, dopo aver vissuto questo cataclisma. Il paese si anima, ma nessuno guarda nessuno, tutti presi ad andare a controllare ciò che hanno perso, ciò che può recuperare e dove metterlo. La radio dà le prime notizie. E’ un disastro immane da Balvano a Napoli, chissà quanti morti!

Durante la giornata un arrivo continuo di Volturaresi dall’Italia e dall’estero per cercare i propri familiari. Macerie, tante macerie sparse per le strade.

Chi più ne può più ne piglia.                                                                                               Andiamo in campagna a Tortoricolo, da zia Ida, ammassati a dormire vestiti, pronti a scappare al minimo rumore. Torno in paese. I soccorsi cominciano ad arrivare, le notizie pure, è la certezza di una catastrofe.

 Balvano con i fedeli morti sotto il crollo della Chiesa; Sant’Angelo che conta centinaia di morti ed interi palazzi adagiatisi su se stessi. Lioni rasa al suolo. In paese chi può scappa. Cerchiamo di organizzare un pronto Soccorso nel Campo sportivo sotto una tenda. Si distinguono per impegno i ragazzi del gruppo Gi.Fra con Padre Emilio. Il Sindaco Silvio Masucci si trova impreparato a fronteggiare un evento del genere ed i vari amministratori vanno per conto proprio, spesso in scordinati e in contrasto tra di loro. Le tende che arrivano vengono sistemate nel Campo Sportivo, distruggendolo per sempre. Come era bello negli anni ‘70, quando si riempiva di pubblico e di giovani. Sceglieranno di ricostruirlo al Dragone in una zona senza sole, fredda ed umida. Errori del dopoterremoto, fare senza programmare,
senza tenere in nessun conto le esigenze della popolazione, ma è solo l’inizio. Si crea un centro raccolta nelle Scuole Medie di Viale Rimembranza e nelle scuole Elementari di via Serrone. Il Comune viene spostato nella Palestra della Scuola Elementare di Viale Rimembranza. La sede operativa del Comune e dell’Amministrazione è al primo piano delle scuole medie. Arrivano le giacche a vento e “zompa chi può!”. Arrivano i cappellini antipioggia e chi più ne può più ne piglia. Arrivano le coperte e si forma una fila di più di mille persone. Arriva formaggio parmigiano e pasta, per un “cuoppo di maccaruni” si azzuffano centinaia e centinaia di persone.

 I furbi fanno incetta di tutto. E’ inutile fare i nomi, il tempo fa dimenticare, ma resta il fatto che alcuni personaggi riuscirono a riempirsi le case di oggetti, di indumenti e di alimenti. Si racconta di decine di prosciutti trovati marciti al Dragone dopo settimane.

S racconta di indumenti rubati e nascosti nelle casse da morto, mandate per eventuali vittime, ripresi poi di notte e portati nelle case. La cosa più simpatica la fece Celestino D’Agostino, celebre beone, il quale, presa una di queste casse, la portò in piazza Carmine e vi ci si addormentò dentro ubriaco. Lo prelevarono i carabinieri la mattina dopo.
Episodi vergognosi e disgustosi, alternati a scenette gustosissime, che dimostrano la capacità di sopravvivenza e di improvvisazione del nostro popolo. Un signore, di cui non faccio il nome, ma che conosco molto bene, esce dalle Scuole Medie indossando una giacca a vento nuova di zecca. Sembra un po’ ingrassato. Quando si toglie a casa la giacca a vento, sotto ne nasconde un’altra altrettanto nuova, perciò sembrava un po’ più grasso. Non gliene bastava una, ne aveva preso due.

Una scena altrettanto gustosa l’ho vissuta in prima persona. Per un qualche motivo mi trovo dentro le Scuole Medie con un mio amico. Questo mio amico adocchia un paio di stivali imbottiti di lana appoggiati sul davanzale di una finestra, giustamente pensa che il destino glie li abbia assegnati. Decide di prenderli, ma uscire con gli stivali è rischioso: il portone della scuola è controllato per non far entrare gente. Li nasconde in attesa di un momento migliore. Si mette d’accordo con suo fratello e lo fa aspettare in strada dietro il palazzo. Apre la finestra e butta uno stivale che il fratello prende. Sta per lanciare il secondo, ma voci che si avvicinano lo bloccano. Appoggia lo stivale sul davanzale, chiude la finestra e si allontana. La sera rivede lo stivale nelle mani di Nicola, il custode, che minaccia a destra e a manca chiedendo la restituzione dello stivale mancante, lo poggia a mo’ di monito sul tavolo e se ne va. Nicola aveva uno sguardo tagliente e penetrante su di un viso ovale, faceva paura al solo guardarlo negli occhi. Il giorno dopo due stivali troneggiavano sul tavolo con grande soddisfazione di Nicola.

Si arriva così alla fine del mondo e alla sua ricostruzione. Si preannuncia un periodo di sviluppo edilizio incontrollato.
Superata la fase dell’emergenza inizia la sistematica presa di potere di un’Amministrazione, che si dimostrerà nel prosieguo non all’altezza della situazione, creando le premesse di un futuro senza valori, in cui il senso di giustizia è rappresentato solo dall’appartenenza al gruppo e da vassallaggio alle idee del capo.

Sono i tempi in cui in Provincia il potere politico afferma i canoni dei nuovi valori fatti di appartenenza. Una piramide di favoritismi e sudditanza, col motto “creare il bisogno per controllare le menti“, con il dopoterremoto si espanderà, teorizzando il rampantismo purché di appartenenza. Chi non accetta o critica è inaffidabile, perciò da isolare ed eliminare politicamente creandogli il vuoto intorno. Il “tu vali se sei dei nostri” renderà la classe dirigente succuba e cascettona. L’unico collante è il potere per il potere, la religione è il dio denaro.

 

Pullman dal Belgio per Amministrative 1997
Giuseppe Meo, organizzatore di una festa di volturaresi in Belgio da molti anni, decide di candidarsi nella Stretta di Mano, capeggiata ormai dal 1965 da Marino Raimo.
Raimo, Sindaco uscente, per essere sicuro di una nuova vittoria, gli consiglia di portarsi dal Belgio un pullman di volturaresi, i quali avrebbero sicuramente contribuito alla vittoria finale. Detto fatto. Il sabato delle elezioni cinquantaquattro volturaresi provenienti dal Belgio si presentano nel parcheggio del ristorante Dragon’s Valley, scortati e salutati dai candidati della Stretta di Mano, guardati dai candidati delle altre due liste con un misto di invidia e di rancore. La sorpresa arriva con lo spoglio dei voti. Giuseppe Meo,ò spagnuolo, prende solo trentaquattro preferenze! e pensare che a Volturara portava come familiari almeno una trentina di voti. Ciò significava che quasi nessuno di quelli che aveva portato dal Belgio lo aveva votato.
Dieci milioni di lire, spese tra viaggio e pranzi, buttati all’aria da una sconfitta bruciante, che porta sul Comune la Colomba di Andrea Di Meo e manda Marino Raimo all’opposizione.
Si saprà in seguito che i parenti in Belgio di un candidato della Colomba avevano ben addestrato i partenti a votare per il loro nipote e non per Giuseppe Meo.

 

La città sotterranea. Anno 2000

Sarà il caso, sarà il destino, ma questo tipo resta sempre coinvolto in situazioni strane. Ieri, 15 Giugno, se ne stava andando allo studio in via Freddano, quando lo chiama Vito, emigrante in Canadà di circa settant’anni, che d’estate torna al paese e osserva l’andamento delle cose, per poi riferirgliele e sapere cosa ne pensa. Una prerogativa di Vito è chiamare gli amministratori pubblici “Mazzacanaglie”. Appena può, questo termine lo schiaffa in ogni frase che dice. Ebbene, Vito gli fa vedere in Piazza, di fronte al Comune, lo scavo che l’Italgas sta facendo per mettere il metano e lo invita a guardare con attenzione, cosa che il nostro tipo fa per la simpatia che gli ispira Vito. A una profondità di circa un metro, proprio di fronte all’ingresso del Comune, appare una galleria alta un metro e mezzo, larga due, il cui centro corrisponde al lato sinistro dell’ingresso, guardando verso il Comune stesso, a una distanza dal portone di circa tre metri. La galleria presenta una volta di tufo e per tre quarti è piena d’acqua. Si scatenano la curiosità e la fantasia. Ritornano alla mente vecchi racconti dell’infanzia su cunicoli sotterranei, che attraversavano il paese e arrivavano in cima a San Michele. Servivano come via di fuga e nascondiglio per i signorotti nel tempo in caso di attacchi al paese.

Qualcuno dice che le case dei Vecchi e dei Masucci erano in comunicazione tra di loro e che il cunicolo sboccasse sotto San Michele, presso la casa di un’altra famiglia di notabili, i Marrandino. Qualcun altro obbietta che, se ci sono, questi cunicoli sicuramente devono sboccare in un luogo di incontro, forse in una grossa stanza centrale che serviva da rifugio a molte famiglie. Si arriva all’ipotesi di una città sotterranea, magari con qualche tesoro nascosto e testimonianze di una passata cultura. Si conclude che i nostri antenati erano persone intelligenti, previdenti e capaci, a differenza di una realtà odierna fatta di inerzia e incapacità di creare.

Alla fine il nostro tipo cerca di trovare qualche amministratore sensibile che fermi i lavori e faccia ispezionare la galleria. La fortuna lo aiuta e trova un assessore, che sembra recepire appieno la sua tensione e la sua curiosità. L’assessore lo  lascia sul posto e va alla ricerca dell’ingegnere della Ditta, promettendo di interessarsi al problema. Il nostro tipo torna a casa per il pranzo convinto e soddisfatto. L’amara sorpresa è un’ora dopo, quando la galleria la trova scomparsa sotto mezzo metro di cemento armato, buttato in fretta e furia per nascondere un possibile intoppo ai loro lavori.

 

Il ricordo di Costantino Marra

Di questo Secolo XX che ci ha appena lasciato ricordo le tante, le troppe guerre per le elezioni politiche e amministrative con fine il predominio di alcune famiglie sulle altre, per comandare senza risolvere alcun problema serio, ma solo per soddisfare i loro capricci e quelli dei tanti che ci campavano attorno. Se ne salvano pochi in tanti anni e quei pochi all’ultimo se ne sono dovuti andare, chiusi nella morsa delle cattiverie e delle malignità. Posso sembrarti pessimista, ma questo paese non ha mai prodotto qualcosa di buono e quel poco che poteva essere costruito lo hanno buttato nel fango della dimenticanza. Un tira a campare senza programmazione, che ha arricchito i furbi e buttato gli altri nel baratro dell’emigrazione, della povertà e dell’ignoranza. Oggi queste cose possiamo dirle. Ne possiamo perlomeno parlare, ma fino a cinquanta anni fa dovevi calare la testa e gli occhi quando passavi davanti a loro. Con la coppola in mano potevi al massimo dire  “aggi pacienzia” abbi pazienza, in segno di sottomissione e di rispetto, per una necessità economica o sanitaria che veniva o non veniva soddisfatta solo per mero capriccio o per sfizio. E si trattava di necessità serie e urgenti per un figlio che non aveva da mangiare, o che era ammalato grave e non si avevano i soldi per le medicine. Il potere era tutto in mano a loro, le proprietà erano tutte in mano a loro, la Chiesa era in mano a loro e ai loro figli. Noi avevamo solo i valloni per i nostri bisogni fisiologici e gli alberi di mele rosse per soddisfare una fame che non ti lasciava mai.

Si salvava chi aveva un poco di proprietà e la casa, che più che casa era un tugurio dove dormivamo in troppi, mangiavamo in troppi e vivevamo a stretto contatto con la vacca o l’asino della stanza affianco. Aleggiava tra i vicoli e nelle case una puzza di sterco di animali, che solo l’aria bellissima della campagna ci faceva dimenticare per un poco.

Si partiva di mattina alle quattro e si tornava la sera tardi, per poi ripartire la mattina dopo e tornare con in tasca un pezzo di pane di granturco, sempre più duro e sempre meno masticabile.

Nessuno sapeva niente, nessuno sapeva scrivere, andavamo in campagna o in montagna e tornavamo dalla campagna o dalla montagna.

La domenica e i giorni di festa erano un po’ diversi, quando con l’abito meno sporco andavamo in chiesa ad ascoltare la messa e vedevamo i chiazzaiuoli che andavano avanti e indietro a discutere animatamente su non so quali problemi. Per sfuggire a tanta miseria molti scappavano in America con un odio e un rancore verso tutti. Qualcuno ritornava coi debiti del viaggio, ancora più povero di prima. Pochi riportavano indietro la pelle e qualche risparmio per costruirsi una casa o comprare un pezzo di terra per sfamare la famiglia. Altri cercavano di arruolarsi nei Carabinieri, ma era difficile perché le informazioni le davano a modo loro, come sempre. Io non fui accettato perché uno zio del mio nonno materno era stato in carcere dopo il 1861 per problemi di brigantaggio.

Quando ero malato nel secondo dopoguerra, la sera veniva spesso a trovarmi tuo nonno Costantino. Era un pozzo di conoscenza! Trascorrevamo serate intere a parlare del passato e dei tempi di una volta, quando più grande era la miseria e più forte il senso dell’amicizia e della solidarietà tra le famiglie.

Una sera gli chiesi di parlarmi della sua infanzia. Lo vidi mettersi con lentezza le mani ad accarezzare i capelli e chinare il capo, poi incominciò a parlare.

- Dell’infanzia ricordo poche cose e due code, quella delle vacche da portare al Dragone a pascolare e quella dell’asino, che dovevi tenere ben stretta per non sentire più di tanto la fatica di salire alla montagna a raccogliere legna.-

 

 

- E per il futuro?-

 

- Sarà difficile che Volturara diventi un paese come gli altri, non per incapacità, ma per voglia atavica di restare nascosti, chiusi per non essere infastiditi da un mondo che corre sempre, spesso in direzioni impossibili. Quando c’é una rivoluzione, Volturara cerca di accettarla il più tardi possibile o magari mai.
I nostri avi, di fronte alla avanzata dei paesi vicini che arrivano fin nel Dragone, si mantennero le montagne dietro il paese, nella sicura certezza di poter scappare e rifugiarsi in montagne inavvicinabili dagli altri, come hanno sempre fatto o in tempo di rivolte e guerre: vedi il 1799 o il 1861, in tempo di guerra vedi il 1943. La montagna ha accolto e aiutato anche i giovani del paese a sfuggire agli eserciti forestieri, che cercavano di arruolarli soldati per portarli a morire in qualche guerra lontana e non sentita. Spesso la montagna è servita anche a sfuggire ad una quotidianità senza soddisfazioni, o magari ad una moglie “cachera”, come ce ne sono state e ce ne saranno ancora. Donne dure, egoiste, cattive, insopportabili, che hanno messo le famiglie l’una contro le altre per un’eredità misera ed insignificante.
Partire la mattina appresso la coda di un asino, era avvicinarsi e vivere un mondo incontaminato, dove l’armonia e la musicalità regnavano sovrane, in un tripudio di colori e di acque cristalline. Fonti e ruscelli dove bastava unire i palmi delle mani per assaporare un’acqua leggere e fredda, che ti procurava un brivido di piacere per tutto il corpo.
Solitario per scelta, il volturarese ha sempre preferito il pensare al parlare, l’agire all’ozio, Come diceva Don Nunzio Pasquale nel 1916, il volturarese è stato sempre feroce, ma fedele.
Io ci aggiungo che la fedeltà derivava dalla coerenza di comportamento nella sua semplicità ed immediatezza, ed il chinare la testa era non sottomissione, ma difesa del proprio mondo fatto di sentimenti semplici e di una religiosità istintiva, che rifuggiva da aspetti esteriori, avvicinando a Dio in modo diretto, magari senza nemmeno frequentare le tante messe dette nelle tante chiese del paese. E la ferocia era spesso determinata da una sopraffazione o da un torto che violavano il loro mondo, cui non sapevano rispondere in modo riflessivo. Ed erano allora guai, guai grossi.
Fino a pochi anni fa, e forse ancora oggi, esistevano volturaresi che mal si distinguevano dalle mucche che conducevano al Dragone. “Annimalucci” che non cambieranno mai. Sarà impossibile migliorarli, ma forse senza volerlo rappresentano il legame con quel mondo che si sta estinguendo. Restano l’unica traccia visibile di come si viveva un tempo, perché sono custodi di una cultura di lavoro e di alimentazione tratta dalle innumerevoli erbe o prodotti della terra tramandatisi oralmente, senza fronzoli ma con una praticità difficile da imitare. Ed hanno una filosofia di vita che vede miracoli o apparizioni in ogni fenomeno inspiegabile per la loro mente. Dopo il terremoto ultimo, di spiriti e fantasmi non se parla più. Dicono che il Papa con una Messa Segreta ha dato il giusto riposo a tutte le anime in pena, ma prima di allora si viveva quotidianamente con l’incubo di vedere da un momento all’altro apparire qualche fantasma, che faceva drizzare i capelli in testa al malcapitato di turno.
L’apparizione storica più appariscente e conosciuta avveniva al Dragone. Un cavaliere tutto bianco, su un cavallo bianco pieno di campanelli, appariva in tutte le notti di luna piena e girovagava nella piana fino alla prime luci dell’alba. Quando il tintinnio veniva avvertito, era un fuggi-fuggi scomposto, perché la leggenda diceva che chi lo avesse visto da vicino e guardato in faccia avrebbe avuto persa la vita. Spesso capitava che qualcuno “veniva preso dallo spirito”, cioè preso da un fantasma che lo portava con sé per giorni nelle montagne, per poi lasciarlo da qualche parte stordito e confuso. L’ultima a subire questa disavventura fu Filomena di Pricitella, che fu ritrovata dopo alcuni giorni sul piano di Ammonte in stato confusionario. Non so sa cosa sia successo, in verità lei era un pò “alla bonata ”, nel senso che era ritardata mentale, e che facilmente persasi in montagna, avrà girovagato senza meta in preda alla paura. La gente ci credeva ai fantasmi e forse qualche volta poteva anche essere vero. Quel timore però era una spinta ad avvicinarsi alla preghiera e alla fede. I giovani di oggi ci ridono su, presi da un pragmatismo esasperato si allontanano da quei valori religiosi che per millenni hanno mantenuto la società. Senza fede, figlio mio, non c’è futuro. Chi crede di essere al centro dell’Universo, con il suo egoismo e il soddisfacimento delle sue aspettative personali, non capisce che si distrugge da solo, perché nei valori cristiani c’è la storia del mondo, il rispetto, il timore, la paura, la gioia. Sentimenti senza i quali l’egoismo prende il sopravvento.  L’egoismo la grettezza, la superbia saranno la rovina del mondo. Noi rispettavamo i nostri genitori, i nostri maestri, i nostri padroni ritagliandoci uno spazio piccolo, povero, ma sicuro. Invece, lo strafare senza regole, che a prima vista sembra positivo, a lungo andare penalizza tutti e rovina la mentalità, dove il tutti furbi diventa tutti fessi, dove la prepotenza ha il sopravvento sulla riservatezza, sull’educazione e sul rispetto delle regole sociali, in un meccanismo perverso di autodistruzione.
Ma non voglio tediarti con messaggi negativi. Voglio solo aggiungere che non so quello che vi riserverà la vita in futuro, ma dopo averne sentite tante, spero che tu capisca che il mondo ha visto tutto. Ogni generazione ha paura di quello che può succedere. Il mio pensiero è che il mondo non cambierà mai e che l’uomo ha la grande capacità di adattarsi a tutto, di capire ciò che è da venire e che prima o poi troverà la soluzione ai problemi, piccoli o grandi, che si porranno sul suo cammino.-

 

 

 

 

 

VIVA A CHI? BRIGANTI E NOTABILI

                                                               

 

     TUTTO CAMBIA MA, LA PIAZZA E’ SEMPRE LA STESSA

 

Tutti per uno

Lo ciuccio è stracarico di legna da ardere. Gli zoccoli del somarello scivolano sui vasoli di via Campanaro. Il padrone impreca e bestemmia, ma come sempre i paesani accorrono in soccorso dalla Piazza, spingono e incoraggiano a parole l'animale, che scarta più volte impaurito, ma finalmente si riavvia.

 Al paese la povertà era la stessa dal medio-evo. I nostri contadini dormivano in terra senza materassi, tutti insieme in una unica stanza, nonni, padri, figli, fratelli e sorelle. La loro stanza era del tutto priva di mobili e arredi, avevano un solo grande piatto di terracotta e cucchiai di legno. La sera mangiavano tutti insieme in questo piatto, soprattutto pasta, fagioli, patate e pane, forse un poco di vino che sapeva di aceto.

Avevano un solo vestito, i ragazzi andavano a piedi nudi, le donne avevano scarpe fatte di pezza, solo gli uomini avevano scarpe. I contadini si alzavano all'alba e tornavano al tramonto. Andavano a zappare con le mani una terra cattiva. L'acqua corrente nelle case era rara, le contadine andavano alla fontana con una grande secchia di rame, proteggevano la testa dal peso con una treccia di stoffa nera.

Uno di loro, Mastarrico, Maestro Enrico, chiamato così perché faceva il ciabattino, era zoppo, non so se per malattia o incidente, perciò non poteva zappare. Nel pomeriggio, dopo pranzo, mio zio Alfonso chiamava Mastarrico, perché lo facesse addormentare con un racconto dei Saraceni. Mastarrico si metteva in terra accanto al letto di mio zio e cominciava il racconto in un dialetto strettissimo, come in una cantilena cantata, che io stesso facevo fatica a capire ascoltando di nascosto da dietro la porta.

Mastarrico ricordava nella figura il gobbo di Notre-Dame, tossiva, sputava sangue, un giorno fu mandato all’ospedale di Avellino, se ne fuggì subito inorridito e tornò al paese.

Mia nonna, la madre di mio padre, ebbe sedici o diciotto figli, nessuno lo sa di preciso. Molti di loro morirono prima o poi di qualche malattia. Quando nacqui io, ne erano rimasti quattro, tre fratelli e una sorella. Vidi mia nonna una volta sola mi pare. Mi chiese, come era in uso, se fossi il figlio di Gerardo, risposi di sì. Lei stava lavorando di cucito, mi chiese se potevo infilarle il filo nell'ago. Lo feci rapidamente. Non ricordo il colore del filo, ma sarà stato bianco o nero. I figli le portavano un rispetto che non esiste più. L'anno dopo mia nonna morì e tutto un mondo morì con lei.

Questo era il profondo della terra irpina, e non molto tempo fa. Tutti emigravano in Germania o in America, i giovani che tornavano dall'America avevano uno sguardo torvo; venivano solo per prendere la madre, una sorella, qualche povero ricordo, non vedevano l'ora di ripartire.

Quasi nessuno torna indietro, se non uno sciocco o uno sfortunato. Di sicuro mai un emigrante torna al paese per intraprendere una buona attività: conosce troppo bene i paesani. 

Il signor di Talleyrand avrebbe detto - Voi che non avete conosciuto quei tempi, non saprete mai cosa è la nostalgia di vivere.–

Ma avrebbe avuto torto.

 

 

La visita del principe Umberto

Il principe aveva promesso la strada da Volturara alla chiesa di San Michele. È il principe Umberto di Savoia, spedito in giro nella provincia di Avellino nel 1925. Arriva a Volturara costretto a un’ora in automobile, per la strada di terra e pietrisco, che sale in tornanti ripidi da Avellino a Volturara. Come si addice a ogni bel principe in visita ai sudditi, Umberto non era stato avaro di promesse, tra le quali la più mirabolante e inutile quella di sostituire con una vera carrabile il sentiero che dal paese portava alla chiesa dell’eremita di San Michele per una scalinata di pietre e di sassi nel bosco intatto. Così mi raccontava una zia Romualda piena di rimpianti, ma senza malanimo verso il principe. Era destino che la strada non si dovesse fare, diceva. Mi immagino Vittorio Emanuele III, il re tappo e taccagno, accogliere di malumore il figlio Umberto di nuovo tra i piedi al Quirinale e stracciare stizzito tutte le sue principesche proposte di strade, ponti e ferrovie per l’Irpinia. L’Irpinia? ma dov’è?

 

L’eremita di San Michele

 La chiesa di San Michele è in cima a un piccolo monte che sovrasta Volturara. A San Michele c’era l’eremita, il Romito, se il ricordo non mi tradisce, si chiamava Ottorino, nome caduto ingiustamente in disuso. Non vi immaginate un asceta alto e magro, con la grande croce di legno, che chiama alle crociate. Il Romito nostro era un uomo di età indefinita, rosso e rubizzo, un contadino ben piantato. A me bambino pareva avesse un’aria svanita, ma le contadine lo veneravano. Quali poteri gli venissero attribuiti ora mi sfugge, ma qualcosa doveva pur valere per meritarsi di osservare dall’alto ogni mattina d’estate la fila di scialli neri che gli portava pane, fichi, vino, polli e ogni altra buona cosa. Cosa chiedevano al Romito le contadine tutte vestite di nero una volta arrivate in cima? Notizie sui parenti in America? Cure per mali fisici o per dolori di cuore? Soltanto buone parole e una benedizione per un figlio lontano? Anime prave e infami, ispirate dal Maligno, potrebbero sospettare che, essendo il Romito non più giovane ma pur vigoroso, vedove e zitelle cercassero nella sua celletta quel conforto che in paese non era dato trovare o non cercavano per vergogna. Questo succedeva d’estate. D’inverno la neve copriva ogni sentiero e tutto diventava più difficile, forse il Romito emigrava con le rondini. Insomma Volturara Irpina ha avuto l’onore dell’ultimo eremita nell’Europa Cristiana, in gilè grigio su camicia a scacchi rossi e neri se non ricordo male, e naturalmente il cappello da contadino.

I figli robusti dei contadini facevano suonare le campane di San Michele aggrappati alle funi, a me che li invidiavo si raccontava di quel ragazzo a cui era sfuggita di mano la fune ed era volato giù in paese schiantandosi nella Piazza.

Pare che il Delirio Asfaltatorio, la peste del Bel Paese, abbia colpito la lunga gradinata da favola che portava i fedeli su alla chiesa di San Michele Arcangelo, traversando il bosco. Forse con l’uso sciagurato di quattrini piovuti dopo l’ultimo terremoto.

 

La Piazza

 La Piazza di Volturara è pavimentata di larghi lastroni di pietra chiara e liscia, i vasuli in dialetto. A un lato della Piazza un largo tiglio circondato da un anello in pietra, che faceva da sedile comune, era il salotto del paese. All’ombra del tiglio il banditore, rigorosamente in camicia verde e gilè rosso, suonava la cornetta e gridava al popolo che era in arrivo da fuori uno sgangherato camioncino per la vendita del pesce, o ogni altro evento per il quale valesse la pena un annuncio in Piazza. La Piazza è il luogo delle trame e degli intrighi, spesso false e inventati. È un club per uomini. Le donne, ancora non indipendenti e smaliziate, attraversano la Piazza quasi solo per andare a casa, possibilmente assieme a una amica, a meno che non sia domenica all'ora della messa o una qualche fiera. Un tempo il lato opposto alla quercia, ove ancora vi sono le fontanine, era luogo privilegiato delle contadine, che prendevano l'acqua nelle conche di rame e la portavano a casa poggiata sopra la testa, con la sola protezione di una cerchia di panno. Nella Piazza si indaga sul proprio nemico, sulle donne sole e ancora piacenti, su un buon affare. La Piazza accoglie amorevole le dissertazioni sulle castagne e sulla filosofia greca. La Piazza nella sua infinita pazienza non si stanca mai di sentire le stesse storie.

- Che si dice, Don Gaetà?-

- E che si deve dire, Don Gennarì?-

Il Parrocchiano

L’Irpinia era terra aspra e violenta, gli devo la capacità liberatoria della bestemmia. Solo un cattolico leccapiedi e baciapile in carriera può pensare che la bestemmia sia peccato. Può essere che in certe regioni, come la Romagna, la bestemmia abbia origini anticlericali, come si deduce da talune sue espressioni pittoresche, ma in Irpinia era una cosa seria: una imprecazione a Dio, alla Madonna e al Figlio, affinché volgano la loro attenzione a quanto di malvagio e ingiusto sta accadendo. L’uomo irpino parlava alla divinità immanente con un linguaggio che pensava a essa comprensibile: la bestemmia.

Nessuna meraviglia dunque che il parroco di Volturara, il Parrocchiano, celebrasse la messa domenicale bestemmiando di continuo in modo pesante contro i chierichetti, i quali per conto loro non credo seguissero alla lettera la procedura della liturgia, ma avessero piuttosto una innocente tendenza a sbattersi in testa i turiboli dell’incenso, a guisa di benedizione.

Nulla invero so del Parrocchiano di allora, posso fantasticare che bestemmiasse anche contro il destino, il quale lo aveva strappato da ragazzo alla caccia alle bisce e alle ranocchie, ai furti in brigata di frutta acerba, per costringerlo in seminario a guadagnarsi una zuppa di ceci in modo da togliere una bocca dalla povera tavola della sua famiglia. Non più libero di arrampicarsi a piedi nudi sugli alberi, ma calzato e vestito di una tonaca rimediata a prendere bastonate e declinazioni di latino, per cinque anni rinchiuso.

 La religione era profonda a Volturara Irpina, soprattutto nelle donne contadine, veniva dall’età della pietra. Dal fulmine, dal tempo avverso che poteva distruggere il raccolto. Il sacerdote era una incarnazione di Dio che si serviva di lui per manifestarsi, cosa facesse l’uomo sotto i paramenti e la tonaca era cosa di poca importanza.

 

La caccia

 Come scrisse quel famoso scrittore tedesco, si va a caccia per sé stessi. Niente di più vero per i cacciatori di Volturara Irpina. Quanti ne erano? Tutti quelli con tempo da perdere e abbastanza soldi da comprarsi un fucile a due canne e l’occorrente per farsi le cartucce. Naturalmente mai nessuno tornava a casa con qualcosa nel carniere, la fame e la conoscenza dei luoghi da parte dei contadini avevano sterminato da tempo l’ultimo cinghiale e l’ultima lepre. Quanto ai volatili suppongo che si guardassero bene dal sorvolare il territorio. E dunque i nostri cacciatori battevano i boschi per il piacere fine a sé stesso, per starsene fuori di casa e alla larga dalle mogli.

 

L’Esattoria

L’Esattoria Comunale, all’angolo tra la Piazza e via Campanaro, era tenuta da un tale di cui non ricordo il nome soprannominato l’Avvocato, uno sorta di incrocio tra una persona di studi e uno psicopatico, come quasi tutti quelli che erano andati oltre le elementari a Volturara. L’Avvocato e sua moglie donna Ida erano emigrati in America, a Chicago, poi se ne erano tornati nel natio paese, Dio sa il perché, a me non lo dicevano. Donna Ida cercava con disperazione di tenere le distanze dal popolo, lei che era stata a Chicago dove hanno la Subway, la metropolitana sotterranea. Donna Ida era stata la prima ad avere la radio a Volturara. L’Esattoria era uno stanzino o poco più, aveva due sportelli con le piccole inferriate, i soldi vi  entravano ma non so dove finivano, suppongo ci sarà stata un cassaforte o L’avvocato se li portava a casa temporaneamente, la parola banca avrebbe suscitato stupore a Volturara e io non la sentii mai dire. Ho il ricordo di una contadina che entra nell’Esattoria vestita con la lunga sottana nera, da cui estrae come per magia due banconote, due lenzuoli colorati da mille lire, e li mostra piangendo All’Avvocato. – Sono gli ultimi - grida. Come se imprecasse e supplicasse, a significare “Ma te li vuoi proprio prendere?”

A me bambino, ignaro di imposte e di flussi finanziari, andò tutto il rispetto per la contadina e l’Avvocato mi parve un essere abietto, tanto più che assuefatto al suo triste mestiere rispose con indifferenza – Ma che ci posso fare, non sono soldi che vengono a me.-

Quella contadina era piena di fitte rughe e di età indefinibile, come tutte le donne che lavoravano i campi con la zappa e avevano passato i quaranta. Era forte, dura aspra, così dovevano essere le donne che assaltarono la Bastiglia.  E così dovevano essere le donne che spinsero gli uomini a seguire il Cardinal Ruffo, perché purtroppo Eleonora Sanfelice non seppe o non volle averle dalla sua parte.

A sera l’Esattoria chiudeva, si portavano fuori le sedie impagliate e il suo angolo diventava salotto.

                                       

Fondazione di Volturara Irpina

La cosa più sensata in definitiva è che i volturaresi si siano autogenerati. Teoria questa ulteriormente confermata da graffiti e geroglifici su pietre, purtroppo andate perse. Un duemilacinque o tremila anni fa, diciamo, una lupa spinta dal gelo e la fame si avvicinò a un gruppo di capanne e rapì un lattante, ma presa da chi sa quali istinti si tenne il pargolo e se lo trascinò nella tana tra i boschi, dove mai uomo era passato. Una Ninfa (Nanninah, Theodora?) vide la lupa e decise di prendere sotto la sua protezione il pargolo, che crebbe forte e furbo come un lupo, ma anche addolcito e smaliziato dalla Ninfa, che ebbe da lui sette figli. I i primi due, una femmina e un maschio, chiamati Voltura e Irpino. Per la famiglia non fu difficile avviare l’allevamento delle pecore, grazie a qualche capo lasciato andare nottetempo generosamente dagli abitanti di Montella. La legna per fare fuoco e costruire capanne non mancava, come pure i ruscelli d’acqua limpida. Era nata Volturara Irpina.

Una Ninfa generata dalla Madre Terra e una lupa sono dunque le origini dell’ Irpino di Volturara, sono creature che amano la natura silenziosa e hanno tendenza sia a stare per conto loro che a fare amicizia.

E poi qualche Sannita sarà stato trovato sperduto nella neve dai buoni volturaresi, che gli avranno ceduto una vedova senza speranze. E poi i Romani ogni tanto avranno trovato qualcuno disposto a salire  a Volturara per vedere come andavano le cose. E poi i Longobardi, i Normanni forse, magari qualche Arabo, pestilenze, preti e terremoti, Piemontesi ne dubito se non una volta di passaggio. Infine due o tre secoli di emigrazione per tutto il mondo, con qualche figlio di emigrante tornato a mescolare il sangue e le idee. Da tutto questo è nato il volturarese di oggi, un uomo che va avanti e indietro per la Piazza, scuotendo il capo, alzando le spalle e sospirando, perché sa che non c’è null’altro nella vita che valga un piatto di maccheroni.

 Qualuno dice che gli Irpini, inclusi i volturaresi, come pure i Sanniti, discendono dai Sabini. Ora, mi dispiace dover essere duro, ma nelle questioni storiche la tolleranza non può prendere il posto della conoscenza. Francamente è una affermazione che non sta né in cielo né in terra. I Sabini sono gente che vive in luoghi dal clima temperato, amano la buona tavola sopra ogni altra cosa, tanto che, per non lasciare a mezzo un arrosto d’abbacchio, non si alzarono da tavola mentre i Romani gli rapivano le donne. Ma ti pare che i Sanniti e gli Irpini si facevano portare via le donne? I Sabini sono rotondi, gli Irpini e i Sanniti hanno gli spigoli. Si aggiunge poi che a loro volta i Sabini derivano da popoli autoctoni dell’Italia Settentrionale, ma vi pare possibile? Gli Irpini che discendono dai Sabini che discendono dai bresciani?

 

E’ provato che Liguri ribelli furono deportati in Irpinia e in effetti un cinquantamila Liguri Apuani, mogli e figli compresi, furono costretti i diverse riprese dai Romani vincitori a muovere fino alla piana di Benevento, ove fondarono due piccole città. Questi Liguri Apuani se ne stettero per conto loro, nessuno entrava nel loro territorio, nessuno di loro ne usciva, questione di carattere e di lingua suppongo.

La storia che gli Irpini discendono dai Liguri fu raccontata dal nostro presidente Pertini, un valoroso contaballe, in una sua famosa visita alle disgraziate popolazioni irpine durante l’ultimo terremoto. In un impeto di affettuosa demagogia il presidente disse che si sentiva fratello degli irpini  e raccontò dei ribelli liguri deportati. In realtà Pertini era di un paesino dell’entroterra savonese, gente di un mondo chiuso, si sposano tra di loro e nulla hanno da spartire coi distanti Apuani. L’Apuania è una serie di vallette nelle quali scendono Emiliani, Lombardi, Toscani e Liguri di Levante.

 Abbiamo con ciò disvelato e definito donde vengono i volturaresi. Non sappiamo per certo donde vengono gli altri Irpini, ma che ce ne deve importare, facciamoci i fatti nostri.

 

Le donne nei campi e gli uomini in Piazza. Ulteriore ipotesi sulle origini di Volturara
Il fatto che a Montella, Bagnoli e Cassano le donne si occupano della casa e di lavori agricoli marginali, mentre a Nusco, Montemarano e Volturara Irpina si sostituiscono o si accompagnano all’uomo nei più pesanti lavori di campagna, potrebbe dare qualche probabilità alla supposizione che i paesi del primo gruppo derivino da tribù di pastori e agricoltori e quelli del secondo da tribù di cacciatori.
In definitiva è innegabile che, fino all’arrivo della società dei consumi, Volturara era celebre in Provincia per il fatto che le donne lavoravano e gli uomini se ne stavano tranquilli in Piazza a chiacchierare.

 

Il Malepasso non c’è più

ll viaggiatore che nell'anno 2004 volesse salire a Volturara Irpina si troverebbe la strada spianata da nuovi e veloci collegamenti stradali.  Ma per secoli vi si giungeva per la sola e tortuosa salita che da Atripalda conduce al Malepasso, dal cui nome si può intuire la sorte di quanti vi si avventurassero a passare con più monete d'oro che coraggio e schioppi. D'inverno il gelo e la neve potevano portare il paese all'isolamento. Ma tutto questo non ha chiuso l'animo e la mente dell'uomo di Volturara, a cui è sempre piaciuto andare, magari solo con la fantasia. La razza è buona, ma al contempo falsa e traditora, il suo sangue essendo un crogiolo assai misto. Il loro carattere è come il fuoco del loro camino, arde scoppietta, pare sopirsi poi si riattizza con una vampata, riscalda chi è vicino, ma può bruciarlo.

 

Ritorno in Irpinia 

Sul pullman di linea Napoli Avellino il venditore che metteva all’asta tra i passeggeri orologi d'oro svizzeri e stoffe inglesi non c’è. Non ci può essere, mancanza di mercato. La corriera blu, con le balestre sempre sfondate, è diventata un pullman con l'aria condizionata, i passeggeri sono per lo più ragazzi e ragazze, con un'aria vagamente triste ma ben vestiti. Peccato, mi ero preparato in bel discorso da fare all’astuto venditore, o meglio al suo erede, sull'onda del ricordo e il lampo della malizia.

Quando la corriera aveva il motore davanti e la leva del cambio a mano, il venditore si presentava tutti i giorni pochi minuti prima della partenza. E trovava sempre il suo pollo, che fosse un mezzadro o un commerciante venuto a Napoli dalla campagna per qualche affare o affaruccio. Il venditore si materializzava come un mago in una nuvola di omertà e complicità. A bordo della corriera lo aspettavano i suoi compari, che gli facevano segno su chi puntare e poi lo assistevano nella finta asta, alla fine della quale il pollo vinceva sempre. Un, due, tre aggiudicato. Appena la corriera partiva, il pollo, sicuro ormai del suo bottino, svolgeva le stoffe inglesi che svelavano la loro natura di ritagli, poi in preda all'ansia dava la carica all'orologio svizzero e gli saltava la molla. Più vergognoso che infuriato, il pollo cercava  aiuto nei passeggeri, i quali peraltro non offrivano se non parole di circostanza e finta compassione. La vergogna e l'orgoglio erano a quel tempo sentimenti superiori alla avidità, il pollo non sporgeva denuncia alle autorità e teneva il segreto. Nella disgrazia il pollo si doveva ritenere fortunato, che se la notizia del crimine fosse arrivata dentro la sua casa, la moglie campagnola, peggio se irpina, non l'avrebbe di certo consolato con un “quel che fa babbo è sempre ben fatto”.  

Il pullman si avvia comodo e silenzioso per la via di Avellino. L'autista è rilassato con l'uniforme nuova e stirata. Trovo un prestesto per avviar discorso con le ragazze che siedono intorno. Voglio stupirle per come parlo ancora il dialetto dopo una vita, ma quelle parlano italiano, maledetta la scuola e la tv.

Si va dunque alla volta di Avellino. Si va? Ma che diavolo succede. L'autista è uno gnomo dispettoso, mi sta portando in Svizzera. Niente paesini con le strade strette, ingombre di carretti e carrozzelle, cigolio di auto Fiat con le gomme lisce. Niente botteghe con le porte di legno, niente trombe del cielo che imprecano contro un somaro, di quelli a quattro zampe, placidamente messo a riflettere in mezzo alla strada. Andiamo per superstrade, autostrade e svincoli a quadrifoglio, che pare la California. E si arriva. I soldi pubblici del terremoto di sicuro non furono spesi per il piazzale del capolinea dei pullman di Avellino. Uno sterrato infame a vedere, un giardinetto trascurato con al centro un edificio basso e corto, che fu toilette per i viaggiatori, ma ora è sbarrato e cadente, per via di chi sa quali colpe vi furono commesse. Ecco, mi dico, ci siamo alla povertà. Ad Avellino si cambia. Invece no. La fatina buona ha trasformato anche la corriera per Volturara Irpina in un pullman lindo e senza odori. Davanti, vicino all'autista, un contadina sospettosa dallo scialle nero non ha sistemato alla meglio la stia con le galline. Sono salite invece quattro gallinotte mature che spigolano e spettegolano per metà del percorso prima di scendere, allegre, vestite di gonne fruscianti e colorate finto campagnolo da boutique.

Autista, tu sei un folletto dispettoso, questa volta ti ho scoperto. Mi stai portando su per la Svizzera. Casette nuovo e linde, piazzette eleganti, il selciato disegnato a pietre lisce colorate, la fontanella col pozzetto in mezzo. E silenzio, gli svizzeri fanno mica rumore. Invece è l'Irpinia, rifatta a nuovo dopo il terremoto. O dopo il Medio Evo. Pioggia di denaro ben speso a quanto appare. L'architettura è di buon gusto, immersa nella tradizione, nell'ambiente. E tutto è pulito.

L'autista fa fare mezzo giro al pullman.

- Ehi, Volturara è da quella parte, c’è la freccia.-

- Non si sale più per il Malepasso. Hanno fatto la strada nuova.-

Le curve che portavano al Malepasso furono fatali al notaro di Volturara, che incrociò la corriera e sbandò nel burrone. Mimino, il figlio, un ragazzo di aspetto delicato, si trasformò in muratore dalla sera alla mattina. Che in notaro si fosse suicidato per debiti? Donne e gioco? Mi accorgo di essere rimasto solo sul pullman. Madonna, sono finiti i volturaresi, e cosa ci sono venuto a fare qui?

- Scendo in Piazza - dico all'autista. Tanto per dire qualcosa. E mi aspetto la torma dei monelli scalzi che rincorre la corriera, e vedendo poi scendere una faccia sconosciuta si domanda “Ma questo chi è?”

Non arriviamo in Piazza, è senso vietato.

Niente Piazza e niente monelli. In Piazza c’è qualche automobile al parcheggio. Ecco spiegato il mistero del pullman vuoto all’arrivo, i volturaresi vanno in automobile. Uomini e donne. Questa poi.   

 

Emigranti

 Il mondo umano finisce nella Piazza di Volturara Irpina, su in alto tra le vallate. Vi sono discussioni se finisca prima della Piazza o compresa la Piazza. I volturaresi accreditano con insistenza la seconda versione, ma gli abitanti più arditi dei paesi prossimi affermano di aver visto strane figure andar su e giù per la Piazza di Volturara, quando vi si sono avvicinati furtivi. 

Non è questa la sola disputa tra i volturaresi e i vicini, vi è anche la questione del nome appellativo. Nell'area irpina interessata, i volturaresi vengono definiti infatti fin dall'Alto MedioEvo come mariuoli. Quale ne è l'origine e il significato? Dal canto loro, e in buona fede, i volturaresi citano documenti, peraltro introvabili, nei quali si descrive un San Mario che, quivi mandato, prese a fondare un ordine monastico. I suoi adepti si dissero mariuoli giustappunto. L'ordine poi si sarebbe disperso alle crociate, ma il nome rimase. 

Nella versione perfida, il termine non sarebbe altro che la corruzione del toscano mariolo. 

Il volturarese è di natura asprigna e selvatica, buon zappatore, certo non imprenditore. Lo spirito di sacrificio e le virtù risparmiatrici ne fecero un buon emigrante.

 

 Maruzzella                                   

'”Ahò, a romano, ce piove a Roma? Ce fanno certi goccioloni.”

Ecco il dannato motivo per cui sono tornato a Volturara Irpina.

Chi sa come era nata questa storia dei goccioloni. Qualche testa dura del paese avrà chiesto davvero a uno dei miei cugini, romani come me, se a Roma pioveva. E il mio cugino per vanteria o presa in giro avrà risposto che ci facevano certi goccioloni. Il risultato fu che i monelli, non avendo altro di meglio da fare, se la godevano a ripetermi cento mille volte la canzoncina. Uno di loro era una monella, un diavoletto sudicio, vestita sempre, almeno d'estate, di una unica lunga sottanina rosa chiaro, capelli neri unti e ricci. Un nasino grazioso, grandi occhi neri birbanti, sorriso sottile, si chiamava Maruzzella. È per lei che sono tornato a Volturara Irpina, anche se la scusa che ho messo avanti è un'altra.

Ero allora un ragazzetto magro chiuso immusonito. Me ne stavo per conto mio, la gente del paese mi appariva noiosa e in effetti lo era. Scendevo per via Campanaro, Maruzzella mi correva dietro, mi si parava davanti, scuoteva i riccioli e rideva.  

'“Ahò, a romano, ce piove a Roma? Ce fanno certi goccioloni.”

La scanso con una spinta sgraziata, sbatte la tempia contro lo spigolo di pietra dura di un muro. Gocce di sangue, lacrime e singhiozzi. Dolore e stupore.

I ragazzi hanno poca coscienza della loro malvagità, ma gli uomini sono consapevoli. Ci sono angoli della nostra coscienza su cui non abbiamo potere, in uno di questi angoli mi tenevo Maruzzella. Avevo fatto sanguinare un angelo, per questo risalgo a Volturara, dopo una vita, a cercarla.  

La famiglia di Maruzzella viveva al tempo in una grande stanza che si affacciava in un cortile interno. Non ricordo il padre, di giorno avrà zappato, di notte messa incinta la moglie. La madre era una contadina dai fianchi larghi e robusti. Una mattina entrarono i carabinieri nel cortile, l'ultimo nato, fratellino di Maruzzella, era morto soffocato nel grande letto comune. La madre si era rigirata nel sonno profondo e si era ripreso dal piccolo il respiro che gli aveva dato. I carabinieri entrarono e uscirono, da soli.

Insomma sono qui in mezzo a via Campanaro che chiedo di Maruzzella, che abitava qui di fronte, che la madre mi pare si chiamasse così. La via è tutta di palazzi nuovi belli, almeno le facciate, per via del terremoto. Maruzzella sarà rimasta una monella coi riccioli, magari ingrassata? Forse è emigrata. Insegna a scuola, è riuscita a diventare maestra? È sola o sposata? tiene figli? Le regalo un profumo? un libro per i figli? speriamo non siano tanti. Alla fine si trova, abita là dietro. Però è malata. Entro nel portone, saliamo pochi gradini di una rampa stretta. Mi indicano una donna gonfia triste su una sedia. Sta su quella sedia da quando aveva vent'anni. Sente, capisce, non può parlare. Le racconto la storia. Ti ricordi? sono venuto a chiederti scusa. Fa cenni di assenso, mi pare di vedere una lacrima. Ha capito cosa le ho detto? era davvero Maruzzella?  Sono venuto quassù per farla piangere di nuovo. Ho sognato il giardino degli angeli, alla ricerca di un  mondo finito, o forse mai esistito. 

 

Capitana, questo era il nome della donna, madre di Maruzzella e forse madre di Volturara, ebbe diciotto figli e fu sempre senza una lira. Un marito morto, forse nel fare per l'ultima volta il suo dovere, negli anni Sessanta. Un coprire i debiti con altri debiti, fino al suo allontanamento da questo mondo agli inizi del terzo millennio.                                                         

 

Lo scemo del villaggio 

Ai tempi, Volturara Irpina aveva il suo scemo, come ogni villaggio che si rispetti. Era un giovane robusto di bello aspetto, vestiva di stracci, era scalzo, per quanto ricordo; ma questo non significa, le scarpe erano allora un lusso per molti ragazzi. Il suo nome, o soprannome, era Vetoleto, o Letoleto. Non faceva male, parlava da solo, si toccava. Si agitava scomposto e nervoso, come se angeli e demoni stessero combattendo per la sua anima. Sentiva voci che nessuno sentiva e scuoteva la testa a dire no, no. La fortuna di Vetoleto era la assoluta mancanza di assistenza pubblica in quel villaggio isolato di un mondo povero; una circostanza che lo salvò dal manicomio. Alle feste pubbliche o private era ospite ben accetto, se riusciva a entrare e sedersi a tavola. Mani che allora credevano in Dio gli avranno dato un pezzo di pane e vino. Avrà dormito nei fienili e nelle stalle, avrà avuto breve o lunga vita felice. 

 

Lo scemo del villaggio che incontro oggi, a sera, ha la divisa stirata del poliziotto. Nella sua testa si agitano due demoni noiosi: l'avidità e la smania di essere conosciuto, apparire sui giornali. Il nostro uomo ha trovato in casa una crosta e si é ficcato in capo che trattasi di una capolavoro del grande Jeronimus Escher. Invitato a sedersi in Piazza, nella tiepida serata d'estate, guarda fisso il bicchiere sul tavolo, teme di incontrare sguardi scettici. Ripete la sua storia, inutile interromperlo, parla a se stesso. Di come esaminando di persona la firma con l'aiuto di esperti periti indigeni, seppe che di capolavoro autentico trattavasi. Di come un antiquario di Avellino gli offre centomila euro con sdegno rifiutati; la crosta ne vale almeno cinquecentomila di euro, diamine. Di come abbia mandato la crosta alla Società di Escher, ma quelli gelosi e furbi gli rifiutino l'autentica.

Me li figuro quelli della nordica Società di Escher, riuniti in sessione plenaria nella loro augusta sede, intenti a scorrere i particolari della crosta. Le pudiche signore volano arrossendo verso la toilette. I signori sghignazzano senza il ritegno dignitoso che si addice alla circostanza e al luogo. Il presidente si gratta sorridendo il capo, “Ach, questi volturaresi sono impossibili”, non può fare a meno di esclamare.

 

Pirito santo

- Pirita, figlia mia. E’ tutta salute.-

La bimbetta non aspetta altro, per emettere un altro pirito, che nel dialetto indigeno è il rumorino posteriore indiscreto, ottenibile con una buona mangiata di fagioli. Attenzione però, l'unico autentico pirito curativo é quello che si ottiene da un buon pasto a base di fagioli Quarantini, prodotti solo e unicamente nella campagna di Volturara Irpina. Credetemi, vale la pena di spenderci un week end. All'uscita della trattoria, non dimenticate una bella passeggiata per il paese, sono cose che gli indigeni apprezzano.

 

                                         FINE